OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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giovedì, 19 luglio 2007
Postille a “Mistero etrusco”. 3 – L’avvocato Vespignani

 
Nella precedente postilla a Mistero etrusco, dedicata alla partita di golf, c’era un personaggio secondario, l’avvocato Vespignani: uno dei più grandi seduttori della città. A un certo punto della scena, scopriamo che: «Quella sera, poi, l’attendeva un appuntamento galante d’importanza non secondaria. Una formosa quarantaseienne di Forlimpopoli, tettuta e scattante quanto bastava, per giunta bionda naturale: una rarità. Se fosse filato tutto liscio, sarebbe divenuta la numero trecentosessantadue del registro».
Eccolo, dunque, il fantomatico registro: il collega di studio, il subdolo avvocato Vivarelli, non si fa scrupolo di frugare nel suo ufficio per trovarlo e scoprire così, nero su bianco, l’identità delle sue numerose conquiste. E stavolta, frustrato dall’ennesimo insuccesso, ne approfitta per fargli uno scherzo pesante.
Anche questa scena, eliminata dalla versione originale del romanzo, è stata in seguito adattata e riutilizzata per costruire il racconto “Il sonno degli innocenti” pubblicato nel 2005 nel volume Lune nere edito da Aliberti.
 
filippo scozzari

 
Raggiunto l’ultimo gradino, l’avvocato Vespignani si fermò per riprendere fiato. S’afferrò alla ringhiera con le mani possenti, guardando le lastre in travertino del pianerottolo scivolare verso destra, in una sgradevole illusione ottica. Il cuore gli pulsava nelle tempie con colpi rapidi e pungenti, e per qualche secondo la vista gli si annebbiò. Le poche ore di sonno, evidentemente, non erano bastate, e la fatica del terribile ménage notturno riemergeva prepotente.
Attese che il campo visivo si ristabilizzasse, inquadrò la porta dello studio e vi si diresse deciso. Con precisione millimetrica, infilò la chiave nella toppa e fece scattare la serratura.
«Buongiorno, avvocato.» L’efficientissima Mirella, una donnetta bionda e grassoccia alta un metro e quaranta, lo squadrò da sopra gli occhiali a mezzaluna, increspando la fronte nell’espressione che la faceva somigliare a un furetto. «Come va?» sondò. Alle dieci l’avvocato doveva essere in tribunale per la seconda udienza del processo contro gli amministratori del Consorzio Acque: una vicenda che vedeva coinvolta un’intera fetta del ceto politico locale.
«Benissimo, cara…» Vespignani drizzò le spalle e gonfiò il torace, ricambiando con un’occhiata rassicurante lo sguardo perplesso dell’impiegata. Raccolse dalla piccola scrivania i giornali del mattino e i documenti messi in evidenza. «Pronto tutto per l’udienza?»
«Tutto, avvocato. Anche le fotocopie delle perizie e della memoria difensiva.»
«Perfetto.» Accigliato, si allungò verso l’ufficio di Vivarelli e diede una sbirciata attraverso la porta socchiusa: la stanza era buia. «Non è ancora arrivato?»
«No, Vivarelli ha avuto un contrattempo, avvocato. Ha telefonato che arriverà tardi.»
«Ah.» Meno male, pensò con sollievo.
Quel tanghero arrivava sempre prima, per potergli fare i suoi scherzi assurdi, e almeno per una volta restasse indietro. Perché era lui il responsabile, ora ne era sicuro. Ci aveva riflettuto a fondo quella notte, dopo la lunga cavalcata con la giumenta di Bertinoro, e non aveva più dubbi. Il suo tormentatore non poteva essere né il giovane Zanzani, sempre annidato con pizzette e panini tra i cumuli di pratiche nel suo ufficio in fondo al corridoio, né l’avvocato Sirri, il nuovo rampante dall’abbronzatura permanente e le camicie azzurre col monogramma ricamato. Era su di lui che all’inizio aveva indirizzato i sospetti: il movente poteva essere una sorta di gelosia para-professionale, inerente l’attività seduttoria praticata da entrambi. Ma il giovane apparteneva a un’altra generazione, più conformista, legata agli status symbol e ai locali da ballo, e in definitiva orientata verso una fauna più giovane. Ergo, non poteva esserci concorrenza.
Volendo escludere la puritana e prevedibilissima Mirella, nonché l’altra impiegata part-time, praticamente una morta di sonno, l’unico colpevole doveva essere Vivarelli. Che, fra l’altro, aveva l’ufficio dirimpetto al suo e poteva spiare ogni sua mossa.
Vespignani soffiò rumorosamente attraverso i baffi appena spuntati, cercando nelle tasche la chiave del suo studio. I continui sabotaggi lo costringevano a chiuderlo sempre a doppia mandata, lasciando all’impiegata il compito di controllare eventuali dimenticanze.
Mentre frugava, riaccarezzò con la mente le forme tonde e abbondanti dell’ultima preda, la sua pelle brunita, le ciocche bionde che le si scarmigliavano sul volto contratto dagli spasmi dell’orgasmo. Quella specie di tigre gli aveva affondato le unghie nella schiena, lasciandogli ferite che ancora bruciavano. Il seno era rigato da qualche smagliatura, ma aveva capezzoli enormi, più grandi di quanto gli avessero raccontato, tondi da far paura, che si gonfiavano alla minima pressione.
«Una bomba…» mormorò rapito, scuotendo la testa e riassaporando le carni inquiete e assetate.
«Come dice?»
scozzari 1«Niente, Mirella, niente…» Seguitò a frugarsi nelle tasche, ma ne ricavò solamente due fazzolettini e alcune monete. Si girò a guardare l’impiegata, sospettoso. «La chiave dov’è?»
