Nel suo ufficio alla Procura, scarsamente arieggiato da una finestra troppo piccola per poter fronteggiare la calura quasi estiva, il dottor Pierleoni scorreva accigliato il referto dell’autopsia eseguita sulla salma del professor De Bellis. Le conclusioni dall’anatomo-patologo, il dottor Paolo Bisi, confermavano quanto emerso dai primi rilievi. L’unica ferita presente era quella che ne aveva causata la morte: una profonda spaccatura dell’osso parietale sinistro del cranio, prodotta quasi in corrispondenza della sutura fronto-parietale. Il colpo era stato inferto con un oggetto pesante e abbastanza tagliente, come una grossa sbarra di ferro o una pietra acuminata.
L’arma del delitto era stata individuata in una piccola scultura di marmo alta una ventina di centimetri, riproducente una figura apparentemente asessuata, della quale risultava mancante la testa. Un soprammobile che doveva appartenere alla vittima, simile a tanti altri presenti nella casa. Dato il peso dell’oggetto, non si potevano far supposizioni precise sulla forza fisica dell’assassino. Gli esami tossicologici risultavano negativi e l’esito di quelli chimici sul contenuto dello stomaco non era ancora noto.
Classe millenovecentosessanta, Pierleoni era un uomo del sud alto e asciutto, dalla mascella squadrata, i baffi leggermente spioventi e i capelli corvini. Le sopracciglia marcate sovrastavano i freddi occhi cerulei, che spiccavano dietro gli occhiali dalla montatura in metallo.
Quando Mazza entrò, lo accolse con una vigorosa stretta di mano. «Cinzia le manda i suoi saluti,» gli disse con un largo sorriso.
«Ricambio di cuore,» replicò Mazza, sforzandosi d’apparire spontaneo. «Sono secoli che non la vedo.» La moglie di Pierleoni, Cinzia Fabris, era stata sua compagna di corso all’Università di Bologna. S’erano frequentati anche dopo la laurea, fino a quando lei aveva cominciato a insegnare al liceo classico, poi s’erano persi di vista, ciascuno coinvolto nel proprio matrimonio.
Pierleoni Si girò per prendere alcune cartelle, stagliando il suo profilo greco sullo sfondo illuminato della finestra, poi accennò un sorriso d’incoraggiamento.
«Dunque,» attaccò Mazza, cercando di darsi un contegno, «sono lusingato per questa convocazione. Spero di poter essere utile…»
«Mi dica qualcosa sul professor De Bellis.» Dal tono robusto della voce di Pierleoni traspariva un lieve accento calabro.
«Purtroppo, non so dire molto. Ci incrociavamo ogni tanto, ma niente di più. Credo non frequentasse quasi nessuno fra le persone che vivono lì attorno…»
«Pare che sia così. Abbiamo avviato una serie d’interrogatori, ed è stato necessario un sopralluogo alla comunità di Montevigliano, nonostante la ritrosia di Guiducci. Sa, per i due ragazzi fuggiti domenica con un’auto rubata.»
«Rubata a Rivello, a quanto ho capito.»
«Sì, esattamente. Quindi, ci troviamo di fronte a due fatti: uno, quella notte i due fuggiaschi si sono aggirati lì intorno; due, probabilmente De Bellis è stato ucciso per un tentativo di rapina. C’erano segni di colluttazione, e qualcuno ha frugato in casa.»
«Mi hanno detto che l’arma del delitto...»
«È un soprammobile in marmo appartenente alla vittima. Se n’è anche staccato un pezzo. Ha letto i giornali stamattina?»
«Quelli non ancora, a dir la verità. Li ho letti ieri.»
Pierleoni esitò un attimo, poi si alzò. «Già che ci siamo, glielo mostro. Lo mando a prendere.»
Dopo qualche minuto, un agente consegnò il reperto. Il magistrato lo tolse dalla busta catalogata e lo poggiò sulla scrivania.
Mazza esaminò il soprammobile da vicino, senza toccarlo: era una figura senza testa in marmo rosato, vestita d’una corta tunica. Il piedistallo a base quadrata portava incisa una scritta: Rebis.
