Noi siamo dominati dalle nostre coazioni. O forse succede solo a me. Ma mi sembra che le ossessioni possiedano una grande energia. Quell’energia può essere imbrigliata. So che la maggior parte dei miei amici scrittori sono ossessionati dallo scrivere. Funziona esattamente come per la cioccolata. Si pensa in continuazione che si dovrebbe scrivere, anche se si sta facendo qualcos’altro. Non è molto divertente. Quella dell’artista non è una vita facile. Non è mai libero, a meno che non si stia dedicando alla propria arte. Ma credo che produrre arte sia sempre meglio che bere smodatamente o ingozzarsi di cioccolata. Mi chiedo spesso se tutti gli scrittori dediti all’alcol bevano tanto perché non stanno scrivendo, o perché hanno difficoltà a scrivere. Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo.
Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi. Significa adempiere la propria funzione. Una volta pensavo che la libertà consistesse nel fare tutto quello che uno voleva. Ma la libertà consiste nel capire chi siamo, capire cosa dovremmo fare su questa terra, e infine, semplicemente, farlo. Non consiste nel lasciarsi sviare, nel pensare che una non dovrebbe più scrivere della propria famiglia ebrea, se il suo ruolo nella vita è proprio questo: registrare la sua storia, raccontare chi erano questi Goldberg, immigrati della prima generazione, a Brooklyn, a Long Island, a Miami, prima che tutto questo passi e sia cancellato dal tempo.
«Poveri artisti», dice Katagiri Roshi. «Quanto soffrono. Finiscono un capolavoro, e non sono soddisfatti. Vogliono subito mettersi a scriverne un altro». Sì, ma se si prova questo bisogno impellente, è meglio mettersi a scriverne un altro piuttosto che cominciare a bere e finire alcolizzati, oppure mangiare chili di cioccolatini e diventare dei bidoni.
Dunque non tutte le ossessioni, forse, sono un male. Avere l’ossessione della pace è un bene. Ma allora bisogna praticarla, la pace, non pensarci e basta. Avere l’ossessione di scrivere è un bene. Ma allora scriviamo. Non lasciamo che quell’ossessione venga distorta e diventi alcolismo.
(sotto il titolo: Pier Augusto Breccia, Natura e linguaggio)
La studiosa Alessandra Calanchi ha riunito sei casi sherlockiani, tratti da raccolte diverse, nel volume 221B Baker Street edito da Marsilio: il suo intento è di offrire al lettore una certa varietà di contenuti e di stili che possa decostruire il personaggio di Sherlock Holmes, spogliandolo dalle stratificazioni svianti che ha subito nel corso del tempo, restituendogli un volto più composito, più simpatico e più accattivante. Ne risulta un’immagine del grande detective sottratta a quegli stereotipi della “britannicità” con cui ha pagato l’enorme successo popolare decretatogli dai mass media: uno Sherlock Holmes che si rivela non sempre infallibile e non sempre vincente, colto e autoironico, naïf e impacciato con le donne.
Per proseguire il discorso su Sherlock Holmes, dunque, riporto un passo dell’Introduzione al volume (per gentile concessione dell’Autrice).
Decostruire gli stereotipi
di Alessandra Calanchi
Primo fra gli stereotipi che intendiamo mettere in discussione, la “odiosa” infallibilità di Holmes. Come vedremo, ne I cinque semi d’arancia, posto in apertura di questa antologia, il grande detective risolve il caso senza però riuscire a salvare la vita al suo cliente, né a mettere le mani sui criminali; simmetricamente, l’ultimo racconto qui presentato si concluderà con la piena ammissione, da parte di Holmes, di essersi sbagliato troppo a lungo, di essere stato lento nel comprendere la verità. Per molto tempo ha prevalso, nell’immaginario popolare, l’idea che Sherlock Holmes rappresentasse il prototipo dell’investigatore arrogante, antipatico, che ha sempre ragione e che lo dimostra maltrattando Watson, la polizia e perfino i lettori. Anche questo è falso: Conan Doyle ci presenta con puntigliosa coerenza un personaggio fin troppo umano (al punto da cedere al vizio del fumo e della droga), generoso e disponibile, semmai abile nei mascheramenti, ma sempre animato da nobili scopi.
