OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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mercoledì, 28 febbraio 2007
La mia collezione di incipit

BONNARD_cop2 
Domani è il 1° marzo, e a metà del mese uscirà il mio romanzo Mistero Etrusco, edito da Sylvestre Bonnard.
 
 
frutterolucentiniQuesto mi fa pensare al romanzo italiano che forse mi ha segnato di più: La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, pubblicato per la prima volta nel 1972.
È un giallo ambientato a Torino, il primo scritto a quattro mani dagli autori, che divenne un bellissimo film di Luigi Comencini. Due omicidi e la città con le sue piazze, i suoi portici, i vecchi palazzi, le abitudini e le fissazioni della piccola e alta borghesia: oltre che un giallo in piena regola, un vigoroso “spaccato” sociale della città considerata fra le più segrete e paradossali d’Italia.
 
Ecco l’incipit:
 
Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio. Mentre la sua mano, maldestra per impazienza, risaliva lungo le anse del cordoncino cercando l’interruttore, l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiaro sintomo di nervosismo, di apprensione.
 
Ho sempre considerato questo brano formidabile, e da allora mi sono innamorato degli incipit. Li considero importantissimi, il biglietto d’ingresso che dovrebbe introdurre il lettore nell’atmosfera dei libri.
Ne La donna nella domenica, Fruttero e Lucentini inserirono nell’indice in fondo al libro l’elenco degli incipit (come segmenti di frase) di ciascun capitolo. Dieci capitoli, dieci incipit: la loro lettura crea da sé un’atmosfera che sembra volerci introdurre al romanzo. Eccoli:
 
I.                 Il martedì di giugno in cui
II.               Un fioretto, pensò Anna Carla
III.            Sul controviale, otto operai
IV.             Santamaria entrò in punta di piedi
V.               A questo punto, a pochi metri dal portone
VI.             I locali della Galleria
VII.          Un’ora prima che la sveglia suonasse
VIII.       This, disse l’americanista
IX.             La legge, pensò il commissario
X.                L’idea venne al commissario la domenica
 
In qualche romanzo successivo, Fruttero e Lucentini non si limitarono a riportare gli incipit dei soli capitoli, ma li moltiplicarono, mettendo quelli di tutti i sottocapitoli in cui era diviso ciascun capitolo: crearono un effetto molto accattivante, che mi conquistò senza riserve.
 
BONNARD_cop2Così, mentre scrivevo Mistero Etrusco, costruivo accuratamente la mia collezione degli incipit di ciascun sottocapitolo: mi piaceva moltissimo, al punto che trovare il giusto incipit funzionava come avviamento per scrivere l’intera scena che avevo in mente.
Così, a romanzo finito, mi ritrovai con un sommario dettagliato che elencava, oltre al titolo di ciascun capitolo, anche tutti i monconi di frase che davano inizio a ogni scena. Ad esempio:
 
I. Un antico inginocchiatoio
1. Quando mise mano all’antico inginocchiatoio – 2. Lungo l’intestino di corridoi che si snodava – 3. La grande chioma a ombrello – 4. Dalle finestre che s’affacciavano sul corso – 5. Da più di un’ora gli stormi di rondoni – 6. Dopo esserci grattato il braccio
 
Era un sommario molto corposo, trattandosi di undici capitoli, che creava un’atmosfera particolare. Ma sapevo che non sarebbe servito, perché è una pratica quasi sconosciuta, che difficilmente un editore avrebbe accettato.
Quanto al titolo, non lo cercai nemmeno: siccome so che lo sceglie comunque l’editore, non mi sforzai di trovare un titolo originale. Gliene affibbiai uno provvisorio, specificando questa sua provvisorietà. Siccome è un giallo archeologico che ruota intorno a uno scavo etrusco, lo intitolai Mistero etrusco: nulla di più elementare. In attesa, naturalmente, del titolo vero.
E poi, come ogni giallo che si rispetti, inserii l’elenco di tutti i personaggi che sarebbero apparsi.
 
Bene, al momento di pubblicare accadde l’incredibile: non solo l’editore considerò perfetto il titolo provvisorio, ma volle inserire tutto l’elenco dei personaggi.
E non solo: gli piacque persino la collezione di incipit, che quindi è interamente riportata nel sommario alle prime pagine del libro. Praticamente, ci sono due pagine di personaggi più due pagine e mezzo di sommario!
Roba da matti.
 
