OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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sabato, 31 marzo 2007
I quaderni di Pepito Ruiz. 7

 
Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz, tradotti da Gianni Rigulfi, è una specie di mistero che sto seguendo da qualche tempo. Tutto cominciò quando trovai un opuscolo in un vecchio baule di costumi che riposa in soffitta, insieme a un pacco di quaderni autografi.
Nell’opuscolo a stampa ci sono 14 poesie, che ho già pubblicato in precedenti post, più alcuni brevissimi racconti, di cui oggi propongo il primo.
Le notizie sullo scrittore ispano-americano sono ancora scarsissime e incerte; ma, come ho raccontato nella 6° parte di questo ciclo, ebbi un segnale da una persona che si qualificò come il traduttore Gianni Rigulfi. Da tempo cercavo questo Rigulfi, per cercare di ottenere informazioni sull’identità e sullo status (vivente? defunto?) di Pepito Ruiz. Nel messaggio che mi mandò in mail mi contestava l’inserimento di un apocrifo, ossia il componimento XV (Athanor), che avevo proditoriamente e maldestramente inserito come mia puerile fantasia.
 thermophle
Dopo questo episodio, passò qualche tempo senza segnali, finché un giorno ho trovato nella buchetta della posta un messaggio manoscritto su un biglietto di carta vergata azzurrina, di quelle di tipo dattilografico che oggi non si trovano più. Il messaggio dice:
 
Deve sapere che un giorno, otto anni fa, mi trovavo a Venezia, in una stazione del vaporetto. Avevo con me una cartellina con una buona quantità di fogli dattiloscritti, alcuni di poche righe, altri riempiti quasi fino ai margini. Non ricordo bene… So che erano opere di Pepito Ruiz, di cui stavo curando la traduzione per proporla alla Facoltà di Lingue e letterature straniere di quella città.
A un certo punto accadde un fatto strano. Girandomi, mi scontrai con una donna alta ed elegante che indossava un impermeabile grigio e un foulard color terra, e la cartella si aprì, e i fogli, non numerati, si sparpagliarono per terra. Imprecai. Ero sconvolto, capisce? Addio ordine cronologico…
La signora si scusò balbettando, e iniziò a recuperare i fogli agitati dalla brezza, muovendosi sinuosa fra i turisti. Io la seguii, raccogliendo i fogli che mi capitavano a tiro. Man mano che la donna li raccoglieva,  li osservava, e il suo volto sembrava farsi più scuro: quando la raggiunsi, mi guardò atterrita – mai dimenticherò quello sguardo – e mi chiese: «Dov’è Pepito?», e me lo chiese in spagnolo.
A quel punto, un uomo robusto con un trench nero, che sembrava comparire dal nulla, l’ha afferrata e portata via quasi di peso. Gli occhi scuri della donna – scuri come i capelli, lunghi e scompigliati dalla brezza – hanno cercato i miei a lungo, mentre l’uomo la trascinava, finchè non è scomparsa…
firmato: Gianni Rigulfi.
 
dattiloscritto 2Allora, Gianni Rigulfi esiste. E sa dove abito.
Questo mi fa pensare che un giorno lo incontrerò: devo incontrarlo, per capire qualcosa di Pepito Ruiz. E per sapere se ha un’idea di chi poteva essere quella donna, e se quella donna può avere una relazione con María Luisa Bombal, la scrittrice cilena vissuta tra Parigi, Buenos Aires e New York fra il 1910 e il 1980, il cui nome ho trovato nei taccuini manoscritti di Pepito Ruiz, vergato in una calligrafia diversa.
Sappiamo che l’intera produzione letteraria di María Luisa Bombal consiste in sette pezzi narrativi: due romanzi brevi e cinque racconti. Fra le tante cose da appurare, c’è l’appartenenza della mano che ha scritto quelle annotazioni.
L’indagine si complica, ma non avrò altra scelta che proseguire, con pazienza e senza perdermi d’animo.
 
Dopo questo antefatto, sul quale dovremo tornare, propongo dunque il componimento XV di Pepito Ruiz, tratto dall’opuscolo a stampa (quello riportato con lo stesso numero nella puntata precedente era apocrifo, e quindi va espunto).
 
