Questo l’inizio della recensione di Danilo Arona:
L’uscita di un'antologia gotica per i tipi di una casa editrice di rango quale la milanese Sylvestre Bonnard sarebbe già di per sé un notevolissimo evento ancor prima di addentrarci nei (molti) meriti dell'operazione. Ma l’evento svela i caratteri dell’eccezionalità quando, nel percorrere le 340 fitte pagine del tomo, scopriamo il rigore filologico, l’amore e l’assoluta conoscenza del genere trattato e l’unicità della “intenzione”.
Non ci dovremmo aspettare di meno, dato che il curatore dell'antologia è un grandissimo scrittore che si chiama Ramsey Campbell, mentre la “intenzione” è un collettivo omaggio al caposcuola della ghost story di Albione, Montague Rhodes James, sempre presente in ogni pagina seppur letterariamente assente. Un’operazione simile, giusto per fare un esempio alla lontana, a quei leggendari Miti di Chtulhu, curati da August Derleth, in cui tutti i contemporanei e i continuatori di Lovecraft si cimentavano con la mitologia aliena creata dal maestro di Providence, per un volume di rara bellezza edito da Fanucci oltre trent’anni fa.
I racconti dell’antologia, che raccoglie autori diversi – da J. Sheridan Le Fanu a Fritz Leiber a Ramsey Campbell – sono tutti inscrivibili “nella tradizione” di Montague Rhodes James, il più autorevole fra gli scrittori inglesi del sovrannaturale.
Nato nel Kent nel 1862, M. R. James fu prevosto del King’s College di Cambridge per tredici anni, quindi ricoprì la stessa posizione a Eton per altri diciotto anni, fino alla morte. Molti dei suoi racconti erano stati scritti per venire letti ad alta voce: alcuni venivano scritti apposta per spaventare i ragazzi, e molti ruotano intorno a studiosi il cui mondo domestico e confortevole si trova ad essere invaso dal maligno e dal sovrannaturale.
Riguardo alla sua abilità nel trasmettere orrore, leggiamo alcuni passi dell’Introduzione di Ramsey Campbell al volume:
Nel suo saggio per il Bookman esige «malvagità e terrore… e il minimo indispensabile di sangue»; due anni dopo, sull’Evening News, scrive: «affermo che ci vogliono orrore e anche malvagità. Non meno necessaria, tuttavia, è la reticenza.» Si dimostrava mal disposto verso la narrativa che si sforzava di essere disgustosa,ma storia dopo storia rivela di volere deliberatamente riuscire quanto più terrificante possibile. La sua definizione di fantasma non si limitava ai morti che tornano sulla terra. I suoi racconti sono affollati di ragni (può trattarsi di un ragno gigante o di una moltitudine di ragni normali), di insetti immensi, di demoni coi tentacoli o, ancora peggio, di esseri maligni annidati nei pozzi oppure (e sono quelli più terribili di tutti) sotto il cuscino. Persino i morti che ritornano in vita dovrebbero sempre essere, secondo le sue parole, brutti e magri. Aveva il gusto della frase espressiva, in cui riusciva a comprimere una quantità di sovrannaturale maggiore di quella che gran parte di noi riesce a far stare in un paragrafo.
[…]
James, ad ogni modo, si sarebbe stupito nel verificare come molti altri autori abbiano risentito il suo influsso: L. P. Hartley, alcuni romanzi polizieschi di John Dickson Carr e del suo alter ego Carter Dickson, un racconto di fantasmi inserito nel meraviglioso romanzo The Gate of Angels di Penelope Fitzgerald… Le opinioni sono discordi quanto al successo dei tentativi di adattare James per il cinema: senza dubbio James Tourneur, regista di tre film dell’orrore dell’RKO degli anni ’40, meravigliosamente misurati, era l’uomo giusto; Night (o Curse) of the Demon, ispirato vagamente a “Casting the Runes”, è uno degli esempi più compiuti del cinema horror inglese. Il tributo in celluloide più fedele, fino a oggi, potrebbe essere il film giapponese del 1997, Ringu (Ring), una trasposizione moderna di diversi episodi Jamesiani. Ogni qual volta il genere riscopre la raffinatezza e l’allusione, in prosa o in pellicola, l’esempio di M. R. James si dimostra vivo.
