OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

Eccomi

Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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lunedì, 31 dicembre 2007
Un anno di blog (poco più)

In questa fine d'anno mi viene da guardare indietro, fino a quando creai questo blog, precisamente l' 8 dicembre 2006. E vedo che da allora, in poco più di un anno, ho pubblicato 185 post e ricevuto 3645 commenti (compresi i miei). Ora sono meno attivo di prima, perché ho molto meno tempo a disposizione, sia per postare sia per frequentare altri blog (devo pure scrivere un libro!); comunque, è sempre un piacere ricevere le visite dei miei affezionati lettori.

Dunque, per salutare l'anno nuovo, voglio ricordare tutti coloro che mi hanno commentato, fin dall'inizio: semplicemente perché non mi piace dimenticare le persone. Eccoli qui, nei loro variopinti avatar.

E, naturalmente, buon anno a tutti!

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Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (27)
dediche, journal

sabato, 29 dicembre 2007
Oblomoviana III

Zachàr, il servitore di Oblomov, credo abbia i requisiti per essere un’icona. Granitico nella sua infingardaggine, col culo incollato alla stufa per tutto il tempo che può – considerato il clima della grande Russia – non può non ricordarci qualche persona conosciuta, o di cui si è sentito parlare.
Come abbiamo detto, anche secondo quanto scrisse l’autore a un Tolstoj più giovane di lui di sedici anni, a suo avviso la prima parte dell’Oblomov era «scadente». Ma il romanzo, uscito in quattro fascicoli fra gennaio e aprile 1859, ebbe un bel successo. Lo stesso Tolstoj scrisse al critico Aleksandr Družinin: «un successo non fortuito, chiassoso, ma sano», destinato a durare ben oltre «il pubblico dei nostri giorni»; Tolstoj lo considerava un’opera «come non se n’erano viste da molto, molto tempo».
 
oblomov 7 
Zachàr aveva passato i cinquant’anni. Non era più il diretto discendente di quei Caleb* russi, servi, cavalieri senza macchia e senza paura, che spingevano la loro devozione ai signori fino al sacrificio di se stessi, che si distinguevano per avere tutte le virtù e nessun vizio. Egli era un cavaliere con macchia e con paura. Apparteneva a due epoche, e tutte e due avevano impresso il loro marchio su di lui. Dall’una era passata a lui, in eredità, la sconfinata devozione alla casa Oblomov, e dall’altra, la più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi.
Appassionatamente devoto al suo signore, eran tuttavia rari i giorni in cui non lo ingannasse. Il servo dei tempi passati tratteneva il padrone dallo sciupio e dalla intemperanza, Zachàr invece amava egli stesso bere con gli amici a spese del padrone; il servo d’un tempo era casto come un eunuco, e quest’altro invece correva sempre da una certa comare di specie molto sospetta. Quello era più duro d’una cassaforte nel custodire il denaro del padrone, e Zachàr, sempre all’erta per guadagnare qualche copeco su qualunque spesa del padrone, immancabilmente s’impadroniva di ogni moneta che trovasse sulla tavola. E così, se Il’ja Il’ič si dimenticava di chiedere il resto a Zachàr, quello non gli tornava più di sicuro.
Somme maggiori egli non rubava, forse perché misurava i suoi bisogni a copeche, o perché temeva d’essere scoperto, in ogni modo non per eccesso di onestà. L’antico Caleb sarebbe piuttosto morto, come un bene avvezzo cane da caccia, accanto alle provvigioni affidate alla sua sorveglianza, anziché toccarle; questo invece era sempre pronto a mangiare e bere anche quello che non gli era affidato; quello si preoccupava solo che il padrone mangiasse di più ed era triste se il padrone non aveva appetito; questo invece era triste se il padrone mangiava tutto quello che c’era nel piatto.
Oltre a tutto, Zachàr era un pettegolo. In cucina, in bottega, negli incontri sulla soglia di casa, ogni giorno si lamentava che la sua non era una vita, che un padrone peggiore del suo non esisteva: capriccioso, avaro, furioso, ch’era impossibile contentarlo, insomma ch’era meglio morire che stare in casa sua.
 