XV
 
Camminatore nottambulo
 
Il cuore dell'estate ha un’anima ancora più femminile, vibrante, soave: è la brezza notturna che s’arrovella per farsi perdonare la luce accecante, i frutti afati, l’asfalto riarso del giorno. Alla brezza ammiccano le città vuote e metafisiche, il convolvolo e le vele nel buio.
È in queste notti magiche che i camminatori nottambuli incappano nell’enigma degli uomini alla finestra. Fermandosi a respirare il vento, con gli occhi socchiusi, il corpo inarcato e le dita tese, ci si accorge a un tratto di non essere soli: a una finestra, poggiato al davanzale in penombra, un uomo fuma. Di incontri così, nella notte, se ne possono fare a decine. Questi uomini paiono tutti uguali: grassi, in canottiera, con lo sguardo perso nel vuoto e il lumicino della sigaretta fra le dita. Si ha il sospetto che uno stesso individuo corra, più svelto di noi, lungo passaggi segreti sotterranei, per affacciarsi, anticipandoci, a una nuova finestra. Dietro quel volto impassibile si cela forse l’affanno della corsa. Probabilmente appena gli giriamo le spalle, quello ci burla, con la soddisfazione di un vecchio cane che si finge morto per azzannare.
Si dice che gli uomini alla finestra aspettassero qualcosa. Certamente non un messaggio dell’Imperatore, ma qualcosa. Col tempo hanno dimenticato e sono rimasti lì, semplicemente. A volte il vento porta loro un profumo e a stento reprimono le lacrime. Loro stessi sono i primi a stupirsi di tale reazione.
Una scrittura indecifrabile può dare speranza. Non so se essi sperino. Forse la sanno più lunga di noi: sanno che dando una risposta a questo affacciarsi sul vuoto il nostro modo di vivere non avrebbe più senso.
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (37)
scoperte

giovedì, 29 marzo 2007
La focalizzazione multipla nel Mistero etrusco

 
In un precedente post sulle tecniche narrative, ho parlato delle innovazioni formali che Flaubert introdusse nei suoi romanzi. Fra queste, l’uso della focalizzazione multipla: cioè la moltiplicazione del punto di vista, in cui diversi personaggi guardano le cose con i loro occhi, quindi, filtrandole attraverso loro soggettività. Così accade che uno stesso oggetto o una stessa situazione vengano mostrati da angolazioni diverse, mettendo in rilievo aspetti o dettagli diversi, talvolta contraddittori, a seconda di chi guarda.
 
Credo di aver adottato anch’io una tecnica analoga, nel romanzo Mistero etrusco. Me ne sono reso conto solo in seguito, perché quando lo scrissi non avevo ancora analizzato la cosa: molto probabilmente era una reminiscenza rimasta dalle mie letture, che quindi agiva in modo più o meno inconscio. Ma non so, ovviamente, quanto di “flaubertiano” possa eventualmente esserci: magari proprio nulla, e in questo caso mi si perdonerà l’ardito accostamento.
 
Museo_Archeologico_di_FirenzeUn esempio di punti di vista multipli è all’inizio del capitolo 5, in cui racconto l’inaugurazione della mostra etrusca al Museo Archeologico di Firenze: la scena è osservata prima attraverso il protagonista, Lester Howe, poi attraverso il commercialista femminiere dottor Vallecchi, poi dalla dottoressa Lazzeri, morbida e seducente direttrice del museo, poi di nuovo da Lester Howe, con la comparsa fugace della splendida Vanessa Romanelli.
La situazione viene descritta alternativamente attraverso i loro occhi, in una focalizzazione più o meno indiretta.
 
Il brano è il seguente, e lo dedico all’amica Ilaria, che ieri ha raccontato in un bel post le sue prime impressioni di lettura.
 
