Nel documentarmi per il nuovo romanzo che sto scrivendo, ho letto il manuale di bibliofilia Collezionare libri antichi, rari, di pregio dell’esperto HansTuzzi, studioso, docente e autore di vari testi specialistici sull’argomento, nonché “giallista” noto per la pregevolissima serie del Commissario Melis, pubblicata dalle Edizioni Sylvestre Bonnard di Milano.
Questo testo, oltre a molte notizie interessanti sull’universo-libro, a un prezioso dizionario essenziale e a glossari terminologici, offre alcune pagine che ho trovato particolarmente gustose, nel capitolo “Conservare e vendere”. Dunque, non resisto alla tentazione di proporvele.
Come proteggere i libri dai loro nemici
Insetti e topi
Pagine e pagine sono state scritte sui “nemici dei libri”, una categoria nella quale rientrano alcune specie di insetti, tra i quali il più esecrato è il cosiddetto pesciolino d’argento (Lepisma saccharina), un Tisanuro che vive nelle case e si ciba di carta. Assai più nefasta è tuttavia la larva dell’anobio (Anobium punctatum), che scava gallerie nella carta, nel cuoio e nel legno: il ciclo di vita di quest’insetto dura tre anni. E poi, naturalmente, ci sono i topi, come quello contro il quale lancia la spugna l’amanuense Ildebrando, in un disegno che orna un capitolare medievale conservato a Praga.
Oggi, grazie a condizioni igieniche complessivamente migliori rispetto a quelle di cinquant’anni fa, insetti e topi sono meno presenti (talvolta soltanto meno visibili) nelle case. Tuttavia, qualora l’abitazione venga presa di mira da tarme, tipule o altri insetti, è bene evitare di spruzzare insetticidi a spray sui volumi: meglio rivolgersi a ditte di disinfestazione.
Cani, gatti, donne e bambini
I bibliofili che hanno scritto sull’argomento non si sono però limitati a queste bestie sgradite: ecco allora, in un crescente delirio di misantropia e di ostilità per ciò che è vivente, elencati di volta in volta fra i “nemici” gatti e cani (orinano, graffiano, masticano: si dice che Bruce Chatwin – proprio un bel personaggino, e comunque tutto fuorché un bibliofilo, visto che i libri, non dovendo turbare l’arredamento studiatamente essenziale delle sue abitazioni, una volta esaurito lo scopo di documentazione per l’opera in corso di stesura, finivano o rivenduti o in magazzino – avesse avuto una crisi isterica allorché uno dei cani della moglie si fece i denti su un suo libro), i bambini, le donne… Si scopre poi, nella vita quotidiana, che molti collezionisti di libri hanno gatti (del resto, non aveva Sylvestre Bonnard un gatto filosofo?), hanno cani, hanno figli e, persino, una moglie che il più delle volte fa da antemurale alla vita quotidiana per consentire allo sposo di tuffarsi serenamente nel sancta sanctorum della biblioteca. E se tra i luoghi comuni più ripetuti figura quello della donna poco amante dei libri, bisogna pur ammettere che molti bibliofili si sono piegati al matrimonio spinti dalle ragioni più abiette. Senza arrivare al caso romanzesco di chi sposa una ragazza perché non ha altro modo di recuperare il libro prestatole*, si può ricordare, nella realtà, il caso di Sir Thomas Phillipps, vissuto nell’Inghilterra post-napoleonica e vittoriana.
[* Nel romanzo Zuckerman Unbound di Philip Roth]
Le due mogli di Thomas Phillips
Questo maniaco, la cui collezione di manoscritti e autografi superava ampiamente quella del British Museum, stipò di rarissimi documenti antichi ma anche di enormi quantità di cartaccia le sue molte case. Non soltanto ridusse la famiglia a vivere in ristrettezze, ma arrivò ad obbligare la moglie e le tre figlie a catalogare tutto ciò che acquistava (ed era, come si sarà capito, moltissimo). Caduta in depressione, la moglie si uccise a 37 anni; appena sepolta, subito Sir Thomas si diede a cercare una sostituta che però, come egli stesso scrisse a un conoscente, avrebbe dovuto portare almeno 50.000 sterline di dote. Incredibile a dirsi, riuscì a trovarla, anche se gli ci vollero dieci anni: era la figlia di un pastore anglicano, che garantì in dote 3.000 sterline l’anno. Ma qui, appunto, la bibliofilia si è trasformata in monomania, e il puzzo di muffa toglie il respiro. Apriamo la finestra… sperando che l’aria non faccia male ai libri.
Alcune norme di carattere generale
L’ideale sarebbe conservare i volumi in ambienti climatizzati e corredati di tutti i macchinari utili. Così fanno i collezionisti forniti di maggiori mezzi, i quali talvolta ricorrono persino ad attrezzatissimi caveaux. Ma stiamo parlando di collezionisti molto particolari e di collezioni ancor più eccezionali. Alcuni accorgimenti sono però alla portata di chiunque. Intanto, evitare di immagazzinare i libri in cantina o in soffitta: l’umidità macchia e può anche far aderire irreversibilmente le pagine tra loro. I libri vanno conservati in casa, in primo luogo perché così si conservano meglio e, in secondo luogo, perché così si vivono meglio: si guardano, si toccano, si sfogliano, si ammirano. Talvolta, persino, si leggono.
(i corsivi sono miei)
Hans Tuzzi, Collezionare libri antichi, rari, di pregio (prefazione di Alessandro Olschki), Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000
La scrittura a quattro mani
Caro Sergio, Mi è piaciuta molto questa tua incursione nelle scritture “a quattro mani”. È un argomento che ancora non avevo visto affrontare così.
Condivido in pieno ciò che dici: quasi tutte le scritture in collaborazione s’inquadrano negli schemi del “genere”. Credo che il motivo sia la sostanziale “laboriosità” del processo creativo: laboriosità intesa come mettersi al tavolo, stendere un progetto – spesso per blocchi –, discuterlo, confrontarsi, ragionare, cercare, trovare e scartare, provare e riprovare. In definitiva, credo sia un processo creativo che implica necessariamente una laboriosità artigianale, che non può evitare d’inquadrarsi in schemi codificati.
Ma l’estro artistico è individuale, non si potrà mai ridurre a un esercizio che, per quanto virtuosistico e ispirato, dovrà sempre esser governato da pragmatiche regole “operative”.
Come giustamente dici, la necessità è quella d’imbrigliare all’interno di strutture fisse una fantasia altrimenti incontrollata. Ma non solo. Se le teste pensanti e creativamente “partorienti” sono due, sono necessari anche altri esercizi: di generosità; di capacità di rinunciare – in tutto o in parte – ai propri impulsi creativi e ideologici per avvicinarsi a quelli dell’altro; di “abdicare” temporaneamente dal proprio statuto (illusorio o reale) di artista creatore, per misurarsi in un’altra dimensione, che prevede una comunione d’idee, d’intenti, di visione, di metodologie, di sensibilità.
Ci sono poi le coppie che scrivono per puro esercizio dettato da ragioni commerciali: come certi “noiristi” – della prima o della ultima ora – che, stimolati dai propri editori o dai propri agenti, si dividono i compiti creando ciascuno la sua parte e poi cucendo i blocchi. In quei casi ci si accontenta di rimediare (ma non sempre) le disomogeneità facendo un lavoro finale sulla cifra stilistica. Ma questa è un’altra storia, che qui non credo c’interessi.
Insomma, scrivere in due non è facile, e difficilmente lo si può conciliare con le sublimi categorie dell'Arte.
foto di wakalani - Elisabeth D’Orcy / Flickr.com - 8 lug. 2006
La pietra di luna – II° parte
Nella prima parte del romanzo di Wilkie Collins, due sono i detectives che si alternano a casa Verinder per condurre le indagini: il Sovrintendente Seegrave e il Sergente Cuff. Qui si possono riscontrare quattro tipi di atteggiamenti.
Il primo è quello del Sovrintendente Seegrave, che rappresenta il tipico esponente delle forze di polizia, fin dall'inizio destinato allo scacco. Egli si presenta come un uomo molto competente, ma ben presto, dopo essere giunto a qualche conclusione esatta, si arena nelle secche del mistero. Quel che si riesce a stabilire in questa prima indagine è che il furto è stato commesso da qualcuno che si trovava dentro casa, poiché era impossibile per quegli indiani o per altri malviventi accedervi dall’esterno, in quanto i cani erano liberi nel giardino e non si sono riscontrate impronte o altri segni di scasso. Si propone qui una situazione – simile a quella della camera chiusa – che avrà grande fortuna nel poliziesco: quella della casa o del luogo isolato in cui si trova un gruppo di sospetti, fra i quali dev’esserci il colpevole.
A ogni modo, Seegrave finisce per trascurare quello che si rivelerà l’indizio fondamentale, cioè la macchia che s’è prodotta nella decorazione eseguita sulla porta del salottino. Secondo Seegrave, a causare la macchia è stata qualche cameriera che ha sfiorato la porta dopo la scoperta del furto, mentre invece il sergente Cuff capirà subito che la macchia indica in realtà il passaggio di qualcuno nella notte del furto, probabilmente il ladro stesso, poiché la mattina dopo il colore della porta doveva già essere asciutto.
Da bravo detective, Cuff sa che la chiave d’accesso alla verità risiede spesso nei dettagli, e afferma: «In tutta la mia esperienza lungo le sporche strade di questo sporco piccolo mondo, non ho mai incontrato nulla che fosse un’inezia». Proprio in obbedienza a questo principio, Cuff non trascura il dettaglio della macchia sulla porta e fa di tutto per scoprire se in casa sia stato nascosto un vestito o una camicia da notte macchiata, o se qualcosa manchi dall’elenco della biancheria.
Disgraziatamente, nel seguire questo indizio, Cuff sarà portato a sospettare delle persone giuste per i motivi sbagliati. In altre parole, Cuff capisce che al centro del mistero si trovano Rachel e Rosanna, i cui movimenti e atteggiamenti sono talvolta inspiegabili o sospetti, ma nel ricostruire i fatti si lascia guidare dalla convinzione errata che Rachel sia indebitata e che la cameriera l’abbia aiutata, grazie al suo passato criminale, a vendere il gioiello a un ricettatore. In particolare, Cuff è convinto che, dopo aver sottratto il gioiello dal salotto per conto di Rachel, Rosanna si sia resa conto d’aver macchiato la camicia da notte e, fingendosi malata, sia corsa in paese a comperare nuova stoffa per cucirsene una identica all’altra.
Il detective rinunciatario
Comunque sia, Cuff deve rinunciare al caso perché ha accusato del crimine la figlia della padrona di casa. La ragazza rifiuta di spiegare la sua condotta e quindi è soggetta a legittimi sospetti; eppure, Cuff si sbaglia.
Mentre in molta narrativa poliziesca la ragione del detective – sensibile ai dettagli, capace d’introspezione psicologica, dotata di spirito logico – riesce a penetrare il mistero, qui Cuff fallisce. Contro la sua versione dei fatti si schiera la fiducia intuitiva che personaggi come Lady Verinder, Mr. Betteredge e sua figlia Penelope hanno in Rachel e Rosanna. Paradossalmente, qui la ragione diventa qualcosa dai cui attacchi ci si deve difendere, per non cadere nell’errore. Alla ragione si oppongono il sentimento, la lealtà, l’istinto. In più, alle indagini di Seegrave e Cuff si oppongono le indagini dei tre bramini indiani che inseguono il diamante, i quali non usano la razionalità occidentale, ma la chiaroveggenza. Addirittura, nel seguito del romanzo, i bramini riusciranno con questo sistema a seguire gli spostamenti della pietra e a rientrarne in possesso. Dunque, in The Moonstone convivono due sistemi di valori: uno occidentale, fondato sui presupposti della ragione, e uno orientale, legato a una visione mistica del mondo.

Indagini multiple
Ai quattro livelli d’indagine individuati nella prima parte del romanzo, se ne aggiungono altri tre nella seconda parte. Una è l’indagine per eccellenza: quella di stampo psicologico che viene condotta dal medico Ezra Jennings attraverso l’ipnotismo, un’indagine che scava nell’interiorità dell’uomo, oltre il suo livello cosciente, e che anticipa l’avvento della psicanalisi. Le altre due, invece, sono quelle di Mr. Franklin e di Mr. Bruff.
In particolare, la ricerca di Franklin rimanda direttamente alla vicenda di Edipo: colui che ha avviato la macchina investigativa, in quanto ha convocato il sergente Cuff da Londra per cercare la verità, è anche l’individuo che inconsapevolmente ha causato tanta confusione e dolore intorno a sé. E, come Edipo interroga ripetutamente l’indovino Tiresia, senza capire la verità che questi gli dice con parole ambigue, finché non cade il velo che ha davanti agli occhi, così anche Franklin nel corso della vicenda ripenserà alle parole pronunciate da Rachel e Rosanna nei giorni successivi al furto, e scoprirà che entrambe hanno tentato di dirgli la verità.
Per finire, la ricerca di Mr. Bruff, che viene perseguita nell’ultima parte: l'avvocato ritiene che l’unico modo per incastrare il colpevole sia aspettare che, allo scadere di un anno dal deposito in banca del diamante, incontri Mr. Luker per rientrarne in possesso. A quel punto, rientra in scena lo stesso Cuff che, informato degli sviluppi dell’indagine, ammette apertamente di aver commesso uno sbaglio. L’autore, tuttavia, gli concede di prodursi in un numero teatrale: per provare le sue doti di detective, Cuff consegna a Franklin una lettera contenente il nome del colpevole, invitandolo ad aprirla solo quando ne avranno accertata l’identità.
Wilkie Collins grande precursore
Tralasciamo le altre sfaccettature del romanzo, che sono numerose: da quella melodrammatica a quella dell’identità a quella dell’imperialismo britannico. Fra i tanti meriti, a Collins va riconosciuto quello di aver inaugurato la regola del fair play nei confronti del lettore, inserendo nei primi capitoli del romanzo tutti gli indizi necessari alla spiegazione dell’enigma. Inoltre, egli ha concepito l'idea di scegliere il colpevole fra le persone meno sospette e, infine, ha dato prova di grande accuratezza nei particolari di ordine medico, legale e di procedura poliziesca.
Fonti:
Maurizio Ascari, Lezioni accademiche all’Università di Bologna, Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne, A.A. 1999-2000.
Stefano Benvenuti - Gianni Rizzoni, Il romanzo giallo, Mondadori, Milano 1979.
Prosegue questa sorta di “diario privato”, attraverso miei commenti lasciati in vari blog nei mesi passati.
Il quadro
Sai, mia madre dipinge da quando aveva 17 anni, e ora ne ha 82.
L'oggetto che più conserverò nella memoria è un grande quadro a olio che dipinse diciottenne, una veduta del fiume Trigno e dei monti molisani dove sono nato. Alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta.
Ma rimane il grande quadro che mi ha accompagnato da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della famiglia unita, dell'innocenza perduta.
(commento lasciato a ???)
Le mele
Io di mele vizze ne ho una piccola cassetta, e le centellino ogni mattina a colazione. Sono piccole, provengono da un melo – forse selvatico – che si erge su un minuscolo sperone di terra che fa da argine e confine sotto casa mia. Le raccolgo perché resterebbero sui rami a marcire, e cadendo andrebbero a intasare il pozzetto delle acque piovane.
Be’, queste mele sono straordinariamente dolci, e questa dolcezza la nascondono sotto una buccia butterata e poco invitante.
nell’immagine: Giovanni Fattori, Buoi al carro, 1870
La pietra di luna – I° parte
Il vero padre del detective novel inglese è uno scrittore cresciuto alla scuola di Charles Dickens: William Wilkie Collins (1824-1889), autore molto popolare e molto prolifico di grandi romanzi vittoriani. L’amicizia fra Collins e Dickens – nata dall’interesse comune per il teatro, ma cresciuta anche grazie alla loro passione per l’editoria, i viaggi in Francia e in Italia, gli ideali radicali e i bordelli londinesi – fu feconda per entrambi.
Nel 1856, Wilkie Collins si trova a scrivere per la rivista Household Words una serie di articoli a sfondo poliziesco, traendone i temi dai casi giudiziari raccolti nel Recueil des causes célèbres (1807-1814) di Maurice Mejean, un libro che aveva acquistato in Francia durante uno dei suoi viaggi sul continente in compagnia di Charles Dickens. E sempre al Recueil è ispirato uno dei suoi grandi successi, La donna in bianco (The Woman in White, 1859-60), un complicato romanzo con forti influssi balzachiani.
Ma il capolavoro di Wilkie Collins resta La pietra di luna (The Moonstone), ispirato al caso mai risolto di Constance Kent, ovvero il celebre “delitto della casa di campagna”, pubblicato nel 1868, prima a puntate su All The Year Round, il giornale diretto da Dickens, e poi in tre volumi.
Molti hanno giudicato La pietra di luna il più bel romanzo poliziesco di tutti i tempi, e il poeta T. S. Eliot ha scritto che «tutto quello che c’è di buono e di efficace nella narrativa poliziesca moderna lo si può già trovare nella Pietra di luna. Gli autori più recenti hanno introdotto l’uso delle impronte digitali e di bagattelle dello stesso genere, ma in sostanza non hanno realizzato alcun progresso rispetto alla personalità o ai metodi del sergente Cuff. Cuff è il poliziotto perfetto. I nostri poliziotti moderni sono il più delle volte delle macchine efficienti ma anonime, che si dimenticano nel momento stesso in cui si chiude il libro, o hanno troppe caratteristiche come Sherlock Holmes. Costui è talmente sovraccarico di capacità, di meriti e di peculiarità da diventare una figura quasi statica: ci viene descritto, anziché esserci rivelato, attraverso le sue azioni. Il sergente Cuff è invece una personalità reale e attraente, ed è brillante senza essere infallibile».
Per incatenare il pubblico alle pagine, Collins sfrutta sia l’aspetto umoristico della vicenda narrata, sia quello patetico-sentimentale, sia quello più strettamente poliziesco, cioè la suspense, l’attesa vigile dei lettori, desiderosi che i misteri della storia siano svelati uno dopo l’altro.
Per ottenere nei lettori questo triplice coinvolgimento, Collins elabora una particolare tecnica narrativa: egli affida il resoconto dei fatti non a un solo narratore, ma a tutti i protagonisti, che si alternano uno dopo l’altro come se fossero testimoni chiamati a deporre. Siccome i vari narratori possono raccontare solo i fatti a cui hanno partecipato o assistito in prima persona, l’autore gioca sul punto di vista limitato, che gli consente di mantenere nel testo un gran numero di lacune narrative, che verranno riempite da qualche altro personaggio nel prosieguo del racconto. Inoltre, il fatto di affidare la voce narrante a personaggi particolarmente eccentrici consente a Collins di ottenere straordinari effetti di comicità, come accade col maggiordomo Betteredge, che è il primo ad assumere il ruolo di narratore, e con Miss Clack.
La trama
La “Pietra di luna” è un favoloso diamante sacro appartenente a una setta indiana di Seringapatam, predato nel 1799 dal malvagio colonnello inglese John Herncastle, che ha trucidato i tre bramini che lo custodivano. Sul diamante – ovviamente – pesa una maledizione, e quando Herncastle torna in patria, tutti lo sfuggono, a partire dai suoi familiari, ben consapevoli delle sue malefatte. Dopo quasi mezzo secolo, nel 1848, il colonnello muore e lascia in eredità il diamante alla nipote Rachel Verinder, figlia di sua sorella Julia. Siccome i legami con la famiglia erano interrotti da decenni, Lady Julia non tarda a interpretare il gesto – donare un diamante maledetto! – come una vendetta del malvagio colonnello.