A cura di Ramsey Campbell, Racconti sinistri, Edizioni Sylvestre Bonnard/The British Library Board 2006 – 344 pp., 25 €
Al mio rientro, segnalo brevemente l'apparizione di una mia intevista, a cura di Luca Intona, sul sito
http://www.leggendoscrivendo.it/interviste.htm .
E Laura Costantini, nel suo blog, ha parlato di Mistero etrusco.
A presto.
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
La conferenza
La sala che ospitava la conferenza sulla nuova legislazione antidroga era gremita. L’introduzione del dottor Covatta, animatore della vita culturale di Novafeltria, partì col delineare le deprecabili tesi sostenute dagli antiproibizionisti e si trascinò ampollosa e prolissa per una buona mezz’ora, tanto che le sue frasi conclusive furono salutate dal pubblico con uno scroscio d’applausi di sollievo. Guiducci, seduto al suo fianco, lo sovrastava di una spanna e mezzo. Scrutando la platea mentre l’altro parlava, ebbe la sensazione che dai posti centrali emanassero sciami di vibrazioni ostili. Aguzzò lo sguardo in quella direzione, inforcando gli occhiali. Qualche lunga chioma di troppo, alcune barbe incolte e l’abbigliamento tipico degli anarchici che da un po’ di tempo gli avevano dichiarato guerra accentuarono i suoi sospetti.
Non appena il moderatore gli passò la parola, Guiducci sembrò riempire l’intera sala. Trafiggendo con lo sguardo l’uditorio, fece un lungo excursus sulla sua esperienza alla guida della comunità di Montevigliano. Le sue parole risuonavano potenti attraverso l’amplificatore; ripercorse le lotte contro le crisi d’astinenza dei ragazzi, gli inseguimenti di giorno e di notte, le cure e l’assistenza continua, che lo avevano inchiodato per anni ai suoi doveri di nemico del flagello più devastante del secolo.
«È stata un’esigenza morale a spingermi a occuparmi di droga,» epilogò accalorato, «è stata la necessità di mettere in pratica quei valori di solidarietà umana che nella nostra società sono sentiti sempre meno.»
I rappresentanti delle associazioni dei genitori di mezza Italia, che coprivano tre quarti dei posti a sedere, gli tributarono un’ovazione appassionata, sotto lo sguardo compiaciuto dei collaboratori della comunità e degli osservatori presenti in sala.
«Come tutti ben sappiamo,» proseguì l’oratore invitando con un cenno a placare l’entusiasmo, «la tossicodipendenza è un problema innanzitutto sociale, che si sviluppa in una cultura di tipo lassista. Il permissivismo imperante è un atteggiamento molto più comodo rispetto a quello che io e i miei collaboratori abbiamo adottato nei confronti del fenomeno della droga. Noi non abbiamo avuto paura di affrontarlo. E nemmeno il povero Alceo Pasi ha avuto paura...» Guiducci fece una pausa, con un groppo alla gola. «Il povero Alceo... ucciso così barbaramente...» Gli occhi gli s’inumidirono e la voce s’incrinò, costringendolo a fermarsi e a chinare la testa davanti alla platea, che scosse la sala con un altro applauso scrosciante. «E il problema» disse rialzando gli occhi accesi e riprendendo vigore, «non si risolve certo sostituendo una sostanza a un’altra. Che significa sostituire il metadone all’eroina, per di più privilegiando terapie di mantenimento a oltranza? Significa non far nulla per il tossico, i cui problemi di disagio e di degrado vengono così perpetuati e peggiorati. Il problema non si risolve così, e non si risolve nemmeno fornendo al tossicodipendente un sostegno finto, blando, ipocrita, solo nominale, come quello che le nostre istituzioni continuano a dare.»
«Giusto!» gridò qualcuno dalla platea.