Così, mi son fatto mandare dall’editore in formato pdf le prime 11 pagine del libro, dove ci sono i personaggi, la magnifica collezione di incipit e l’inizio del romanzo.
Mistero EtruscoLo potete scaricare qui oppure a destra, per avere subito un assaggio.
 
 
Paolo Ferrucci, Mistero Etrusco, Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2007, 352 pp. – 18,00 €  (in uscita a metà marzo)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (48)
romanzo, mistero etrusco

martedì, 27 febbraio 2007
Il genio come facoltà traspositiva

marcel-proust_16anni_nadarIl genio, e anche il grande ingegno, più che da elementi intellettuali e di raffinatezza sociale superiore a quelli degli altri, proviene dalla facoltà di trasporre tali elementi. Per riscaldare il liquido di una lampadina elettrica, non occorre avere la più forte lampadina possibile, ma una la cui corrente possa cessare di illuminare, venir derivata e dare, invece che luce, calore [...]  Allo stesso modo, produce opere geniali non chi vive nell'ambiente più fine, chi ha la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma chi, cessando bruscamente di vivere per sé, ha avuto il potere di rendere la propria personalità simile a uno specchio, in modo che la sua vita, per quanto mediocre possa essere per altri aspetti, per quello mondano e anche, in un certo senso, per quello intellettuale, vi si rifletta: perché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso.

 

Marcel Proust  (1871-1922)
All'ombra delle fanciulle in fiore

 (immagine: a 16 anni, fotografato da Paul Nadar il 24 marzo 1887)

 

 


Il genio come specchio che riesce a riprodurre la vita e, con essa, una porzione di mondo, in cui chi guarda può riconoscere la propria umanità?
robert_proust_nadar_1887

 

 

 

Lo stesso giorno, 24 marzo 1887, Paul Nadar fotografò anche il fratello Robert:

 
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (25)
massime

lunedì, 26 febbraio 2007
Morte di un alchimista - 20° puntata

Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001690.html
 
(qui tutte le puntate)
 GP Dulbecco_labirinto
Il cassiere
 
Da qualche tempo, il cassiere della comunità di Montevigliano si poneva un dilemma inquietante. Non aveva ancora capito se era il suo carattere ansioso a riempirgli la vita di paure, o se erano stati i modi rigidi e severi dei genitori prima, e quelli pervasivi e autoritari di Guiducci poi, a inculcargli i timori irrazionali che gli impedivano di vivere normalmente.
Quel giorno, lo stato d’apprensione che lo tormentava s’acuì. Il collo prese a coprirsi di macchioline rosse, simili a microlampadine sottocutanee accese. L’improvvisa sensazione di calore, la sudorazione copiosa e il respiro corto lo allarmarono: manifestazioni psicosomatiche che si scatenavano soprattutto quando aveva rapporti difficili con gli altri, o quando sentiva crescere intorno a sé il senso di precarietà. Un atroce sospetto prese a torturarlo, raffreddandogli il sangue nelle vene, divenendo terribile certezza quando la porta del grande ufficio si spalancò e una massa corporea spaventevole irruppe con foga.
«Non puoi sfuggirmi,» berciò roco Guiducci, raggiungendolo con due falcate. Le sue manone gli attanagliarono il collo e lo trascinarono dalla sedia a viva forza. Il cassiere boccheggiò come un pesce estratto dalla boccia di vetro, torcendosi nell’illusione di sottrarsi alla furia del patriarca. Una mano aperta s’abbatté ripetutamente, di diritto e di rovescio, sul suo volto attonito.
«Dio mio...» riuscì a malapena a gorgogliare, cercando inutilmente di schivare i colpi. Le guance gli si tinsero d’un rosso acceso che si fuse con le chiazze ardenti del collo.
«Neppure Dio ti potrà proteggere, verme» urlò Guiducci, rimettendolo a forza sulla sedia. «Come hai osato tenermi nascosto che mancavano dei soldi dalla cassa, brutto stronzo malcagato?» Afferrò la scrivania con entrambe le mani e la scosse con violenza. «Io ti faccio pentire d’essere nato. Trova una giustificazione plausibile o ti faccio masticare i denti!»
«Volevo...» pigolò il cassiere, «accertarmi che non fosse un errore mio... e che mancassero veramente...»
«Balle. Ti sei permesso di non comunicarmelo subito, per proteggere te stesso e quei due deficienti che han tentato la fuga, mettendo nei casini la comunità. Te ne farò pentire!» Guiducci mollò la scrivania, abbrancò la poltroncina alla quale l’altro s’era aggrappato e cominciò a scuoterla avanti e indietro, facendolo ruzzolare sul pavimento come un fantoccio. Poi si chinò, lo agguantò e lo scaraventò fuori dalla porta.
La porta: quella via di fuga, un secondo prima inimmaginabile, ora si trovava insperatamente alle sue spalle. Il cassiere cercò di rialzarsi per portarsi in salvo, ma i suoi movimenti erano quelli d’un ubriaco privo di equilibrio. Prima di riuscire a fare un passo, si sentì paralizzare dall’urlo di Guiducci, che gli ordinava di tornare indietro.
Respirando a fatica, lo guardò con occhi imploranti: «Domenico, per amor di Dio, calmati... non fare così...» supplicò.
«Calmarmi? Per non scoprirti hai messo a repentaglio la nostra reputazione.»
«Non l’ho fatto per questo, lo giuro...»
«Non giurare, verme.»
«Ti prego, credimi. Ho taciuto perché temevo d’essere punito, e speravo di poter rimediare, o di dirlo nel momento giusto...»
«Vigliacco, come avresti potuto rimediare se non mettendo in cassa soldi tuoi, che non hai? Da adesso lavorerai in un altro settore. Anzi, andrai a pulire le stalle dei cavalli.» Guiducci si mise ad aspirare e soffiare l’aria, e sembrò calmarsi. «Sparisci, o ti stacco quell’involucro vuoto che hai sulle spalle.»
Al pensiero d’essere sopravvissuto, il cassiere si rianimò all’istante. Fece appena in tempo a girarsi per andarsene, che si sentì sollevare da un gran calcio nel fondoschiena, che gli diede una scarica lungo la spina dorsale e un dolore lancinante all’osso sacro. Filò via barcollante con le gambe piegate, senza voltarsi, e si portò fuori tiro più in fretta che poté.
Raggiunta la sua camera, si distese prono sul letto. Il dolore all’osso sacro sembrava lacerargli anche l’anima. Sentiva di essere finito. Mentre un’onda di disperazione l’avvolgeva, si domandò se Guiducci sarebbe tornato alla carica per fargli confessare com’era stato possibile ai due fuggiaschi rubare i soldi dalla cassa. La banalità del piano con cui l’avevano fregato lo gettava ancor di più nella vergogna. Il pomeriggio del giorno della fuga, quel farabutto di Danilo Pesaresi era andato a trovarlo nell’ufficio dicendogli che aveva qualcosa per lui. Era un pacco di riviste pornografiche piene di transessuali che si accoppiavano con uomini e donne. Dove le avesse prese, non si sapeva: Pesaresi si era vantato di avere delle complicità e di potersi procurare qualsiasi cosa, anche eroina e cocaina, se avesse voluto. Poi gli fece vedere altre riviste proibite, dicendo che erano fuorilegge. Come guardò le prime immagini, per poco non ebbe un malore: bambine e bambini di otto o nove anni, dallo sguardo spento, maneggiavano membri virili giganteschi e subivano penetrazioni inconcepibili. Eccitato oltre ogni dire, aveva afferrato le riviste sui trans e se le era nascoste sotto la camicia, alcune dietro e altre davanti, ed era andato di corsa a nasconderle nella sua camera. Sapendo che si sarebbe assentato per pochi minuti, non s’era preoccupato di chiudere a chiave. Pesaresi, evidentemente, aveva fatto finta d’allontanarsi, tornando subito indietro. Infilando una lama nella serratura era penetrato nell’ufficio; aveva visto dov’era nascosta la chiave della cassetta di sicurezza e non aveva nemmeno dovuto cercarla.
Il cassiere fu assalito da un violento senso di vergogna. La sua imprudenza e la sua passione smodata per i bisessuati l’avevano fottuto. Avevano permesso a quel putrido di Pesaresi di rovinarlo, forse per sempre. Maledetto... Sentì di odiarlo con tutte le sue forze. Cosa avrebbe potuto raccontare a Guiducci? Doveva assolutamente trovare una spiegazione.
 