«Il pezzo che s’è staccato è la testa, come vede» disse Pierleoni indicandone il collo mozzato. «Riteniamo si sia spezzata quando è stato inferto il colpo. Infatti, ce n’erano frammenti vicino al corpo. E, visto che sulla statuetta non risultano impronte diverse da quelle della vittima, riteniamo che l’assassino l’abbia impugnata proprio per la testa.»
«Per quanto ne so, di teste dovrebbe averne due.»
«Dice?»
«Sì, di norma il Rebis viene raffigurato con due teste, una di uomo e una di donna. Rappresenta l’unione dei principi maschile e femminile.»
«Curioso.»
«Infatti. Allora mancherebbe il pezzo più importante, su cui dovrebbero esserci le impronte.»
«Già, molto probabile. Purtroppo non è stato ancora trovato.» Pierleoni prese una cartella da una delle pile disposte in ordine sulla scrivania e l’aprì. «Ma veniamo alla nostra questione. Non l’ho ancora interrogata perché so che lei è rientrato da un viaggio solo la sera di lunedì, quindi non avrebbe potuto rendere alcuna testimonianza utile. Poi, però, mi son reso conto che avrei dovuto chiamarla comunque, per certi aspetti oscuri.»
«Mi ha parlato di documenti...»
«Sì. Sembra che questo De Bellis avesse vasti interessi, e sono emerse alcune cose insolite. Nello studio c’è una biblioteca cospicua, migliaia di volumi, tutti catalogati con etichette corrispondenti a uno schedario. Il primo mistero viene da quel che abbiamo trovato in un cassetto della scrivania. Sono fogli formato A3, manoscritti dallo stesso De Bellis, come ha appena confermato la perizia grafologica. Riportano disegni che sembrano raffigurare immagini astronomiche, e anche testi scritti in un alfabeto sconosciuto.»
Mazza si sentì circondare da una rete invisibile. «Intende dire crittografie?»
«Sì, esattamente. In ogni foglio è riprodotta una costellazione nella sua forma astronomica, diciamo, con cifre e denominazioni, forse le coordinate celesti e i nomi delle stelle che la compongono. Accanto è disegnata la sua raffigurazione di fantasia, in forma antropomorfa o zoomorfa, e fin qui sembra tutto chiaro. Sotto, però, è riportato un testo incomprensibile, scritto con simboletti geometrici. L’ho chiamata perché è necessario decifrarne il contenuto, per vedere se può fornire qualche indicazione ai fini dell’inchiesta.»
Per un istante, Mazza credette d’intravedere una via di fuga. «Capisco,» disse con aria falsamente contrita, «ma purtroppo non sono iscritto in nessun albo peritale, quindi...»
«Oh, non è un problema,» fece Pierleoni rassicurante, fraintendendo la sua ritrosia. «Non siamo tenuti a scegliere i periti da appositi albi, possiamo farci assistere anche da persone non iscritte, se hanno una particolare competenza in materia.»
«Ah.» Mazza esibì una smorfia che voleva essere un sorriso. «Allora vediamo queste crittografie, così potrò farmi un’idea.»
«Potrà esaminarle oggi stesso, se non ha impegni. Ho lasciato tutti i documenti dov’erano, tranne quelli prelevati per la perizia grafologica, che le posso sottoporre anche subito.» Pierleoni alzò un dito: «Ma i misteri non sono finiti. Nello scantinato abbiamo trovato una vecchia cassaforte, chiusa. Abbiamo dovuto forzarla, e dentro c’era una cassetta di legno con delle carte che hanno l’aria d’essere molto antiche. Sarebbero due libri a stampa, pare di epoche diverse, e dei manoscritti».
«Capperi. E di che epoca sono?»
«Dunque, i manoscritti non lo sappiamo, e per questo servirà la sua consulenza, mentre i volumi risalgono uno al Cinquecento, e l’altro al Seicento. Ogni documento è catalogato con lo stesso criterio usato per la biblioteca, un’etichetta che riporta una sigla seguita da un numero. Questi codici, AM-1, AM-2 eccetera, risultano tutti inseriti nello schedario, e sono anche elencati sotto il coperchio della cassetta. Confrontando i documenti con quell’elenco, risulta che dalla scatola non manca niente.»
