Le campagne pubblicitarie degli editori
Queste massicce campagne pubblicitarie non sempre funzionano, sapete?
Vi cito due casi.
Caso 1: Piemme.
Anni fa lanciò sul mercato la giallista russa Alexandra Marinina, e decise a tavolino di farne un fenomeno letterario. Quindi si lanciò in una serie di spot martellanti sulle reti televisive nazionali, pagati fior di quattrini, con testimonial Natasha Stefanenko. La Stefanenko era presente a rilasciare autografi [sul libro, come se ne fosse lei l’autrice] anche allo stand della Fiera del Libro.
Bene: il primo titolo della Marinina vendette parecchio, su questa spinta, ma poco dopo si fermò. Il secondo titolo vendette meno, il terzo meno e così via, finché dovettero smettere di pubblicarla perché non vendeva più. L’investimento era stato folle, e il beneficio basso: avevano buttato via una barca di soldi, al punto che dopo quell’esperienza la Piemme decise di non fare più pubblicità di alcun genere. Addirittura tolsero lo spazio fisso che avevano nelle pagine culturali di Repubblica, convinti che non servisse comunque a niente.
Morale: se l’autore non ha la “stazza”, cioè non ha i numeri per piacere al pubblico, hai voglia a fare pubblicità: il libro resta lì dov’è.
Caso 2: Stile Libero.
Sapete quanto sono scaltri alla collana Stile Libero di Einaudi, vero? Ebbene, anni fa pubblicarono un romanzo di Fabio Fazio. Come sapete, Fazio ha una carriera televisiva ventennale, e non c’è bisogno che mi dilunghi. Lo stamparono sicuri che avrebbe sfondato: era cosa scontata per tutti.
Invece, quel libro fu un vero flop. Pochi lo comprarono, rimase nelle librerie e oggi nessuno lo ricorda. Al pubblico non interessò, semplicemente. E alla Stile Libero si mangiarono le mani.
Esistono molti altri esempi del genere, ma questi due mi sembrano sufficienti.
E’ meglio quindi sfatare il mito delle “campagne pubblicitarie” che tutto determinano. Resta naturalmente il fatto che Giorgio Faletti, a ogni suo nuovo romanzo, fa regolarmente il giro di tutte, ripeto, tutte le trasmissioni televisive nazionali, e questa grancassa ha ovviamente un effetto mostruoso. Ma alla base c’è comunque un libro che ha tutti i numeri (al di là del suo valore letterario, si capisce) per sfondare il mercato.
nell'immagine: Pier Augusto Breccia, Labirinto n. 1
La vecchia agenda di appunti
Ultimamente, preso da struggente nostalgia, sono tornato a sfogliare la vecchia agenda su cui scrivevo gli appunti preparatori per la stesura di Mistero etrusco (in realtà, sono anche andato a ripescare – in un’altra agenda – alcuni pezzi di diario del 1997, gli unici sopravvissuti).
Capitato nelle pagine in cui fissavo le idee sul rapporto che il viceispettore Asciuti – della questura di Firenze – doveva scrivere su uno dei sospettati, il contadino Alvaro Cecconi, m’è venuta voglia di riproporvi quello che scrissi. Per le gesta di questo personaggio mi sono ispirato ai racconti che sentivo su un contadino romagnolo semi-deficiente, di nome (appunto) Alvaro.
Ecco gli appunti che vergai, schematici ed essenziali.
Episodio V.5:
L’ispettore capo sta studiando l’incartamento che gli hanno fatto trovare solo oggi sulla scrivania (è domenica!), riguardante Alvaro Cecconi.
Sfoglia questo dossier e ne legge alcuni estratti, da cui si evince che questo Cecconi è un potenziale criminale:
- è incline alle sparatorie col fucile da caccia;
- uccide animali indiscriminatamente e li sevizia;
- ha imparato dalla mamma, che era una fucilatrice provetta (ricordarsi del maiale);
- ha fatto morire la moglie in un incidente automobilistico;
- ha riscosso una cospicua assicurazione , che è stata dilapidata dai figli;
- ha pronunciato la frase: “andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare”
- i figli lo hanno denunciato per maltrattamenti, così gli hanno vietato di usare i fucili fuori da casa sua;
- la scarica di pallini trovata su Massi, allora, potrebbe venire da uno dei suoi fucili…
Fatte queste considerazioni, l’ispettore capo chiede se sono arrivati i risultati delle analisi sull’impronta di pneumatico appartenente a Fanelli…
[…]
L’ispettore è col vice.