* Caleb era un personaggio di Walter Scott, che diventò il tipo del servo fedele.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, I - 7
 
(immagine tratta da: http://www.bulandra.ro/ro/spectacole/oblomov.htm )

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (12)
classici, antologia

domenica, 23 dicembre 2007
Semantica della felicità

P.LaPorta_il sogno 
Agli uomini accade d’essere felici. La felicità, è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità dunque esiste e come tale è di questo mondo.
[…] Se è così, la felicità si dà ad essere come una tonalità affettiva dell'essere nel mondo o, più determinatamente, come una modalità dello stare al mondo. La felicità agli uomini è nota e dunque è di questo mondo. D’altra parte non ci vuol molto per farsene un’idea: basta semplicemente esser stati felici. A questo punto poco importa che la condizione di felicità sia breve o lunga, che sia occasionale o consueta, quel che invece è importante è dato dal fatto che essa una volta vissuta non può essere dimenticata, poiché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per l’uomo nulla perisce definitivamente, poiché il tempo non è in grado di abolire l’esperienza. La coscienza, infatti, può essere intesa come un consolidarsi dello stesso fluire. Così interpretata, essa viene a coincidere con lo stratificarsi progressivo dell’esperienza e trattiene quel che trapassa, poiché in certo senso essa altro non è se non un passato che si immobilizza. Ogni uomo è radicato nel suo passato e per questo quel che passa non è mai definitivamente perduto: per questo può essere sempre ricercato e fors’anche ritrovato. La felicità può dunque esser perduta come condizione di vita, ma non può esser cancellata come esperienza e a tale titolo può sempre esser ricercata.
 
Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, pp. 11-12

 
Il radicamento nel mio passato mi tormenta da molti anni. Sono quasi arrivato al punto di non farcela più, se non trovo una soluzione. Questo stratificarsi dell’esperienza è diventato troppo duro, ma allo stesso tempo la coscienza di una felicità che avevo dimenticato è tornata improvvisamente vivida, grazie a un fattore umano nuovo e strabiliante. Non credevo a una creatura così, eppure esiste davvero, ha un nome e un corpo, una voce, uno sguardo che scioglie.
Devo affrontare il mio radicamento e tentare ancora una volta di afferrare questa felicità, vedere di che sostanza è fatta. Sì, è giunto il momento.
 
(Nell’immagine: Patrizia La Porta, Il sogno)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (13)
journal, antologia

giovedì, 20 dicembre 2007
Commenti lasciati nei blog come frammenti di diario. 14

nano gnostico 
L’incipit
 
Cara Maria, commento con un bell’incipit:
 
«Questa mattina Sua Santità mi ha chiamato a leggergli sant’Agostino, mentre il medico applicava unguenti e balsami al suo culo purulento; uno in particolare, a quanto pare preparato con piscio di vergine (dove avranno scovato una vergine a Roma?) e con un’erba rara proveniente dall’hortus siccus privato di Bonet de Lattes, il protomedico ebreo del Papa, puzzava in modo abominevole. Tuttavia, non era peggiore del fetore nauseabondo delle pustole suppuranti e delle piaghe stillanti che adornavano il martoriato deretano di Sua Santità. (Tutti alludono a queste repellenti afflizioni come a ‘fistule’, ma io non sono impastoiato dalla prudenza egoistica del tatto.) Con l’alba sollevata sopra i fianchi, e le mutande calate attorno alle caviglie, l’uomo più potente del mondo giaceva stravaccato sul letto come un efebo in attesa d’essere debitamente sodomizzato.
Sodomizzato lo è stato, più e più volte; donde le condizioni del suo culo. Sua Santità preferisce assumere il ruolo femminile, contorcendosi e strillando sotto qualche nerboruto giovanotto, come una sposa penetrata per la prima volta. Non che io trovi personalmente da obiettare a simili comportamenti; dopotutto Leone è il Papa e, fuorché dichiarare pubblicamente che Dio è maomettano, può fare quello che gli pare e piace.»
 
