Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
Il soffio gelido
Dopo una notte di diluvio ininterrotto, si diffuse la notizia che il governo era caduto. L’imboscata era stata tesa da uno dei partiti della coalizione, che aveva aperto la crisi. Un fulmine a ciel sereno, un colpo imprevisto e traditore. Nelle prime edizioni dei giornali radio i commenti dei politici dell’opposizione si rincorrevano, amplificati da gongolanti giornalisti schierati. Già si parlava di nuovo corso, di rinnovamento; e qualcuno si spingeva a ventilare le possibili epurazioni.
Dopo aver sentito le ultime notizie, Guiducci entrò in ufficio urlando. Al centralino e nelle stanze adiacenti gli operatori interruppero il lavoro, lanciandosi reciprocamente occhiate smarrite: si preannunciava una giornata campale, come non se ne vedevano da tempo. Una forte apprensione serpeggiò fra le scrivanie, mitigata dalla vile consolazione che l’ira del capo non era rivolta contro di loro.
I giornali che trovò sul tavolo, con le debite segnalazioni dell’addetto stampa, non fecero che acuire la sua collera. Fu a un passo dal distruggere tutte le carte che aveva sulla scrivania, soprammobili compresi. E subito dopo, il litigio telefonico con la dottoressa Perini colmò la misura: il sostituto procuratore, che seguiva il caso dell’ultimo giovane lanciatosi dalla finestra, s’era dichiarato perplesso sulla dinamica del suicidio e, senza tante perifrasi, aveva messo in dubbio l’attendibilità dei testi ascoltati sul luogo.
Di fronte a tanta sfrontatezza, Guiducci diede fondo alla sua capacità d’autocontrollo. Ebbe un attacco di bile quando la magistrata insinuò che i rilievi di polizia erano stati consentiti solo dopo che erano state dissimulate situazioni compromettenti all’interno dei locali: con la voce arrochita dalla rabbia, Guiducci spiegò che ogni intrusione inquisitoria era un grave elemento perturbatore, che rendeva il suo lavoro ancora più difficile.
«Se domani scapperanno tre persone, o altre tre persone si suicideranno, sarà colpa vostra!» si sgolò inferocito. «Sapete benissimo che qui gli ospiti vivono il rapporto con le autorità in modo traumatico.»
«Guiducci, ho la vaga impressione che lei pensi di poter effettuare autonomamente tutti gli interventi di polizia e di poter gestire da sé tutte le morti, anche quelle sospette» replicò sprezzante la magistrata.
Guiducci digrignò i denti, stringendo la cornetta del telefono come se volesse spaccarla. «Dottoressa, mi ascolti bene. Molti dei ragazzi che io accolgo, e sottolineo che solo io sono disposto ad accogliere, sono dei pazzi, incapaci d’intendere e di volere: io cerco di salvarli, inserendoli in una comunità che si regge su regole precise. Se i suicidi si verificano in una città, a maggior ragione si possono verificare in una struttura come questa, piena di persone a rischio, spesso in condizioni psicologiche critiche. Lo capisce questo?»
Il colloquio si trascinò velenoso, finché la dottoressa Perini chiuse la comunicazione, non senza aver preannunciato l’apertura di un fascicolo d’indagine.
Dopo un quarto d’ora, mentre Guiducci stava rimuginando su quella nuova grana, arrivò la mazzata. Dal centralino erano riusciti a raggiungere il segretario particolare del ministro Brogi, che gli passarono prontamente. Con la voce rotta dallo sconforto, il portaborse confermò i timori di Guiducci: le presenze dei membri dell’esecutivo alle cerimonie ufficiali erano state annullate, per la crisi di governo. L’inaugurazione in pompa magna della struttura sanitaria della comunità sarebbe saltata.
Quando ripose il ricevitore, con un gesto lento e calibrato, Guiducci stette alcuni secondi ad accarezzarsi la barba, cercando di conservare il raziocinio. Per raccogliere le idee che gli si frangevano nel cervello come onde disordinate, riprese a sfogliare i giornali, girando le pagine con forza, quasi strappandole. Ripassò l’articolo sulla nuova campagna referendaria degli antiproibizionisti.
«Maledetti» borbottò fra sé. «Stramaledetti ignoranti. Se anche voi aveste figli tossici, la pensereste diversamente...»
La testa gli scoppiava, aveva bisogno di rinfrescarsi subito. Ordinò un giro di telefonate e corse in bagno.
Nelle ore che seguirono, le conferenze telefoniche furono frenetiche. Vennero allertate l’Associazione Genitori di Cesena e di Rimini, la Titanchem di San Marino, la Superpetroli di Ravenna; Guiducci inviò fax a redazioni di giornali e a uffici romani. Tutti gli appuntamenti furono annullati. Widmer, il suo autista e guardaspalle, venne convocato d’urgenza.
Nei giorni in cui Guiducci era infuriato, l’intera comunità viveva uno stato di totale contrizione. Nei reparti il lavoro procedeva in silenzio; nessuno parlava, tanto meno scherzava. Molti si sentivano colpevoli dello stato d’animo del patriarca, perché gli attacchi di cui era oggetto erano conseguenza delle battaglie coraggiose che portava avanti per la loro salvezza.