Parlano della situazione sul lavandaio: il Gip non ha convalidato l’arresto? Non convaliderà?
Considerazioni sul sostituto procuratore Angela Marchini: mora, massiccia, tettuta…
S’incazzerà come una bestia se il Gip non convaliderà l’arresto; tanto più che gli esami delle macchie di sangue non tarderanno ad arrivare…
Così, Gentilini prende in mano il dossier su Cecconi e si mette a leggerlo.
… (passaggi esilaranti) …
Cecconi sembra la persona più indicata per essere l’assassino.
Poi, Gentilini decide di fare un salto al gabinetto scientifico per vedere se l’analisi sull’impronta di pneumatico ha dato i suoi frutti.
Sulla base di queste scarne annotazioni, e sfruttando le idee che liberamente (e vorticosamente) mi giravano in testa, impostai dunque la stesura della scena – o episodio – del romanzo. Il mio solito problema era come cominciare (perché, poi, le cose tendono a venir da sole): così, mi venne in mente la macchina del caffè.
Quella che segue è la versione definitiva.
L’ispettore capo Gentilini si grattò con indolenza la mascella, perplesso. Davanti a sé, tre cartelle in cartoncino azzurro vergate col pennarello a spirito lo guardavano beffarde, ciascuna col numero di protocollo scritto di traverso in alto a destra. Pieralli, Fanelli, Cecconi. Tre persone apparentemente diverse fra loro, ma, in un modo o nell’altro, collegabili al morto.
Prendiamo la figlia del lavandaio, rifletté: è brutta forte, eppure Massi se la portava a letto. Evidentemente amava la carne giovane. Ma che il padre l’avesse ammazzato per questioni d’onore era altamente improbabile, per non dire assurdo.
Il viceispettore s’affacciò alla porta dell’ufficio: «La macchina del caffè s’è inchiodata…» mormorò con espressione ferale.
«Cosa?» L’ispettore capo si alzò di scatto. «Non dire sciocchezze, Asciuti. Adesso vengo io.»
S’avviò spedito per il corridoio, come se l’avessero chiamato a un sopralluogo d’urgenza, col sottoposto che lo seguiva inarcando scettico le sopracciglia. Gentilini si piccava d’essere un grande risolutore, nei problemi importanti come in quelli piccoli, ed effettivamente in questi ultimi eccelleva. Non c’era distributore automatico che non s’arrendesse ai suoi colpi calibrati e potenti. Punta, tacco, piatto interno, piatto esterno, taglio della mano destra, pugno chiuso e, nei casi più difficili, il pugno stretto sul calcio della pistola. Ma questa volta la faccenda era grave, il viceispettore Asciuti se n’era reso conto.
«Cazzo!» finì per gridare Gentilini dopo essersi ammaccato la mano contro gli spigoli di ferro della macchina. Nemmeno i colpi di tacco avevano sortito effetti, e il rumore di ferraglia che usciva dalle lamiere non lasciava presagire nulla d’incoraggiante. Doveva essersi rotto qualcosa dentro.
«Cazzo» ripeté attonito, con gli occhi fissi a terra. «E adesso?»
Tornò nell’ufficio con le pulsazioni accelerate e un’onda di frustrazione che gli strisciava lungo il corpo. Di domenica non si poteva chiamare nessuno, così sarebbero rimasti senza caffè fino al giorno dopo. Sarebbe dovuto uscire, e non ne aveva alcuna voglia. Quando aprì la finestra per saggiare l’aria, un refolo caldo e secco gliela fece richiudere all’istante.
Sulla scrivania, le tre cartelle infami continuavano a guardarlo. Respirò, prese un sorso d’acqua da una bottiglia che teneva nell’armadietto e tornò a leggere il verbale d’interrogatorio del lavandaio.
Quell’uomo non poteva aver ucciso nessuno, più ci pensava e più se ne convinceva. Di certo non era tipo da voler lavare l’onta della figlia col sangue. Era solo un miserabile, un verme gigante a cui erano cresciute braccia e gambe, il cui concetto di decenza doveva essere parecchio flessibile, a giudicare dalla minorenne deflorata in macchina.