Altro esempio di stereotipo: l’imprescindibile convivenza Holmes-Watson. Nei racconti che abbiamo scelto, la celebre “spalla” di Holmes – che tradizionalmente condivide con lui l’altrettanto celebre appartamento – in realtà è già sposato e si trova a Baker street solo per qualche giorno. Il che non toglie assolutamente nulla all’intimità che esiste indubbiamente fra i due, un’intimità le cui sfumature omoerotiche non hanno mancato di rappresentare un fecondo terreno di studio, ma che è sempre rigorosamente sottomessa al rispetto reciproco e alla professionalità di entrambi i personaggi. Ognuno nel suo settore – l’uno come detective, l’altro come medico – essi svolgono infatti le loro mansioni senza che mai l’amicizia che li lega degeneri o si incrini; e quelle comiche o patetiche prese in giro di Watson da parte di Holmes a cui certo cinema ci ha abituati sono del tutto assenti. Anche quando si permette di fare della lieve ironia, secondo il costume anglosassone, Holmes è pieno di rispetto nei confronti del compagno, e le sue battute di spirito – sempre affettuose – rientrano in quel tipico humour che non desidera offendere ma semplicemente far sorridere con stile.
Per non parlare, infine dei veri e propri “falsi”: la frase «Elementare, Watson!» che non uscì mai dalla penna di Conan Doyle; la mantellina e soprattutto il cappellino da caccia – il cosiddetto deerstalker – che furono creati dall’illustratore (Sidney Paget, assunto per errore dall’editore al posto del più famoso fratello Walter) e non dall’autore; o, ancora, la pipa calabash che non esisteva ai tempi in cui le storie venivano scritte.
Molto interessante è anche l’apparato di note della Calanchi ai diversi racconti: comincio col riportarne alcune, che puntualizzano la figura sherlockiana e ne integrano gli aspetti forse meno noti.
La pubblicazione di questa scelta di note al testo proseguirà nelle prossime puntate.
Il metodo Sherlockiano
Il metodo di Sherlock Holmes si basa su un processo logico che può essere superficialmente frainteso come abilità intuitiva, capacità di indovinare, o mera deduzione (lo stesso Doyle intitolò il secondo capitolo di Uno studio in rosso “La scienza della deduzione”). In realtà, come è stato spiegato da illustri studiosi e matematici, si tratta piuttosto di “abduzione”, consistente nell’inferire da un’accurata osservazione un’ipotesi (laddove “dedurre” significa inferire una tesi e “indurre” inferire una sintesi). Si rimanda in proposito a Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Seboek (Milano, Bompiani 1983), che fra le altre cose, propone un confronto di tipo metodologico fra il celebre detective e il filosofo americano C.S. Peirce, fondatore del pragmatismo e della semiotica.
Holmes e la polizia
I rapporti che Holmes ha con la polizia sono di un tipo assolutamente originale. Holmes si fregia di essere l’unico consulting detective, e la sua competenza è tanto straordinaria che perfino la polizia, che inizialmente è insofferente ai suoi metodi e alla sua presenza sul luogo del delitto, giunge a volte a consultarlo. I vari ispettori che troviamo nei racconti (almeno una decina, su cui campeggia Lestrade) si recano da Holmes quando non sanno più che pesci pigliare, e allora Holmes, compiaciuto ma un po’ sulle sue, accetta generalmente di occuparsi del caso e alla fine, con magnanimità estrema, dopo averlo risolto ne lascia il merito e gli onori alla polizia. È dunque un rapporto di collaborazione impari, basato sul rispetto pur nella totale mancanza di stima professionale da parte di Holmes. All’epoca le forze di polizia erano ben nutrite, e a Londra c’era il corpo più preparato, la Metropolitan Police, detta scotland Yard dalla sede che occupava a Westminster (il luogo in cui anticamente esisteva un palazzo dove i re scozzesi soggiornavano a Londra) prima dell’attentato irlandese del 1884 (la nuova sede sorse in Victoria Embarkment).
Holmes e gli Irregulars
Sherlock Holmes, in questo e nei successivi racconti qui raccolti, agisce da solo. In altri romanzi e racconti del Canone, invece, i migliori alleati di Holmes sono una banda di monelli da strada, reclutati dall’investigatore per aiutarlo nelle indagini: sono i celebri Irregulars, gli Irregolari di Baker Street (che fra l’altro hanno dato il nome a una delle più prestigiose associazioni holmesiane del mondo). Poverissimi, e costantemente a rischio di venire risucchiati nel giro della criminalità, essi vengono ricompensati da Holmes con uno scellino al giorno, più le spese, più un premio speciale di una ghinea per chi trova l’obiettivo della ricerca. Li incontriamo, per fare un paio di esempi, in Uno studio in rosso e ne Il segno dei quattro.