[inquadratura generale]
Nella sala grande del museo, una piccola folla di visitatori si assiepava intorno alla vetrina dov’era esposto il fegato mutilo. La testa allungata del dottor Vallecchi spiccava volitiva, lo sguardo chiaro che di tanto in tanto si girava a cercare qualcuno. Le voci della signora Gabriella e delle sue amiche si distinguevano a tratti, mescolate a quelle d’un drappello di signore azzimate che si guardavano intorno con aria spaesata.
[punto di vista di Howe]
Howe s’appoggiò a un espositore poco distante e vuotò i polmoni con uno sbuffo, seguendo con gli occhi la lunga spaccatura longitudinale che attraversava un vaso attico a figure rosse. Com’era prevedibile, la scorpacciata di pasta ripiena e dolciumi gli aveva lasciato un gran peso sullo stomaco e una nottata di sogni incomprensibili.
Dopo una pausa, il dottor Bellini riprese a voce alta la sua esposizione, catturando l’interesse del piccolo uditorio.
«Come vedete, dall’altro lato del fegato la superficie è molto più lavorata, perché corrisponde agli affossamenti creati dalla pressione degli altri organi. In questa scena incisa sullo specchio di Tuscania» passò a illustrare un disegno ingrandito di fianco all’espositore, «il genio Tagete compare sotto il nome di Pavatarchies, mentre regge in mano un fegato di montone e insegna la disciplina etrusca a Tarconte, il penultimo personaggio a sinistra. Con la mano destra palpa il processus pyramidalis, mentre i due lobi dell’organo sono pendenti…»
Di fianco a Bellini, l’assessore provinciale alla cultura, ingessato in un abito grigio fuori moda, assentiva compiaciuto a ogni sua chiusura di frase. Portava due baffetti sottili e un paio d’occhiali rettangolari dietro i quali sembrava esserci il vuoto.
Howe si voltò a cercare Fanelli. L’aveva visto arrivare pochi minuti prima, con l’aria seria e taciturna e un blocco per appunti sotto il braccio. Il vicino di casa s’era messo a camminare lungo le vetrine, scrutando le singole esposizioni, poi era sparito.
«Tagete tiene il fegato orientato con la pars hostilis a sinistra, verso ovest, e quella familiaris a destra, verso est: lo si deduce dal sole, che è alle sue spalle a indicare il sud…»
La_chimera_dHowe incontrò lo sguardo della dottoressa Lazzeri, che lo distolse subito girandosi verso Bellini. Lei aveva cominciato a evitarlo, ormai era chiaro. Se ne stava poco distante dal collega, imbronciata, i capelli soffici raccolti sulla nuca e l’inclinazione del capo a disegnarle un lievissimo doppio mento. Era insopportabilmente bella, con quelle forme generose, gli occhi grandi, il sorriso disarmante. Piena d’imperfezioni, ma portatrice di una sensualità assoluta.
A un tratto Fanelli ricomparve, il blocco note sotto il braccio e la penna brandita come un pugnale. Howe lo salutò con un cenno, ricevendone in cambio una risposta frettolosa e impacciata. Fanelli si fermò dinanzi al grande cratere etrusco con le scene di caccia, l’osservò da vicino e cominciò a tracciarne un disegno sul blocco.
Howe non poté fare a meno di ripensare ai discorsi imbarazzanti che il vicino gli aveva rivolto la sera prima.
[…]
[punto di vista di Vallecchi]
Come inquadrò la figura morbida della dottoressa Lazzeri, il dottor Vallecchi non poté fare a meno di pensare alla “Vita dell’uomo elegante”, sapientemente descritta nella parte generale del Kamasutra. Secondo quell’insuperato testo filosofico, l’uomo elegante, dopo aver studiato ed esser diventato capofamiglia, doveva abitare in una casa vicina all’acqua, con un giardino alberato, un cortile da adibire ai servizi e due camere da letto. Sul talamo, soffice e cedevole nel mezzo, dovevano esservi cuscini a entrambe le estremità, e su una panchetta gli unguenti, il profumo, le ghirlande, la cera d’api, le foglie di betel…
Forse erano la mascella tonda e gli occhi brillanti dell’archeologa a farlo divagare in quel modo, concluse Vallecchi con un sospiro. Ma anche il seno grande e compatto dal disegno accurato, e i fianchi larghi e teneri. La Lazzeri gli indirizzò un sorriso cordiale, allungando le labbra carnose senza rossetto. Vallecchi la ricambiò, complice. La vide intrecciare le mani dietro la schiena e avvicinarsi di qualche passo a Bellini, che parve non accorgersi minimamente della sua presenza. Il ricercatore proseguì indifferente nelle sue prolissità, mentre l’assessore non accennava a far sparire dalla faccia l’espressione compiaciuta, vacua come il nulla che s’intravedeva dietro gli occhiali.
Sembrava che quella donna non toccasse altra sensibilità all’infuori della sua, pensò Vallecchi. Ma non c’era da stupirsi: ogni giorno il mondo si rivelava più grossolano, cinico, indifferente, e il suo desiderio di evadere cresceva di pari passo, specialmente quando il lavoro si faceva più intenso e pressante. In quelle condizioni, rifletté, diventava comprensibile anche il desiderio di essere un uomo elegante nell’India del terzo secolo dopo Cristo. Le occupazioni del pomeriggio dell’uomo elegante si riassumevano nei giochi di compagnia, quelle serali negli spettacoli musicali e, a chiusura di giornata, non si doveva far altro che attendere le donne nella camera da letto profumata d’incenso. Naturalmente, le compagnie erano di uomini colti e intelligenti, con cui intrattenere discussioni sulla poesia e sulle arti.
L’archeologa tornò a cercare il suo sguardo, e Vallecchi vi colse un chiaro segno d’insoddisfazione. Cosa mai poteva turbarla?
 