«Bene.»
«Esiste però una seconda scatola.»
«Ah.» Il disagio di Mazza cominciò a crescere. Quel maledetto stava centellinando le informazioni, e non si capiva dove sarebbe potuto arrivare. La sensazione di trovarsi in trappola si fece più chiara e sgradevole.
«Qui abbiamo notato l’anomalia. La cassetta è più piccola della prima ed è stata trovata fuori della cassaforte, su uno scaffale. Sotto il coperchio è riportato un elenco di documenti, analogamente alla prima. Se ricordo bene, sono cinque, contrassegnati dalla sigla PR: PR-1, PR-2 e così via. Nella scatola, però, oltre a un vecchio manoscritto, c’era solo uno di questi documenti, siglato PR-1. È un fascicolo dattiloscritto che sembra trattare argomenti non chiarissimi. Le altre carte che avrebbero dovuto essere lì dentro, invece, non si sono trovate.»
«Che le avesse date a qualcuno?»
«Lo ritengo improbabile. Nell’archivio c’è un promemoria che registra tutti i testi dati in prestito, con la data della loro uscita e della restituzione. I documenti mancanti, pur risultando censiti nello schedario, non risultano esser mai stati prestati.»
«Potrebbe averli prestati senza annotarli nel promemoria,» osservò Mazza, pensoso. «Il fatto che conservasse in cassaforte una cassetta e non l’altra...»
«...potrebbe far pensare che i fascicoli contenuti nella seconda non avevano un valore tale da giustificarne la chiusura in sicurezza,» ammise Pierleoni, «ma questo non spiega il fatto che De Bellis abbia omesso di annotare proprio il prestito di quei documenti, mentre lo faceva puntigliosamente con tutti gli altri libri.»
«Forse erano talmente importanti da indurre De Bellis a nasconderli in un luogo ancor più recondito...»
«No, io credo che fossero talmente importanti da indurre qualcuno a sottrarli. È su questo che va fatta chiarezza, quindi è necessaria una verifica generale sulla documentazione.» Pierleoni si aprì in un sorriso disarmante. «Per questo mi sono rivolto a lei.»
Mazza si mosse a disagio sulla sedia. La prospettiva di trovarsi fra le mani quei manoscritti non poteva che allettarlo, ma continuava a sentirsi inquieto, sospeso in una bolla d’abulia che gli spegneva qualunque entusiamo.
«Lei dovrà solo esprimersi su ciò che è di sua competenza. Come vedrà, in casa di De Bellis ci sono molti quadri e raffigurazioni simboliche, anche ispirate a temi mitologici. E sul tetto c’è un piccolo telescopio, che sembra confermare la passione di De Bellis per le stelle. Che ne dice?»
«Interessante…»
«Bene. Allora chiamo il maresciallo Vinci alla stazione di Bordiano,» concluse soddisfatto il magistrato. «Lui l’accompagnerà per i necessari rilievi.» Diede un’occhiata all’orologio. «Se le va bene nel pomeriggio, intorno alle quindici...»
La schiena di Mazza fu percorsa da un brivido: qui lo si stava coinvolgendo nella storia di un morto ammazzato. Pensò subito di formulare un’obiezione garbata, ma ferma. Se necessario, avrebbe esibito il certificato medico che lo dichiarava inabile per almeno altri trenta giorni. «Dunque, oggi alle quindici...» articolò, «però vede, dottore...»
Pierleoni, già in linea col maresciallo Vinci, stava dettando disposizioni: «D’accordo, lei può attenderlo lì. La ringrazio, maresciallo. Appena sarò riuscito a liberarmi, vedrò di raggiungervi. A risentirci». Posato il ricevitore, tornò a inquadrarlo pimpante: «Il maresciallo sarà lì alle quindici. Già che ci siamo, potrei mostrarle quegli strani fogli che ho mandato alla perizia grafologica…».
«Be’, insomma…» fu tutto ciò che riuscì a dire, mentre qualcosa gli si arrotolava dentro il petto.