Arthur Conan Doyle, 221B Baker street – Sei ritratti di Sherlock Holmes, a cura di Alessandra Calanchi (con testo originale a fronte), Marsilio Editori, Venezia 2001.
L’esclusione
Fin da bambino desideravo essere uguale agli altri, e non ci riuscivo. Evidentemente m’avrebbe dato sicurezza, m’avrebbe fatto sentire a posto. Ma niente da fare.
Nell’adolescenza e nella prima giovinezza ne ho ricavata una sorda infelicità, poi mi sono rassegnato.
Certe situazioni d’esclusione mi sono rimaste impresse come un marchio: ma ora sono sereno e indurito, di una corteccia robusta.
I demoni
Anch’io convivo con alcuni demoni, pertinaci e onnipresenti. Devo ancora capire se mi lasceranno mai.
Forse un giorno qualcuno mi aiuterà a esorcizzarli, o ad accettarne la permanenza. Devo capire se questo è possibile, o se dovrò tenermeli accanto per tutta la vita.
La tua chiusa: proprio in seguito all’inferno che mi è stato donato – so che la vita è stupenda, ed è una costante regalia di opportunità, appartiene anche a me, proprio così.
Piangere
Ma quando ti riposi, Yukshee?
Io non riesco a piangere da tanto, ma sono soggetto a uno strano fenomeno: le lacrime salgono per improvvisi scombussolamenti emotivi, bagnano gli occhi mentre la gola si stringe e il respiro s’impenna, poi scemano lentamente. E questo accade anche solo leggendo un passo intenso, o guardando una scena che commuove, o pensando a qualcosa di struggente.
E tutto avviene con l’immediatezza e la transitorietà delle cose familiari.
Hai voglia a indurirti: la sensibilità rimane.
Buonanotte.
(so che l'immagine non sei tu, ma qualcosa me la riconduce a te.)
Confesso che il lavoro su Mistero etrusco durò a lungo: non solo per l’attività di ricerca e documentazione che si rese necessaria, ma anche perché la stesura vera e propria subì un’interruzione di parecchi mesi. Questo accadde per ragioni diverse, legate per lo più all’intensità degli impegni di lavoro e al calo di quella “tensione emotiva” che fa vivere questo tipo di esperienza come una specie di “ossessione”.
Poi, finalmente, la situazione si sbloccò, così raccolsi tutti i fili e decisi che sarei ripartito da una scena ambientata in una chiesa. Ma non avevo voglia di descrivere una chiesa fiorentina: preferii inventarmene una e collocarla arbitrariamente a Firenze, vicino a Palazzo Capponi, dove chiese non ce ne sono. Una piccola licenza narrativa, dunque: così, mi armai di un taccuino ed entrai per la prima volta nel duomo della mia città.
Parlo di questo perché i tre fogli di taccuino che scrissi quel giorno li ho appena ritrovati in mezzo all’agenda che usavo per gli appunti preparatori delle scene e dei capitoli del romanzo.
Ecco le osservazioni, molto essenziali, che vi scrissi.
Una navata centrale e due navate laterali. Il portale, all’interno, è coperto da cortine di velluto color tabacco.
Quattro vetrate in vetro giallo a mezzaluna per parte, in alto, separano e scandiscono la successione di volte a botte decorate a rosoni in rilievo. La navata centrale è delimitata da due file di colonne massicce in marmo screziato di marrone; il pavimento è in grandi mattonelle marmoree chiare e scure, in un gioco irregolare a scacchiera. Su ciascuno dei lati, partendo dalla porta, due cappelle piccole, ricche di marmi e dorature, e una cappella grande (a forma di croce). Marmi grigio-bianchi, statua della vergine illuminata da ceri, confessionali, icona della Madonna con bambino con le teste coronate (applicazione della corona sull’immagine).
Colonne e muri rivestiti da marmo di differenti colori, con giochi di tonalità che vanno dalle striature di grigio agli aloni di rosso, alle screziature bianco/ardesia, alla fine mattonellatura (ciottolatura) rosso-rosa. Colonne lucide, plinti luccicanti.