«Ma ci sono determinate correnti politiche... che hanno tutto l’interesse a strumentalizzare il tossicodipendente,» rincarò Guiducci, «e lo fanno sostenendo il suo diritto a bucarsi, perché così traggono vantaggi e consensi, lasciando le cose come sono, lasciando che il tossico rimanga tale. Perché loro non vogliono che acquisisca quella coscienza e quella maturità che possono farlo diventare uomo. Noi, invece, continueremo a batterci per questo. La degenerazione di questa cultura lassista è rappresentata proprio dagli antiproibizionisti, quei folli, incoscienti sostenitori di un libertarismo che non tiene conto dell’essere umano e delle sue esigenze di libertà dalla schiavitù. Coloro che non volevano l’approvazione della legge contro la droga e il diritto a drogarsi, oggi cercano di neutralizzarne gli effetti, screditando e sminuendo la validità dell’operato delle nostre comunità di recupero. È evidente che questi nemici dei tossicodipendenti non hanno ceduto e intendono continuare a dar battaglia…»
«E noi li battaglieremo!» gridò una mamma, alzandosi in piedi e raccogliendo un coro di approvazione.
«Proprio così,» replicò Guiducci con un lampo di soddisfazione negli occhi. «Noi resisteremo agli assalti, ai tentativi di colonizzazione, alle imposizioni che ci vengono da tutti, compresi gli enti locali. Non praevalebunt!»
«Le leggi, però, si devono rispettare» gridò inaspettatamente un uomo baffuto e brizzolato, dagli occhi chiari e i lineamenti fini, che portava un vistoso cerotto sulla fronte. Dalle poltrone anteriori, un gran numero di teste si girò.
Interdetto, Guiducci replicò immediatamente, cercando di individuare l’uomo che aveva parlato. «E chi è che non rispetta le leggi? Noi siamo i primi a difendere la legalità...»
«Certo non il piano regolatore del Comune, Guiducci» disse di rimando l’uomo baffuto. «Le leggi che rispetta sono solo quelle che fanno comodo a lei.»
Affilando lo sguardo, Guiducci riconobbe con un tuffo al cuore l’architetto De Maria. Quel farabutto comunista, quel mantenuto, quell’intellettuale maledetto, pensò inviperito. Cominciò a sentire una vampa di calore salirgli alla testa, ma fece uno sforzo sovrumano per mantenere la calma. «Noi difendiamo la libertà, quella vera» tuonò paonazzo, «che non lede quella degli altri, e non sviluppa pericoli per chi la vive e per chi la subisce.»
«La libertà è anche rispetto dei principi morali, non lo sa questo?» ribatté ironico l’architetto. «È quindi importantissimo realizzare il pieno rispetto della legge. Come fa lei a rieducare i tossicodipendenti, se è il primo a non rispettarla?»
Il brusìo di disapprovazione che covava nella sala aumentò di volume, serpeggiando lungo le file della platea. Le teste si giravano, le persone parlottavano tra loro, qualcuno si alzava per vedere meglio. Guiducci lanciò uno sguardo fugace al fido Widmer, che vigilava ai bordi del palco.
Il dottor Covatta pensò di prendere la parola, ma Guiducci glielo impedì, mantenendo le redini della situazione. «Non si cerchi di deviare l’attenzione dal vero problema,» esclamò puntando un dito accusatore. «Ecco chi cerca di sminuire il nostro lavoro, di gettare fango sul nostro operato.» Si erse in tutta la sua statura. «Sono coloro che preferiscono che i ragazzi restino liberi di drogarsi. Sono coloro che vogliono colpire gli esempi come il nostro, solo perché dimostrano che loro hanno torto.»
Widmer scese dal palco e percorse lentamente la platea, puntando uno sguardo minaccioso sull’architetto De Maria e sull’assessore Balboni, che gli sedeva a fianco. Come lo vide avvicinarsi, Balboni si alzò nel suo metro e novanta e uscì dalla fila, piazzando i suoi centoventi chili di fronte all’autista di Guiducci. I due si mantennero a distanza, guardandosi in cagnesco, mentre Guiducci continuava a predicare dal palco.
«Si deve capire, una volta per tutte, che la legge non criminalizza il tossicodipendente, ma lo lascia libero di scegliere la struttura che reputa più adatta al suo recupero. Prima, invece, poteva essere arrestato anche chi già si trovava in comunità...»