francois[punto di vista della Lazzeri]
Ormai è evidente, pensò la dottoressa Lazzeri, dissimulando la smorfia di disgusto che stava per oscurarle il viso: questo qui è arrivato coi migliori propositi e con molte idee, ha parlato subito di collaborazione, di complementarità, eccetera. Si è infilato nel suo bugigattolo in fondo al corridoio e ha fatto le mostre di non voler interferire nelle attività del museo, occupandosi prevalentemente delle operazioni di scavo. Poi, bloccati i lavori e arrivato il professor Severi, il suo vate, il guru, il demiurgo, di colpo ha sentito il richiamo, il bisogno irrefrenabile di recitare parti da protagonista.
«Nel territorio che sarebbe divenuto l’Etruria non c’è alcun apparire repentino di una cultura propriamente etrusca» aveva ripreso Bellini. «Quindi non si può parlare dell’arrivo improvviso di un popolo formato e culturalmente definito. C’è chi ha voluto alimentare il mito dell’origine orientale con la notizia in alcuni testi egizi su un tentativo d’invasione dell’Egitto…»
Con la storia del traffico di reperti, quel farabutto di Bellini aveva colto l’occasione per occupare tutta la scena. La Lazzeri si sforzò di cancellarlo dalla mente e tornò a incrociare lo sguardo trasparente di Vallecchi. Gli sorrise di nuovo, come sollevata. Uno strano profilo quello del commercialista, considerò incuriosita. Non comune da quelle parti. La testa allungata e gli occhi un po’ obliqui richiamavano alla mente la figura maschile del sarcofago degli sposi nel museo di Villa Giulia: una specie di etrusco moderno, si sarebbe detto. La giacca color tabacco e la camicia giallo paglia gli donavano, e la figura eretta spiccava decisamente nel gruppetto di visitatori. Le poche volte che era intervenuto aveva posto a Bellini domande pertinenti e non banali: il suo interesse per l’archeologia sembrava autentico.
Lo sguardo della Lazzeri s’allungò per la sala, fino a inquadrare la figura incassata di Sergio Fanelli. Quel tale doveva essere un maniaco, pensò, a giudicare da come scarabocchiava sui suoi fogli, incollato al vetro della bacheca. Lui sì che era un habituée del museo. Non ne ricordava mai il nome, e finiva per definirlo l’etruscologo dilettante. Forse era colpa del grigiore della figura un po’ curva, coi capelli appiccicati alla testa e le basette da cui spuntavano le orecchie a sventola. Strano che non stesse ad ascoltare la concione del collega…
 
imma_museo[punto di vista di Howe]
Di fronte a una bacheca, Howe rimase assorto nel taglio obliquo e rientrante dell’occhio dell’uomo dipinto, con la barba compatta miniaturizzata nella calligrafia delle ciocche sottilissime. Quando rialzò lo sguardo, si trovò davanti la schiena larga di Bellini, che si muoveva al suo gesticolare. Si allontanò d’istinto, per uscire dall’orbita della piccola conferenza itinerante, e cercò di nuovo fra le teste dei visitatori.
Si ritrovò accanto al dottor Vallecchi, che lo vide e lo salutò con un gesto. Howe ricambiò con un sorriso che faticò a uscirgli: le manovre del commercialista, ormai, gli erano chiare. A tutta prima sembrava che l’assiduità di Vallecchi nel museo, anche durante i lavori di allestimento, fosse l’interesse per la civiltà etrusca; ma il velo torbido che gli invadeva gli occhi quando aveva di fronte la direttrice del museo induceva a sospettare il contrario. Howe lo notò anche in quel momento, quando il commercialista indirizzò alle sue spalle uno sguardo sottilmente predatorio. Girandosi, ne ebbe la conferma.
La dissonanza strisciante che cominciò ad avvertire lo spinse ad allontanarsi dal capannello, come per cercare aria. Si sentì stupido, fuori posto, inadeguato. Appuntò gli sguardi a metà della sala e, quando vide Vanessa Romanelli seguire a distanza l’esposizione di Bellini, per un attimo il respiro gli si fermò. Il caschetto di capelli sul collo esile la faceva somigliare a un’educanda, ma la curva delle gambe lunghe nei sandali col tacco ne rivelavano tutta la femminilità adulta.
[punto di vista di Vanessa]
Lei girò la testa e lo mise a fuoco dietro le lenti: Howe la salutò con un gesto cordiale e lei fece altrettanto, con un principio di sorriso. A quella distanza il professore gallese sembrava più giovane, notò Vanessa: la mascella era larga, i capelli leggermente brizzolati sulle tempie non si vedevano. Anche stavolta il sorriso fugace l’aveva illuminato, creandogli un alone invisibile intorno al volto.
[inquadratura generale]
S’allontanarono entrambi, lei verso il gruppo, lui verso la figura di Sergio Fanelli, che s’era nuovamente materializzata nella corsia vicina.
 