Il professor Fanelli, invece, aveva il fare untuoso e guardingo di chi ha la coscienza sporca. Lui sì che doveva sapere qualcosa sulle attività di Massi. I due erano stati in contatto, e la faccenda dell’assegno non era affatto irrilevante. Scartabellò nella scarna documentazione del dossier, senza trovare nulla di nuovo. I risultati del confronto sull’impronta di pneumatico ancora non c’erano, segno che quelli del gabinetto scientifico dormivano, come al solito. Aveva una mezza voglia di andare di sopra a dare un’occhiata, chissà che non ci fosse qualcuno.
Aprendo il faldone intestato ad Alvaro Cecconi, scritto a pennarello nella grafia ondivaga dell’agente Gambaro, scoprì qualcosa d’inaspettato: dieci pagine di relazione confidenziale, battute a computer nel linguaggio involuto e dialettal-burocratico del viceispettore Asciuti. Era lui ad aver ricopiato in bella gli appunti presi dagli informatori, non c’era dubbio. Lo si capiva fino dall’incipit:
Soggetto alquanto equivoco, oltreché violento, a giudicare dalle prime indicazioni attestanti una serie di comportamenti antisociali, conseguenti allo sfogo di possibili tarature familiari e/o all’ottenimento di vantaggi economici derivanti da incidenti sui quali opportune polizze assicurative sulla vita consentivano al soggetto di conseguire arricchimenti tali da permettere ai componenti della di lui famiglia di spartire il ricavato senza apparentemente versare lacrime, oltreché dall’intensificarsi dell’attività di cacciagione illecita esercitata con armi di dubbia provenienza, che, secondo segnalazioni precise, venivano spesso puntate contro i propri vicini a scopo d’intimidazione e di supremazia, a seguito non solo di possibili sconfinamenti, ma anche di semplici bravate sorte per futili motivi legati al conteggio dei punti nelle gare di tiro al piccione o di corsa del maiale che la famiglia del soggetto organizzava…
La frase continuava per un bel po’ senza punti, con un affastellarsi di notizie che non dava respiro e non aiutava a comprendere nei dettagli di cosa si stesse realmente parlando. Il solito vizio di Asciuti, voler riassumere tutto in un cappello introduttivo prima di affrontare singolarmente i diversi punti, e, naturalmente, la solita debolezza grammaticale. Le bravate erano litigi, le tarature non si riferivano ovviamente alla messa a punto di una macchina, e cacciagione significava sparare alla selvaggina.
Era da un po’ che aspettava quell’incartamento. Tutte informazioni raccolte presso amici e parenti, e nel piccolo bar che Cecconi frequentava. Purtroppo, quand’erano passati di lì non l’avevano trovato in casa, quindi non era riuscito a interrogarlo. Meglio così. Leggendo quella roba, forse, si sarebbe chiarito le idee.
Le fonti interpellate non avevano avuto peli sulla lingua, a quanto pareva. Fin dalle prime righe, il Cecconi veniva descritto come un uomo chiuso, scontroso, misantropo e misogino, oltreché sadico. Da ragazzo catturava piccoli animali selvatici con trappole a laccio di sua invenzione, che disseminava per la campagna e nelle proprietà boschive circostanti. Una volta catturati gli animali, aveva l’abitudine di seviziarli infilando loro dei bastoncini attraverso gli orifizi. Catturava anche le rane, per venderle abusivamente al mercato, e s’era fatto la nomea di truffatore perché spesso spacciava per rane anche i rospi.
La madre, una contadina di vecchio stampo defunta cinque anni fa, viene descritta dai testi come un uomo che vestiva da donna, ma su questo punto le versioni si fanno contrastanti. Secondo Secondo Sozzi, mezzadro del podere Pignatelli, la madre del Cecconi non era altri che lo zio del medesimo che, approfittando della grande somiglianza fisica con la madre (del Cecconi), ne aveva vestito i panni per continuare a riscuotere la sua pensione. Secondo Primo Cecconi invece, cugino per parte di padre del Cecconi Alvaro, la voce sarebbe infondata e alimentata a suo dire dal semplice fatto che la donna aveva baffi e sopracciglia molto folti e gambe pelose, con la circonferenza dei polpacci che misurava…
Secondo Secondo, secondo Primo… A volte sembrava che Asciuti si stesse bevendo il cervello, pensò l’ispettore con una punta d’irritazione.