incipit di: David Madsen, Memorie di un nano gnostico, ed. Meridiano Zero, Padova 2005
 
(commento lasciato a Maria Strofa)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (8)
journal

martedì, 18 dicembre 2007
Postille a “Mistero etrusco”. 7 - Fazzini filosofo

Mi sono ricordato che a un certo punto di Mistero etrusco, in una pagina imprecisata (in questo momento non ho il libro sotto), c’è un dialogo fra il protagonista Lester Howe e il mitico Aristide Fazzini in cui, purtroppo, dovetti tagliare un pezzo.
In questa scena i due stanno discutendo sulla situazione in cui si trovano a “collaborare”, in una specie d’indagine non autorizzata. Il brano di dialogo è il seguente:
 
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli,» replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. I contorni dell’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato accanto al fuoco. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ci fa dire “sì, ecco”?»
«Certo, certo, ho capito» la fece corta Howe. Ci mancava solo che quel tanghero s’interrogasse sui principi primi dell’esistenza.
«Il guaio è che quando uno parla e l’altro ascolta,» proseguì Fazzini cercando di svellere una pietra che faceva resistenza, «chi ascolta finisce per ascoltare le stesse cose che potrebbe dire, e chi parla dice le identiche cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Allora non abbiamo a che fare con le cose, ma solo con la rappresentazione delle cose che avviene nel teatro della vita…» S’interruppe, infilato con la testa e le spalle nell’apertura. «Ehi,» gracchiò soffusa la sua voce, «questo passaggio è perfetto, amico.»
«Bene, allora. Basta con le chiacchiere e andiamo.»
 
magicaluna76x84 
In realtà questo dialogo era un po’ più lungo, perché conteneva una sorta di “speculazione filosofica” che in quel momento avevo voglia di fare. In quei giorni leggevo Psiche e techné di Umberto Galimberti, un testo illuminante e ispiratore, davvero un gran libro, che mi stava un po’ suggestionando. Così, Fazzini esprimeva i suoi dubbi e i suoi interrogativi con un respiro un po’ “filosofico”; ma – come è comprensibile – l’editore ebbe da eccepire, osservando che quel passo era un po’ fuori contesto, non attinente alla situazione, e rischiava (non sia mai!) di annoiare il lettore. Così, per non annoiarvi, l’ho letteralmente “segato”.
Ma ora sono andato a recuperare il pezzo di dialogo originale, che tutto sommato non mi dispiaceva. Chissà se era così “noioso” o poco comprensibile da dover essere tagliato…
 
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli», replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ti fa dire “sì, ecco”?»
«Intendi dire un paradigma, insomma…»
«Esatto, un paradigma.» Fazzini si rizzò a guardarlo soddisfatto, seduto sui talloni. «Quello che sostituisce la vita vera con la vita finta, fatta di scenografie, e sorprende tutti quando erompe negli elementi piccolissimi dei fotogrammi bruciati dall’ansia di vedere. Tutto si percepisce in fretta, naturalmente, ma con quel piacere che ti fa scoprire i particolari che ad altri sfuggono… Sì, quelli.» Fazzini assentì energico. I contorni dorati dall’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato vicino al fuoco.
«La vita fatta di scenografie… è interessante. Ci hai fatto sopra uno studio, m’hanno detto.»
«E’ il teatro della vita», disse l’altro solenne. Riprese a scavare, la fronte aggrottata in un’espressione attenta. «Ciò che facciamo ogni giorno è una rappresentazione in cui tutti recitiamo una parte, secondo un copione prestabilito.»
«Verissimo» disse Howe. «E non c’è da stupirsi. I rituali servono a costruire la nostra identità.»