© 2007 Paolo Ferrucci / Edizioni Sylvestre Bonnard Sas – Milano
libro 
 
Paolo Ferrucci, Mistero Etrusco, Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2007, 352 pp. – 18,00 €
 
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (55)
dediche, romanzo, mistero etrusco

mercoledì, 28 marzo 2007
Morte di un alchimista - 28° puntata

Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001690.html
 
(qui tutte le puntate)
 hopper.chop-suey
Il giornalista
 
 «A me, quei movimenti dentro e fuori mi stanno convincendo sempre meno» disse Anselmo, togliendosi un grumo di moccio dal naso con un gesto naturale. «È il clima che è cambiato. Anche quella baldraccona della Lara Albertini...»
«Chi, l’ex attrice?» fece uno dei pensionati, ammiccante.
«Eh, proprio lei. Ogni fine settimana lo passa a Montevigliano in ritiro mistico, ma invece sabato non s’è vista.»
«Dio bono, quella...» disse l’altro con occhi luccicanti di libidine, «quella volta che è venuta qui appena alzata, così come si trovava... con la vestaglia che s’apriva sempre...»
Baschetti, che era seduto a un tavolino a sorseggiare il suo cappuccino, si girò a osservarli incuriosito.
«Comunque, quella lì parla come uno scaricatore, porco boia, sembra che abbia passato la vita sulla strada» insisté Anselmo, ispirato. «Certe volte fa dei discorsi, che ti si drizza solo a sentirla. E se la vedi quando morde i cornetti caldi e beve la schiuma del cappuccino, sembra... Ué, buongiorno, Emilio.»
«Buongiorno» salutò Mazza. «Come va?»
«Ah, come va... va che non si capisce più niente. Stavamo dicendo che sabato le personalità che passano ogni fine settimana a Montevigliano non si son viste. Nemmeno l’Albertini, che veniva sempre qua a mostrarci le sue grazie.»
«Per me, nei suoi weekend là dentro prende dei bei manici da qualche drogatone,» sentenziò un altro avventore dopo aver vuotato il bicchiere, «con i calori che ha… Altrimenti, non si capisce perché deve sempre andar lì.»
«Guiducci non se la fa di sicuro, anche se si è sempre vantato di essere un gran trombatore» assicurò il barista. «Adesso, addirittura, dicono che ha cambiato gusti…»
Baschetti, in jeans e camicia scozzese, accolse Mazza al suo tavolino con espressione divertita. «Ne sparano di cavolate, qua dentro» commentò, indicando il gruppetto di disquisitori.
«Be’, come in tutti i bar, suppongo. No, grazie, ho già fatto colazione» replicò Mazza, rispondendo all’offerta del giornalista.
Baschetti gli mostrò la prima pagina dell’“Eco di Rimini”. «Eccolo qui, Alceo Pasi. Un colpo di pistola alla tempia.»
Mazza lesse il titolo e il sommario dell’articolo di apertura. «Alceo Pasi...» disse meditabondo.
«Il fratello spirituale di Guiducci. Col quale, fra l’altro, avevo preso contatto per un’intervista.»
«Poveretto. E l’avrebbero ammazzato gli spacciatori?»
«Pasi li spiava e li denunciava, da anni. E poi stava effettuando un monitoraggio sull’afflusso di drogati nella città dalle aree limitrofe. Pare che volesse pubblicare uno studio sul fenomeno: andava alla stazione e contava quelli che scendevano dai treni.»
«Capisco.»
«Però, in questa faccenda ci son degli elementi che mi fanno pensare.»
«Cioè?»
«Innanzitutto, nella macchina oltre alla vittima non c’era nulla. A me invece risulta che Pasi usciva da Montevigliano anche per fare delle commissioni, e aveva sempre con sé una borsa. Se è così, l’assassino dovrebbe avergliela presa. Questo contrasta con l’idea dell’esecuzione in stile malavita comune. E inoltre,» Baschetti abbassò la voce, «tutto fa pensare che a Montevigliano ci sia qualcosa che non va. È da un po’ che non accolgono più tossici, e ultimamente i pezzi grossi che vanno sempre lì non si son fatti vedere, ne parlavano anche qui prima… Poi, due ragazzi che si buttano dalla finestra con modalità identiche, secondo le indiscrezioni che ho raccolto. Cioè, come in preda ad attacchi di follia. Lì continuano a dire che è normale: con tutta la gente che arriva, molti sono fuori di testa, dicono. E poi, il solito argomento dello spirito di emulazione, che usano per spiegare i casi come quelli.»
«Be’, quello dei comportamenti emulativi è un fattore che esiste» disse Mazza. «Anche in città capita che i suicidi avvengano a raffiche. Chi è sull’orlo dell’atto estremo può essere spinto a compierlo vedendo che altre persone l’hanno fatto.»
«Sì, ma nel nostro caso questa spiegazione mi convince fino a un certo punto. È il cinismo di Guiducci nel trattare i tossici che mi dà da pensare. Lui qualcuno lo salva, è vero, ma ci ha costruito un impero sul quale s’è ingrassato, e in cui vige una sorta d’extraterritorialità. Per non parlare del nuovo ospedale, una mossa che di fatto lo sottrae a ogni forma di controllo...»