E poi, che c’entravano i polpacci?
Interrogato in merito, Terzo Diodati afferma di non avere elementi…
Ecco il Terzo, naturalmente. Quasi ci avrebbe scommesso. Il custode della tenuta dei Romanelli, tuttavia, non aveva fornito alcun elemento utile per la risoluzione del dilemma.
Quanto alle attività violente…
Eccoci di nuovo alla questione. Una zia paterna sosteneva che era stata la madre a educare il Cecconi alla scuola della violenza: la donna sapeva tirare col fucile e riusciva a catturare la selvaggina a mani nude. Era stata lei a insegnargli a sottrarre dai nidi gli uccellini appena nati e a utilizzarli come esca per i pesci di grossa taglia. Dopo la caccia, infatti, la grande passione del Cecconi era la pesca, praticata con tutti i metodi. Nel dossier c’erano due denunce a suo carico per aver pescato di frodo con bombe artigianali che aveva fabbricato lui stesso.
Bombarolo, quindi, oltre che sparatore. Il capitolo fucili era nutrito: i confinanti erano tutti d’accordo nel riferire che il Cecconi festeggiava ogni capodanno sparando in aria con le doppiette d’ordinanza insieme all’amico del cuore, un mezzo spostato che in gioventù era stato ricoverato cinque anni per disturbi neurologici alla clinica Villa Elena. C’era chi giurava di aver sentito il Cecconi vantarsi d’aver sparato fino a settecento cartucce, e di avergliele viste portar via a mucchi con la carriola.
Seguiva un breve capitolo dedicato alla madre del Cecconi. La donna, una specie di virago in sottana a fiori, spesso faceva a gara col marito e i figli a chi colpiva più uccelli in volo, e di norma non la batteva nessuno. Organizzava anche delle gare a cui partecipavano parenti e amici, dove venivano messe in palio oche, anatre, galline, e a volte un maiale intero. Le gare si svolgevano lungo un percorso disseminato di cassette da frutta: dopo aver lasciati liberi gli animali, i partecipanti dovevano correr loro dietro e fare in modo che s’infilassero nelle cassette. Il maiale, invece, lo si lasciava a digiuno tutto il giorno, e chi indovinava quanti chili aveva perso lo vinceva.
Gentilini finì di scorrere il rapporto con impazienza. Tutte quelle notizie del cavolo non fornivano nulla di significativo, erano i fatti concreti che servivano. Possibile che non si sapesse… Ah, ecco. Finalmente un punto che poteva essere rilevante. Cecconi era vedovo, come aveva dichiarato lui stesso. La moglie era morta in un incidente automobilistico in cui lui, che era alla guida, se l’era cavata con semplici fratture. E sempre lui, in seguito a quell’incidente, aveva riscosso una forte somma grazie all’assicurazione sulla vita della donna.
Fonti attendibili sostengono che i due figli del Cecconi, ora maggiorenni e senza occupazione, spartirono col padre una parte del denaro riscosso dall’assicurazione. Quando i medesimi, all’epoca domiciliati in una comunità-appartamento, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati al padre per batter cassa, il Cecconi è stato udito distintamente dichiarare (secondo la testimonianza sottoscritta di Quinto Casalini, bracciante agricolo del podere La Zirona, che in quel frangente si trovava sul posto per raccogliere legna): ‘Andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare’.
Gentilini, concentrato come un falco che sta per lanciarsi sulla preda, corse con gli occhi alle righe successive.
I due giovani, dopo un anno dalla morte della donna, hanno denunciato il padre per violenza e maltrattamenti, quasi certamente per ritorsione contro il rifiuto di questi di concedere altro denaro: vedi copie acquisite agli atti. In seguito al procedimento avviato, al Cecconi è stata revocata la licenza di caccia ed è stato proibito l’uso delle armi da fuoco al di fuori della sua proprietà. Secondo la linea di difesa adottata nel procedimento…
Il viceispettore si alzò e uscì nel corridoio.
«Asciuti!» gridò. Era arrivato il momento di fare sul serio. Quel Cecconi andava preso e rivoltato come un guanto. Quante armi aveva? Cos’aveva fatto nell’ultimo mese? Con chi intratteneva rapporti?