Quella mattina il senso di sgomento e preoccupazione s’era diffuso rapidamente. La coda dei ragazzi che volevano strappare al patriarca qualche concessione s’era dileguata, vista la situazione paurosamente sfavorevole. Chiedere una libera uscita, un paio di scarpe, o qualche altro privilegio, come poter vedere da soli un amico dell’altro sesso, era rischioso in giornate come quelle. Ogni petizione personale sarebbe stata considerata un tradimento verso il capo e la comunità intera: era inconcepibile lasciar emergere bisogni individuali proprio quando le cospirazioni contro la comunità e i suoi ospiti si facevano più concrete e pericolose, mettendone in gioco la vita stessa.
Come spesso accadeva in situazioni come quelle, si formò invece un’altra fila di ospiti che intendevano chiedere udienza a Guiducci perché s’erano sentiti invadere da incontenibili sensi di colpa che necessitavano di essere confessati. Giacché a Montevigliano era facilissimo andare contro le regole, costoro temevano che la sua furia fosse dovuta alla scoperta di peccati di egoismo o di lussuria che avevano commesso: alcune sigarette tenute di nascosto, baci concessi eludendo i controlli, dolci o cioccolata mangiati nonostante le proibizioni. Si diffuse così una sorta di sindrome dell’autodenuncia, alla quale poteva resistere solo chi aveva commesso i reati più gravi, quali congiunzioni carnali o ricadute nella droga.
Incurante di quel gruppo di penitenti, dopo aver lasciato l’ufficio Guiducci corse a sfogare la sua rabbia in cucina. Prese ad aggirarsi senza una parola lungo i banchi di preparazione e cottura, arrotolò alcune bistecche di manzo ancora crude e le fece sparire con ingordigia tra le fauci spalancate, masticandole a malapena. Bofonchiando a bocca piena, passò a vuotare un vassoio di ciliegie, ingurgitandole a manciate e ingoiandone i noccioli; poi fece fuori mezza cassetta di albicocche, snocciolandole una a una, stipandole in una mano e ficcandosele in bocca con gli occhi strabuzzati per l’agitazione.
Terminato il repulisti, tornò alla villa senza parlare con nessuno e senza diramare comunicati. Nella grande sala mensa, dove fu atteso invano, nessuno toccò cibo e le campanelle per i turni successivi non suonarono. Più di millecinquecento fra ospiti, operatori e responsabili di settore saltarono il pasto.
* * *
Luciano Antonelli in sala mensa non s’era nemmeno presentato. Non aveva appetito, e pareva che della sua assenza non si accorgesse nessuno. Dopo quello che era successo in chiesa, l’inquietudine che gli torceva le viscere si stava trasformando in autentico terrore. Ovunque si trovasse, continuava a sentire aliti gelidi soffiargli sulla nuca, al punto da doversi annodare un fazzoletto intorno al collo. Non sapendo a chi rivolgersi, era tornato a chiedere conforto a Giorgio Ceredi.
«Sento sempre una presenza dietro di me, che soffia, capisci?» piagnucolò afferrandogli il braccio.
«Càlmati. Ciò che appare non sempre è reale» lo tranquillizzò il prete. “Chiunque potrebbe approfittare del tuo stato per fare dell’illusionismo...»
«Ma chi può aver orchestrato tutto questo? E per quale motivo?» gemette Antonelli. Ceredi si perdeva dietro le sue teorie, mentre lui aveva bisogno di risposte.
«Ascolta. A quanto si dice, tu possiedi doti medianiche; potrebbe esserci qualcuno che specula su queste tue qualità per qualche suo scopo.»
«No, mi sembra assurdo. E poi, quale potrebbe essere lo scopo?»
«Non lo so. Ma stanno accadendo fatti gravi. Tu, in quella seduta, hai parlato di morte, e quel giorno hanno trovato morto De Bellis. Figura misteriosa, stando ai giornali. E ieri si è buttato dalla finestra quel ragazzo. Se non possiedi doti telepatiche, vuol dire che c’è qualcuno che ti conosce bene e ti manovra... e si serve di te per mandare messaggi. E forse...» Ceredi abbassò il tono di voce, «...dietro la morte del ragazzo c’è la stessa mano che ha assassinato De Bellis.»
Antonelli lo guardò, esterrefatto. «Ma cosa stai dicendo? Cerca di esser più chiaro, ti prego...»
«Gli ultimi avvenimenti sono inspiegabili solo per chi guarda senza vedere, per chi si ferma alle apparenze. Ma tu chiediti sempre, come insegnavano gli antichi romani: cui prodest? Se capisci a chi giova tutto questo, avrai trovato il burattinaio e il suo proposito.»
«Il burattinaio… Ma io che c’entro, come faccio a capirlo? E come fa il burattinaio a far succedere le cose che mi succedono?»
«Forse qualcuno ti sta studiando, magari da un po’, e conosce le tue abitudini. Per esempio, quando ieri sei andato in chiesa, forse sapeva già che ci saresti andato. T’ha seguito e non ha fatto altro che attendere che t’immergessi nelle tue meditazioni. Poi, ha agito. Non occorreva grande abilità, se ci pensi.»
«E ti sembra un trucco illusionistico anche quello che m’è successo poco fa?»
«Ma questo l’hai poi visto veramente? Ne sei certo?” tergiversò il prete, studiandolo con un sorriso di comprensione. «Forse ti stavi assopendo, e hai visto immagini che ti sono apparse reali. Capita, quando si è in uno stato di semincoscienza...»