La cappella grande di sinistra ha al centro una cupola rialzata, sotto la quale vegliano le statue dei quattro evangelisti che brandiscono testi sacri; sul fondo un altare sormontato dal simbolo dell’Ave Maria; i muri e le colonne sono decorati da marmi della più varia specie; i rivestimenti sono fatti a tasselli giustapposti fra loro in maniera da formare degli incontri di venature che disegnano figure: rombi, farfalle, bocche spalancate, aurore su profili montani. A fianco di una vetrata, l’incontro dei quattro pezzi (tavolette) di marmo rosso a disegni giustapposti forma l’immagine di un volto caprino dall’espressione malvagia, un diavolo, con grandi basette sotto l’orecchio.
Marmi grigio-scuri, quasi neri, tra le colonne e i rivestimenti in marmo rosso; i capitelli delle colonne sono dorati, scolpiti a motivi vegetali.
In fondo all’abside, un dipinto murale che raffigura la passione di Cristo e prende tutto il semicerchio dietro l’altare.
Poi, prima di tradurre in forma narrativa questi appunti, aggiunsi nell’agenda alcuni elementi “di situazione” che avrebbero dovuto contribuire a creare le scene:
I mormorii origliati dal confessionale non lasciavano presagire nulla di buono. Howe ci aveva pensato per quasi tutto il tempo impiegato a mangiare la pizza seduto a uno dei tavolini che dilagavano nella piazza. Gliel’avevano servita già tagliata a spicchi su un grande tagliere, coi carciofini che appuntivano i veli di prosciutto stesi sopra a scaldarsi e a solleticare le narici col loro profumo salato. Dentro la gabbia delle penitenze, la voce del vecchio sembrava grattare come una raspa contro il legno sfibrato e di quel che diceva non s’era capito nulla. Più chiare erano state alcune obiezioni del prete, che in certi momenti aveva obiettato: “Tarfanelli, non può pensare che fare giustizia significhi...”, oppure: “Il peccato accompagna l'uomo non solo nell’agire, quindi non creda che...”
Howe si vergognò al pensiero di essersi fermato a spiare due sconosciuti come un ragazzino. Doveva esser stata la faccia di quel vecchio a turbarlo, così lunga e segnata, con lo sguardo cattivo da stregone dei cartoni animati. Ricordava ancora che una figura del genere l’aveva terrorizzato quand’era bambino, quando passava l'estate nella casa di campagna dei nonni. Era un pastore vestito di stracci che s’aggirava per i campi attorno, e quando lo vedeva brandiva il bastone come se volesse colpirlo.
Dunque, tornato a casa, mi misi al lavoro. Far diventare quei frammenti di brogliaccio una parte della stesura vera e propria non fu difficile: segno che, psicologicamente parlando, ero finalmente “rientrato in partita”. Si trattava d’integrare le immagini raccolte attraverso gli occhi con tutta quell’elaborazione immaginativa che nel frattempo mi maturava nella testa. Le sequenze che ne uscirono furono buone da subito, e quasi non ebbero bisogno d’interventi successivi, se non per minimi dettagli.
Quella che segue è la versione definitiva nel romanzo.
Percorrendo la navata centrale della chiesa adiacente a palazzo Capponi, Howe notò che i rosoni che decoravano le volte erano a rilievo, e non dipinti. La semioscurità non gli impediva di distinguere i contorni lucidi dei grandi petali arricciati color marrone chiaro, tutti identici.
La vista acuta era una delle cose che gli erano rimaste integre. Tra i capelli spuntava qualche filo bianco, e così nella barba che gli copriva le mascelle larghe. E, da quando Laura se n’era andata, le piccole rughe che gli partivano dagli occhi sembravano più evidenti.
Howe osservò le colonne di marmo rosso che separavano le navate laterali da quella principale. Erano lucide e massicce, con screziature ravvivate dai brandelli di luce che piovevano dalle vetrate a lunetta. C’era una straordinaria profusione di marmi, pensò andando a sedersi su una panca a metà navata. Ogni metro quadro di muro era di colore diverso, e formava stipiti e cornicioni, alette, piedritti e archi, con nicchie, vani e strombature che introducevano a piccoli atri e a vestiboli bui, oltre i quali s’indovinavano altre porte.
Guardò la chiesa deserta e silenziosa, con le luci spente e il tenue odore di ceri che ristagnava nell’aria. Chiuse gli occhi, cercando di non pensare. Si sentì stanco. Desiderò tornare alla casa di Penarth, per fare le sue passeggiate lungo il sentiero che correva sopra la falesia, e andare a nascondersi nel bosco fittissimo. Ripensò all’incarico all’università di Cardiff, alle colleghe che dichiaravano d’aspettarlo col cuore spezzato, ai vecchi amici di bevute. Ma non voleva affezionarsi ai luoghi, non voleva affezionarsi a nulla. Dopo l’università aveva lavorato a lungo in posti lontani, e quando tornava in Galles sentiva di non aver più un ruolo. Ma non riusciva ad affrontare l’idea di essere ormai sradicato, di sentirsi cittadino del mondo, senza provare un profondo smarrimento.
