OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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mercoledì, 30 maggio 2007
Postille a "Morte di un alchimista". 7

Ormai, Morte di un alchimista sta arrivando alla conclusione: presto si scoprirà l’assassino. Faccio quindi un’ultima postilla, su alcune implicazioni alchemiche dei testi e delle immagini descritte nel romanzo.
 Khunrath-praying alchemist
George Ripley, le Dodici Porte e le dodici xilografie dell’Obscura mens
 

obscura mensInnanzitutto, abbiamo visto che il trattato Obscura mens in naturalium rerum mutatione contiene dodici xilografie: esse riproducono le dodici operazioni alchemiche descritte nel Liber Duodecim Portarum di George Ripley, un testo autentico (e non romanzesco come l’Obscura mens) contenuto nella sua opera The Compound of Alchemy.
George Ripley, canonico agostiniano di Bridlington e uno tra i più famosi alchimisti inglesi, visse dai primi del XV secolo fin verso il 1490. Studiò alchimia e altre discipline a Roma, a Lovanio e nell'isola di Rodi, dove fu ospite dei Cavalieri di Gerusalemme che avevano conquistato l'isola nel 1310, con l'aiuto dei Genovesi, e ne avevano fatto un avamposto contro i turchi.

Tornato in Inghilterra, verso il 1471 Ripley divenne canonico agostiniano nella prioria di Bridlington, dove avviò un’intensa attività di ricerca alchemica. Si diceva che l’intera comunità vivesse soffocata dai vapori e dalle esalazioni mefitiche che emanavano dal suo laboratorio. Al pari dell'adepto francese Cristoforo di Parigi, suo contemporaneo, il Ripley fu uno dei primi a divulgare gli insegnamenti alchimistici di Raimondo Lullo di Maiorca, il doctor illuminatus del XIII secolo. Inoltre, scrisse diverse opere originali sull'argomento. La sua The Compound of Alchemy (Opera composita d’Alchimia), scritta in inglese tra il 1470 e il 1471 e dedicata a Edoardo IV, fu stampata per la prima volta nel 1591, e se ne conoscono parecchie redazioni manoscritte.
 ripley
Ripley, dunque, chiamava la serie di operazioni alchemiche Le Dodici Porte, e la paragonava a un castello circolare con dodici entrate, ciascuna simboleggiante uno stadio del processo alchemico.
Analogamente, ogni tavola xilografata dell’Obscura mens rappresenta allegoricamente una delle dodici fasi del processo alchemico: in alto riporta un ordinale romano, in basso una didascalia che definisce l’operazione illustrata. Si possono stabilire diverse connessioni fra il significato chimico e simbolico di queste operazioni.
coniunctio
La congiunzione, ad esempio, indica la combinazione dello zolfo e del mercurio nell'alambicco dell’alchimista, simboleggiata dal matrimonio del Re e della Regina.

putrefactioLa putrefazione, che è lo stadio successivo, indica che i corpi, una volta uniti, devono essere uccisi dal calore perché possa seguirne la rigenerazione.

Il serpente, o drago, è strettamente collegato a Mercurio, l’agente trasformatore del processo alchemico. Mercurio viene liberato e attivato dalla materia prima, poi viene trasformato, fissato e condotto a perfezione tramite le diverse operazioni. Mercurio viene anche identificato con il processo stesso.
Generalmente, il cervo e l’unicorno simboleggiano la terra, mentre i pesci sono creature dell’acqua, gli uccelli dell’aria e le salamandre del fuoco.

dragoIl fuoco è soprattutto una forza esterna: l’alchimista deve usare il giusto grado di calore per i diversi stadi dell'operazione. Spesso il calore deve essere moderato, simile a quello della gallina che cova le sue uova; e spesso si dice che la salamandra dev’essere estratta dalla sua caverna: significa che la sostanza che si sta trasformando deve cedere il suo fuoco segreto, che aiuterà la pietra a ricevere il suo potere definitivo

L’acqua viene associata a Mercurio: è il solvente universale, che può servire a dare alla sostanza il colore giusto durante i vari stadi del processo alchemico: nero, bianco, giallo e rosso. Il colore era considerato una specie di spirito, dotato di particolari proprietà e poteri. Un tipo di acqua a cui viene data particolare importanza è la rugiada: essa può essere impiegata per inumidire la materia alchemica, per bagnarla o per alimentarla. Secondo Armand Barbault, alchimista francese del XX secolo, la rugiada è pregna dell’elemento vitale delle piante da cui la si raccoglie, ed è capace d’immettere nella materia un alimento chiamato “fuoco verde”. Altri, invece, ritengono che la rugiada discenda dall’atmosfera e che, per questo, sia un tramite mistico, il ricettacolo di tutti gli influssi celesti.