«Vabbe’, comunque mi stava parlando di questi morti» tagliò corto Mazza, leggermente contrariato. Le litanie su Guiducci non lo interessavano più di tanto, e avrebbe voluto arrivare al sodo.
«Sì. Dunque, dicevo dei due ragazzi volati dalla finestra con le stesse modalità. E prima di loro, il delitto De Bellis, i cui sviluppi mi stanno convincendo ancora meno. Poi l’investimento di quel tedesco che viveva vicino a lui e che muore, e salta fuori che probabilmente era lui l’assassino. Il poveraccio non si può difendere, quindi è come dire che il caso è chiuso. E, per sostenere la tesi del pirata della strada, tirano fuori il tamponamento all’architetto De Maria. La cosa non mi convince.»
«E allora, cosa pensa?»
GP Dulbecco_tic, tac«Diverse cose. Innanzitutto, che nel tamponamento dell’architetto c’entri Guiducci: se potesse lo farebbe a pezzi con le sue stesse mani, per via degli attacchi che gli lancia sulle costruzioni abusive. Non dimentichiamo che Guiducci ha edificato un intero paese sbattendosene delle leggi: ha fatto come se il Comune non esistesse.»
«Sì, ma mi sembra eccessivo» rispose Mazza dubbioso.
«A me no. Avrà mandato un suo scagnozzo, l’avrà fatto come avvertimento. Non è la prima volta che Guiducci si dà agli atti intimidatori. Pensi che quando voleva acquistare i terreni limitrofi per ingrandire la comunità e i proprietari non volevano venderli, gli bruciava le case.»
«Ricordo quei fatti. Ma erano fatalità, dicevano.»
«Sì, fatalità, proprio…» annuì Baschetti, ridacchiando. «E, per fatalità, De Maria è finito nel fosso, spinto da una macchina non identificata. Un fuoristrada, però, e Montevigliano ne è piena. Comunque, dopo che è morto il Grumbacher, ammazzano anche Alceo Pasi. Fatalità: gli spacciatori, dopo anni, decidono di farlo fuori proprio in questi giorni, in questa piccola area geografica dove le persone cominciano a morire una dopo l’altra.»
Mazza lo guardò preoccupato: «Questo susseguirsi di fattacci comincia a innervosire anche me, se vuol saperlo. Soprattutto per Hans, adesso che mi ci fa pensare. Che sia stato lui ad aver ammazzato De Bellis, rubato quelle carte… e poi sia tornato sul luogo del delitto per portarne via delle altre… mi sembra una tesi macchinosa. Anche se non si può mai dire. Era un tipo abbastanza bizzarro».
«Ascolti» disse Baschetti, guardandosi intorno guardingo, “andiamo a parlare in un luogo tranquillo.»
Uscirono dal bar e s’addentrarono in un giardinetto lindo, con alcune panchine e una fontana in ghisa. Nell’aria tersa, le distese verdeggianti si vedevano protendersi fino ai versanti delle colline.
Baschetti estrasse dalla tasca alcuni foglietti spiegazzati. «Hans Grumbacher ha trafugato dei documenti da casa di De Bellis,» disse toccandosi il pollice della mano sinistra, come per contare. «Gli inquirenti ritengono che lo abbia ucciso, probabilmente perché era stato scoperto,» aggiunse toccandosi l’indice.
«Su questo non ci piove,» disse Mazza, «escludo che l’abbia fatto premeditatamente.»
«Esatto. Ma si è mosso certamente su incarico di un mandante.»
«Anche su questo sono d’accordo.»
«Poi, muore investito da un pirata della strada: un malaugurato incidente. Ma a chi vogliono darla a bere? Se un mandante c’è stato, è chiaro come il sole che ha voluto la sua morte per impedirgli di parlare.»
«È possibile. Però, se a casa di Hans hanno trovato solo i volumi rubati successivamente al delitto, questo prova che lui è responsabile di quel secondo furto, e non che ha commesso anche il primo, uccidendo De Bellis. A parte i soldi, non hanno trovato elementi che lo indichino…»
«È vero. Ma se non c’entra col delitto, perché allora è stato fatto fuori? Io alla fatalità non credo affatto, sia ben chiaro. Uno messo sotto in quel modo... O la macchina viaggiava a fari spenti, ma in una strada così buia è impossibile, oppure chi guidava teneva gli occhi chiusi.»
«Lei vuol dire che se è stato fatto fuori era implicato per forza nel delitto, come esecutore…»
«Non è detto. Avrebbe anche potuto essere un testimone.» Baschetti si ravviò il ciuffo. «Comunque, non dimentichiamo che fra le persone che vivono lì attorno, lei compreso, Grumbacher restava l’unico a non avere un alibi. Così a me risulta, almeno.»
Mazza sospirò. «A ogni modo, credo che il magistrato abbia un quadro degli indizi molto chiaro, per cui non possiamo certo dire se il suo orientamento sia giusto o sbagliato. È solo che... il tedesco non lo vedo come assassino. Al massimo, come autore dell’ultimo furto in casa della vittima, per scopi di lucro.»
«La faccenda non è chiara per niente. Certo è che il delitto De Bellis ha dato il via a una serie di morti sospette, ed è difficile credere che non siano legate tra loro. Per fare un’ipotesi seria, però, si deve partire dal tipo di documenti che sono spariti dall’archivio del professore. Se lei mi potesse spiegare di che genere di studi si tratta...»
 