Dal fondo del corridoio spuntò Caviglia, l’agente della scientifica, che si mise ad armeggiare attorno alla macchina del caffè.
«Non funziona» gli urlò Gentilini. «Ehi, da dove vieni?» aggiunse eccitato, «dal di sopra?»
«Sì» rispose Caviglia. Poi, rivolto al macchinario: «E qui, che facciamo?»
«Lascia stare lì, adesso.» Visto che il gabinetto scientifico era aperto, avrebbe approfittato per sollecitare il referto sull’impronta del pneumatico. «Accompagnami su, che devo vedere quella refertazione. Non dirmi che non è ancora pronta.»
«Non so, non me ne sono occupato io. Dovremmo cercarla…»
«E cerchiamola.»
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(l'immagine sotto il titolo è di Oyrad; il dipinto è: Gaetano Ligrani, Simmetrie)
Qui completiamo (finalmente!, dirà qualcuno) il discorso su Sherlock Holmes, con le ultime note al testo selezionate dal volume 221B Baker Street edito da Marsilio, curato dalla studiosa Alessandra Calanchi, che riunisce sei casi sherlockiani tratti da raccolte diverse. Oltre al discorso della pipa, affronteremo anche quello dell’acerrimo nemico di Holmes, il professor Moriarty.
Le note sono pubblicate per gentile concessione dell’Autrice.
La pipa e oltre
Mentre Watson fuma il sigaro, Holmes, come abbiamo già visto, predilige la pipa, pur non disdegnando le sigarette o, come in questo caso, un buon sigaro. Anche se probabilmente non fumò mai la celebre “Calabash”, la pipa di zucca dalla forma caratteristica che comunemente gli si accosta. Ne possiede di diversi tipi. La sua preferita è però una pipa di gesso o di creta nera che lo accompagna nelle più profonde meditazioni, e che di solito riposa sulla mensola del caminetto. Il tabacco viene invece conservato in una babbuccia persiana. Fra le bizzarre abitudini di Holmes vi è quella di caricare la pipa al mattino con gli avanzi del giorno precedente. Mentre il fumo serve a Holmes per migliorare la concentrazione quando riflette sui casi, ben diversa è la cocaina, che egli si inietta per via sottocutanea (e non endovenosa) in soluzione al 7% nei momenti di inattività, ovvero nelle pause di ristagno fra un caso e l’altro. È necessario tenere presente che all’epoca la cocaina (un alcaloide isolato da Albert Niemann nel 1860) non era illegale, anzi fino al 1884 fu considerata un farmaco efficace e fu usata e prescritta dallo stesso Freud. Fu solo alla fine degli anni ’80 che giunsero i primi segnali d’allarme, e dunque è solo negli anni ’90 che Watson cerca di convincere Holmes a disintossicarsi. Un romanzo che si è ispirato all’assunzione di cocaina da parte di Holmes è La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer (1974), da cui fu tratto il film omonimo (Herbert Ross, 1976), dove Holmes, nei tre anni in cui è creduto morto, si trova in realtà a Vienna, affidato alle rivoluzionarie cure del giovane dottor Freud, allo scopo di disintossicarsi.
L’anoressia
Gli studiosi hanno sottolineato la tendenza anoressica di Holmes, il quale non solo è contraddistinto da un’evidente magrezza, ma generalmente non si abbandona a banchetti pantagruelici. Nel primo racconto qui preso in esame egli si nutre voracemente di pane e acqua, e nei successivi vi sono solo rapidi accenni a spuntini. Nella sala da pranzo dell’hotel si discute anziché mangiare, e qui c’è tempo solo per un boccone. Nel prossimo racconto qui raccolto Holmes, dopo un digiuno di tre giorni, si concederà un bicchiere di vino e qualche biscotto, e il ristorante Simpson’s – sebbene nominato – resterà fuori campo. Anche negli altri racconti del Canone, durante le indagini Holmes non è mai nemmeno sfiorato dal desiderio del cibo, e le immagini più frequenti dei suoi pasti restano comunque legate a un’idea di frugalità: certo per mettere in risalto il distacco tra la sfera del puro intelletto e quella delle emozioni, a cui appartiene di fatto il gusto della buona tavola. Della questione si è occupato E.F. Walbridge (The Care and Feeding of Sherlock Holmes), che sottolinea come Holmes rinunci completamente al cibo durante le indagini, e come la prima colazione (breakfast) sia il pasto principale dell’investigatore, il quale odia le verdure e ha invece un debole per le ostriche. Walbridge cita da Uno scandalo in Boemia il seguente scambio di battute, particolarmente rivelatore, fra Mrs Hudson e Holmes. Domanda: «A che ora desidera cenare, signor Holmes?» Risposta: «Alle sette e mezza, dopodomani».

Il professor Moriarty
Moriarty: l’essere malvagio per eccellenza, l’erede più puro del vilain, il nemico numero uno di Holmes e dell’umanità intera. Se altrove le peripezie sono causate da un potere maligno situato oltre oceano, o, come vedremo oltre, da una misteriosa creatura acquatica o dalla gelosia, ne Il problema finale coinvolgono la sinistra organizzazione che si annida nel cuore di Londra e i cui fili sono retti dal professor Moriarty, lugubre fin dal cognome. Si tratta di un personaggio che, pur incontrando la morte nell’ambito di questo stesso racconto, ritroveremo successivamente (e che in romanzi e adattamenti cinematografici posteriori vestirà via via nuovi panni, compresi quelli di spia nazista, a seconda delle epoche): una mente logica e demoniaca a capo di un’organizzazione incredibilmente estesa e ramificata (o forse non così incredibile, considerando per esempio che la mafia, un’organizzazione simile, nasceva in Italia proprio nell’Ottocento, e che la massoneria era già attiva in Gran Bretagna sin dalla seconda metà del xvii secolo) e il cui ritratto, delineato con parole sempre in bilico fra sommo orrore e intensa ammirazione, non manca di comunicare – perlomeno allo smaliziato lettore del terzo millennio – un’abbondante dose di ingenuità. Ma soprattutto si delinea, a partire dall’inserimento di questa figura nel tessuto dei racconti, il celebre triangolo Holmes-Watson-Moriarty, ovvero lo schema prediletto da Watson-Doyle: un triangolo maschile, epurato da ogni interferenza sentimentale o ideologica, che vede la sua ragione d’essere nel reciproco scambio di valori di segno uguale e opposto (il rispetto, l’amicizia, la ricerca della verità; ma anche la vanità, il conflitto, l’odio) e trova fra le pareti domestiche l’arena più congeniale di incontro/scontro – la poltrona, la scrivania, la porta, la soglia, la lampada, la finestra – fissando un’iconografia simbolica che confluirà in un vero e proprio repertorio mitologico del genere poliziesco. In questo contesto, come vedremo, si possono scorgere allusioni discrete a questioni quali il desiderio omoerotico o la paura dell’impotenza sessuale (la sorpresa di Holmes nel constatare che lui e Watson sono soli, la mano sulla rivoltella, Holmes che si arrampica sulla guglia rocciosa, la scena sulla cascata ribollente, l’abbraccio finale), pur con le dovute concessioni al pittoresco (il transito in Svizzera) e al sublime (la scena presso le cascate).
Il fratello
Un altro personaggio con cui facciamo conoscenza ne Il problema finale – anche se qui è appena abbozzato, mentre nelle storie successive rivelerà progressivamente una propria complessa identità – è il fratello di Holmes, Mycroft, che altrove viene da lui coinvolto (segretamente) nelle indagini non solo per i suoi legami con le alte sfere dello Stato, ma in quanto possiede una mente se possibile ancor più sottile di quella dello stesso Sherlock, pur prediligendo in realtà una vita molto più tranquilla (è affiliato al Diogenes Club, il cui regolamento impone l’ozio). Qui Mycroft è presente per assolvere a due funzioni: prestare temporaneamente l’abitazione a Holmes per motivi strategici (e vediamo che realmente questi correva dei rischi a Baker Street) e guidare – naturalmente travestito – la carrozza che conduce Watson alla stazione.