Sentì riaffiorare il senso d’oppressione che l’aveva accompagnato prima di partire, così si alzò e s’incamminò verso l’abside. Sentì sotto le suole la superficie diseguale del pavimento, una scacchiera di mattonelle in marmo bianco e nero scavate dal tempo, che si estendeva fino all’altare, sul cui sfondo campeggiava l’affresco d’una drammatica crocifissione.
Dall’ombra di una cappella emerse la figura di un prete, con la testa piccola reclinata di lato e la tonaca che sfiorava il pavimento, e Howe si diresse d’istinto verso la parte opposta. S’infilò nell’ultima cappella del lato destro, grande e a forma di croce, illuminata da gruppi di ceri disposti davanti a una statua della vergine col bambino. Anche lì la ricchezza di marmi e dorature era notevole. I rivestimenti creavano giochi di tonalità che andavano dalle striature grigie alle macchie di rosso, alle screziature bianco e ardesia, alla fine piastrellatura rosso-rosa. Altre grandi colonne incombevano coi plinti luccicanti e i capitelli dorati, sovrastate da vetrate gialle semicircolari. Addossati alla parete più ampia c’erano due massicci confessionali in noce, ciascuno con due porticine, contrassegnate confessore e penitente.
Scomparso il prete, Howe si spostò nella cappella di sinistra e guardò in alto. Sotto l’alta cupola, illuminata da piccole vetrate a lunetta, vegliavano le statue dei quattro evangelisti che brandivano i testi sacri con gesti assoluti. In basso, i muri erano rivestiti da grandi tasselli marmorei di uguale venatura, giustapposti fra loro in modo da formare figure bizzarre: rombi, grandi farfalle, enormi bocche spalancate, aurore su profili montani. Di fianco a una vetrata, l’incontro di quattro tavole di marmo rosso formava l’immagine d’un volto vagamente caprino, con grandi basette sotto le orecchie, distorto in un’espressione malvagia. Stranamente, quella figura gli fece venire in mente Fanelli, con le sue basette fuori moda e i capelli che sembravano unti di brillantina.
Howe andò a sedersi su una panca. Più pensava a Fanelli, più restava perplesso: se il vicino aveva accompagnato in cantina l’uomo assassinato, non poteva averlo fatto per mostrargli dei banali vecchiumi. La signora Gabriella non aveva neppure dato la sua autorizzazione. Perché diavolo ce l’aveva portato, allora? E perché c’era tornato subito dopo che l’altro era stato ucciso?
Un fruscio lo fece voltare. Il lembo di uno spolverino scuro sparì rapido dietro un angolo, come se qualcuno ci si fosse nascosto. Howe si guardò intorno, incerto, e nella semioscurità della cappella adiacente scorse la figura del prete aggirarsi furtiva, come scivolando sul pavimento.
Si alzò e s’allontanò con discrezione, fingendo di voler osservare da vicino un portale riccamente incorniciato di marmi. Girò intorno a una colonna, per scoprire chi s’era dileguato alle sue spalle, ma non vide nessuno. Tornò ad attraversare la navata: lungo le file di colonne non s’intravedeva anima viva, eppure qualcuno doveva esserci. Quel lembo di stoffa non se l’era sognato, e neppure il suo lieve frusciare. Poteva essere una donna come un uomo, e si trovava alle sue spalle prima che lui girasse la testa.
Howe andò a fermarsi davanti a un’immagine sacra dipinta su tela, aguzzando la vista e l’udito. Quando si voltò, lo vide: un uomo vecchio e smunto, col viso lungo e gli occhi acquosi piegati all’ingiù lo stava guardando. Howe trasalì leggermente e si scostò lungo la panca. Quando tornò a guardarlo, vide che il vegliardo non gli aveva tolto gli occhi di dosso. A un certo punto il vecchio si voltò e fece un cenno impercettibile verso la figura tonacata, che si arrestò di colpo, raddrizzando la testa. Dopo un momento d’esitazione, si diresse verso di loro.