(28 – continua)
 
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(sopra il titolo: Edward Hopper - Chop Suey, 1929
sotto: G.P. Dulbecco - Tic, Tac, a cura di madeinfranca)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (19)
romanzo, morte di un alchimista

martedì, 27 marzo 2007
Ferructeau

Questa dedica ve la devo mostrare, perché mi piace troppo.

E giunge nel momento in cui il mio nuovo romanzo è in libreria, e i primi blog-amici ce l'hanno già in mano. Finora non riuscivo a vedermi davvero come uno scrittore: c'era come un ritegno, una scettica cautela che mi frenava.

Ma ora, dopo che la magnifica Gabryella Senzaqualità  mi ha fatto questo ritratto, finalmente mi sento uno scrittore sul serio: come Jean Coucteau, un Grande della letteratura francese.

 

divagazioni

ferructeau (lo scrittore, in un momento d'inattività)

 

Che ne dite: non sono uno schianto?

Ora sì che sono uno scrittore, pronto a rilasciare autografi.

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (51)
dediche

lunedì, 26 marzo 2007
Le radici del vampirismo (in letteratura)

rousseau 
Se c’è al mondo un fatto ben documentato è senz’altro l’esistenza dei vampiri. Non manca nulla: rapporti ufficiali, dichiarazioni giurate di persone note: medici, preti, magistrati; le prove giudiziarie sono assolutamente complete. E, nonostante tutto, c’è forse chi creda ai vampiri?
 
Jean Jacques Rousseau  (1712-1778)
 
 
Certo che c’è: io ci credo. E voi?
Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che la credenza nei vampiri è documentata sul vasellame assiro-babilonese, nei caratteri del greco antico, dell’ebraico, del sanscrito e negli ideogrammi cinesi. Nella Bibbia si parla dell’aluka (Proverbi 30, 15), il demone che succhia il sangue. Secondo Sant’Agostino, i vampiri sono demoni essenzialmente femminili (c’erano forse dubbi?). Nelle Mille e una notte la bella Amina si nutre di giorno soltanto di briciole di pane e chicchi di riso raccolti a uno a uno con il coltello, ma di notte si sazia di cadaveri.
Abbiamo già visto come nacque il primo Vampiro letterario inglese, quello di John William Polidori; Ora parliamo delle suggestioni che hanno fatto sviluppare la figura del vampiro nella letteratura d’oltremanica.
 