separatioGli uccelli, come abbiamo detto, sono l’emblema dell’elemento dell’aria. La figura del corvo o cornacchia è il simbolo della nigredo, l’annerimento o putrefazione della materia prima. Un uccello bianco, come il cigno o la colomba, può invece essere messo in relazione con la fase dell’albedo o Opera al bianco, che corrisponde alla prima liberazione dell’anima della materia.
Il pavone ha la qualità di messaggero: la comparsa nell’alambicco della cauda pavonis, il magnifico spettacolo di colori iridescenti, avvisa l’alchimista che il processo di trasformazione dell'Opera è in corso.
Il pellicano è legato alla leggenda secondo cui questo uccello nutre i suoi piccoli con il sangue del suo seno: questo simboleggia il fatto che la materia prima contiene in sé tutto il necessario alla sua trasformazione e al suo perfezionamento. Questo concetto è molto simile a quello dell’acqua segreta, che viene estratta dalla sostanza trattata e poi le viene nuovamente somministrata, per aiutarla a crescere.
L'aquila è in stretto rapporto con Mercurio. Due aquile che combattono si riferiscono alla battaglia interna che ha luogo nelle fasi iniziali dell’Opera, per sciogliere i legami che tengono uniti gli elementi. L’aquila posta in alto o sospesa a mezz’aria è Mercurio nel suo stadio sublime, simbolo di ispirazione, e spesso indica anche il completamento dell’Opera.
 
Ripley scriveva: «I filosofi dicono che sono gli uccelli e i pesci a fornirci la Pietra, ma in realtà ogni uomo la possiede, essa si trova ovunque, in voi, in me, in ogni cosa, nel tempo e nello spazio. Essa si offre in forma disprezzabile. E da essa sorge la nostra aqua permanens».
Il Liber Duodecim Portarum, l’opera più famosa di George Ripley, fu commentata anni dopo dal grande e misterioso alchimista Ireneo Filalete, in una serie di trattati pubblicati sotto il titolo Ripley Revived, ovvero “Ripley resuscitato”, un vero e proprio commento delle sue opere ermetico-poetiche. Sull'identità di Filalete, vissuto nel diciassettesimo secolo, si è molto discusso; la sua opera Secret Entrance into the Shut Palace of the King (L'entrata segreta al palazzo chiuso del Re) fu un classico in inglese, in latino e in francese.
 
I colori
ripley_scrowle 
Ripley concorda con la maggior parte degli alchimisti, nel ritenere che la trasmutazione nell'Opera può essere seguita osservando la successione dei colori che si manifesta nel corso della reazione. I colori sono ricordati nella celebre Visione che Ripley afferma d’aver avuto, riportata integralmente nel Liber Duodecim Portarum, nella quale gli furono palesati i segreti dell’alchimia.
Leggiamo un brano del suo Trattato di chimica filosofica ed ermetica:
«Nelle diverse operazioni si possono estrarre diversi prodotti: innanzitutto il leone verde, che è un liquido denso [...] che fa emergere l’oro nascosto nelle materie ignobili; il leone rosso, che converte i metalli in oro, ed è una polvere rosso vivo; la testa di corvo, detta anche la vela nera della nave di Teseo, un deposito nero che precede l’estrazione del leone verde e la cui comparsa, alla fine dei quaranta giorni, promette il successo dell’Opera e che serve alla decomposizione e putrefazione degli oggetti dai quali si vuole estrarre l’oro; la polvere bianca, che trasmuta i metalli bianchi in argento fine; l’elisir al rosso, con il quale si fa l’oro e che guarisce tutte le piaghe; l’elisir al bianco con il quale si fa l’unguento e ci si garantisce una vita estremamente lunga, che viene chiamato anche la fanciulla bianca dei filosofi. Tutte queste varietà della pietra filosofale vegetano e si moltiplicano [...]».
 