«Non lo so, avvocato. Di solito ce l’ha lei.»
«Eh, sì, però…» Tornò a cercare, invano. «Lei ha la copia, naturalmente.»
«Naturalmente.» L’impiegata aprì un cassettino, la tolse da una scatoletta e gliela porse.
«Bene, grazie. La mia devo averla lasciata a casa…»
Infilò la chiave nella toppa e avvertì un lieve capogiro. La stanchezza lo stava invadendo di nuovo, subdola e pesante. Quando aprì la porta, l’accolse il buio quasi totale. Le persiane erano chiuse, gli scuri accostati, e strane ombre sembravano prendere forma intorno alla lama di luce che entrava dalla soglia. Entrò guardingo e fece per accendere la luce, ma al posto dell’interruttore le dita trovarono la superficie levigata d’una piccola libreria. Si fermò perplesso. Cercò l’interruttore nelle vicinanze, senza trovarlo, e s’avviò verso il centro della stanza per accendere la lampada sulla scrivania. Dopo due passi le ginocchia urtarono contro un ostacolo imprevisto, duro e spigoloso, che lo fece cascare in avanti con un urlo soffocato.
Al centralino, il telefono squillava. «Pronto, studio associato…» rispose l’impiegata con tono asettico.
Vespignani si rimise in piedi a fatica, cercando d’orientarsi. «Che diavolo sta succedendo?» mormorò, guardandosi intorno. Le sagome imponenti che s’indovinavano nell’oscurità sembravano circondarlo minacciose. Assottigliò lo sguardo per capire dove si trovava, e decise di andare ad aprire una delle due finestre. Si chinò per scavalcare uno strano oggetto che ostruiva il passaggio, ma qualcosa di durissimo gli sbatté sulla fronte, facendolo finire all’indietro contro le sporgenze d’un appendiabiti.
«Mirella!» esclamò rabbioso. «Che è successo?»
«No, l’udienza è alle dieci, non alle undici,» stava precisando l’impiegata alla cornetta, la voce impostata in un tono di sufficienza.
«Mirella!» berciò rauco Vespignani. Gli occhi cominciavano a distinguere i profili degli oggetti disseminati nella stanza, senza riuscire a individuarne una geometria plausibile. Cominciò a muoversi a tastoni, in cerca di un varco per raggiungere l’altra finestra. Non percorse nemmeno un metro, che un piede gli s’incastrò in un cestino per la carta. Scosse furiosamente la gamba per togliersi d’impaccio, ma la scarpa pareva essersi incollata al fondo. Saltellò affannato fino alla scrivania, che scoprì in posizione perpendicolare a quella consueta, buttò il braccio in avanti per cercare la lampada da tavolo ma urtò contro qualcosa di metallico e pesante, che si mosse con un brontolio sinistro.
Un terribile presentimento cominciò a farsi strada, imperlandogli la fronte di sudore. «I registri…» gorgogliò disperato.
«Sì, l’avvocato è appena arrivato. Vedo se glielo posso passare…» L’impiegata mise in attesa la comunicazione e chiamò l’interno.
Il doppio squillo fece schizzare Vespignani verso destra, dove di solito era posizionato il telefono, ma il suono proveniva attutito da sotto la scrivania. Imprecando, s’accovacciò a cercare l’apparecchio, e lo trovò infilato nel cassetto più basso.
«Finalmente…» L’afferrò con entrambe le mani e prese la cornetta, ma questa restò incollata alla base. «Maledizione!» gridò tirando con tutte le forze, senza riuscire a staccarla. «Mirella!»
Il telefono continuava a squillare stolidamente. Vespignani lo ributtò al suo posto, imponendosi di mantenere la calma, e si mosse cauto verso l’armadio libreria addossato alla parete opposta. Zampettò trascinandosi il cestino incastrato nel piede, attento a ogni possibile ostacolo, fino agli sportelli che teneva rigorosamente chiusi a chiave. Non c’erano segni d’effrazione, tutto sembrava a posto. Ansimando, infilò due dita sotto la cintura, estrasse la chiave da un taschino nascosto e aprì le antine con mani tremanti.
«Ah, perdiana…» sospirò, mentre un’ondata di sollievo lo riempiva come una bottiglia vuota. Afferrò i due grossi registri legati coi nastri e li strinse al petto, soffiando di soddisfazione. «Grazie a Dio…» La reputazione di trecentosessanta donne, passate sotto le sue cure amorevoli in quindici anni, era salva per miracolo. Sarebbe stato sufficiente un piede di porco…
«Avvocato, cos’è successo?» Il telefono aveva cessato di squillare e la luce s’era accesa. Sulla porta, la figura grottesca di Mirella lo guardava incredula, col sederone impennato all’indietro, il corto busto piegato in avanti e le manine grassocce a reggere un gruppo di fogli.
«La luce…» bofonchiò Vespignani, «come hai fatto ad accendere la luce?»
«Avvocato… c’è un interruttore anche fuori, sul corridoio.»
«Fuori?» Se n’era completamente scordato.
«Ma cos’ha combinato?» Nella stanza sembrava esser passato un ciclone. La scrivania era girata e le sedie vi erano state accatastate sopra, una libreria era stata spostata da una parete all’altra, le cassettiere ingombravano i passaggi, due attaccapanni erano piazzati di traverso come cavalli di frisia, e alcuni cestini per le cartacce se ne stavano sparsi in giro.
«Io non ho combinato un bel niente,» sibilò Vespignani, lanciandole un’occhiata feroce. Il suo fisico corpulento non lo aiutava a rimettersi in piedi, con quel maledetto cestino che non voleva scollarsi dalla scarpa.