Il travestimento
Il problema finale introduce una delle caratteristiche precipue di Holmes, ovvero il suo gusto per il travestimento e la recitazione di una parte. Se qui il ruolo del vetturino è ricoperto dal fratello per motivi di sicurezza, il vetusto prete italiano è interpretato da Sherlock per sviare il nemico. Si tratta solo di una rapida particina nella lunga teoria di maschere che l’investigatore indosserà nel corso della sua lunga carriera, non solo per far perdere le tracce ai suoi inseguitori, ma anche – è pur vero – per stupire Watson e divertire i lettori. Il travestimento è sì una strategia, ma assume connotazioni ludiche e non solo rituali nel contesto di queste storie. Per non parlare delle ovvie allusioni a un velato desiderio di trasgressione delle norme e delle convenzioni (del resto, anche Dorian Gray nel celebre romanzo di Oscar Wilde si serve del travestimento per recarsi nell’East Side senza essere riconosciuto, rivelando più ovvie dinamiche omoerotiche), sebbene questo tipo di travestimento non coinvolga quasi mai direttamente il genere sessuale.
La ricomparsa del nemico in La casa vuota
La ricomparsa del nemico è certo un elemento degno di nota. Una volta sparito il pericolo numero uno, il malefico Moriarty, e nell’impossibilità di far resuscitare anche lui (ché la faccenda sarebbe stata troppo sporca), Conan Doyle ricicla la figura nel personaggio malvagio nell’ “amico del cuore” di Moriarty. Due osservazioni. La prima: si viene a delineare una seconda coppia (seconda rispetto a quella di primo piano, Holmes-Watson) che richiede una reinterpretazione di quel “triangolo” a cui si era precedentemente accennato. Dunque anche Moriarty, come Holmes, aveva un socio, un compagno, un collaboratore, un bosom friend. Seconda osservazione: Conan Doyle è costretto a inventare un nuovo nemico (nuovo, ma non troppo, altrimenti si perderebbe la continuità della saga) perché se il pubblico reclama Holmes, questi non esiste senza un nemico contro cui battersi. Dunque Doyle deve compiere una doppia azione di ripescaggio per rendere il meccanismo verosimile, convincente e apprezzabile dalla readership. Holmes è come l’eroe virtuale di un video-game ante litteram: perché il gioco funzioni ci deve essere prima di tutto un avversario, e poi azione, ritmo e colpi di scena. Holmes, è bene ricordarlo, langue letteralmente quando è privato dell’azione: resta disteso giorni e giorni sul divano, suona note strazianti sul suo violino, e ricade regolarmente nel vizio periodico della cocaina.
(nell'immagine grande: Eric Porter nei panni del professor Moriarty)
Animali domestici
Dei tre gatti che tengo in casa (i più vecchi), due hanno più di 16 anni. Il maschio si difende bene, ma la siamese è in forte declino. Problemi ai reni, e una pillola per la pressione che le somministro quotidianamente. Credo che un giorno la troveremo spirata nel sonno.
Forse per noi è più facile subire una perdita, perché abbiamo diversi animali.
Due anni fa il nostro cane fece una scappatella nelle colline intorno, e mangiò uno dei bocconi avvelenati che una genìa di cacciatori criminali lascia in giro per uccidere le volpi. Agonizzò un giorno intero. Lei fece la spola per tutta una giornata da un veterinario incompetente che diagnosticò male e le fece solo spendere soldi. Alla fine non riusciva più a sollevarlo per caricarlo in macchina – era un cane da pastore – e dovette chiamare un vicino, per un’ultima corsa disperata dal veterinario.
Io ero impegnato altrove, e non potei né aiutarla né starle accanto.
Prendemmo subito un altro cane, perché tornare a casa la sera e trovare solo un gatto bianco e ingordo che presidia l’ingresso ci faceva sentir male. Al canile ce ne proposero alcuni che ritenevano giusti per noi, ma noi ne scorgemmo un altro, abbastanza grande, che si teneva nascosto nel suo box per non farsi vedere (mentre gli altri saltavano e abbaiavano contro le reti per farsi notare). Aveva gli stessi colori di Dik, così l'abbiamo preso. Stava lì da anni ed essendo così grande, aveva scarse possibilità di essere adottato.
Si chiama Roger: è biondo, alto e sgraziato, ha il muso da pastore tedesco e l’aria da giuggiolone. Credo che pesi più di 40 chili. Finge di fare la guardia, ma basta un lontano rombo di tuono per terrorizzarlo e farlo correre ai ripari.
Che ti posso dire? Gli animali, se si amano, danno anche dolori. Ma quando stanno con te possono guarirti l'anima.
nell'immagine: Pier Augusto Breccia, Animus
Oggi, la gatta siamese quasi diciassettenne – una specie di Montalcini – è morta dopo una breve agonia, in seguito alla compromissione renale. Domani la seppellirò sotto una grande acacia, mettendole come lapide una delle pietre calcaree che giacciono intorno a casa.