Al cugino della ragazza, Franklin Blake, spetta il compito di portare il diamante – la Pietra di luna – a Rachel in occasione del suo compleanno. Quando si reca nella casa di campagna dei Verinder, nello Yorkshire, il suo arrivo è preceduto da quello di tre indiani, che in compagnia d’un bambino compiono strani riti per seguire i movimenti di Franklin e del diamante. Dopo la riunione degli invitati e la cena di compleanno, a cui partecipa anche un altro cugino di Rachel, Godfrey Ablewhite, gli indiani si presentano nel giardino di casa fingendosi giocolieri, ma un viaggiatore che conosce bene l’India individua in essi tre bramini che cercano di riportare in patria la pietra sacra.
Ed ecco il colpo di scena: la mattina dopo, il diamante è scomparso. Dunque viene chiamata a investigare la polizia locale, nella persona del Sovrintendente Seegrave, il quale fa perquisire la casa e tutti i presenti (tranne Rachel, che misteriosamente si rifiuta), ma senza alcun risultato. Di fronte all’insuccesso della polizia locale, Franklin Blake fa quindi venire da Londra il sergente Cuff, celebre investigatore di Scotland Yard.
Il sergente Cuff
Il diamante è stato portato via dal boudoir di Rachel, dov’era racchiuso in un mobiletto. A fornire un indizio al sergente è la porta del locale, che Rachel e Franklin avevano dipinto insieme nei giorni precedenti il furto, mentre tra loro nasceva una storia d’amore. La porta reca una macchia sulla vernice, che il sergente conclude sia stata prodotta dal ladro che di notte ha portato via la pietra. Comincia dunque l’affannosa ricerca d’un capo di vestiario che porti una macchia di vernice, ma senza risultati. Siccome Rachel rifiuta di lasciar ispezionare il proprio guardaroba, mostrandosi apertamente ostile, Cuff conclude che il diamante non sia stato davvero rubato e che la ragazza l’abbia nascosto con l’idea di venderlo per pagare qualche debito che ha contratto, magari con un gioielliere, come spesso accade alle giovani aristocratiche. Secondo Cuff, ad aiutare Rachel è stata Rosanna Spearman, una cameriera con un passato di ladra, che nei giorni successivi al furto ha avuto un comportamento strano, fingendosi malata, mentre in realtà usciva di casa per motivi imprecisati. Il crescendo di tensione che l’indagine provoca in casa Verinder culmina proprio col suicidio di Rosanna, che si toglie la vita perché innamorata di Blake, che a sua volta è innamorato della cugina Rachel.
Il sergente Cuff comunica a lady Julia la versione dei fatti di cui è convinto, cioè che il diamante è in possesso di Rachel; ma quando lady Julia interroga di persona la figlia, questa nega di averlo, e anche solo d’aver parlato con Rosanna dopo il furto della pietra. A Lady Julia, quindi, non resta che pagare Cuff, che aveva ingaggiato privatamente, con un lauto assegno e chiedergli di abbandonare il caso, che così rimane irrisolto.
La presenza del diamante maledetto ha gettato la famiglia nella disperazione. Rosanna Spearman si è suicidata, mentre Rachel, che in un primo tempo ricambiava l’amore di Franklin Blake, dopo il furto si rifiuta di vederlo e a solo sentire il suo nome viene colta da attacchi d’isteria.
Rachel abbandona la campagna per recarsi con la madre a Londra, dove Lady Julia spera di procurare alla figlia sufficienti distrazioni perché dimentichi la brutta avventura. Dal canto suo, Blake parte per un lungo viaggio in Europa per dimenticare le sue pene d’amore. Nel finale di questa prima parte, al narratore Mr. Betteredge giunge notizia che Rosanna, prima di uccidersi, ha lasciato a un’amica una lettera indirizzata a Mr. Franklin in cui potrebbe essere contenuta la chiave del mistero; ma la ragazza che ne è in possesso si rifiuta di consegnare la lettera a persone diverse da Mr. Franklin, a cui è indirizzata.
(continua)
Fonti:
Maurizio Ascari, Lezioni accademiche all'Università di Bologna, Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne, A.A. 1999-2000;
Stefano Benvenuti - Gianni Rizzoni, Il romanzo giallo, Mondadori, Milano 1979.