«Dia a me, che l’aiuto» lo raggiunse l’impiegata, cercando di prendergli i registri dalle mani.
«Ferma lì!» L’avvocato li strinse a sé con entrambe le braccia. «Veda prima di togliermi questo coso dal piede,» ordinò. Quei documenti non li avrebbe toccati nessuno, parola d’onore.
Mentre l’impiegata cercava di slacciargli la scarpa con le sue manine da bambola, si mise a rammulinare invelenito. Era giunto il momento di trovare una cassaforte sicura, la questione non era più rimandabile. L’avrebbe fatta nascondere nel muro, magari in una finta parete…
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(le illustrazioni sono di Filippo Scozzari)
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (12)
postille, romanzo, mistero etrusco

mercoledì, 11 luglio 2007
Postille a "Mistero etrusco". 2 - La partita di golf

 
Dovete sapere che nella versione originale del romanzo Mistero etrusco c’era una scena, piuttosto lunga, che raccontava una partita di golf a cui partecipavano il commercialista dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli, amici della signora Gabriella.
Questa scena venne completamente eliminata per snellire la storia, ma fu un vero peccato, perché ora, rileggendola, mi rendo conto di quanto fosse formidabile. Io, che non butto via niente, la conservai e in seguito la riutilizzai per costruire il racconto “Il sonno degli innocenti” pubblicato nel 2005 nel volume Lune nere edito da Aliberti. Lì la partita di golf venne sintetizzata e “sterilizzata”, e purtroppo perse tutta la ricchezza e la vivacità della versione originale. Versione originale che resta preziosa perché vi compare anche l’indomito Aristide Fazzini, che ne combina una delle sue.
Il fatto che la scena sia così lunga mi ha fatto accarezzare l’idea di spezzarla in due, ma poi ho preferito metterla tutta intera, perché ha una sua dinamica che va seguita fino in fondo.
 golf_ball
 
Visto attraverso i platani che ne delimitavano il lato est, il fairway somigliava a un pascolo falciato di fresco, per giunta da una mano inesperta. Il dottor Vallecchi, che prima della gara aveva fatto una ricognizione a passo di corsa intorno al campo lungo il sentiero che ne disegnava i contorni, non poté fare a meno di pensarlo per l’ennesima volta. Non c’era nulla che ricordasse le dolci sinuosità del Gardagolf Country Club o delle Betulle di Biella; piuttosto, un susseguirsi di saliscendi mal disegnati che gli facevano tornare in mente i giardini pubblici dove giocava da bambino.
Stringendo le mani intorno al manico della mazza, Vallecchi fletté le ginocchia, torse il busto con leggerezza e provò lo swing. Quella di mantenersi in forma con una corsa di riscaldamento era divenuta un’abitudine ferrea, specialmente ora che la sua mente stava spandendosi nei meandri del pensiero filosofico, fondamentale per realizzare quella fusione tra corpo e raziocinio, tra anima e spirito a cui nessun uomo avrebbe dovuto rinunciare.
Le altre coppie di golfisti si sgranavano a distanze regolari lungo la distesa verde. I due giocatori più lontani apparivano figurette colorate che si muovevano in maniera scomposta, come se fossero impegnate in una furibonda discussione. Il dottor Vallecchi li adocchiò con disappunto, mentre si preparava al tiro. Doveva essere l’ennesimo litigio tra l’assessore Franzoni, un ex-socialista che aveva appena riconquistato la poltrona, e il ragionier Ricci del Centro carni. Probabilmente uno dei due stava rallentando il gruppo o, peggio ancora, aveva mandato la pallina addosso alla coppia che stava davanti, rischiando di colpire qualche testa.
Vallecchi respirò lentamente, dominando il leggero palpito d’ansia che gli vibrava nel petto. Da tempo, ormai, s’era arreso all’evidenza dei fatti: il golf era una specie di via Crucis a diciotto soste, in ciascuna delle quali si giungeva a una morte simbolica e alla conseguente resurrezione. Solo la capacità di sopportare, unita alla piena consapevolezza di sé, poteva condurre al riscatto finale.
Pulì la pallina, la mise al suo posto e si preparò a effettuare lo swing, maneggiando con scioltezza il ferro che aveva estratto dalla sacca. L’avvocato Vivarelli, poco distante, seguitava a tenergli piantate addosso le sue iridi grigio ferro.
«Allora, Gigi, posso parlare? È una cosa importante,» gli disse con un filo di voce.
«Aspetta ancora un attimo, cribbio» soffiò Vallecchi, inquieto. Il percorso di gioco non era per niente facile. Fatto più per colpitori dalla distanza che per rifinitori, e le sue pendenze erano spesso traditrici. «Lasciami saltare il laghetto, prima.» Il tiro era impegnativo, non poteva permettersi di mandare la pallina nell’acqua. Occorreva la piena padronanza della situazione, e le chiacchiere di Vivarelli non facevano che distrarlo. La cosa importante era non far funzionare troppo la parte sinistra del cervello, quella analizzatrice, in modo da ottenere la giusta distensione muscolare.
Davanti a loro, l’ingegner Padovani e l’avvocato Vespignani avevano già superato l’ostacolo e stavano approssimandosi alla buca. Era proprio una bella coppia, considerò Vallecchi di sfuggita: il leggendario seduttore insieme al guru delle costruzioni, soprannominato caterpillar per la cattiva abitudine di avanzare sul percorso per conto suo dopo aver colpito la pallina, come se gli altri giocatori non esistessero. Il primo non faceva che considerare il golf una prestazione fallica, con la buca a fungere da vagina e la pallina da prolungamento ideale del bastone; il secondo, schiavo del suo istinto cannibalesco, era condizionato dall’imperativo di vincere anche a costo di barare.