* * *
GP Dulbecco_lappeso 
«No, non c’è stato nulla da fare. Ormai non comunichiamo più. Qualsiasi cosa io dica, per lui è sbagliata.» La voce di Alceo Pasi, metallica attraverso il microfono, tradiva uno stato di rassegnazione.
Dall’altro capo del filo, una voce femminile lo rincuorava. «Mi dispiace infinitamente, Alceo. Non capisco perché dopo tutti questi anni di battaglie...»
Luciano Antonelli ascoltava la conversazione nella piccola stanza dietro il centralino. Approfittando dell’assenza momentanea del centralinista, era scivolato attraverso la porta, trovata inaspettatamente aperta, ed era riuscito ad attivare il meccanismo che permetteva di ascoltare e registrare le telefonate che passavano dalle varie linee.
«È da un po’ che lo sento lontano e distaccato,» disse Pasi. «Non è più quello di prima. Ha idee e progetti che non condivido più. Stiamo diventando troppo grandi, e si sta perdendo di vista lo spirito che ci ha sempre animato.»
«Cosa pensi di fare?»
«Gli ho detto che non sono d’accordo coi suoi piani di ampliamento... e lui m’ha risposto che sono fuori dal mondo, che ormai non son più in grado di capire quello che è giusto per la comunità... che sono inadeguato, e altre cose. Ha detto che se me ne voglio andare, posso farlo. Anzi, m’ha offerto di dirigere la nuova comunità di Pietramora.»
«Una specie di epurazione mascherata.»
«Proprio così. Non so che fare... non è nemmeno escluso che accetti. Del resto, questa è la mia missione. Ma ci sono alcune cose che devo chiarire, prima.»
«Quali?»
«Innanzitutto, ho saputo che ha tenuto dei ragazzi in punizione nelle stanze dei sotterranei, senza dirmelo.»
«Ma quelle stanze non le usavate più...»
«Appunto. Adesso, invece, pare ci abbia messo qualche caso molto difficile, alla vecchia maniera, insomma. E non vorrei che ci avesse messo anche quel Loverso.»
«Quello che s’è buttato dalla finestra?»
«Sì. Voglio assolutamente chiarire questa faccenda. Visto che qui, adesso, si fanno le cose senza dirmelo... E poi, da un po’ giorni il comportamento di Domenico m’è sembrato strano.»
«Cioè?»
«Mah, i suoi movimenti non sono proprio chiari...»
«Che tipo di movimenti?»
«Te lo dirò poi. Prima devo fare delle verifiche. Se è quello che sospetto...”
Un rumore nell’ingresso fece sobbalzare Antonelli, che con un tuffo al cuore si precipitò verso la porta. Controllò il corridoio, lo vide vuoto e sgusciò fuori dalla saletta d’ascolto come un’anguilla, un secondo prima che il centralinista lo vedesse.
«Eh, proprio non arriva...» gli disse, cercando d’apparire naturale. «Chissà dov’è andato.»
«Sono giorni che Domenico sparisce per giornate intere» rispose l’altro. «Tutti quelli che devono parlargli finiscono per aspettare inutilmente. E non si raggiunge nemmeno al telefono.»
«Starà da qualche parte a meditare...»
«Forse. Dalla comunità non è uscito, in questi giorni. Vorrà stare solo.»
«Già... Be’, allora vado. Mi fai il piacere di avvisarmi, se lo vedi? Mi trovi al laboratorio.»
«Okay, Luciano» disse il centralinista con sufficienza, tornando alle sue occupazioni.
Sì, col cavolo che me lo dici se lo vedi, pensò Antonelli astioso. Era da una settimana che lo prendevano per il culo, quei poveri burattini. La rabbia ricominciò a montargli dentro, mentre s’avviava per il vialetto che conduceva ai capannoni.
 
(20 – continua)
 
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
Immagini a cura di madeinfranca: Gian Paolo Dulbecco - Labirinto
- L’appeso

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (17)
romanzo, morte di un alchimista

sabato, 24 febbraio 2007
I quaderni di Pepito Ruiz. 5

typewrite 1Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz, tradotti da Gianni Rigulfi: è questo il mistero che sto seguendo da qualche tempo. La fonte è sempre l’opuscolo rivenuto – insieme a un pacco di quaderni autografi – in un vecchio baule di costumi che riposa in soffitta, fra gli oggetti con cui si giocava da piccoli e altre masserizie di poca importanza, graffiate dall’oblio.
Nascosto fra le scarsissime notizie sullo scrittore ispano-americano (scartabellando fra i quaderni pieni di riferimenti paratestuali come annotazioni a margine, disegni a china e acquerellati), s’è però trovato un indizio che porta a un nome di donna: Marìa Luisa Bombal.
María Luisa Bombal era una scrittrice cilena vissuta fra il 1910 e il 1980, e tutta la sua produzione letteraria consiste in sette pezzi narrativi: due romanzi brevi e cinque racconti. La prima cosa da fare è appurare se le annotazioni trovate sui quaderni, in calligrafia diversa da quella di Pepito Ruiz, possono essere di suo pugno.
L’indagine continua.
 