Vampirismo e letteratura inglese
 
Draculas-Castle-PosterCome osserva Paul Barber, la parola vampiro entrò nella lingua inglese nel 1734, ma l’evento da cui nacque la voga europea dei vampiri fu la pace di Passarowitz (1718), con cui parti della Serbia e della Valacchia divennero di dominio austriaco. Le forze di stanza in quelle regioni, così, conobbero una pratica piuttosto diffusa nei Balcani: quella di esumare i cadaveri e farli morire una seconda volta.
Tra i casi di vampirismo più noti, va citata la storia di Peter Plogojowitz (1725): secondo il costume locale, fu sepolto dieci settimane dopo il decesso, ma nei giorni seguenti si diffuse nel villaggio una terribile malattia che si rivelava letale nel giro di ventiquattr’ore. Le nove vittime, per di più, in punto di morte dichiararono d’aver visto il defunto Peter che si chinava su di loro mentre dormivano, soffocandole.
Siccome, secondo credenze locali, il vampiro è riconoscibile da più segni – come il corpo non decomposto e la crescita di unghie e capelli – si decise di aprire la tomba dell’uomo. Quando la scoperchiarono, sul suo cadavere vennero riscontrati questi ed altri sintomi, che confermavano a tutti la sua natura maligna. Quindi, preparato un paletto appuntito, glielo si conficcò nel petto in corrispondenza del cuore.
Questi sono gli elementi principali della vicenda, che si ripropongono con alcune varianti negli altri casi di vampirismo registrati in quegli anni.
 
La pratica di riesumare i morti sottoponendoli a barbare torture attrasse l’attenzione della stessa Maria Teresa d’Austria, che, dopo aver ordinato un’indagine per accertare la fondatezza di queste credenze popolari – indagine che ebbe esito negativo –, il 1° marzo 1755 emise un decreto, intitolato Rescritto sui vampiri, con cui condannava la pratica di disseppellire e di dare alle fiamme i morti considerati affetti dalla cosiddetta Magia postuma. Ma, ormai, era troppo tardi. Il contagio s’era diffuso in tutta Europa, e il vampiro – risorto dalle tenebre e rivitalizzato dalla fantasia degli scrittori – avrebbe terrorizzato generazioni di fanciulle, assumendo un fascino e un’eleganza che i suoi antenati della tradizione popolare certamente non vantavano.
 
Come sappiamo, le successive riscritture letterarie apportarono molte innovazioni al mito: mentre nei romanzi si diventa vampiri in seguito al morso di un vampiro, nel folklore balcanico sono destinati al ruolo di resuscitati buona parte di coloro che non s’integrano con la comunità. Ci sono vere e proprie “categorie a rischio”, ovvero predisposte al vampirismo: «le persone senza Dio (incluse quelle di religione diversa!), malvagi, suicidi, e in più stregoni, streghe, e lupi mannari; tra i Bulgari il gruppo si allarga a comprendere ladri, banditi, piromani, prostitute, ostesse disoneste e truffatrici e altre perone disonorevoli».
 
VarneyNon stupisce, quindi, che i primi vampiri letterari di lingua inglese abbiano una carriera criminale alle spalle. È quanto accade in The Bride of the Isles. A Tale Founded on the Popular Legend of the Vampyre (1820), ove si racconta di una credenza diffusa nelle isole meridionali della Scozia, secondo cui le potenze infernali accordano alle anime dannate il privilegio di tormentare i comuni mortali.
Secondo questo copione, al malvagio è concesso di tornare in vita, a condizione che ogni anno, per prolungare il soggiorno terreno sotto nuove spoglie, sposi e uccida una fanciulla bella e pura, bevendone il sangue. Protagonista del racconto è «Oscar Montcalm, noto per le sue infamie negli annali scozzesi del crimine e del delitto e decapitato per mano del boia»: non pago dell’ultraterrena carriera di tombeur de femmes, Oscar ha cura, nel mutare identità, «di prendere possesso di persone di rango e di cospicue fortune come se volesse, in tal modo, appagare la sua vorace brama di ricchezze e di lusso».
 
Varney 1Analogo è il caso di Varney, the Vampyre, or the Feast of Blood, datato intorno al 1847 e pubblicato anonimo in fascicoli settimanali del costo di un penny (detti appunto penny dreadfuls, per il contenuto orrifico).
Le sole due persone a cui sia nota l’identità di Varney sono il boia di Londra – che lo ha impiccato per le imprese criminali, ponendo fine alla sua prima vita – e il medico che lo ha resuscitato, esponendolo ai raggi della luna. Al termine delle sue avventure – durate ben 109 settimane – Varney viene reso inoffensivo una volta per tutte, trafiggendolo con un paletto e seppellendolo in un incrocio.
 
Bibliografia:
Maurizio Ascari, La leggibilità del male, ed. Pàtron, Bologna 1998
Paul Barber, Vampiri sepoltura e morte, ed. Pratiche, Parma 1994
Gerhard van Swieten, Vampyrismus, a cra di Piero Violante, Flaccovio Editore, Palermo 1988
John W. Polidori, Il vampiro, a cura di Giovanna Franci e Rosella Mangaroni, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1984
T. P. Prest e James M. Rymer, Varney il vampiro, introduzione di Fabio Giovannini, ed. Datanews, Roma 1993.
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (66)
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