Sogni e visioni simboliche
 
Oltre alla celebre Visione, nel Liber Duodecim Portarum troviamo un altro esempio di viaggio simbolico:
«Bisogna cominciare al tramonto del sole, quando il marito Rosso e la sposa Bianca si uniscono nello spirito di vita (congiunzione dei due principi), per vivere nell’amore e nella serenità, nella proporzione esatta di acqua e di terra. Dall’Occidente avanza attraverso le tenebre, verso Settentrione; àltera e dissolvi il marito e la moglie fra l’inverno e la primavera; cambia l’acqua in terra nera e innalzati attraverso i colori variegati, verso l’Oriente ove si mostra la luna piena. Dopo il Purgatorio, appare il sole bianco e radioso; è l’estate dopo l’inverno, il giorno dopo la notte. La terra e l’acqua si sono trasformate in aria, le tenebre si sono disperse, si è fatta luce. L’Occidente è l’inizio della teoria; il principio della distruzione è compreso fra Oriente e Occidente».

leoneÈ ben riconoscibile, qui, la descrizione delle fasi della Grande Opera minerale che si realizza nell’uovo filosofico. Ma si riconosce anche la descrizione – in analogia col processo minerale – della serie di esperienze interiori vissute dall’adepto. È evidente anche l’allusione a un rituale di viaggi simbolici, che facevano transitare l’iniziato dall’Occidente all’Oriente di un tempio o di una loggia.
 
Per l’alchimista del medioevo, realizzare la Grande Opera minerale non significava semplicemente ottenere un insieme di processi materiali, ma compiere un vero e proprio atto sacro. Ripley scrive, nel Prologo del Liber Duodecim Portarum:
«All’inizio della mia opera intendi la mia preghiera, mio Dio; che la tua misericordia aumenti il mio sapere, protegga la mia opera dalla tua destra potente, perché io non perda il tempo che mi è stato dato per vivere».
Ripley, in pratica, assimilava la realizzazione della Grande Opera a una vittoria sul peccato originale: «Il mondo e la pietra sono emersi entrambi da una massa informe. La caduta di Lucifero, come il peccato originale, simboleggia la corruzione dei metalli vili».
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (14)
postille, romanzo, officina

lunedì, 28 maggio 2007
Morte di un alchimista - 41° puntata

Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001690.html
 
(qui tutte le puntate)
 munch_sera sulla via karl johan
La dissonanza
 
Improvvisamente, la dissonanza che gli vagava in testa come un pellegrino senza meta si mostrò con chiarezza. Mazza si fermò, lo sguardo perso, e si rese conto d’essersi incamminato dalla parte opposta a quella dov’era parcheggiata la macchina. Tornò indietro, mentre i pezzi di quell’assurdo rompicapo cominciavano a ricomporsi. Se lì c’erano altre persone oltre a loro, quella notte, i loro nomi potevano esser nascosti dietro le crittografie di De Bellis… Il dubbio andava risolto subito. Raggiunse un telefono, chiamò la stazione dei carabinieri di Bordiano e si fece passare il maresciallo Vinci.
«Buongiorno, maresciallo» esordì, cercando di mantenere la calma.
«Buongiorno, Mazza. Novità?»
«Mah, probabilmente sì. Ho finalmente scoperto qualcosa su quei documenti.»
«Ah, bene, perdinci. Complimenti.»
«Volevo recarmi subito dal dottor Pierleoni a riferirgliele, ma purtroppo non è ancora rientrato dalla trasferta. Nel frattempo, ho pensato che potrei completare il mio lavoro, dato che mancano solo alcuni dettagli. Così, le volevo chiedere...»
«Dica, dica.»
«Nel materiale che avete recuperato a casa di Grumbacher ci sono alcuni documenti cifrati, che fanno parte di quelli che devo interpretare; siccome non li ho visti in Procura, vorrei sapere se sono rimasti presso di voi, o se non sono stati reperiti...»
«Li abbiamo consegnati alla Procura insieme agli altri, Mazza. Solo che quelle crittografie sono irrimediabilmente deteriorate, perché le abbiamo ritrovate immerse in un bidone di acqua piovana, e non si vede un segno che sia uno. Ma, a parte quell’inconveniente, tutti i documenti sono stati recuperati.»
Mazza trattenne un moto di stizza. «Capisco... Per ora la ringrazio, maresciallo; mi perdoni il disturbo. A risentirci.»
Dunque, era andata così: quei fogli non erano più decifrabili. Qualcuno, che ne conosceva il contenuto, aveva fatto in modo che non lo fossero. Il fatto era abbastanza inquietante da rimescolare tutte le conclusioni come un mazzo di carte. Una delle persone presenti quella notte poteva essere tornata indietro, magari in preda a un accesso di gelosia, e aver colpito De Bellis dopo una lite; oppure erano tutte d’accordo, l’avevano ucciso per qualche motivo e ora si coprivano a vicenda. Forse De Bellis le ricattava…
Decise di telefonare a Baschetti. Troppe cose erano state date per scontate o come chiare, mentre in realtà erano rimaste in una totale indeterminatezza. A quel punto, restava solo un tassello per completare la figura.
Per fortuna, il giornalista era in redazione. Alla domanda di Mazza sull’ora precisa in cui Guiducci aveva tenuto la seduta spiritica la notte del delitto, rispose quasi seccato.
«Ma a che ora vuoi che sia stata? A mezzanotte, no?»
«Come fai a saperlo con certezza?»
Munch-notte bianca«Me l’ha detto Antonelli, lo sai. Ricordo le sue parole: seguendo il solito rituale, quella sera hanno fatto la seduta.»
«E tu sai qual è il solito rituale?»
«Per quanto ne so, iniziano a mezzanotte.»
«Non per quanto ne sai: dobbiamo sapere esattamente a che ora hanno iniziato quella notte, è importantissimo. Devi rintracciare Antonelli e chiedergli l’ora di inizio e fine della seduta di quella notte. Poi ti spiego.»
«È per la storia che Guiducci potrebbe essersi trattenuto da De Bellis troppo tempo? Ma ormai l’abbiamo già verificato. Il tempo gli serviva, ha dovuto cercare, leggere i fascicoli che gli interessavano; mica poteva portare via tutta la biblioteca, e poi avrà dovuto smontare…»
«Ascolta, Baschetti, non mi far incazzare. Credimi, è necessario conoscere l’ora. So perfettamente cosa ti sto chiedendo. Ho scoperto nuove cose, poi ti dirò. Ti richiamo fra dieci minuti, e sulla base di quello che mi riferirai ti dirò dove incontrarci.»
Trascorse un quarto d’ora, in cui Mazza ripassò mentalmente tutte le sequenze che s’erano andate affastellando in quel casino di eventi. Quando ritelefonò, ebbe la conferma di ciò che sospettava: quella notte gli adepti s’erano ritrovati dopo l’una, in ritardo rispetto all’ora consueta, e s’erano tutti trattenuti fin oltre le due.
«Allora Guiducci non può aver ucciso De Bellis, ti rendi conto?» disse in preda all’eccitazione.
All’altro capo del filo, Baschetti taceva.
«Bisogna indagare sulle persone che erano dal professore quella sera» riprese, «sono certo che c’erano le due signore che sappiamo, e poi...» Tacque.
«E poi?» lo sollecitò il giornalista. «Come sai che erano lì quella sera?»
«Poi ti spiego...»
Mazza continuava a ragionare a pieno ritmo. C’era anche Cinzia quella notte, e la sua auto era fuori uso. Cosa poteva significare? Un’ipotesi cominciò a prendere corpo, assurda e agghiacciante.
«Senti» disse Baschetti, «in ogni caso dobbiamo fiondarci da Pierleoni. Qui bisogna sviscerare tutta la faccenda, sennò non ne veniamo a capo. Dove ci troviamo?»
«Ti richiamo al massimo tra un’ora.» Mazza chiuse la comunicazione, interrompendo le imprecazioni del giornalista.
Ripensò a una chiave, a una finestra... e il rompicapo si ricompose, dando vita a un’immagine inaspettata. Doveva assolutamente controllare. Il sospetto era troppo forte.
 
(41 – continua)
 
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(immagini: Edvard Munch - Notte bianca
- Sera sulla via Karl Johan)

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romanzo, morte di un alchimista

sabato, 26 maggio 2007
La formula dell'Arcanum

 Porcellane Capodimonte
 
«Gruppo con dama e cagnolino aggiudicato al signore in giacca rossa per novantacinque ducati!»
Dalla folla salì un mormorio di disappunto, e un’onda di teste si girò verso il palco invocando una reazione che s’era già accesa, a suo modo: «Ma chi cazz’è ‘stu guaglione?».
Così, con grazia tutta regale, Carlo di Borbone  interrogò i cortigiani, e il refolo di dispetto che intorbidiva la cesellata frase li fece mutissimi, in attesa.
«Allora?» fece il re scostando la poltrona e alzandosi, dando le spalle al Largo di Palazzo dove una leggera brezza estiva muoveva i tendoni della fiera e gli orli degli ombrellini delle signore che curiosavano fra i banchi: «Principe, ne sapete qualcosa?».
Il principe Dentice, ministro della Real Casa, percepì il proprio disagio in forma di un rossore che gli saliva al viso. Per vincerlo cercò di dire qualcosa di sensato, visto che del ragazzo non sapeva proprio niente, farcendo le parole con un sorriso che voleva essere charmant: «Altezza, ma la fiera la facciamo proprio perché la gente acquisti le vostre porcellane…».
«Sì, ma quello se le sta comprando tutte!» scattò il re, e subito scovò alle spalle del ministro l’intendente della Real Fabbrica che si faceva piccolo piccolo: «Signor Bonicelli, avete mai visto quel ragazzo, voi?».
Prima che il disgraziato, intendente da nemmeno un mese, già in un vortice di tensione e di sudore per essere su quel palco fra duchi e baroni, riuscisse a far affluire la saliva necessaria a una risposta la voce stridula della regina lo gelò, e con lui l’intero palco, tutti immobili, il sangue pastoso e caolino, denso come quello di san Gennaro prima del miracolo.
«Fate qualcosa!» gridò Maria Amelia al marito, scuotendo sulla poltrona di broccato il suo gran corpo sassone fabbrica di principini mentre si faceva aria con un ventaglio la cui velocità era, a corte, infallibile indicatore del bello e del cattivo tempo: ora frullava velocissimo, rinfrescando il suo viso devastato dal vaiolo e solcato dalle rughe di un perenne, pessimo umore. Poi si voltò verso la contessa di Castropignano e le due donne presero a bisbigliare fitto, rivolgendo di tanto in tanto un’occhiata sdegnata al re, che alla terza si sentì un coglione, stato d’animo delle due donne, dopo molto esercizio, erano diventate maestre nel generare in lui.
 
livio macchiE’ il 1754 e Napoli è splendidamente distesa all’ombra del Vesuvio. Qui si nasconde la formula dell’Arcanum, la chiave alchemica capace di dar vita a piccoli capolavori di grande valore: le porcellane della Real Fabbrica di Capodimonte.
Un tesoro che fa così gola da giustificare il tessersi di una complicata trama di furti e rapimenti, che varcherà i confini partenopei per giungere fino a San Pietroburgo.
Un romanzo storico arguto e raffinato, dalla decisa impronta mistery, in cui il capitano Ferrante Chilivesto si troverà a indagare su una specie di intrigo internazionale.
 
Livio Macchi, La formula dell’Arcanum, Edizioni Piemme 2005.

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (19)
biblioteca

giovedì, 24 maggio 2007
Morte di un alchimista - 40° puntata

Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/02/001690.html
 
(qui tutte le puntate)
 Tamara-de-Lempicka-La-bella-Rafaela
Il segreto
 
Quando si svegliò, Mazza stette per alcuni secondi in un limbo mentale, senza ricordare quasi nulla di quello che era successo. Intorpidito, s’alzò e andò ad aprire la finestra; si rese conto d’aver dormito solo poche ore.
Fece uno sforzo per ripercorrere nella mente le tappe dei giorni precedenti: tutto gli appariva irreale. La camera orgonica ottagonale, la sostanza cosmica materializzata e l’irraggiatore orgonico, gli esperimenti di Guiducci e la coda del pavone... sembravano sogni che, di fronte ai pendii collinari che si estendevano in lontananza nella luce del primo mattino, si dissolvevano per lasciar posto alla realtà.
Eppure, quei documenti esistevano. O, meglio, erano esistiti. Colto da una frenesia improvvisa, andò a prendere il fascicolo che era riuscito a salvare, lo riunì al PR-1 e agli altri pezzetti bruciacchiati, andò alla sua scrivania e si rimise a esaminarlo.
Ma la faccenda era troppo complicata. Chiuse gli occhi, incrociò le braccia sulla scrivania e vi poggiò il capo. Quella strana sostanza, che formava il “ringorgo arrotante”, era forse come un cristallo liquido. Correndo con quell’ampolla sotto il braccio, doveva avere scatenato una quantità di turbolenze, facendo aumentare la pressione interna fino all’esplosione.
Ora, per riferire tutte quelle cose a Pierleoni, non avrebbe saputo da dove cominciare. “Dottore, Domenico Guiducci è responsabile della morte di quattro persone, forse cinque”, gli avrebbe detto. Già immaginava la faccia del magistrato. Andare a scavare in quel santuario era un’impresa non facile, nella quale si poteva mettere a rischio la carriera. Legioni di madri coraggio, magnati dell’industria, firme del giornalismo e deputati non avrebbero esitato a lanciare la loro offensiva.
Fu Albachiara, con la sua telefonata inaspettata, a richiamarlo alla realtà. Non si sentivano dal giorno in cui avevano osservato le stelle. Il giorno precedente l’aveva cercato, disse lei, e aveva anche lasciato un messaggio in segreteria. La segreteria? Perbacco, si scusò Mazza, non aveva ascoltato i messaggi, non ne aveva avuto modo. Gli eventi erano, per così dire, precipitati. Nulla di sensazionale, la rassicurò, se non che aveva risolto il caso De Bellis.
Albachiara rimase di stucco, e lui le spiegò. Emilio, voglio sapere tutto, furono le ultime parole di lei, ci vediamo stasera.
Il morale gli si risollevò in un baleno. La consolazione di poterla rivedere era l’unica certezza che provasse in quel momento. Tutto il resto sembrava assurdo. Quel cumulo di considerazioni, circostanze, dubbi, ipotesi s’era addensato troppo in fretta, e gli roteava disordinatamente in testa. In più, c’era quella strana dissonanza. Era come una sfilacciatura che lasciava intravedere un elemento dimenticato, senza tuttavia svelarlo. Eppure, tutto sembrava tornare: movente, persone, azioni...
Bisognava senza meno, per prima cosa, andare da Pierleoni a riferire tutto. O meglio, quasi tutto: non spettava certo a lui riferire le circostanze descritte dal pittore. Decise di partire per Rimini. Prima di andare a prendere i documenti, s’avviò verso il telefono per chiamare la Procura, ma fu preceduto da uno squillo che lo fece trasalire.
 
* * *
Tamara-de-Lempicka-printemps 
Mentre suonava il campanello, Mazza pensò alla formula che avrebbe usato per giustificare quell’intrusione. “Deve scusarmi, Pierleoni”, avrebbe detto, “ma ho delle questioni urgenti da sottoporle, e in Procura mi hanno detto...” Anzi, forse avrebbe fatto meglio a dire: “Buongiorno, Pierleoni. Deve scusarmi, ma sono stato a cercarla in Procura e mi hanno detto che sarebbe stato in ufficio fra non meno di un’ora. Siccome quel che ho da dirle è estremamente importante...”
La porta s’aprì, e Cinzia Fabris comparve sulla soglia.
«Emilio...»
Cinzia, la compagna di studi, sua vecchia fiamma, aveva mantenuto intatti i suoi colori e il suo fascino. Alta, con la carnagione chiara e i capelli scuri a caschetto che incorniciavano il bel viso ovale, sembrava ancora la ragazza che l’aveva fatto sognare ai tempi dell’università. Ed era molto bella. Per alcuni istanti gli sembrò di rivivere, nitidissime, le notti d’amore trascorse con lei, nell’appartamento che divideva a Bologna con un’amica.
«Ciao, Cinzia... come stai?»
«Bene. Vieni, accomodati.»
Mazza entrò nell’ingresso, un po’ impacciato. «Sto cercando tuo marito... per la questione del delitto De Bellis.»
«Sì.» Il volto di Cinzia si rabbuiò impercettibilmente, tornando subito alla limpidezza naturale. «Ma Antonio è fuori per alcune faccende. Più tardi dovresti trovarlo in Procura.»
«Capisco. Be’...»
«Ci siamo divertiti alla cena di sabato, sai?» ruppe il ghiaccio lei. «Ce ne siamo andati che erano passate le due.»
«Mi fa piacere. Peccato che non abbia potuto...»
«Posso offrirti qualcosa? Senza complimenti,» lo interruppe.
«No, ti ringrazio molto, ma è meglio che vada, così potrò parlare con tuo marito.»
Fece per avviarsi, ma si fermò con la mano sulla maniglia e si girò a guardarla, con una strana luce negli occhi. In un baleno seppe ciò che fino a quel momento aveva voluto negare a se stesso. Quel neo in cima al bellissimo sedere, e quella cicatrice, ricordo di un colpo di pistola durante i disordini di piazza… Era lei la favorita di De Bellis, la donna misteriosa e seducente che s’accoppiava con lui e, almeno, aveva mantenuto il pudore di non fornicare sotto gli occhi del gruppo. Si sentì stupido, ripensando al ritegno e ai pudori che avevano condizionato il loro rapporto di giovani amanti. E Pierleoni? Era ignaro o era consenziente? Poteva, quell’uomo freddo e formale, aver compreso la sensualità della moglie?
Si meravigliò nell’udire la propria voce uscire incontrollata, mentre pronunciava una frase che non aveva avuto il tempo di premeditare: «A proposito… tuo marito sa della relazione che avevi col professor De Bellis? Lo sa che siete… che eravate amanti?».
Cinzia avvampò, poi cominciò a impallidire. Allargò gli occhi color nocciola in un’espressione sgomenta, chiaramente impreparata a una bugia: «No, lui non sa...». Con un filo di voce, quasi lo supplicò: «Ti prego, Emilio, non dirglielo... Non servirebbe a nulla…».
Mazza sentì che doveva attaccarla senza riguardo, se voleva la verità. Un’altra frase gli salì alle labbra: «Allora, non sa neppure che eri lì la sera del delitto».
Lei arretrò di due passi e, più che sedersi, cadde su una sedia imbottita dell’ingresso. «No, non lo sa… Emilio,» farfugliò implorante, «ti scongiuro, per l’amicizia che ci lega… non dire niente. Lui non sa niente…»
«Non sa niente per ora, ma come l’ho scoperto io, lo scoprirà anche lui. O forse no, se il caso viene chiuso subito. Ma tu... come hai...»
«È una storia lunga, Emilio, ti prego...» Gli occhi le si riempirono di lacrime.
«Devi sperare che il caso si risolva in fretta,» disse lui, freddo. La sensazione di dover scavare in quella direzione si fece più forte. «Chi di voi l’ha ucciso?»
«Nessuno di noi l’ha ucciso, non penserai davvero una cosa del genere!» Cinzia si rialzò di scatto. “All’una eravamo già andati via tutti, e De Bellis era vivo, ne sono sicura, perché io sono salita in macchina per ultima. Credimi, non è su di noi che si deve indagare.»
Mazza la guardò in silenzio.
«Ascoltami, a questo punto saprai benissimo che non c’eravamo solo noi tre quella sera» eruppe lei, indispettita. «Noi ce ne siamo andate con la stessa macchina, come sempre.»
«Già, tu con la altre signore, le tue degne compagne di bagordi...» sibilò velenoso, «e scommetto che non sai chi erano gli altri.»
«Proprio così, non lo so.»
«Già…» Mazza avvertì un piccolo capogiro. Si figurò De Bellis nudo, in mezzo a un grappolo di donne mascherate che non disdegnavano i rapporti omosessuali, e le vide partire assieme, dopo essersi soddisfatte. Ma se anche erano andate via tutte, la gelosia poteva avere indotto una di loro a tornare indietro subito dopo, con la propria macchina...
Mentre quelle immagini gli scorrevano davanti agli occhi, Cinzia recuperò il controllo. «Purtroppo, stavo uscendo» disse calma.
«Certo, naturale.» Mazza si riprese dal momentaneo sbandamento e si sentì riassalire dal disagio. «Allora, andrò da tuo marito... e, per quel che mi riguarda… non parlerò.»
Uscirono in giardino. La villetta a due piani era tinteggiata in ocra, con la rimessa e gli altri locali di servizio sul davanti. Il vialetto d’ingresso, una fila di lastre incassate nel terreno erboso, portava diritto al cancello, mentre sulla destra una fila di cipressi nascondeva la casa alla vista.
«Scusa se non ti accompagno al cancello,» lo congedò Cinzia, «ma rischio di fare tardi. Ho la macchina fuori uso, e sono costretta a muovermi in bicicletta.» Senza aggiungere altro, si diresse a capo chino verso la rimessa, costeggiando una fila di oleandri e piccole palme.
Mazza rimase a guardarla mentre apriva il portone basculante. Poi si avviò lentamente verso il cancello, mentre una gatta pezzata miagolava al suo indirizzo, occhieggiando dal davanzale di una finestrella semiaperta.
 
(40 – continua)
 
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(immagini: Tamara de Lempicka - La bella Rafaela
- Printemps

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (8)
romanzo, morte di un alchimista

lunedì, 21 maggio 2007
Stampa Alternativa e i libri a un centesimo

 gp serino
L’antefatto è questo post, pubblicato il 10 maggio nel blog Satisfiction di Gian Paolo Serino, giornalista culturale:
 
«Come si diventa un intellettuale», ironico e inedito pamphlet scritto nel 1966 del quale presento ampi stralci su “Il Giornale” di oggi , è il testo che inaugura una nuova iniziativa editoriale, anzi «antieditoriale»: la prima collana di libri in vendita a un centesimo che si chiama «Almeno un cent» e che viene presentata in anteprima alla Fiera del Libro di Torino che si apre oggi. L’idea è di Ettore Bianciardi, figlio di Luciano, e dell’editore di Stampa Alternativa Marcello Baraghini. «La nostra - spiega Baraghini che nel 1989 inventò la collana Millelire – vuole essere una provocazione per far capire quanto in basso ci abbiano spinto le logiche del marketing». «Noi – aggiunge Ettore Bianciardi – vogliamo mettere al centro il lettore, strapparlo alle grinfie della grande editoria, che in nome del profitto e del fatturato lo ha reso passivo e assoggettato al consumo acritico. Per questo siamo partiti proprio dall’ostacolo principale, il costo del libro, riducendolo alla cifra simbolica di un centesimo». Ma dove si troveranno i libri a un centesimo? «Speriamo ovunque: non solo nelle librerie, ma in tutti gli spazi pubblici e privati. Il lettore, infatti, può avere i nostri libri a un centesimo ma non solo. Se poi vuole può diventare direttamente distributore e promotore: ordinandoli sul sito http://www.riaprireilfuoco.org potrà riceverne a casa 100 copie (5 euro comprese le spese di spedizione) per poi distribuirle, venderle o regalarle. L’idea è quella di trovare nei lettori dei complici che vogliano aiutarci a diffondere la cultura». Anche per questo i primi titoli saranno dei «Bianciardini», cinque inediti di Luciano Bianciardi che saranno pubblicati da qui a fine anno. Poi, sempre a «Almeno un cent», seguiranno gli incipit di grandi romanzi dimenticati della letteratura.
 
Su questa premessa, ho deciso di riportare per intero l’intervento di Marcello Baraghini, l’editore di Stampa Alternativa, pubblicato sempre su Satisfiction nei giorni della Fiera del Libro.
Ho deciso di riportarlo perché interessante e molto chiaro e diretto.
 
Naturaleza muerta con librosLa storia è questa, precisa come se fosse sotto le lenti di un microscopio.
Quando i grossi editori vedono crollare le vendite e non gli basta proporre in libreria sconti del 30% per recuperare la caduta, allora aprono la conigliera dove sono rinchiusi gli Aldo Nove, i Tiziano Ciabatta, i Piperno, i Lucarelli, i Genna e i tanti altri della nidiata, per darli in pasto, per l’ennesima volta, al grande pubblico tramite, naturalmente, il trampolino più generoso che è il “Corriere della Sera”. Che tanto ci pensa ogni settimana la penna del critico di complemento Antonio D’Orrico sul supplemento “Magazine”… E loro beati, Nove in testa, a stare al gioco per fanatismo ed esibizionismo in primo luogo, e poi per vendere qualche copia in più. Questa noia mortale (per la letteratura) cominciò una decina di anni fa quando, appena ingaggiati da Einaudi, il gatto e la volpe di Stile Libero s’inventarono ‘Gioventù cannibale’ e giù il “Corriere” per un’intera estate a bombardare i poveri lettori. Di lì in poi noia e bombardamento mediatico si sono moltiplicati a dismisura in ragione del disinteresse dei consumatori di libri che hanno pensato bene di iniziare il loro solitario ma significativo sciopero dell’acquisto (non della lettura, chiariamoci). Il “Corriere” li chiama enfaticamente I PADRONI DELLA LETTERATURA. Ma quali padroni! In realtà sono I LADRONI DELLA LETTERATURA, inventati, manipolati e governati dagli uomini del marketing, sotto l’orchestrazione del manganello (culturale). Loro, il piccolo esercito degli uomini del marketing, hanno scelto questo profilo basso, della letteratura senza contenuti e riempita invece di stili e fiction, per uccidere quanto di significativo e buono c’era nella letteratura del ‘900, quella dei libri e, ancor più, quella delle riviste letterarie e non. Soprattutto quelle non letterarie, mi vien da dire.
È chiaro il motivo. Ogni libro, ogni articolo o intervento di Luciano Bianciardi, magari su riviste non paludate, supera da solo tutti i libri di Aldo Nove. La loro ripubblicazione farebbe andare al macero i suoi libri cannibaleschi. Parlo di lui, che è forse il meno peggio, solo perché è il più invadente dalle pagine dei giornali di regime. E allora io ed Ettore Bianciardi che facciamo? Li recuperiamo tutti, uno per uno, quei tasselli di straordinaria letteratura e – evitando come la peste i festival e i salotti che ospitano Aldo Nove – ce li andiamo a vendere sui marciapiedi, ogni tassello un libro a 1 centesimo di euro, almeno 1 centesimo. E li abbiamo chiamati “Bianciardini” in onore del nostro eroe Luciano Bianciardi: libero, anarchico, provocatore, visionario, sognatore, ma di sogni a occhi aperti, come noi.


Marcello Baraghini
 
(il quadro: Fernando Botero, Naturaleza muerta con libros)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (11)
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