La pietra calcarea è tenera, quindi non mi sarà difficile scolpirvi il suo nome, con l’anno di nascita e di morte.
Circa un anno fa, su incitamento di Maria Strofa, Oyrad e Gabrilù, cominciai a leggere Oblomov, di Ivan Gončarov. Trovai subito questo classico così bello, così completo, così attuale che non riuscii a finirlo. Perché l’effetto che mi fanno certi libri è questo: danno e promettono un tale piacere che è peccato consumarlo subito, così finisco per tenermeli accanto e gustarli pezzo per pezzo, lentamente, anche per anni.
Così, quando ho trovato certi passi del romanzo particolarmente significativi e gustosi, li ho “fissati” per metterli in una sorta di antologia. Qui iniziamo.
Entrò un uomo di età indeterminata, dalla fisionomia indeterminata, in quel periodo in cui appunto è difficile indovinare gli anni; né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto deciso, rilevante, né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivàn Ivànovic, altri Ivàn Vasílevic, altri ancora Ivàn Michajlyc.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo diverso: alcuni dicevano che era Ivanov, altri lo chiamavano Vasil’ev o Andreev, altri ancora credevano si chiamasse Alekseev. Un estraneo che lo avesse veduto per la prima volta e ne avesse sentito il cognome, avrebbe subito dimenticato il cognome e il viso, e anche quel ch’egli avesse detto. La sua presenza non dava nulla alla società, a quel modo che la sua assenza non le toglieva nulla. Il suo spirito non aveva né acutezza né originalità né altre particolarità, così come non aveva particolarità il suo corpo.
Forse avrebbe saputo almeno raccontare quel che avesse visto e sentito, e intrattenere così gli altri, ma egli non andava in nessun posto: era nato a Pietroburgo e di lì non s’era mai mosso; per conseguenza vedeva e sentiva quel che sapevano anche gli altri.
È simpatico un tale uomo? Ama, odia, soffre? A quanto pare, dovrebbe amare e non amare, e soffrire, perché nessuno ne va esente. Ma, chissà come, egli sa fare in modo di amar tutti. Ci sono degli uomini nei quali, qualunque cosa si faccia, non si riesce a suscitare nessuno spirito d’inimicizia, nessun desiderio di vendetta, ecc. Qualunque cosa si faccia loro, carezzano sempre. Del resto, bisogna essere giusti: anche il loro amore, se si divide per gradi, non arriva mai al calore. Sebbene di essi si dica che amano tutti e perciò sono buoni, in sostanza non amano nessuno e sono buoni solo perché non sono cattivi.
[…]
All’ufficio non ha nessuna speciale occupazione fissa perché né i colleghi né i superiori hanno mai potuto constatare che cosa egli faccia meglio e cosa peggio, in modo da stabilire quali sono le sue vere attitudini. Se gli si dà da fare questo o quello, fa tutto in modo che il superiore si trovi sempre in imbarazzo nel giudicare il suo lavoro; guarda, guarda, legge, legge e dice soltanto: «Lasciate, guarderò poi… sì, è quasi come deve essere».
Non sorprendi mai sul suo volto le tracce della preoccupazione, del sogno, qualche cosa che mostri che egli parla in quel momento con se stesso, e così pure non vedi mai un suo sguardo scrutatore rivolgersi a qualche oggetto esteriore, che egli voglia conoscere. […]
È difficile che qualcuno abbia notato la sua venuta al mondo, oltre la madre, pochissimi lo notano nel corso della sua vita, e nessuno certo noterà la sua scomparsa; nessuno domanderà di lui, nessuno lo rimpiangerà e nessuno si rallegrerà della sua morte. Egli non ha né nemici né amici, solo innumerevoli conoscenti. Forse soltanto i funerali attireranno l’attenzione del passante che darà per la prima volta a questa persona indefinita un segno d’onore con un profondo inchino; e forse anche un curioso correrà a domandare il nome del defunto e subito lo dimenticherà.
Ivan Gončarov, Oblomov, I - 2
(l’immagine, tratta dalla copertina Einaudi di Oblomov, è stata adattata da Oyrad.)