XIII
 
Le pietruzze dei giorni, bianche e nere
formeranno un mosaico imprevedibile.
Ora Rosa (che ha vent’anni e mi chiede: - cosa sono io per te?) è un sospiro
giustapposto agli arabeschi neri.
 
 
XIV
 
Per te qualche rigo finale, senz’ali, di piombo, quale mia cifra.
Ora che ho una risposta alla vecchia domanda sulla purezza,
vorrei portare con orgoglio la mia tristezza
come un albero vivo il segno del fulmine.
Per avermi aperto e chiuso gli occhi, per avermi sopportato,
per ciò che mi hai insegnato,
per l’illusione che le nostre vite si siano brevemente confuse
Infinitamente grazie.
 
 
XV
 
athanor
 
Tartrato della materia,
infinito potassio
sono acido ridotto in polvere
trasecolato, composto
chiuso dalla gruma che lasciano i vini nelle botti.
Sono estratto di sostanza inumidita
sapientemente raccolta, con cura
di pestello e sofisma.
Un fuoco segreto
sigillato con la rugiada
nell’uovo filosofico,
fucina del mondo.
 
(Foto di Pier-Hugues Pellerin/Flickr.com – 12 giu. 2005)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (15)
scoperte

venerdì, 23 febbraio 2007
Morte di un alchimista - 19° puntata

Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001690.html
 
(qui tutte le puntate)
 GP Dulbecco_Giardino segreto
L’Athanor
 
Un athanor, pensò Mazza mentre l’aria mattutina turbinava nell’abitacolo della macchina. Ormai non aveva dubbi: quella strana stufa tondeggiante che aveva visto nella cantina di De Bellis era identica all’athanor, il forno filosofico riprodotto nella sezione del manoscritto che descriveva la grande cottura. Era la fornace che lungo le diverse fasi dell’Opera avrebbe dovuto mantenere a temperatura controllata il matraccio con la materia prima, per la durata complessiva di quaranta giorni. Allo stadio iniziale, il calore prescritto era paragonato a quello emanato dal corpo di una gallina che cova le uova, poi la sua intensità andava via via aumentata.
 