«Dottor Tarfanelli…» disse in un soffio il prete all’uomo, che lo zittì con un gesto e tornò a guardare Howe. Il vecchio, lungo e ingobbito, era vestito di grigio e portava una sciarpetta di seta, benché fosse iniziata l’estate. La sua faccia non rassicurava, con quel nasone a gobba, le guance cascanti e l’espressione arcigna della bocca.
I due s’avviarono verso i confessionali, discutendo sottovoce. I gesti del vecchio erano recisi, e sembravano voler rintuzzare le rimostranze del sacerdote. Howe s’avvicinò rasentando le colonne, quanto bastava per sentire il prete che diceva: «Tarfanelli, le ripeto che non è ora…»
La voce del vecchio era più bassa e profonda, e Howe non riuscì a capirne le parole. Il prete continuava a nicchiare sussurrando, finché sospirò e aprì una porticina di legno. Due cigolii inequivocabili segnalarono che erano entrati in un confessionale, e Howe si sporse incuriosito: i due si stavano sistemando all’interno di quello più vicino, la cui targhetta portava scritto Don Guido Sandri. Era evidente che il vecchio voleva essere confessato a tutti i costi, fuori dall’orario consueto, quindi lontano da sguardi indiscreti.
[...]
Al pensiero d’essersi fermato a spiare due sconosciuti in chiesa, durante il rito della confessione, Howe si vergognò come un ladro. Vi rimuginò quasi tutto il tempo impiegato a mangiare un piatto di tagliolini al pomodoro, seduto nel cortile di un ristorante in Borgo Pinti, sotto una giovane querciache già mostrava la progressione della sua imponenza. Il muretto di cinta, coperto di rampicanti, offriva il suo riparo nascondendo la strada.
Da quel confessionale, comunque, era trapelato poco. La voce del vecchio sembrava scaturire da una cripta, e grattava come una raspa lontana contro il legno sfibrato. Era la sua faccia lunga e solcata ad averlo turbato, con lo sguardo stralunato da stregone dei cartoni animati. Somigliava a un tale che l’aveva terrorizzato da bambino, quando passava l’estate dai nonni: era un bovaro che s’aggirava per i campi vicini e che, quando lo vedeva, brandiva il bastone come se volesse picchiarlo.
Howe era riuscito a capire alcune obiezioni del prete, che a un certo momento era sbottato: “Tarfanelli, non può pensare che fare giustizia significhi…”. E quando il vecchio, a giudicare dal tono, gli aveva rinfacciato qualcosa di sgradevole, aveva ribattuto: “Ognuno ha le sue pecche, lei compreso; non crederà che il mio operato possa essere messo in discussione…”. E poi: “Il peccato accompagna l’uomo non solo nell’agire, quindi non creda che…”
Appena s’era reso conto dell’assurdità del suo origliare, Howe aveva guadagnato l’uscita in punta di piedi. La luce calda e radente della sera l’aveva riportato alla realtà, e la cena che aveva improvvisato al ristorante casalingo stava rimettendo ordine nei suoi pensieri.
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(sotto il titolo: foto di Niznoz/Flickr.com - 6 nov. 2005)
La Tamaro e il Codice Da Vinci
Io la Tamaro non l’ho mai impallinata: ma mi feci condizionare dallo sdegno collettivo, così non l’ho mai letta.
Ma ho sempre pensato che fosse una che lavora onestamente, che ha scritto sentimenti chiari con semplicità, toccando corde comuni. La sua colpa, suppongo, è stata di aver avuto un successo incommensurabile: colpa che, credo, condanni a vita.
Il codice Da Vinci, invece, mi sdegnò oltre ogni dire: contro Dan Brown ho lanciato anatemi e fabbricato pupazzi da infilzare.
Innanzitutto, perché ha amalgamato, con furbizia alquanto rozza, alcuni ingredienti che avevo ritenuto imprescindibili per scrivere il mio libro ideale (il primo che pubblicai): enigmi da decifrare, documenti e oggetti antichi, ecc. Solo che li ha assemblati e cuciti in maniera sciatta e approssimativa, in una costruzione libresca da scuola media – quindi perfettamente accessibile anche ai non lettori, che sono la maggioranza – con l’aggiunta del tema forte, fortissimo, dell’attendibilità del Vangelo e della figura di Cristo: temi, come sappiamo, che ha copiato di sana pianta dal famoso saggio divulgativo pubblicato in Italia da Mondadori nel 1982.
Come vedete, ce n’è abbastanza per odiarlo: anzi, non mi stupirei se fosse un’incarnazione di Satana.
nell'immagine: elaborazione da M.C. Escher, Rettili, 1943