«Sì, ma praticamente lo si obbliga a scegliere la comunità», gridò un piccoletto con i capelli lunghi argentati e la barba che spiccava sotto un gran naso a patata. «Chi mai preferirebbe stare in carcere? E così, voi aumentate il vostro business di contributi regionali.»
Il dottor Covatta fece per intervenire, ma Guiducci lo zittì di nuovo. «È falso!» oppugnò, rosso in viso. Ecco il nucleo dei barbuti, pensò fremente, lo dicevo, io. «Con i fondi che lo Stato mette a disposizione delle comunità i tossici vengono ricondotti al rispetto dei principi etici e sociali, e a modelli di vita impostati sulla responsabilità. Sapete benissimo che la comunità non è l’unica risposta possibile al problema della tossicodipendenza. Esistono i centri diurni, e poi la famiglia, se ha la forza di seguire il ragazzo.»
«Sì, ma per i reati li mandano tutti in comunità» obiettò un altro barbuto dai capelli neri e crespi, alto e con la camicia a scacchi.
«Ed è chiaro che avere la comunità come alternativa al carcere per voi costituisce un grosso affare!» tornò a inveire il primo.
«Io non ho mai preso soldi da nessuno» sbraitò Guiducci con gli occhi iniettati di sangue, agitando nell’aria entrambi gli indici. «Nessuno ha mai dovuto pagare per stare nella nostra comunità, e tutti lo sanno.»
«Sì, ma voi sul lavoro gratuito dei ragazzi avete costruito un business» rincarò l’altro, «e prendete fior di soldi dagli industriali!»
Un coro di voci dissenzienti si levò poderoso nella sala. Un gruppo di signore azzimate apostrofò con veemenza i due contestatori barbuti, minacciando di passare a vie di fatto. Altre fette di pubblico emisero versi di approvazione all’indirizzo delle attiviste, chiedendo che i perturbatori venissero cacciati. Il dottor Covatta riuscì finalmente a parlare, invitando il pubblico alla calma, finché Guiducci tornò a impossessarsi del microfono, ricatturando l’attenzione generale.
«Il lavoro fa riacquistare ai ragazzi la dimensione della vita, della socialità e della responsabilità» argomentò, rivolgendosi ai suoi sostenitori. «Li fa ridiventare uomini, e quindi è indispensabile per il loro recupero e reinserimento. E sfido chiunque a dimostrare il contrario!»
Seguì un coro d’approvazione, accompagnato da movimenti di teste che assentivano energicamente. L’avversario gridò qualcosa, senza riuscire a farsi sentire, mentre il barbuto al suo fianco declamava qualcos’altro, guardando le persone intorno con aria di compatimento. Le loro frasi affogarono nel dissenso, riuscendo a malapena a raggiungere le file vicine.
Sbaragliato il manipolo di oppositori, Guiducci invitò dal palco alla calma, visibilmente soddisfatto, mentre il moderatore si riappropriava del microfono e cercava di riprendere le fila del discorso.
«Bene, amici…» riuscì a proferire il dottor Covatta, facendo una pausa imprudente che consentì all’altro di estrometterlo di nuovo.
«…Amici, devo dire che vi sono veramente grato…» lo sopravanzò Guiducci, mentre l’asta del microfono tornava a girarsi verso di lui, come attratta da una forza irresistibile.
(35 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(immagini: - Salvatore Fiume e Franz Borghese, Pubblico giudizio;
- Franz Borghese, Il concerto dell'uovo)
[a causa di un errore, era stato inavvertitamente cancellato questo post; poi è stato ricuperato copincollando la pagina rimasta aperta, con tutti i suoi commenti, che perciò restano visibili in home page.]

Seguitiamo a pubblicare le Poesie e racconti brevi di Pepito Ruiz, tradotte da Gianni Rigulfi, stampate sull’opuscolo trovato in un misterioso baule in soffitta. Da qualche tempo, vari indizi si susseguono e si sovrappongono, impegnandoci in una ricerca dai risvolti contraddittori: gli ultimi in ordine di tempo sono i due messaggi ricevuti nei commenti a un mio precedente post.
Il primo di questi messaggi dice:
Gentile sig. Ferrucci,
cercando in rete sono capitato nel suo blog, che trovo interessante e ben congegnato.