Alle loro spalle, il geometra Golfarelli e la moglie Alverina, titolari di un’impresa di pulizie cresciuta troppo in fretta, preparavano i tiri. La donna era abbigliata come una mondina, con un fazzoletto scarlatto annodato intorno alla testa a formarle un grosso fiocco in cima, una camicia a fiori annodata in vita e i pantaloni rimboccati sui polpacci muscolosi. Il suo grugno aggrondato, intento a studiare la gittata da imprimere alla pallina, era visibile anche a quella distanza. Il marito, più alto di due spanne, portava una polo a righe orizzontali rosse e azzurre, calzoncini da tennis e calzini bianchi. Le altre coppie di giocatori si muovevano lungo il tracciato, e a tratti la brezza ne trasportava le voci.
Il dottor Vallecchi impostò lo swing. Gambe flesse, collo libero, spalle dritte, sedere leggermente all’indietro. La pallina, piazzata all’altezza del tallone destro, completamente a fuoco. Inclinò le anche impercettibilmente verso destra, mantenendo le braccia morbide e controllandone l’allineamento rispetto alla linea di volo. Trasse un lungo respiro, gli occhi fissi sulla pallina, ruotò il corpo, pilotando con la spalla sinistra la salita del bastone fino a tenerlo orizzontale, spostò le anche e abbassò vigorosamente le braccia tenendo i polsi fermi.
Il colpo fu secco e preciso. Vivarelli quasi non riuscì a vedere la traiettoria della pallina, distratto dal lamento dell’aria tagliata. Vallecchi, statuario, le mani alte e il peso del corpo tutto sulla gamba sinistra, restò a osservare l’obiettivo.
«Capperi,» mormorò l’avvocato, arrotondando lo sguardo e stringendo la bocca a cuore. Un tiro perfetto, come non ne vedeva da tempo.
 
Classic-GolfOltre il laghetto, seguendo con gli occhi il volo preciso della pallina, l’ingegner Padovani avvertì un morso d’ansia alla bocca dello stomaco.
«Comunque, se il sangue sul sedile dell’auto non è quello del morto, siamo a posto» gli stava dicendo l’avvocato Vespignani col suo tono perentorio. «Ora stanno analizzando il gruppo sanguigno, e speriamo non sia lo stesso. Se dovesse risultare uguale, servirebbe l’esame del Dna e le cose si complicherebbero…»
«E se fosse stato lui?» L’ingegner Padovani tradì un’ombra d’inquietudine, mentre spostava la sua sacca di qualche metro.
«Chi, Fabbretti? Ma fammi il piacere. Non è il tipo. Dovevi vederlo quando l’ho raggiunto in questura, era più morto che vivo…» Alto e massiccio, i capelli color argento che gli ricadevano sulla fronte con un’onda leziosa, l’avvocato Vespignani si lisciò i baffetti scuri e cercò di focalizzare la scena. La palla che doveva giocare era a centottanta metri dal green, leggermente in discesa. Il pericolo più grosso era il bunker sulla destra, una sessantina metri prima, e la pendenza…
«Ma quante probabilità ci sarebbero?» insisté l’ingegnere.
«Ma che ne so?» sbottò l’avvocato. Chissà perché il caterpillar s’interessava tanto a quella faccenda: in genere, sul campo da golf le sue preoccupazioni erano ben altre. «Ad ogni modo, come al solito, stavano per commettere un abuso,» aggiunse asciutto. «Il fermo di polizia possono farlo solo in caso di flagranza, e la custodia cautelare non è più obbligatoria, nemmeno nei casi di omicidio.»
Detto questo, si decise a estrarre dalla sacca un ferro numero quattro e si mise a osservare la bandierina. «Comunque, anche se per assurdo venisse giudicato colpevole, la cosa non sarebbe irrimediabile» aggiunse pensoso. «Basta fare un po’ di conti. Alla pena base di trent’anni si applicherebbero le attenuanti, certamente prevalenti sull’aggravante: in fondo, era dell’integrità della figlia che si trattava. Quindi avremmo uno sconto di un terzo. Se poi otteniamo anche le attenuanti generiche, possiamo avere un altro sconto fino a un terzo, così arriveremmo a tredici anni e mezzo.» Provò il grip, stendendo e contraendo le dita. «Se poi confessa, può raccontare d’essere stato provocato dalla vittima e d’aver reagito a un suo attacco: riusciremmo a scendere a otto anni e mezzo. E se poi chiediamo il rito abbreviato, abbiamo la pena ridotta d’un altro terzo, così arriviamo a cinque e mezzo. Da qui al processo non passerà meno d’un anno, che l’imputato potrà trascorrere agli arresti domiciliari. Nella peggiore delle ipotesi, se la pena dovesse diventare definitiva, si può far richiesta di affidamento al servizio sociale: col tempo che il tribunale di sorveglianza ci mette a rispondergli, finisce che gli resta da scontare solo un biennio, che per legge va comunque trascorso agli arresti domiciliari. Come vedi, in galera non ci metterebbe nemmeno piede.»
L’ingegner Padovani l’ascoltava serio, tenendo d’occhio Vallecchi e Vivarelli che si spostavano sul fairway. Dopo il tiro del commercialista, le cose s’erano complicate. Per affrontare il par cinque che si trovava di fronte aveva due strade: o tentare di passare il fiume con un legno numero tre, oppure usare un ferro numero quattro per tirare un terzo colpo più lungo, forse più facile.