alambiccoAveva fatto le ore piccole a casa di sua madre, seduto alla sua vecchia scrivania di studente, dopo aver sbrigato le faccende di famiglia. Aveva riordinato gli appunti stesi in biblioteca, integrandoli con alcuni schemi, e aveva appurato che anche l’autore del manoscritto usava in senso estensivo diversi termini, alla maniera degli adepti dell’alchimia. A tutta prima aveva sospettato che le sette sublimazioni di cui parlava fossero in realtà delle distillazioni; tuttavia i disegni rappresentavano effettivamente una colonna di aludelli per volatilizzare la materia, e solo successivamente era raffigurato l’alambicco con i suoi tre stadi.
Eppure, il dubbio gli rimase. In alchimia, con la sublimazione si tramutava l’umido radicale presente nella materia in un sale bianco che si poteva fondere, e non in un liquido purificato da sottoporre a distillazione; forse, scambiando i termini, l’alchimista aveva inteso sviare i lettori non iniziati.
Uscito dalla statale, si ripromise di chiamare Pierleoni non appena fosse arrivato a casa. Il cielo s’era fatto nuvoloso, e un sottilissimo velo grigio copriva le colline. La Bmw andava senza problemi, il motore era vivace ed elastico. Quando fu all’altezza della casa di De Bellis, vide due auto parcheggiate sul lato della strada: una era la macchina dei carabinieri di Bordiano. Rallentò, guardando oltre il cancello, e decise di accostare. Nel vialetto c’erano due militi accanto al furgoncino di pattuglia, e Pierleoni stava parlando con il maresciallo Vinci di fronte all’ingresso della casa. Appena il magistrato lo vide, lo salutò con sollievo, come se lo stesse aspettando.
«Buongiorno» disse Mazza, sorpreso. «È successo qualcosa?»
«Sì» rispose tetro Pierleoni. «Stamattina i carabinieri Fava e Caffuzzi sono passati per un controllo e hanno scoperto che una porta finestra era stata forzata. Lei rientra ora, immagino...»
«Sì, infatti.»
«Venga.»
Mazza lo seguì fino allo studio di De Bellis. Ignoti s’erano introdotti nell’abitazione, gli spiegò il magistrato, e alcuni documenti risultavano trafugati. «A quanto pare, hanno portato via il materiale più prezioso» disse, indicandogli il lungo banco di legno addossato alla libreria. Nel punto in cui dovevano trovarsi le scatole con i manoscritti, non c’era più nulla.
«Non può essere» mormorò Mazza.
«Eppure è così.» Il magistrato contrasse i muscoli facciali in un’espressione di stizza.
«E cos’altro hanno preso?»
«Stiamo controllando. Finora, sembra che non manchi altro.»
Il maresciallo li raggiunse e diede disposizioni al brigadiere Autiero, che stava controllando alcune liste: «Va’ a dire a quei due babbei che tornino in perlustrazione. Che facciano attenzione a tutte le tracce, e cerchino di scoprire se c’è stato qualche movimento sospetto. Poi torna qui, che scorriamo gli elenchi.»
«Sissignore» scattò il brigadiere, mentre il maresciallo controllava la spunta effettuata sull’inventario.
«Qui si dovrebbero guardare tutti i libri, ma è una parola» disse sconsolato. «Intanto, abbiamo controllato quelli che erano fuori dagli scaffali.»
Mazza guardò la sua borsa: «Praticamente, avrebbero portato via anche il manoscritto che sto esaminando, se non lo avessi avuto con me.»
«E anche il fascicolo PR-1. Che ha ancora con sé, spero» disse Pierleoni squadrandolo.
«Sì, certo.»
«Hanno portato via entrambe le scatole, col loro contenuto. E dentro c’erano anche i fogli crittografati da De Bellis che erano rimasti qui.»
«Ah, perbacco...»
«Purtroppo li avevamo messi nella scatola rimasta vuota, per non lasciarli separati dal resto.» Il magistrato si accese nervosamente una sigaretta. «Non abbiamo utilizzato la vecchia cassaforte in cantina perché occorreva ripararla.» Andò alla finestra e si mise a guardare gli alberi, mentre il brigadiere e il maresciallo riprendevano il lavoro di verifica.
«Quei libri erano di valore,» sospirò Mazza. «Guardi... forse non vuol dir nulla, ma mi vien da pensare a un tizio che ieri pomeriggio, alla Biblioteca Gambalunghiana, m’è parso molto incuriosito da quello che stavo facendo. Mi ha praticamente spiato tutto il tempo, e credo sia riuscito a vedere il manoscritto che stavo esaminando... ma forse sono solo sciocchezze.»
Pierleoni inarcò le sopracciglia e sbuffò nell’aria una nuvola di fumo. «Anche ammesso che questa persona sapesse che lei ha dei testi preziosi, avrebbe seguito lei, per appropriarsene... e lei non è tornato qui, se non sbaglio» disse scrollando la cenere fuori dalla finestra.
«Già.»
«Sono convinto che i fascicoli risultati mancanti alla scoperta del delitto fossero già fuori dal loro contenitore, in qualche altro luogo, quando sono stati prelevati. Per questo l’assassino ha preso solo quelli, perché erano accessibili, e non ha avuto modo d’individuare nessuna delle due scatole. Forse in quel momento non sapeva nemmeno quanti fossero effettivamente i documenti. Quindi, è verosimile che ora sia tornato per recuperare anche quelli.»
«Ma non li ha recuperati, visto che sono nella mia borsa» concluse Mazza.
Pierleoni tornò a scrutare attraverso la finestra, come a cercar di distinguere qualcosa in mezzo alle acacie. Poi si volse verso di lui con l’aria di chi sta per dire qualcosa di spiacevole. «Purtroppo, devo informarla di un altro fatto gravissimo. Il suo vicino, Hans Grumbacher, è stato investito ieri sera da un’auto pirata, mentre attraversava la strada di fronte a casa sua, e l’investitore non si è fermato. Quando è arrivata l’ambulanza Grumbacher era già cadavere. È accaduto verso le ventidue e trenta.»
Mazza restò muto per alcuni secondi. Un senso d’apprensione gli si diffuse nel petto, mentre il battito cardiaco cominciava ad accelerare. «Porco diavolo...» riuscì ad articolare.
«Le ricerche dell’auto pirata sono in corso, e non disperiamo di rintracciarla… anche se nessuno ha visto nulla, a quanto pare. D’altronde, la strada non è illuminata. Mi domando se tra quell’incidente e questo furto possa esserci una connessione.»
Mazza si sedette. «Hans... incredibile... Sono costernato. Di giorno questa strada è frequentata da ciclisti, e qualche volta è successo che qualcuno sia stato investito. Ma incidenti mortali non ne ricordo...»
«L’autopsia stabilirà la causa della morte, anche se, ovviamente, sarà una formalità» disse Pierleoni asciutto, spegnendo la sigaretta.
GP Dulbecco_Interno 
Mazza cercò di riorganizzare i pensieri. Un’ombra di precarietà sembrava aver avvolto quel luogo e i suoi abitanti: tutto avrebbe voluto, tranne finirci in mezzo. Decise lì per lì di fare alcune verifiche e chiese di scendere in cantina.
Una volta di sotto, per prima cosa andò a esaminare la stufa in terracotta, ed ebbe la conferma che la sua forma bizzarra non aveva nulla a che fare con la tradizionale funzione di riscaldamento: infatti riproduceva l’athanor disegnato nel manoscritto.
Osservò attentamente il camino, e solo allora ne notò le dimensioni: era largo e profondo, e il bordo della cappa era molto alto, sopra la sua testa.
Estrasse dalla borsa un blocco di carta per appunti e cominciò a schizzare la sagoma di quel forno. Aveva tutta l’aria di essere antico. Era composto da un largo basamento circolare che andava rastremandosi verso l’alto; alla base aveva quattro aperture semicircolari, che probabilmente servivano per far entrare l’aria e alimentare il fuoco che ardeva all’interno, mentre al centro si apriva un foro ovale largo una decina di centimetri. Sopra il basamento c’era un secondo corpo in terracotta, alto e leggermente arrotondato, aperto alla sommità, che davanti presentava un’apertura chiusa da uno sportello. L’aprì, e vide all’interno una griglia in ferro, dove poteva essere collocato agevolmente un contenitore in vetro di discrete dimensioni. Il forte odore di fuliggine rivelava che era stato usato di recente. Sul pavimento, accanto alla stufa, c’era un altro elemento che andava installato sopra il secondo corpo. Era una specie di aludello panciuto in terracotta, aperto alle estremità, simile a quelli che venivano collocati l’uno sull’altro a formare come una colonna, utilizzata per condensare i vapori dei composti capaci di sublimare. Sopra era sistemato un pesante coperchio conico, con un foro largo una decina di centimetri sulla sommità. Mazza constatò che l’intero forno poteva essere collocato sotto il camino, in modo da far salire nella canna i fumi della combustione.
Dopo aver disegnato l’attrezzo, diede un’occhiata ai contenitori allineati sulle scaffalature vicino al banco da lavoro. Non aveva mai visto tanti vasi di vetro di dimensioni così diverse. Erano per lo più matracci di varie grandezze, vasi per alambicco, storte dalle fogge svariate. In basso erano allineati vasi di terracotta, per lo più cilindrici, coi loro coperchi, più altri aludelli e mortai in marmo e in pietra coi loro pestelli. Alcune larghe marmitte in alluminio, adoperate per mescolare composti, erano posate sul pavimento.
I barattoli in vetro che aveva notato su uno scaffale contenevano polveri più o meno fini, di colore bruno, plumbeo, verdastro, argentato, nero. Polvere d’argento, calomelano, caput mortuum, nitrato di calcio, camaleonte verde, dicevano alcune delle etichette applicate sui coperchi. Osservò il tritume grigiastro contenuto in uno dei vasi. Caput mortuum, rifletté: evidentemente, De Bellis conservava i residui solidi delle distillazioni, chiamati così per la forma di teschio che prendevano dal fondo arrotondato della storta.
Curiosando attorno, trovò dentro alcuni scatoloni di cartone diversi elementi per comporre alambicchi: le cucurbite che andavano poste sul fuoco con la sostanza da distillare, i capitelli per la raccolta dei vapori e le serpentine con le loro camere di raffreddamento, di vari spessori e lunghezze. Vide alcuni fornelli a gas, con la base particolarmente larga; e poi allunghe, ramaioli, pipette, agitatori, tubi, spatole, sifoni, mantici. Individuò un colorimetro, un densimetro e un pirometro.
«Gli attrezzi li aveva tutti» disse rivolto a Pierleoni, che era appena sceso. «È ormai evidente che De Bellis faceva esperimenti di alchimia. La stufa vicino al camino è un forno per la cottura dei composti, simile a quello illustrato nel manoscritto. E questi arnesi, questi vasi...»
«Infatti. Abbiamo anche fatto analizzare il contenuto di quei barattoli: sono polveri minerali, fosfati e altre sostanze chimiche. Dobbiamo capire quanto c’entri questa sua attività con quello che è successo. Credo che la chiave di tutta la faccenda sia in quei benedetti fascicoli.»
«Lei intende quelli della serie PR.»
«Certamente. E forse in qualcos’altro che è stato portato via da qui. Abbiamo rilevato delle tracce sul pavimento, una quadrata e una rettangolare, lasciate da qualcosa che vi era stato appoggiato. Venga, le faccio vedere.» Il magistrato lo condusse nel locale attiguo e gli indicò le tracce, in prossimità della cassaforte. «Lì non s’è depositata polvere, come vede. Ciò che si trovava lì, è stato rimosso da poco. Forse erano scatole più grandi, che contenevano altri documenti; come quelle» disse accennando a un paio di bauli poggiati al muro, accanto ad alcune piccole casse di legno.
Mazza osservò i segni per terra. Quello rettangolare era lungo circa un metro. «Ma se contenevano documenti, dovrebbero essere censiti nell’archivio.»
«Dovrebbero. Appena sarà finito l’inventario sapremo se ne mancano altri, oltre a quelli siglati PR. Ad ogni modo, sono convinto che quest’ultimo furto vi sia collegato. Lei è riuscito a individuare qualche elemento?»
«Non ancora, se non che De Bellis si applicava realmente a questo genere di esperienze. Oltre che... a quelle sessuali, a quanto si è capito.»
«Già.» Il magistrato tacque per qualche istante. «E sembrano gli unici aspetti rilevanti nella vita della vittima. Nessuna questione familiare, nessun patrimonio che dovesse cadere in successione... i parenti non avevano sue notizie da tempo. Non aveva debiti, e sembra che non frequentasse ambienti particolari, se non quelli dove lo portavano i viaggi che faceva a Parigi un paio di volte l’anno.»
«È vero.» L’espressione di Mazza mutò, come per un’intuizione. «De Bellis potrebbe aver appreso lì l’arte dell’alchimia. Parigi è un centro cosmopolita, e i maggiori maestri contemporanei sono francesi. Del resto non si diventa alchimisti dall’oggi al domani, è necessario compiere un percorso d’iniziazione, lungo e complesso.»
«Molto probabile, Mazza. Sappiamo che De Bellis ha insegnato per cinque anni all’Ecole Supérieure du Tourisme di Parigi, e nella corrispondenza che stiamo esaminando ci sono molte lettere provenienti da due associazioni esoteriche parigine, la Société de l’Hermétisme e la Société d’Etude de la Science de l’Alchimie
«Allora, tutto torna, direi. Il meccanico di Rivello mi riferiva che, in alcune occasioni, l’accompagnava all’aeroporto e gli custodiva la macchina durante la sua assenza. E quando andava a riprenderlo aveva sempre più bagagli di quanti ne avesse alla partenza; bauli contenenti oggetti fragili, preziosi, a giudicare dalle raccomandazioni che De Bellis gli faceva. Doveva trattarsi delle attrezzature per i suoi esperimenti.»
«Infatti, è più che verosimile. Fra l’altro, l’anno scorso aveva preso otto mesi di aspettativa dal lavoro. Ora, per quanto la riguarda, bisogna che lei completi l’esame dei documenti che ha in mano e mi faccia una relazione al più presto, così possiamo iniziare a mettere qualche punto fermo”.
«Già. Bisogna che concluda, visti anche questi ultimi sviluppi. Sa, comincio a sentirmi insicuro per questa faccenda...»
«Non si preoccupi,» lo rassicurò Pierleoni con un cenno della mano. «Faremo controllare meglio la zona. Lei, naturalmente, mantenga le necessarie precauzioni.»
Prima di andarsene, Mazza diede una scorsa all’archivio dello studio. Le carte che aveva in mano erano decisamente insufficienti, constatò seccato. I testi di alchimia non erano molti, e quasi nessuno significativo: questo poteva indicare che De Bellis aveva compiuto i suoi veri studi altrove. Ma come mai non c’erano appunti di suo pugno? Forse li aveva distrutti, dopo aver raccolto la ricerca nei fascicoli scomparsi; oppure erano contenuti in altre scatole, che nella cantina non c’erano più.
(19 – continua)
 
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romanzo, morte di un alchimista