Mi permetto di scriverle per una singolare coincidenza che mi ha colpito: riguarda la storia di questo fantomatico “poeta” Pepito Ruiz, a cui vedo che ha dedicato una sezione.
A parte che il tutto mi da l'idea di una specie di gioco, e piuttosto divertente, le segnalo una cosa davvero accadutami molti anni fa...
Si era sul finire degli anni ‘60 e, assieme a un amico, come me neolaureato, fondai a Venezia un piccolo laboratorio di psicoanalisi analitica. Si lavorava, in pratica quasi gratuitamente, con compagni, giovani scrittori e personaggi che oggi si definirebbero “alternativi”.
L'esperimento fu di breve durata, ma ricordo che fra i miei “pazienti” uno mi si affezionò e lo seguì, sia pure sporadicamente, per quasi un anno.
Quel giovane uomo soffriva di una depressione grave e di disturbi della personalità. Non seppi mai il suo vero nome, ma convenzionalmente - e sono certo di ricordare bene - era il signor Gianni Rigulfi.
Fra le altre cose, mi raccontava spesso di un suo amico poeta, della cui reale esistenza ho sempre dubitato. In un paio di occasioni mi fece leggere delle brevi liriche, scritte a mano su foglietti stazzonati. Una differenza rilevante rispetto a quello che leggo qui è che questo poeta, il cui nome poteva essere Ruiz, scriveva però in francese.
Come vede, sto contribuendo ad infittire il mistero (spero che il suo bel blog non si trasformi in un “Chi l'ha visto”).
Il sedicente dottor Umberto Rossi mi ha poi scritto in forma privata, e le sue indicazioni sembrano voler portare a qualcosa di concreto, su cui non mancherò d’informarvi.
Comunque, al suo commento nel blog ha subito risposto il sedicente Gianni Rigulfi:
Carissimo dott. Umberto,
questo fatto, è straordinario (stasera spolvererò il vecchio Jung dei Nessi acasuali). Come potrei averla dimenticata? Non ho dimenticato i suoi tentativi d’aiutarmi e di recare conforto, mi dicono, agli amici che il mio comportamento lasciava sgomenti.
Fortunatamente, poco dopo i nostri ultimi incontri, d’emblée, la mia catabasi ebbe fine. Un mattino, in mezzo alla folla, mi vidi riflesso, scarmigliato e barbuto, in una vetrina. Con enorme stupore mi riconobbi e giudicai, lucido, le bizzarrie inenarrabili ultime, compiute da un altro me stesso. Debole e nuovo ripresi possesso di una vita “normale”. Terminai, con fatica, gli studi, feci vari lavori, scegliendone in vero, di poco gravosi alle mente, conscio di come la porta sul buio potrebbe riaprirsi. In tutti questi anni, come voleva, ho scritto, con cadenze latissime, piccole cose, resoconti catartici; ultimamente qualche riga su un blog (è il progresso), firmandomi con un eteronimo.
Strani scherzi ordisce il destino.
Addio, indimenticabile amico.... Chissà!
Ferrucci, perdoni l'intromissione. Grazie.
Gianni Rigulfi

Con questi nuovi elementi, posso dire che la vicenda Pepito Ruiz sembra voler trovare, se non una soluzione, almeno un compimento. Da parte mia sto svolgendo tutti i riscontri che posso, tenendo sempre come riferimento i quaderni autografi che erano nel baule insieme all’opuscolo stampato.
C’è una cosa che ho notato, in qualche frase contenuta in quei quaderni, che mi fa sorgere un sospetto, forse mal fondato. E cioè che Pepito Ruiz potrebbe essere parente di Pablo Picasso. Perché il cognome del padre di Picasso, ho scoperto, è Ruiz: il sommo artista, infatti, assunse il cognome della madre.
Ma ora veniamo ai prossimi tre componimenti, tutti in prosa. Sugli ulteriori sviluppi della vicenda torneremo poi.
XVI
Trama
Reso eccentrico da movimenti secondari pur tuttavia determinanti, asserve solo saltuariamente il meccanismo in cui è inserito (funzione subordinata a quella di un meccanismo eccentrico di tutt’altra natura).