«Ma se ti dico che ero nel mio ufficio e stavo leggendo dei rendiconti sulla comunità di Pietramora! Cosa ti fa pensare che stessi dormendo?»
«Be’, la stanchezza, la noia di quei resoconti potrebbero... e poi non sostengo che dormissi, ma che fossi tra il sonno e la veglia.»
«No, no. Ero semplicemente concentrato su quei documenti e t’assicuro che non ho sentito entrare nessuno. A un certo momento ho avuto l’impressione di essere osservato, e ho udito un respiro affannoso. Ho alzato gli occhi e ho visto Alberico vicino alla finestra, in controluce.»
«Appunto, ancora Alberico...»
«Era lui, ti dico» s’agitò Antonelli. «Con la luce alle spalle la sua figura sembrava tutta scura, e non ho potuto distinguere com’era vestito. Ma sono sicuro che era lui. L’ho riconosciuto subito, tant’è che non gli ho neppure chiesto chi fosse e l’ho salutato col suo nome.»
«È naturale che tu pronunci il nome di colui che ti sembra di vedere. Ma quando la sorgente di luce è alle spalle di ciò che guardiamo, non vediamo il loro aspetto e la fantasia può avere buon gioco.»
«Insomma, tu non mi vuoi credere.» Antonelli si sentì sull’orlo dell’esasperazione. «Secondo te, io passo le giornate nel dormiveglia, o ad avere allucinazioni, ma non sono rimbambito, sto solo passando un brutto periodo, hai capito? E poi, se non era lui, chi era? Gli ho anche parlato.»
«E che gli hai detto?»
«Gli ho detto che mi faceva piacere vederlo. Gli ho chiesto come mai fosse qui, e se avesse bisogno di qualcosa.»
«E lui?»
«Niente. Rimaneva fermo e non rispondeva. Allora ho fatto per alzarmi e andargli incontro, ma lui ha subito allungato una mano, come per fermarmi. E poi, in un sussurro ha detto... ed era la sua voce, te l’assicuro... che mi avrebbe aiutato a fare giustizia e a combattere la tirannia del malvagio.»
«Il malvagio?»
«Sì. Chi intendi per malvagio, gli ho chiesto. Lui ha risposto che il malvagio era lì, alle mie spalle, intento a pregare per il suo interesse. Mi son girato di scatto, ma non ho visto nessuno, e quando son tornato a voltarmi anche lui se n’era andato. Sparito.»
«Luciano, hai bisogno di riposo. Dammi retta...»
«Forse, ma non è questo il punto. Dopo che è scomparso ho riflettuto, ho ragionato su quella frase. Alle mie spalle, quando sono seduto alla scrivania, c’è la chiesa. Secondo lui, il malvagio doveva essere lì. Allora sono uscito e mi ci sono precipitato, e lui era lì, inginocchiato a pregare.»
«Chi?»
«Guiducci.»
Il prete tacque, guardandolo fisso. «Strano, non ci va mai in chiesa... ma oggi, furioso com’è, doveva averne motivo...» Stette un po’ pensoso, poi si riscosse. «Ascoltami, Luciano, lascia perdere. Tu eri molto affezionato ad Alberico, correggimi se sbaglio. E continui a piangere per lui, e a parlargli, e questo non è bene, perché non bisogna pensare ai morti e piangerli troppo, altrimenti le loro anime non riescono ad andarsene dalla terra e rimangono a vagare in questi luoghi. Non lo sapevi? Non te le hanno mai dette, i vecchi, queste cose?»
«Sì, ma mi sembrano stronzate...»
«No. Queste considerazioni sembrano ingenue, ma rivelano la saggezza popolare, sono spiegazioni semplici di fenomeni complessi. Anche quando qualcuno si recava troppo spesso al cimitero dicevano che non era cosa buona, perché le anime non riuscivano ad andarsene visto che c’era qualcuno che le chiamava e le tratteneva quaggiù. È un esempio sciocco, ma quello che t’è successo nella seduta spiritica, forse, è un segnale. Devi impedire che un’idea fissa, un’ossessione, ti sconvolga la mente. Il vero problema, in realtà, non è quello di liberare le anime dei morti dal richiamo dei vivi, ma al contrario di liberare i vivi dall’oppressione del pensiero dei morti.»
«Quindi, devo liberarmi» disse Luciano con un filo di voce.
«Sì, che devi liberarti. E ti consiglio di pregare, è molto utile.»
«Sì. Grazie, Giorgio…»
Ma i consigli del prete non l’avevano sollevato granché. Mentre se ne andava, il pensiero che qualcuno organizzasse messe in scena per fiaccarlo e farlo fuori riattizzò la sua angoscia. Ripassò davanti alla chiesa e si fermò alla porta d’ingresso, esitante. Fece per entrare, quando un improvviso refolo di aria gelida gli turbinò intorno al collo e gli lambì le orecchie.
(14 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl - Milano
Prosegue la pubblicazione delle Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz, tradotte da Gianni Rigulfi. La fonte è sempre l’opuscolo rinvenuto – insieme a un pacco di quaderni autografi – in un vecchio baule di costumi che riposa in soffitta, fra plastici e castelli di legno con cui si giocava da piccoli, gabbie di uccelli, sedie spaccate e dormeuse zoppe. La copertina è grigia, in cartone ruvido che lascia strane impressioni nei polpastrelli.
Sullo scrittore ispano-americano si hanno scarsissime notizie, e la fantomatica bibliografia – che pure deve esistere – rendono la sua figura ancora indefinita. Ma, scartabellando fra i quaderni – pieni di riferimenti paratestuali come annotazioni a margine, disegni a china e acquerellati – ho trovato un nome di donna: María Luisa Bombal.
Non ci è voluto molto per scoprire che María Luisa Bombal era una scrittrice cilena vissuta fra il 1910 e il 1980, tra Parigi, Buenos Aires e New York. Pare che Jorge Luis Borges l’annoverasse fra “i migliori nomi” del continente latinoamericano: ma è ancora tutto da verificare.
L’indagine continua.
X
Passato ineludibile
cartilaginosa memoria.
Nel Cheshire solo
gatti così.
L’acqua mai la stessa
recò un fiore sconosciuto.
XI
Metafora manichea
Notte di qualità artica
crogiolo di istrioniche pene.
Tafani pensieri distoglie
l’opima vacca Alba.
XII
Se anche, strappatomi il cuore, fra le mani, alla luce come chi sceglie un frutto, tu lo guardassi, non progrediresti certo in un’intima conoscenza. Se nelle mie rughe, come negli anelli di un tronco, tu indovinassi gli inverni rigidi, ancora non faresti progressi, né ne faresti conoscendo a memoria le costellazioni di nei sulla mia pelle.
Se all’improvviso, come un pesce in secca che con un guizzo riconquista l’acqua, come una mosca che spezza la ragnatela io riuscissi a fuggire, ad allontanarmi, allora tu incontreresti, col naso in aria mentre rimiri il sole tra le foglie, una tagliola persa nel bosco.
(Foto di Thomas Hawk/Flickr.com – 31 gen. 2006)
Poco tempo fa, nelle mie postille, ho accennato alle descrizioni che troviamo in certi romanzi. Quelle che, secondo alcuni, “si tende a saltare”: cioè che vengono spesso evitate dai lettori non troppo devoti all’esercizio letterario. Naturalmente, ci si riferisce a un certo tipo di romanzi, specialmente di genere, o che comunque mantengono un’impronta popolare.
Quest’idea mi ha fatto pensare ai romanzi ottocenteschi del realismo francese, alla Balzac, e a ciò che li differenzia da quelli del naturalismo di émile Zola. Questi autori, infatti, fanno un uso molto differente della descrizione. Si può dire (senza voler scandalizzare nessuno, per carità) che il romanzo realista ha una dominante narrativa, mentre quello naturalista ha una dominante descrittiva.
Per esempio: nel realismo di Balzac le descrizioni sono concentriche, passano dal generale al particolare, e lo fanno per preparare il terreno e fare da struttura portante alla narrazione degli eventi, allo svolgersi dell’azione che seguirà.
Dunque, si descrive per poter raccontare l’azione: la descrizione è al servizio dell’azione. E, visto che le sue descrizioni sono narrativamente funzionali, hanno un ruolo subalterno al racconto. Di conseguenza, ogni particolare dev’essere funzionale a ciò che accadrà, e nella storia non dovrebbero essere inseriti particolari “narrativamente” inutili.
Per questo, spesso accade che il tempo del racconto (cioè il tempo impiegato a leggere la descrizione) è superiore a quello della storia (il tempo in cui realmente si svolge l’azione): si hanno così delle pause descrittive. In concreto, succede che l’azione, per svolgersi, deve “attendere” che sia finita la descrizione.
Per Zola invece, massima espressione del romanzo naturalista francese, ogni pausa di questo genere denuncia l’artificio letterario, cioè tradisce l’intrusione del narratore nel testo. Secondo lui, la presenza dell’io narrante dovrebbe sparire, o ridursi al minimo. E devono ampliarsi le sezioni descrittive, per chiarire l’influenza dell’ambiente su personaggi e vicende. La sua polemica contro gli artifici della letteratura riguarda soprattutto le contorsioni della trama: le quali, se vengono ridotte, lasciano spazio a maggiori espansioni descrittive.
In questo senso, lo svolgersi degli eventi narrati si mette al servizio della descrizione naturalistica di ciò che sta intorno. Questo perché il narratore non deve (come invece avviene in Balzac, o in Manzoni) intervenire personalmente nel romanzo, guardando le cose coi suoi occhi; devono essere le componenti del romanzo a raccontarsi da sé, senza l’intervento dell’autore.
Si arriva al quasi-paradosso in cui certe sequenze di azioni e certi movimenti di personaggi avvengono solo in funzione della descrizione che si deve fare. Ad esempio: se si deve descrivere il volto di un peronaggio, si fa in modo che venga a trovarsi davanti a uno specchio, perché non è ammesso che sia il narratore esterno, e onnisciente, a raccontarlo. Quindi, verrà creata una sequenza ad hoc, in cui il personaggio in questione va davanti allo specchio e si guarda, perché possa avvenirne la descrizione attraverso i suoi occhi.
La “funzione-sguardo”, insomma, dev’essere sempre delegata a un personaggio. E ogni volta bisogna creare una motivazione narrativa (psicologicamente plausibile) che gli consenta di soffermarsi sull’oggetto da descrivere. Quindi, abbiamo la narrazione al servizio della descrizione.
Così, la descrizione naturalista necessita sempre di un personaggio che presti il suo sguardo al narratore, e si tratterà di un personaggio vuoto, privo di una spiccata individualità e disposto a ricevere passivamente gli stimoli esterni. In genere, un personaggio poco dotato della capacità di realizzare i suoi desideri. Un personaggio che, facendo da tramite fra il narratore e la porzione di reale da descrivere, non interviene attivamente sull’ambiente che lo circonda, ma si limita a registrare, senza modificare le sue condizioni di esistenza.
Ma in realtà non è di questo che volevo parlare: mi son fatto prendere la mano.
Volevo parlare del tipo di descrizioni a cui avevo già accennato, quelle che tendono ad essere saltate dal lettore, soprattutto nei testi che si basano sulle risorse della suspense.
Per esempio, il primo capolavoro di Honoré de Balzac (1799-1850), Gli Chouans (1829), è ancora segnato dai canoni e dai luoghi comuni della produzione popolare di feuilletons. Il libro, ambientato nel 1799, si apre sulla marcia da Fougéres a Mayenne compiuta da una colonna di soldati repubblicani. Quando stanno per varcare i confini della Bretagna, il comportamento recalcitrante delle reclute fa sospettare al capitano Hulot che stia per scatenarsi un attacco degli Chouans, i ribelli controrivoluzionari.
A questo punto, la suspense viene alimentata dal moltiplicarsi degli indizi inquietanti. Quando la tensione è al colmo, sulla scena compare un sinistro personaggio, sicuramente legato ai ribelli; che, per qualche oscuro motivo, si presenta al capitano Hulot. Con quale intento? Per tendere un tranello? Per scendere a patti?
Proprio quando la curiosità del lettore è massima, arriva una descrizione dettagliatissima dello sconosciuto, che si scoprirà essere il sanguinario Marche-à-Terre. Il lettore, come si può immaginare, vuole vederci chiaro sulle intenzioni dello sconosciuto: tutto quell’interesse per l’abbigliamento esotico e l’aspetto feroce dello Chouan non può competere con l’inquietudine per le sorti della colonna di Hulot. Così, il lettore tende a scorrere velocemente il brano descrittivo, o a saltarlo. L’inserimento dell’ostacolo descrittivo, qui, acuisce l’impazienza (che, al limite, può diventare irritazione), ottenendo per contrasto un forte effetto di suspense: la noia causata da quell’interruzione accresce le aspettative dell’azione.
Superfluo aggiungere che, puntualmente, l’imboscata avrà luogo.
In casi come questo, Balzac sfrutta l’espediente narrativo del ritardare il compimento dell’azione principale con l’inserimento di zeppe digressive, soprattutto descrizioni. La critica è solita definirlo tecnica del ritardo, e individua le sue prime espressioni addirittura nell’epica antica, visto che la struttura dei poemi omerici non prevede una scansione serrata delle azioni, ma tende invece a disperdersi in molte direzioni.
Sono i brani descrittivi – seppure in Omero non così frequenti – che contribuiscono a fornire, insieme agli episodi secondari, questa impressione di rallentamento della trama.
Bibliografia: Pierluigi Pellini, La descrizione, Editori Laterza 1998.
Poco più di un anno fa, su Il Sole 24 Ore Domenica apparve un articolo di Stefano Salis intitolato “Ho scritto un libro. Grazie tante!”, in cui si stigmatizzava un vezzo divenuto assai di moda fra gli scrittori, e più in generale fra chi pubblica un libro: la cosiddetta “sindrome da Thanksgiving”.
Leggiamo:
La malattia è arrivata dritta dritta dagli Stati Uniti: si diffonde, pare, per contatto (anche solo visivo) con le pagine dei libri, soprattutto le ultime. Pochi riescono a restarne immuni. E figurarsi in Italia, dove un po’ l’invidia e un po’ il non-siamo-certo-da-meno-di sta producendo effetti devastanti.
I sintomi si manifesterebbero con la comparsa, nelle ultime (o nelle prime) pagine di una profusione di “Ringraziamenti”. Giudicati, spesso, ridicoli:
Intanto perché i “ringraziati” sono quasi sempre gli stessi. Prima di tutti l’editor, l’agente letterario e, addirittura, l’editore. Confondendo così il ruolo professionale (costoro correggono, suggeriscono, rivedono proprio perché questo è il loro lavoro) con la vita privata. Eppure basterebbe un invito a cena, un bigliettino , una telefonata, anche solo uno sguardo.
Alla Minimumfax (che le novità le sanno fiutare, eccome), hanno poi sublimato il ringraziamento a chi il libro “lo fa” con i “Titoli di coda”. Tutti quelli che lavorano in casa editrice al momento di andare in stampa sono debitamente nominati in fondo al libro. Cosa faccia però un “Party manager” e che peso abbia nella costruzione di un romanzo, resta ancora un mistero.
[…]
Ma oramai il delirio febbrile è incontenibile, gli effetti collaterali assolutamente comici. E va bene finché ringrazi tua moglie (o tuo marito) perché ti ha portato il caffè mentre tu sbattevi inutilmente contro la pagina (guardandoti con compassione, ma questo non lo si scrive…), ma ci sono autori che arrivano a ringraziare gli animali, i fiori, il cielo, la pioggia…
Non parliamo dei nomi. In Italia ci sarebbe da fare una vera e propria classifica delle nomination (Sergio Perroni, Elisabetta Sgarbi, Rosaria Carpinelli sbaragliano la concorrenza). O delle motivazioni. Grazie per la pazienza, grazie per l’entusiasmo, grazie perché ci sei, grazie per le acute annotazioni, grazie per le informazioni, grazie bambini perché siete bambini, grazie della passeggiata, grazie di quella mattina, grazie della partaccia, grazie del bel pranzetto, fino ai metafisici grazie… «per tutto».
Fu il giovane scrittore americano Dave Eggers, nuova stella del firmamento letterario, a fare del ringraziamento una forma di letteratura umoristica. Fra le altre cose, Eggers rivelava (ringraziandoli, ovviamente) di non aver mai saputo che Evelyn Waugh fosse un uomo e George Eliot una donna.
E qui da noi?
Alessandro Baricco ringrazia pure lui tutti: chi gli fa le copertine del libro (belle!), chi gli manda le videocassette (gratis!, grazie!), perfino gli editori che pubblicano i suoi amici! Poi, siccome si accorge di star usando troppi esclamativi, beh, e che c’è di male? È colpa di Vonnegut, che lo induce a pensare ai punti esclamativi. E dunque grazie, grazie caro vecchio Kurt, per questi esclamativi che in tuo onore spargo impunemente sulla pagina… Se non altro Baricco, e non si sa come (ma, forse, sano senso del ridicolo…) ha trovato gli anticorpi e l’antidoto giusto alla “sindrome da Thanksgiving”. Ultime righe delle sue tre pagine (solo tre, ahi ahi…) di ringraziamenti: «Ho deciso in questo istante che dal prossimo libro non scrivo più i ringraziamenti».
Meno male. Anzi: grazie, Baricco.
Da parte mia, naturalmente, nessuna intenzione di schierarmi dalla parte dell’autore dell’articolo: ciascuno è libero di ringraziare chi vuole. Ho solo segnalato un fenomeno che, come tutti i fenomeni, ha le sue dinamiche.
(elaborato da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 20 nov. 2005)
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
Lo studio del professor De Bellis
Nel prendere possesso dello studio del professor De Bellis, Mazza si piazzò sul banco di consultazione, sistemò i suoi quaderni per appunti da una parte e le scatole coi documenti dall’altra, e si mise a scartabellare le schede dell’archivio.
La biblioteca comprendeva libri di tutti i generi, fra cui diverse edizioni in lingua francese e molti testi interessanti. Sfogliò alcuni tomi del Nuovo Dizionario Istorico del 1796, compulsò alcuni trattati ottocenteschi di botanica, erboristeria e anatomia debitamente illustrati. Nella sezione contrassegnata AL trovò, fra gli altri, gli studi di Holmyard sul Geber, i trattati del Wirth, i due testi del leggendario Fulcanelli e quelli del suo allievo Canseliet. Scorrendo i titoli fra le diverse collocazioni, notò La grande triade del Guénon, i sei volumi della History of magic and experimental science di Thorndike, l’opera omnia di Wilhelm Reich, Le taoisme di Maspéro.
Mazza lasciò che la sua curiosità disordinata si placasse, quindi s’appoggiò allo schienale della poltroncina e guardò fuori della finestra. La vegetazione frusciava irrequieta, scossa dal vento, che stava portando una massa di nuvolaglia scura.
Il maresciallo Vinci si affacciò alla porta dello studio e l’avvisò: «Cambia il tempo. Lei deve sistemare qualcosa a casa?».
Mazza fece mente locale per un attimo. «No, direi... non ho panni stesi, e ho chiuso tutto.»
«Vuole venir di sopra a vedere il cannocchiale, prima che piova?»
«Sì, volentieri.»
Il maresciallo lo condusse su per una scala a chiocciola, nascosta dietro la porta d’una camera da letto, che portava a un terrazzino incassato nel tetto sul retro della casa. Al centro dell’altana, su un treppiede, era piazzato un piccolo telescopio astronomico grigio; intorno, alcune sedioline in tela. Mazza infilò lo sguardo negli oculari e puntò il cannocchiale verso il cielo, vedendo solo nuvole cariche di pioggia.
«Cribbio, ma sta venendo un temporale coi fiocchi» disse, facendolo ruotare di trecentosessanta gradi. «Qui, si bagnerà...»
«C’è la copertura.» Il maresciallo gli mostrò una tenda da esterno che poteva esser tirata sul terrazzino.
«Ah, bene. Quindi, questo De Bellis guardava le stelle. Doveva essere un appassio-nato.»
«A quanto pare» disse il maresciallo, stendendo la copertura.
Tornato di sotto, Mazza riprese posto al tavolone della biblioteca. Cominciò a lisciarsi la testa, mentre valutava il materiale che aveva di fronte. Prese le antiche carte stellari e ne riunì con attenzione i vari pezzi, studiando lo schema delle costellazioni. Erano esemplari davvero notevoli. Agli angoli erano disegnati i quattro elementi, i sette pianeti, antiche divinità, alcuni paesaggi e scritte scolorite. All’interno dell’emisfero erano distribuite le costellazioni nella loro immagine tradizionale; le stelle erano identificate con un numero e con la loro misura.
La Stella polare, perno dell’emisfero, era la prima stella del timone del Piccolo carro, ovvero della coda dell’Ursa minor. La costellazione era raffigurata come una piccola orsa, ma in realtà sembrava un cane, in accordo con la tradizione greca, che ci vedeva il cane della costellazione finitima di Bootes, il mandriano dei buoi. L’Ursa maior campeggiava sulla sinistra, con le sette stelle più luminose a formare il grande carro. Gli arabi ci vedevano una cassa da morto seguita da tre prefiche, mentre per i latini erano sette buoi che vagavano, septem triones, da cui il nome di settentrione imposto alla parte boreale del cielo. Altre quattordici stelle completavano la figura dell’orsa. A dividere le due orse, le spire del lunghissimo Draco, il custode del giardino degli dèi dove crescevano i pomi d’oro. Lunga e complicata, la costellazione s’estendeva fino al Cigno e alla Lira. Attorno al polo celeste c’era un assembramento di figure: un possente Ercole armato di clava poggiava un piede sulla testa del Drago e l’altro su quella di Bootes; la mano sinistra dell’eroe toccava la Lira, mentre sul corpo centrale del Drago s’addossavano la figura di Cefeo e quella del Cigno. In grande evidenza era la luminosissima Vega, “l’aquila in picchiata”, astro principale della costellazione della Lira. Su una natica di Ercole poggiava la Corona boreale.
Tutt’intorno si disponevano gli altri abitanti del nostro cielo: la regina d’Etiopia Cassiopea seduta in trono, Andromeda incatenata, Pega-so, Perseo che brandiva la spada con la mano destra e la testa della Medusa con la sinistra, il fiume antropomorfizzato Eridano. E poi il Triangolo, il Cavallino, il Delfino, la Freccia, l’Aquila. E il Serpente, l’unica costellazione divisa in due parti, serpens caput e serpens cauda, separate da Ofiuco. L’eclittica contornava il cerchio, e le immagini zodiacali vi si sgranavano sopra come in un rosario.
Mazza riordinò con delicatezza quei fogli consunti, li ripose nella scatola e passò agli altri volumi. Aprì la copertina nera del Saturnia Regna in aurea saecula conversa, un piccolo trattato di alchimia che risultava stampato a Parigi nel 1657. Conteneva sessantasei brevi insegnamenti sull’Arte Regia, più un’appendice di trentasei sentenze e alcune pagine di avvertenze operative.
Dopo aver dato una scorsa all’opuscolo, lo mise da parte e prese il volume in marocchino. Tornò a studiarne la legatura: era sicuramente stata rifatta nel Settecento. Prese una riga e misurò alcune pagine, annotando i riscontri su uno dei quaderni d’appunti. Studiò il frontespizio. Obscura mens in naturalium rerum mutatione, sive Arcana summa quae canonici Augustiniani Bridlingtoniensis Georgii Riplei Liber duodecim Portarum celat, iuxta philosophiae disciplinam explicata, era il titolo. A piè di pagina erano riportati il luogo, il nome dello stampatore e l’anno: Basileae, apud Petrum Pernam, m.d.lxvii.
Passò a esaminare la crittografia inserita fra le il testo e le tavole xilografate. Erano sedici facciate di quadratini e triangoli, e segmenti rettilinei e obliqui, constatò avvilito. Guardò i fogli in controluce per cercarne la filigrana, aiutandosi con una lente d’ingrandimento, e trovò tre cerchi tangenti l’uno all’altro sovrapposti in verticale; quello superiore era sormontato da una coroncina a tre apici, quello centrale conteneva la figura d’un uccello e quello inferiore le iniziali del cartaio.
L’arrivo di Pierleoni lo interruppe. Il magistrato gli strinse la mano e s’accomodò sbuffando alla scrivania dello studio. Estrasse con fare assorto alcune cartelle dalla borsa, poi gli rivolse uno sguardo interrogativo: «Allora, come procedono le cose?».
«Stavo appunto esaminando questi libri... interessantissimi, senza dubbio. Ora si tratta di vedere questa benedetta crittografia.»
In quel momento il maresciallo Vinci s’affacciò alla porta, e il magistrato gli chiese di fare il punto sull’inventario dell’archivio. Mentre i due scartabellavano i loro elenchi, Mazza ne approfittò per sgranchirsi le gambe intorpidite. Quando s’alzò, sentì la testa ronzargli leggermente, e si rese conto di quanto desiderava potersi riposare. Camminò fino alla stanza ottagonale, e tornò a guardare le vivaci policromie dei quadri a tema mitologico. I dipinti risultavano eseguiti alcuni anni prima, tutti dallo stesso autore: su ciascuno, nell’angolo sinistro, lesse la firma “Vannu”. Si trattava di Daniele Vannucci, il pittore che viveva su un poggiolo nei dintorni di Bordiano, in una vecchia chiesa sconsacrata.
Fuori piovigginava, e l’odore d’erba bagnata che entrava dalla porta finestra gli punse le narici. Percorse il perimetro della stanza, tornando a notare quanto il soffitto fosse singolarmente basso: probabilmente, in una sala così grande anche una misura regolare sarebbe sembrata anomala. Ripensò alle frasi scritte nelle prime pagine del fascicolo di De Bellis siglato PR-1: Cercare i significati, se ricordava bene, e Nel regno dei simboli, o qualcosa del genere. Di simboli e significati se ne potevano trovare più d’uno in quella sala. Innanzitutto, la forma ottagonale era di per sé allusiva.
L’otto è il numero dell’equilibrio cosmico, constatò; otto sono le direzioni cardinali unite alle direzioni intermedie, e le punte della rosa dei venti. Però, essendo la stanza aperta da un lato, le pareti erano effettivamente sette. I sette giorni della settimana, i sette cieli dove abitano gli ordini angelici, i sette pianeti tradizionali, le sette Esperidi, le sette porte di Tebe, le sette corde della lira, i sette colori dell’arcobaleno furono le prime cose che gli vennero in mente. E poi, si disse, sette è la somma delle virtù cardinali e delle virtù teologali, per non parlare del libro dell’Apocalisse: le sette trombe, le sette chiese, le sette stelle, i sette sigilli, le sette teste, i sette flagelli, i sette tuoni, i sette re... senza contare che il numero sette, nell’Antico Testamento, compare settantasette volte.
Incuriosito, andò a contare i gradini che portavano all’ingresso: erano cinque. Il cinque corrisponde al punto medio dei primi nove numeri, seguitò a speculare, ed è uguale alla somma del primo numero pari con il primo numero dispari: cifra simbolizzante il centro, l’armonia e l’equilibrio, e segno di unione; numero nuziale, secondo i pitagorici. Il cinque è il simbolo dell’uomo, che a braccia e gambe aperte appare come una costruzione a cinque parti; cinque sono i sensi, e quindi le forme sensibili della materia; la quinta essenza degli alchimisti, poi, era il coronamento delle scomposizioni e ricomposizioni dei quattro elementi. Cinque erano le età mitiche di Esiodo.
Mazza s’interrogò anche sul numero quattro: quattro sono le pareti dove sono appesi i quadri, e con quel numero non c’è da scherzare. I quattro punti cardinali, i quattro venti, i quattro pilastri dell’universo; quattro sono le stagioni, le fasi della luna, gli elementi, i fiumi del paradiso, le lettere del nome di Dio e di quello del primo uomo, i bracci della croce, gli evangelisti; nelle ricorrenze dell’Apocalisse, poi, si trovano i quattro angoli della terra, i quattro cavalieri, i quattro flagelli, i quattro angeli distruttori... E le vetrate? Erano tre. Addio, pensò sconsolato: qui si comincia con la Santa Trinità e si va a finire alle tre suddivisioni della grande opera degli alchimisti, l’opera al nero, l’opera al bianco e l’opera al rosso, nonché ai tre agenti, zolfo, mercurio e sale.
Decise di abbandonare la pista dei simbolismi. Era una di quelle vie che, una volta imboccata, avrebbe potuto condurre a nulla e ovunque.
Dopo poco, Pierleoni lo mandò a chiamare. Il magistrato stese davanti a sé i fogli degli inventari e gli espose le priorità che avrebbe dovuto seguire per l’esame dei documenti. Innanzitutto, bisognava decrittare le carte di De Bellis; in secondo luogo, esaminare l’argomento trattato dal fascicolo siglato PR-1, per valutare se quella serie di documenti poteva essere così interessante da indurre qualcuno a sottrarli. Questo, superfluo dirlo, era essenziale per poter individuare una pista attendibile.
«Gli elementi raccolti finora indicano direzioni diverse,» disse Pierleoni, «anche se, per ora, i due fuggiaschi dalla comunità restano i maggiori indiziati.» Prese un plico di carta marroncina della Procura della Repubblica e lo porse a Mazza. «Ecco le fotografie del manoscritto cifrato che aveva chiesto.»
«Grazie. Così non dovrò portare a casa molto materiale. Le crittografie di De Bellis, invece...»
Il magistrato gli porse un’altra busta sigillata: «Ecco, intanto potrà esaminare queste usate per la perizia calligrafica; le altre, per il momento, possiamo lasciarle al loro posto».
«Bene. Riterrei allora di dover prelevare solo un paio di cose... il fascicolo dattiloscritto, naturalmente, e... questo quaderno d’appunti» disse, indicando il manoscritto settecentesco. Prese la vecchia cartella di cuoio e l’aprì, sfogliando alcune pagine ingiallite. «Ho notato che su certi fogli De Bellis ha scritto a lapis diverse note a margine...»
«Sì, l’abbiamo riscontrato.»
«E alcune fanno riferimento a quei fascicoli fantasma, vede?» Mazza ne indicò alcune, scritte con una matita morbida nella chiara grafia del professore, che rimandavano ai documenti PR-2 e PR-3.
«Ho notato. Quindi dev’esserci un collegamento preciso fra questo manoscritto e i documenti che non abbiamo trovato.» Pierleoni rimase assorto, assottigliando lo sguardo, poi s’appoggiò allo schienale e intrecciò le mani dietro la testa. «Bisogna assolutamente scoprirlo. Ho la netta sensazione che sia fondamentale per imboccare la pista giusta.»
Detto questo, si sporse in avanti e prese dalla borsa alcuni formulari. «Bene, e ora al lavoro. Cominciamo a inventariare le cose che prende in consegna.»
(13 – continua)
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