Tornò a guardare i due con aria preoccupata. L’avvocato Vivarelli, che si copriva la pelata con un berretto inglese color panna, stava parlando al commercialista e faceva gesti ambigui nella sua direzione. Che fosse venuto a sapere qualcosa? Padovani sentì il nervosismo serpeggiargli dentro.
L’avvocato Vespignani lo squadrò, raschiandosi la gola: «Qualcosa non va?».
«No, perché?» L’ingegnere cercò di darsi un contegno, ma l’inquietudine cresceva. Là sull’erba, il pomodoro pelato continuava a parlare e non smetteva di far gesti, dannazione a lui. Le indagini erano in pieno svolgimento e i giornalisti andavano dappertutto a fare domande: nulla di più facile che all’orecchio di quell’intrigante fosse giunta qualche voce. Forse, il capo del cantiere…
Maledizione a lui e a tutti i manovali del mondo, digrignò. Stupidi, avidi, malfidi. E dannazione al giorno in cui aveva vinto l’appalto e aveva deciso di dargli la precedenza, invece di concludere con la lottizzazione dell’ex stabilimento Mangelli…
L’avvocato Vespignani afferrò il grip, incrociando due dita. «Adesso non ti muovere, eh?» lo ammonì. Serviva la massima concentrazione: la stanchezza che aveva accumulato nelle ultime settimane pesava implacabile. Quella sera, poi, l’attendeva un appuntamento galante d’importanza non secondaria. Una formosa quarantaseienne di Forlimpopoli, tettuta e scattante quanto bastava, per giunta bionda naturale: una rarità. Se fosse filato tutto liscio, sarebbe divenuta la numero trecentosessantadue del registro.
Fece alcune prove di swing, cercando la lucidità per colpire bene la palla e farle percorrere i metri necessari. Sentì lo sguardo torvo dell’ingegnere su di sé, ma non vi diede peso. Considerato l’ottimo colpo messo a segno da Vallecchi, non c’era da meravigliarsi. Dio sapeva quanto Padovani ci tenesse a quello stupido trofeo. Ormai era un uomo aberrato, pronto a sacrificare al golf non solo la moglie, ma anche l’amante: un caso, a dir poco, patologico. Vespignani chiuse gli occhi e vuotò la mente dai pensieri. Si concentrò sulla cadenza, sulla respirazione, sulla tensione muscolare.
Riaprì gli occhi e si focalizzò sulla buca, controllando la sudorazione delle mani. Sul campo da golf, gli aveva insegnato l’istruttore, non esistono buche belle o buche brutte, ma solo buche che devono essere giocate. E la pratica gli aveva confermato questa sacrosanta verità, la stessa che lui applicava ai rapporti con le donne. Tutto stava nell’abituarsi a un training mentale appropriato: visualizzare e analizzare la situazione, proiettarsi nel bersaglio, giocare il colpo e assaporare il successo. Al terzo swing di prova, il bastone fece un’oscillazione perfetta, disegnando un cerchio nell’aria, ma a Vespignani il prato sembrò improvvisamente ondeggiare sotto i piedi.
 golf 1
«Quindi, potrebbe essere implicato anche il nostro ingegnere,» commentò laconico Vallecchi. La prospettiva era davvero stupefacente. Un intrigo di appalti e vincoli, con in gioco l’ufficio tecnico del comune e la sovrintendenza…
«Con quello che m’hanno riferito, l’idea non è così assurda,» disse Vivarelli. La sua pallina si trovava in posizione abbastanza favorevole, ma il bunker sulla destra lo spaventava. E si ripresentavano le eterne domande: che bastone scegliere? Che colpo giocare? Si fermò indeciso, mentre Vallecchi, soprappensiero, non staccava gli occhi dalla figura dell’ingegnere.
«Incredibile,» disse il commercialista. «Sicuro che non sia una fandonia?»
«Ho verificato per via indiretta con un altro operaio, che ha confermato. Padovani ha fatto interrompere di punto in bianco lo scavo delle fondamenta e ne ha ricoperta una parte in fretta e furia. Poi avrebbe mandato a chiamare Massi dal caposquadra, che pare lo conoscesse. Dovevano fissare un incontro in loco la sera stessa, ma ci son stati intoppi e hanno rimandato, finché al restauratore hanno fatto la pelle.»
«Chissà cosa diavolo ha trovato in quel cantiere. Qualche resto di mura romane, una tomba…»
«Mura romane forse no, data la localizzazione. E’ vicino al ponte dell’autostrada, fuori dell’area urbanizzata. Secondo me, potrebbe trattarsi di qualcosa di più antico, come una sepoltura…»
«Certo che per Padovani dev’essere stato terribile. Trovarsi di colpo davanti al rischio di farsi bloccare un’opera da venti miliardi. Mi meraviglio che non gli sia uscito il cuore dal petto.»
«Credo che si senta osservato,» mormorò Vivarelli. L’ingegnere appariva inquieto anche a quella distanza. I due continuarono a spiarlo, fingendo di seguire le manovre dell’avvocato Vespignani, che si preparava al tiro.
«Ora deve trovarsi in un guaio,» commentò Vallecchi. «A parte i contatti con Massi prima che venisse ammazzato, gli resta il problema di far sparire quella roba…»
«Già. Ma vedrai che non si darà per vinto. Chiamerà un tombarolo prima che le voci si spargano…» Vivarelli piegò le labbra in un sorrisetto malizioso e tornò a girarsi verso l’amico: «Ecco che tira l’altro, vediamo come se la cava».
Guardarono Vespignani che affrontava la discesa con vigore, ma lo swing difettoso gli fece precipitare sciaguratamente le braccia e perdere l’equilibrio al momento della risalita. L’uomo barcollò vistosamente, e il risultato fu una palla colpita troppo e sparata verso destra.
«Ahi,» arricciò il naso Vivarelli. «Gigi, ho paura che il nostro amico non ce la faccia più.»
 
Vespignani s’asciugò stizzito il sudore che in pochi secondi gli aveva imperlato la fronte. Si girò di scatto e vide, ottanta metri più in là, il collega e il commercialista che lo guardavano con le mani sui fianchi. «Che fanno, quelli?» ringhiò, prendendo un fazzoletto dalla tasca. «Così rallentano il gioco.»
«È quello che dico anch’io,» bofonchiò indispettito l’ingegnere, calcandosi il berretto sulla testa. A dispetto dell’ora pomeridiana il sole scaldava parecchio, forse perché la brezza era calata. E quei due allocchi continuavano a fissarli. Cosa diavolo si dicevano? Padovani sentì l’ennesima onda di nervosismo salirgli lungo l’esofago e arrivargli in gola. Non appena impugnò il bastone, riconobbe chiaramente i sintomi dell’angoscia: tensione muscolare, lieve tachicardia, respirazione accelerata. Soffiò fuori l’aria e cercò di controllarne l’ingresso, tornando a guardare i due che stavano finalmente accingendosi a tirare.
Si maledisse con un’imprecazione sussurrata. L’unica volta che s’era deciso ad affrettare i tempi, che s’era spinto a chiamare un uomo fidato per far sparire qualche vecchio detrito, questo s’era fatto accoppare. In quel modo, poi. Se almeno si fosse trattato d’un incidente, nessuno avrebbe potuto insinuare nulla…
Vedendo il nervosismo del compagno, l’avvocato Vespignani si fece da parte e stette in silenzio, tuffato nei pensieri. Quel tiro sbagliato gli avrebbe fruttato di sicuro un bogey, se non due, constatò afflitto. Doveva considerarlo un altro segno premonitore? Già da un po’ qualcuno tramava contro di lui, con tutti i messaggi strani che gli arrivavano in ufficio. Falli alati, donnine nude, comunicazioni assurde provenienti dagli uffici più disparati.
Tutto era cominciato con una lettera della sezione tributi dell’Ufficio tecnico del comune che lo sollecitava a versare una tassa di cui non conosceva l’esistenza. Un sedicente ragionier Vadi gli intimava di presentarsi a ritirare una cartella esattoriale per la produzione di rifiuti speciali in lattice di gomma. Non si capiva di quali rifiuti si trattasse, visto che il suo era uno studio legale, ma la missiva affermava con chiarezza che s’era riscontrato un eccesso di produzione di quel tipo di rifiuto rispetto alla norma. Da quell’episodio era partito il calvario, ed era chiaro che un fantomatico buontempone l’aveva preso di mira. Indizi inequivocabili indicavano un collega interno allo studio, ma individuarlo non era facile. O quello era un folletto, oppure godeva della connivenza di qualche impiegata. Un sospetto l’aveva: la complice poteva essere Michela, la ragazza dalle grandi tette, lo zuccherino dalla pelle candida che si truccava come un’egizia e metteva a dura prova l’integrità morale della maggior parte degli uomini che si trovava davanti. Vespignani sospirò, corrucciato. Volente o nolente, d’ora in poi avrebbe dovuto seguirla più da vicino. Se solo avesse avuto vent’anni di meno…
Gli echi di una discussione accesa gli giunsero improvvisi, come se fosse scoppiata in quel momento. A un centinaio di metri, in mezzo all’erba alta del rough, le figure dell’assessore Franzoni e del ragionier Ricci gesticolavano animatamente, muovendosi a scatti e chinandosi di tanto in tanto a scandagliare il terreno. Uno dei due doveva aver perso la pallina e non voleva rinunciare a ritrovarla, facendo infuriare l’altro perché così si bloccava il gioco.
Un brutto affare, considerò Vespignani. Per l’assessore Franzoni perdere la pallina era come perdere la moglie, un vero choc psicologico. Specialmente ora, che aveva riottenuto il suo seggio nel consiglio.
Mentre il giudice di gara raggiungeva i due esagitati per sedare la lite, l’ingegner Padovani fece partire il suo colpo. Una battuta precipitosa, forte e tesa, con una linea di volo malignamente deviata verso l’erba alta.
 
golf shoesIl dottor Vallecchi raggiunse il gruppo di litiganti, che negli ultimi minuti s’era ingrossato. Mentre Ricci e Franzoni, giunti a una tregua, continuavano a perlustrare con aria torva il terreno circostante, l’ingegner Padovani era fuori di sé per la sua pallina, letteralmente ingoiata dall’erba alta. Più avanti, un’altra coppia era ferma per la stessa ragione. Una delle palline, finita al di là di un bunker, era sparita dietro il lieve dosso che costeggiava il green.
Sconsolato, l’avvocato Vespignani s’era messo a sedere per terra, chinando la testa fra le ginocchia. Col suo tiro corto era riuscito a restare nel fairway, ma quell’interruzione assurda e la confusione che s’era creata gli stavano facendo svanire qualsiasi possibilità di concentrazione.
«Tu ti sei mosso!» continuava ad apostrofarlo Padovani, affondando la testa nelle spalle. Quand’era furibondo si faceva ancora più piccolo, il naso a becco gli diventava rosso e la chierica unta gli luccicava sinistramente.
«Non mi sono mosso, ti dico,» ribatté Vespignani, esasperato.
«E invece sì!»
«E invece no. La responsabilità della battuta è solo tua, e basta,» troncò Vespignani. Era evidente che quel tanghero s’era fatto attanagliare dall’ansia. Anzitutto, incassare la testa al momento dello swing era il tipico atteggiamento del golfista stressato. In più, utilizzando la scarica in maniera affrettata, non era riuscito a coordinare il movimento. «Devi imparare a non far prevalere la scarica sulla distensione, vecchio mio. Non te l’ha insegnato l’istruttore?» aggiunse sarcastico. A ben vedere, quello di Padovani era il comportamento tipico dell’eiaculatore precoce. «Potrei darti io qualche lezione…»
«Piantala,» rispose gelido l’ingegnere. «Parli tu che, pur di mantenere la palla nel fairway, tieni la mazza come se fosse un badile. Sembra che scopi il pavimento…»
«Resta comunque un buon modo per fare punti,» lo rintuzzò il ragionier Ricci, che ormai aveva rinunciato alle sue ricerche. «La posizione della scopa l’ho inventata io, se permetti.»
«Signori, per favore,» li ammonì stentoreo il dottor Vallecchi, con un gesto perentorio. «Adesso basta. Cerchiamo di uscire dall’impasse, altrimenti ci blocchiamo tutti. Dov’è andato il giudice di gara?» Si volse verso la buca successiva, dalla quale l’uomo in sella al car era ripartito nella loro direzione. «E, sia detto per inciso, caro Ricci, la tua posizione della scopa è semplicemente ridicola. Non te la prendere, ma… Dio santo, arcui tutto il corpo e tieni il grip in modo inqualificabile…»
«Come tengo il grip non ti riguarda, credo.»
«D’accordo, ma non aiuti certo a migliorare il livello del club.» Vallecchi fece uno sforzo per mantenere lo sguardo sulla figura del ragioniere. I calzoni e la maglietta erano stazzonati oltre ogni dire, e le mezze maniche rimboccate sopra la spalla gli scoprivano il bicipite tagliato orizzontalmente dal segno dell’abbronzatura.
Con un po’ di affanno, il giudice di gara li raggiunse e li informò del problema occorso alla coppia che stava davanti. Anche lì s’era persa una pallina. Mentre loro la cercavano, qui bisognava risolvere una buona volta la questione: che si decidessero a dichiarare la palla persa e si ricominciasse il gioco.
«Neanche per idea,» ringhiò Padovani, bellicoso. «Io continuo a cercare.»
«Ingegnere, le do al massimo tre minuti.» Il giudice di gara prese da parte Vallecchi, Vivarelli e Vespignani. Spostò gli occhi dall’uno all’altro, e non poté fare a meno di notare quanto fosse caratteristico l’assortimento. Vedere insieme “le tre V”, come li chiamavano gli amici, era davvero curioso. Alto, svagato ed elegantissimo il primo, con due occhi penetranti e disincantati, minuto il secondo, con l’espressione da discolo e le membra lisce e rosa come quelle d’un neonato, grosso e sbuffante il terzo, con l’aria sicura dell’uomo di mondo che tradiva una buona dose di velleitarismo.
«Sentite. I signori là in fondo dicono d’aver visto una figura sparire dietro un albero,» disse loro a bassa voce, «dopo che la pallina era finita nel bunker
«Un estraneo?» chiese Vivarelli.
«Che abbia rubato la pallina?» fece eco Vespignani.
Vallecchi stava per parlare, quando un urlo dell’assessore Franzoni squarciò l’aria:
«Eccolo!»
Fazzini romanoI tre si girarono in tempo per vedere Ricci e Franzoni che si gettavano all’inseguimento di qualcosa che, a una trentina di metri da loro, sembrava letteralmente volare sull’erba. Alla loro destra, l’ingegner Padovani saltò una siepe e si lanciò anch’egli in una corsa ringhiosa, affondando la testa nelle spalle e seguendo una traiettoria trasversale rispetto agli altri due.
«Lo prendo da qui! Lo prendo da qui!» ruggiva col respiro spezzato.
Il terreno digradava verso il fiume e l’erba alta non permetteva di distinguere bene la figura che vi mulinava in mezzo. Era una sagoma irsuta e tondeggiante che fuggiva alla velocità d’un proiettile, saltando da una siepe all’altra e zigzagando tra gli alberi. Vallecchi, Vivarelli, Vespignani e il giudice di gara si misero a correre a loro volta, richiamando alla calma i colleghi.
«Fermo, Padovani…»
«Ricci, cosa fa?»
«Assessore, ma è impazzito?…»
Il ragioniere s’era fermato a raccogliere il ramo spezzato di un albero, lungo e sottile, e l’aveva lanciato come un giavellotto contro il fuggiasco, sbagliando completamente la mira. Franzoni, giunto sull’argine del fiume mentre il fuggitivo si buttava nell’acqua bassa per guadare, raggranellava manciate di sassi e gliele scaraventava contro a grappoli.
L’ingegner Padovani arrivò come una furia, il volto contratto e digrignante, e saltò giù dall’argine. Fece per proseguire, ma ci ripensò e si mise a raccogliere alcune pietre piatte e taglienti, soffiando come un mantice.
«Voltati, pezzo di merda!» urlò con tutta la voce che aveva in gola.
Aristide Fazzini, immerso nel fiume fino alla cintola, si girò, estrasse alcune palline da golf da una sacca che teneva legata al petto e gliele mostrò con entrambe le mani: «Prrrrrr!» spernacchiò felice, mettendosi a saltellare nell’acqua, e per un pelo non perse lo straccio che teneva annodato all’inguine.
Padovani recuperò la freddezza in un istante. Gli inquadrò la testa ispida, saggiò coi polpastrelli gli spigoli dei ciottoli che teneva fra le dita e scagliò con rabbia il più appuntito, lasciandosi sfuggire un grido strozzato. Il sasso partì dritto, curvò leggermente a sinistra e rimbalzò sul bersaglio con uno schiocco, ricadendo sulla riva opposta. Fazzini annaspò nell’acqua in un nugolo di spruzzi, gli occhi strabuzzati, premendosi una mano sulla fronte e cercando di non perdere il bottino, finché riprese a correre verso l’altra sponda. Raggiunta la spalletta, vi s’arrampicò in un baleno e sparì in mezzo a un folto di siepi di bosso.
Il dottor Vallecchi, rimasto in posizione elevata, lo vide filare via in doppia pedalata sul suo trabiccolo, sobbalzando sulle gobbe del terreno all’ombra dei platani.
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl - Milano
(l'immagine qui sopra in b/n è di Metallicafisica)
 

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postille, romanzo, mistero etrusco

sabato, 07 luglio 2007
Postille a "Morte di un alchimista". 8

Stimolato dallo splendido post della leggendaria Blogger:  Maria Strofa, a me dedicato, propongo l’ultima postilla al romanzo a puntate Morte di un alchimista.
È una breve scena – fra le tante che sono state eliminate – che ha come protagonista l’impareggiabile Bartolini, vicino di casa di Emilio Mazza. (Vivendo in collina, essere vicini di casa significa distare diverse centinaia di metri.)
 andrea pazienza
 
Fermi come due statuine in via IV novembre, davanti all’Ufficio del Registro, Mazza e Bartolini erano in attesa del professor Alberghi, un aderente all’associazione “Amici del Marino” che avrebbe approfittato del suo giorno libero per accompagnarli al colloquio con l’assessore al Comune di Bordiano. Tema dell’incontro, l’assurdo progetto del festival multietnico.
Bartolini, al colmo dell’eccitazione, immaginava ogni sorta d’iniziativa culturale e ambientalista: le lezioni di botanica per i bambini delle scuole medie lungo il percorso verde-vita, le conferenze sui frammenti di arte sacra sopravvissuti nelle pievi sperdute sui colli del Montefeltro, il patrocinio dell’antiquarium comunale che l’Amministrazione di Bordiano non voleva costituire, le campagne di pressione affinché il Comune allestisse ponti più sicuri sul torrente Marino; oltre, naturalmente, alle manifestazioni musicali che avrebbero organizzato l’anno seguente, i cui progetti erano in embrione: il ciclo si sarebbe potuto chiamare Estate concertante del Marino, e avrebbe coinvolto le scuole di musica del comprensorio, con l’assegnazione di diplomi e riconoscimenti. Stava anche pensando a un premio letterario...
Mazza si lasciò sfuggire uno sbuffo d’insofferenza. Quel velleitarismo delirante e quelle perdite di tempo lo stavano facendo patire oltre il dovuto. Come, del resto, diverse cose negli ultimi tempi.
«Cosa c’è?» l’inquisì Bartolini in atteggiamento difensivo. «Adesso arriverà, dài.»
«Sono tre quarti d’ora che aspettiamo, Bartol. Come se non avessi niente da fare, cribbio» sibilò Mazza. «Lo sai che ho degli impegni, cavolo. Se avessi saputo che veniva anche Alberghi, ti avrei mandato solo con lui.»
«Dài, non farla tragica, su. Sii più filosofo...»
«Filosofo ’sti due...» L’attesa lo stava snervando. Come mai Alberghi non si vedeva? «Scusa, ma tu gli hai detto chiaramente dove dovevamo vederci?»
«Ma certo. Cosa credi, che sia tonto?»
Il traffico s’era intensificato. Mazza si sentiva un allocco a star fermo lì, come un manichino. Ed era strano che l’altro ritardasse. «Scusa, Bartol» disse regolando il registro della voce, «che cosa hai detto tu, esattamente, ad Alberghi quando gli hai dato l’appuntamento?»
«Gli ho detto: “ci vediamo là”.»
«Ci vediamo là?»
«Sì, ci vediamo là, cioè qui, dove siamo adesso.»
«E lui ha capito all’Ufficio del Registro?»
«Perché, cosa deve aver capito? Anche a te ho detto “ci vediamo là”.»
«Sì, ma io e te dovevamo venire qui per la registrazione dello statuto, e questo lo sapevamo già. Ma lui, aveva qualche motivo per venire qui?»
«Anche l’altra volta che ci siamo incontrati qui, con lui, gli avevo detto “ci vediamo là”.»
«Sì, ma l’altra volta dovevamo tutti venire qui, e non andare al Comune di Bordiano, come dovremmo fare adesso, hai capito? Se tu gli hai detto “ci vediamo là”, lui ha capito là, in Comune. Oggi, qui a Rimini, dovevamo venirci solo noi due.»
«Ma cosa vuoi che ne sappia io, delle vostre sottigliezze professorali...» rimostrò Bartolini con sufficienza.
Reprimendo un impeto di stizza, Mazza raggiunse la prima cabina, telefonò al Municipio di Bordiano ed ebbe la conferma: il professor Alberghi era là e li attendeva da più di mezz’ora.
      Respirò, facendo uno sforzo sovrumano per mantenere la calma. Bartolini lo stava logorando oltre il sopportabile: con tutti i grandi progetti che faceva, non era nemmeno capace di fissare un appuntamento! Ora si trattava di muoversi celermente verso Bordiano, per cercare di perdere meno tempo possibile. Poi avrebbero fatto i conti.
 
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl - Milano
(In alto: illustrazione di Andrea Pazienza)
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (15)
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