Pensando di aver scoperto o sospettando ciò, gli piacerebbe assecondare la macchina per poi frantumarla, pur sapendo che il sabotaggio non porterebbe alcun danno reale, solo il rimpianto labile di una propaggine inutile ma funzionante. Succube dei suoi meccanismi minori si ostinerà lo stesso nell’assolvere il suo compito, ora virtualmente cinico. Questo si protrarrà finché la macchina, per motivi immanenti o sospettando qualcosa, non si riconoscerà più in ciò che lui amerebbe fingersi.
XVII
Da un carteggio immaginario
Per quanti ne tirasse fuori dalle innumerevoli tasche, il prestigiatore non riusciva a offrire un fazzoletto alla giovane che piangeva. Prima di cambiar di mano i quadrati di stoffa colorata si trasformavano in fiori, bastoni, colombe… La ragazza tirò su col naso e improvvisamente iniziò a sorridere. Sorrise anche il prestigiatore, mortificato.
C’è qualcosa che non riesco a fraintendere, o a snaturare; un campo di grano, per esempio, con le spighe prima verdi, poi d’oro, cadute per non restare sole, o il mare, che ultimamente ha cambiato colore. Neppure il linguaggio del tuo corpo, poiché non ha bisogno di spiegazioni. Dei tuoi begli occhi e delle loro stagioni non voglio parlare.
Attorno a noi, in questi mesi, devono essere successe un sacco di cose. Dov’ero? M’avessi svegliato… Non mi sono accorto di niente. Ciò che ho guardato di più, ogni giorno, è stato il tuo viso. Stai maturando come un frutto. La tua è un’età in cui ogni giorno ha diritto a una parte di gioia.
… Sorridi mentre mi sforzo di farti invecchiare, porgendoti storie che subito mutano. Sorridi mentre, con dita di rugiada, cerchi di cancellare le rughe dalla mia fronte…
Fai in modo che il tempo lavori per noi, ora che siamo lontani. Questo tuo viaggio improvviso, col mio cuore nella valigia, è la vita.
XVIII
Le cose, quando sognano, sono particolarmente vulnerabili. Senza spiegare le ali da mantide o lo scarlatto interno della clamide, basta avvicinarle con indifferenza e scandire con voce sicura il loro nome.
Come un sonnambulo risvegliato, riportate bruscamente alla loro condizione, le cose collassano, le molecole impazziscono.
Possono sparire con un piccolo schiocco…
Disilludere le cose è simile a un gioco infantile, forse un sognarsi Demiurgo.
Resta da chiedersi, per chi ha un solo nome, se sia conveniente socchiudere gli occhi.
Immagini: Pablo Picasso, Mandolino e chitarra, 1924; Le bagnanti, 1918; Vecchio chitarrista, 1903.
Edgar Allan Poe e l’eroe seriale
Con la trilogia di Auguste Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l’opera di Arthur Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I suoi tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Sherlock Holmes - dottor Moriarty.
In The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, sulla base delle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l’omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti.
Disgraziatamente, nella realtà, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un’albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo di aborto. E questa versione, pur confermando numerose deduzioni di Dupin, contraddice in pieno le sue conclusioni: a Poe non resta dunque che modificare il finale, per tener conto della testimonianza.
L’indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l’assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato – per «ovvie ragioni» – il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l’inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.
Per rimediare all’inconveniente, e giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all’immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.
La lettera rubata
Un anno dopo la pubblicazione dei Murders in the Rue Morgue, Poe riporta Auguste Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
È il tardo crepuscolo: i due protagonisti siedono nel “gabinetto di lettura” del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s’appresta ad accendere un lume, ma all’udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il tradizionale meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce.
Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: «Forse il mistero è un po' troppo semplice».
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s’è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all’ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell'indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo e, prima di congedarsi, s’appropria come per errore dell’altro foglio.
Da quel momento, l’uomo regge le sorti della politica francese, grazie all’ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e l’analitico Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato.
Richiamandosi al gioco del “pari o dispari”, in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l’investigatore mette a nudo l’incapacità della polizia di valutare l’avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d’invisibile. Non è affatto detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.
Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d’occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s’introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, dove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre negligentemente allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d’ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera.