Ancora la vecchia agenda
Confesso che ho preso gusto a sfogliare la vecchia agenda in cui prendevo gli appunti per la stesura di Mistero etrusco: mi piace ripercorrere i momenti in cui cercavo di trovare le idee per impostare questo romanzo, che per ora rimane la mia esperienza più importante e formativa.
Prometto che questa sarà l’ultima postilla del genere, cioè focalizzata sugli “appunti preparatori”: lo dico per quelli che, quando vedono scritto “Postille a Mistero etrusco”, leggono: “Che palle!”.
Comunque non escludo, in futuro, di proseguire le postille parlando dei miei studi sulla divinazione nel mondo antico, che nel suo aspetto etrusco è uno dei temi portanti del romanzo.
Le pagine che seguono mi servirono a costruire l’interrogatorio in cui il magistrato inquirente, la dottoressa Marchini, mette sotto torchio il protagonista Lester Howe, il commercialista seduttore dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli.
Questa scena fu molto importante per me, anche perché vede in azione il dottor Luigi Vallecchi, l’uomo che, nella realtà, mi ha addestrato alla vita professionale e che ormai considero come un padre. Tante volte, scherzando, l’ho definito la mia guida spirituale, ma dicevo la verità: un uomo coi suoi difetti – come tutti –, ma con un’eleganza e una raffinatezza innate, un’intelligenza duttile e immediata, un’apertura d’idee esemplare, uno sguardo trasparente ed enigmatico a un tempo; un uomo che sa essere sfinge e samaritano, un amante della conoscenza e, soprattutto, che non si è ancora stancato – coi suoi settant’anni – d’interrogarsi sul significato dell’esistenza.
Io devo moltissimo al dottor Vallecchi. Uno di questi giorni lo confesserò al figlio Andrea: se c’è una cosa che gli invidio – in senso buono, si capisce – è la sua ascendenza. Se avessi avuto quel padre sarei stato molto migliore.
Appunti agli episodi VI.1 e 2 (premessa)
Nei successivi episodi, ad apertura di capitolo, la dottoressa Marchini è molto contrariata perché, appena tornata dal mare, l’ispettore capo l’ha chiamata con grande urgenza per il mandato, asserendo che Fanelli è l’indiziato n.1 per via dell’orma di pneumatico.
Lei torna in ufficio, rossa come un gambero per l’esposizione al sole, si rimette al lavoro e poi, manco un’ora dopo, la richiamano per il ritrovamento del morto. È sconvolta, sia per il cadavere, ucciso in quel modo (è la sua prima volta di fronte a tanto sangue), sia per il casino di gente che c’è.
Improvvisa un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; Howe si difende, anche se la sua innocenza è evidente; l’ispettore capo lo prende da parte, convinto che lui non c’entri nulla, e lo rassicura; più avanti gli farà lui delle domande a mente fredda, fuori dagli isterismi della magistrata.
Vallecchi reagisce con decisione ai modi della dottoressa Marchini, che è una giovincella sprovveduta e supponente, nonché grassotta e priva di linea, con due grandi tette; ha l’aspetto di una di quelle ragazze americane cresciute a hamburger e patatine fritte (vedi Lewinsky).
Cosa credono di fare, queste giovinette? Sono lontane mille miglia dalla vera grazia e dalla vera femminilità (anche la ciccia può esser portata con eleganza, vedi dott.ssa Lazzeri). Vallecchi esamina le fattezze della ragazza, deprecandone l’arrossamento solare che la fa somigliare a un maialino appena svezzato, scottato sulla fiamma.
L’avvocato Vivarelli cerca di moderare il confronto: scusa Vallecchi col magistrato e, allo stesso tempo, cerca di rabbonire Vallecchi. In ogni caso, i due devono spiegare una buona volta la loro presenza in quel luogo, proprio nel momento del delitto.
Episodio VI.2 (struttura)
La dottoressa Marchini fa gli interrogatori di Howe, Vallecchi e Vivarelli.
Imposta un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; inquisisce anche Vallecchi e Vivarelli, che si trovavano vicini al luogo del delitto per motivi che non hanno ancora spiegato.
[…]
Contraddittorio e battibecco fra la Marchini e Vallecchi, Howe e Vivarelli.
Il magistrato contesta a tutti e tre il fatto che si trovavano lì al momento del delitto. Howe ripete che stava semplicemente tornando a casa.
Vallecchi e Vivarelli dicono che erano andati allo studio legale.
Perché di domenica sera? Perché vestiti così? (sembrano reduci da un’operazione di commando).
Cosa c’entra come sono vestito?, s’indigna Vallecchi, mentre Vivarelli cerca di calmare le acque (entrambi hanno delle vecchie ciabatte ai piedi, come Howe).
Lei ha lasciato le sue orme, dice il magistrato a Howe, quindi è lei che ci deve le maggiori spiegazioni. Poi lo rimprovera perché non è andato a riferire tempestivamente di aver visto Massi e Fanelli insieme.
[…]
Vallecchi si sente umiliato: con quelle orribili ciabatte ai piedi, privato delle scarpe e bistrattato da quella bamboccia tettuta…
Ma Vallecchi e Vivarelli non usciranno di lì finché non avranno spiegato in modo convincente perché erano andati, di domenica sera, allo studio. Il procuratore è disposto a stare lì tutta la notte, se è necessario.
Vallecchi non ne può più di quell’affronto, Howe vorrebbe andare a dormire perché lo stress l’ha logorato, e Vivarelli decide di vuotare il sacco: erano andato allo studio perché dovevano fare uno scherzo…
Vallecchi è al colmo: che stronzata ascoltare quel cretino di Vivarelli e le sue scemate, per una stupidata trovarsi lì, senza scarpe…
Basandomi su questi elementi, e sempre aiutandomi con le libere associazioni di idee, andai quindi a scrivere la scena del romanzo. Scelsi di cominciare con i piedi scalzi di Howe, al quale erano state sequestrate le scarpe per rilevarne le macchie di sangue.
Questa è la versione definitiva dell’interrogatorio.
Con un gesto meccanico, Howe brancolò per qualche secondo sotto la sedia, a cercare le scarpe. Sfiorò con la mano il pavimento scabro dell’ufficio del vicequestore, scrutò le immediate vicinanze e, al riaprirsi della porta, si raddrizzò di scatto. I seni della dottoressa Marchini spuntarono da sopra la maniglia, grandi e convessi, e sussultarono al suono della sua voce stridula che chiamava il viceispettore Asciuti: «Se non c’è nessuno, che venga lei. Non vorrà dirmi che non riusciamo a finire questo verbale!».
Il dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli si lanciarono un’occhiata inquieta. Le ciabatte sformate e polverose che avevano ai piedi facevano schifo a guardarle, mentre Howe, che s’era nuovamente chinato per massaggiarsi i piedi, era praticamente scalzo.
Stettero in silenzio, finché il sostituto procuratore si decise a rientrare nella stanza, accostando la porta dietro di sé. La dottoressa andò a sedersi alla scrivania con un lungo respiro, prese in mano alcuni fogli d’appunti e indirizzò ai tre uno sguardo severo appesantito dal trucco.
La sessione d’interrogatorio s’era protratta per più di un’ora, e altrettanto il confronto con la signora Gabriella e la signorina Medri, che nell’eccitazione avevano faticato a mettere insieme un discorso organico. Howe s’era dovuto riprendere dallo choc a furia di camomille solubili, che il viceispettore aveva avuto la gentilezza di preparargli attingendo alla sua riserva personale, nascosta in un cassetto chiuso a chiave.
La dottoressa Marchini doveva essersi truccata in fretta, constatò Howe: ora, dopo il primo scontro, aveva modo di guardarla meglio. Le linee nere che le allungavano gli occhi pendevano asimmetriche, e la curva del rossetto le sconfinava di qualche millimetro dal labbro inferiore. Con quella mandibola robusta, aggravata da un precoce sottomento, e quel collo taurino arrossato per l’imprudente esposizione al sole, sarebbe potuta somigliare a un maialino scottato sulla fiamma, se non fosse stato per…
«Allora, si decide ad arrivare?» strillò il magistrato, causando uno scarico d’adrenalina generale.
Howe sentì la tensione risalirgli in gola. Tutti e tre si trovavano là dentro senza scarpe, mentre nel corridoio la signora Gabriella sedeva impalata sulla panca di legno, con la signorina Medri che tormentava tutti con le sue domande.
«Eccomi qua, dottoressa» arrivò trafelato il viceispettore Asciuti, chiudendo la porta e finendo di pulirsi la bocca con un tovagliolino. La dottoressa Marchini lo fulminò, indicandogli il computer grigio di polvere che troneggiava sul piano dattilo, e iniziò a scartabellare tra gli incartamenti che coprivano la scrivania. Aprì la bocca per prendere fiato, mostrando gli incisivi sporgenti che la facevano somigliare a una liceale cresciuta in fretta.
«Dunque» cominciò, sforzandosi di dominare l’emozione. «Possiamo riprendere dalla terza riga, sopra al punto dove eravamo arrivati.»
«Dopo “I testi respingono…”?»
«No, prima di “I testi respingono”» sibilò il magistrato. «Lì, dove vede quel segno.»
«Ah, ecco. Grazie dottoressa.»
«Dunque, scriva: “Di fronte alla sottoscritta dott. Angela Marchini – le formule di rito le mettiamo dopo –, presenti il Vallecchi e il Vivarelli…”»
Il dottor Vallecchi si erse di scatto, spostando indietro la sedia: «Dottoressa, per sua regola io sono il dottor Vallecchi, non il Vallecchi», dichiarò con voce ferma. «Vorrei che questo fosse chiaro…»
«Gigi…» sussurrò sgomento l’avvocato.
«Sta’ zitto tu. Il fatto di ascoltare dei testi, dottoressa, non la esime dal mantenere…»
«Torni a sedersi!» gridò il magistrato incassando la testa e stringendo nel pugno la penna biro. La faccia le si fece cianotica, gli occhi s’ingrandirono. «Qui devo procedere alle domande, e non tollero deviazioni…»
«Non penserà d’intimidirmi, dottoressa» la rimbeccò il commercialista.
«Dottor Vallecchi…» cercò di calmarlo Howe.
«Non ci si metta anche lei, la prego, visto che ci ha messi in questo casino…»
«D’accordo, so d’esser stato io a coinvolgervi.» Adesso, il tono di Howe era compunto. «E mi spiace davvero. Ma mi trovavo…»
«Lei taccia, per favore» troncò stridula la Marchini. «Parli quando è interrogato. Tra l’altro, è proprio lei a doverci le maggiori spiegazioni.»
«Quali spiegazioni, mi scusi?»
«Se mi è consentito, dottoressa…» azzardò Vivarelli.
«Silenzio tutti, caspita!» gridò il magistrato.
Il viceispettore Asciuti seguiva attonito il diverbio, una mano sulla tastiera del computer e l’altra a palpare il pacchetto di sigarette nel taschino della camicia.
Vallecchi tornò a sedersi, allibito. Quella ragazza petulante e pettoruta si stava rivelando un’onta per l’intero universo femminile: ce n’era a sufficienza per far resuscitare gli antichi pregiudizi di Semonide di Amorgo*, che nei carmi Donne cento cattive una buona e Chi disse donna disse danno aveva condensato il pensiero arcaico sull’argomento, a dispetto di tutte le aperture di Platone verso l’altro sesso nella sua città ideale…
«Signori» riprese la dottoressa Marchini moderando il tono, «il problema è che vi rifiutate di collaborare. O, quanto meno, vi state mostrando reticenti.»
«Prima di tutto, dottoressa» insisté Vallecchi, incapace di tenersi a freno, «vorrei sapere quando potremo riavere le nostre scarpe.»
«Le riavrete a tempo debito, dottore. Intanto, resta il fatto che lei e l’avvocato non ci avete ancora chiarito perché vi trovavate sul luogo del delitto nel momento in cui è stato scoperto il corpo.»
Vallecchi la guardò scandalizzato, poi si girò verso Vivarelli: «E tu, leguleio, non dici niente?».
«Calmati, Gigi. Adesso chiariamo…»
«Cosa c’è da chiarire? Non eravamo affatto sul luogo del delitto, e questo è già chiarissimo.» Non si capiva se quella donna fosse dura di comprendonio o li provocasse ad arte. Inesorabili, i crudi versi di Semonide gli riaffiorarono alla mente: “Zeus creò dei mali il più pestifero / le femmine: anche quando par che giovino, / son, per chi le possiede, una disgrazia…”
«Sul luogo del delitto c’ero io, a essere precisi» intervenne Howe alzando il dito.
«Lo so benissimo che c’era lei» sibilò la Marchini.
«E allora perché dice che c’eravamo noi?»
«Eravate lì nei pressi, fino a prova contraria.»
«Ma è assodato che eravamo appena usciti dallo studio dell’avvocato Vivarelli, che è poco distante…»
«Non è affatto assodato, signori, visto che allo stato attuale non risulta alcun testimone che vi abbia visti uscire da quell’edificio.» Il magistrato gli puntò contro un dito accusatore: «E finché non mi dite perché eravate lì a quell’ora, di domenica, per giunta abbigliati così…».
«Abbigliati così?» Vallecchi spalancò gli occhi, reprimendo un impeto di collera. Come diamine si permetteva, quella donna, di sindacare sulla sua giacca da campagna? Proprio lei, col tailleurino color pastello che quasi le crepava addosso e faceva a pugni con la sua carnagione, con la gonna che le scopriva la coscia improsciuttita, e i seni madornali che avevano tutta l’aria di non esser nemmeno dotati di capezzoli appropriati al morso…
«Forse la dottoressa si riferisce al fatto che non vi ho riconosciuti» ammorbidì Howe, cercando di placare gli animi. «Era già scuro, sono corso fuori e vi ho visti in fondo alla strada…»
«Lei, signor Howe, deve ancora chiarire perché non ci ha comunicato tempestivamente d’aver visto la vittima insieme a Carlo Massi» lo aggredì la Marchini. «Se ci avesse informati, l’avremmo tenuto sotto controllo e forse ora non saremmo qui.»
«Ma l’ho chiarito: stavo riflettendo su quel fatto, che era parso strano anche a me, e intendevo comunque parlarne con Fanelli per chiedergli spiegazioni. Ad ogni modo, se Massi commerciava in antiquariato, poteva ben essere sceso in cantina…»
«Ma si dà il caso che non fosse stato autorizzato dalla signora Benedetti…» Il magistrato arricciò il naso in un sorrisetto sarcastico, per sottolineare la confutazione.
Howe sentì l’esasperazione salirgli dentro. La testa di quella donna doveva essere come la pietra: non era servito a nulla spiegarle e rispiegarle la dinamica degli eventi, lei tirava dritto per conto suo.
«Questo è un fatto che riguarda direttamente la signora Benedetti, non me» sospirò. «E poi l’ho saputo solo oggi, per caso.» La situazione era talmente assurda da rasentare il sublime: si ritrovava in quell’ufficio pulcioso, inchiodato a una sedia di formica scheggiata, senza nemmeno le ciabatte scucite che avevano gli altri due, e aveva di fronte una donna inesperta, indisponente e confusa, forse in crisi d’astinenza da cibo, che ripeteva ossessivamente le stesse domande senza ascoltare le risposte.
Sfruttando la pausa, Vivarelli s’intromise con la sua vocetta affilata: «Dottoressa, secondo me dovremmo mettere un po’ d’ordine in questa intricata vicenda…».
«Sono pienamente d’accordo, avvocato.»
«Bene. Allora cominciamo da noi due: le assicuro che io e il dottor Vallecchi c’eravamo recati nello studio che divido con altri colleghi. Lo dimostrerà il fatto che…»
*
Semonide di Amorgo: poeta giambico ed elegiaco greco, originario di Samo, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Rimangono pochi frammenti della sua poesia, in particolare due carmi interi in versi giambici; di questi il più lungo (118 versi) è la famosa satira contro le donne, ricca di elementi favolistici, in cui i loro vizi vengono paragonati alle caratteristiche di diversi animali.
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
2. Bones of life)
I libri
In questo 2006, come spesso mi accade, ho letto libri comprati anni prima: perché ho la sciagurata abitudine di acquistare i libri per impulso, a volte solo per calmare i nervi e sentirmi vivo, oppure per combattere situazioni depressive. Un po' come mangiare la cioccolata, insomma: è molto efficace.
Non ricordo esattamente quali ho letti, perché sono indisciplinato, prendo e lascio per cambiare con un altro, e poi magari riprendo quello che avevo lasciato. Ho il comodino sempre zeppo, oltre alla scrivania e agli scaffali di casa. I libri mi danno sicurezza, devo dire. E mi fanno compagnia.
Ma sto divagando, scusa.
Ora come ora, e soprattutto a quest'ora (sono le due e mezza!) non riesco a ricordare con precisione cos’ho letto. Alcuni mi son pentito d’averli comprati: romanzi di consumo che promettevano alti misteri, e invece erano pesanti, noiosi e inutilmente ridondanti. Pubblicati da Rizzoli e Sperling, se ricordo bene. Il secondo editore è da evitare sicuramente, il primo da starci molto attenti. Sono pochi gli editori con cui andare a colpo sicuro, comunque. Sono state più le delusioni che le belle scoperte.
Cosa cerco in un libro? L’emozione, l’identificazione, il sorriso, l’adrenalina, la voglia di scoprire cosa c’è sotto. E poi la bellezza (autentica però, non posticcia e omologata), l’amicizia e la generosità. E la bella scrittura, naturalmente, quella fatta con talento e onestà, e la capacità di mettere sulla pagina le semplici profondità di cui siamo fatti.
La letteratura è condizione, non professione?
Questa proposizione è rivelatrice. Per me la scrittura è un atto che richiede tali e tante condizioni soddisfatte, da rendere arduo praticarla.
Ora mi scopro a praticare la scrittura più come atto di consuetudine amicale – come sto facendo in questo momento – che come atto creativo strutturato, finalizzato a una costruzione. E scopro che, prima di potermi di nuovo applicare a questa scrittura strutturata, ho bisogno di lunghe, lunghissime sessioni – giorni, mesi – di addestramento interiore alla vita, ai pensieri, ai desideri.
Dunque non comprendo chi pratica la scrittura come atto quotidiano compulsivo e ossessivo, chi la sente come urgenza fisica. Eppure, mi viene da pensare, in questo momento la sto praticando: che sia un atto compulsivo come quello da cui prendo le distanze, oppure un desiderio di condividere? Di capire, di vedere?
(commento lasciato a ???)
Ogni tanto Il’jà Ivànovič prendeva anche in mano un libro, non importava quale. Egli non vedeva certo nella lettura un bisogno essenziale, ma la considerava come un lusso, come una di quelle cose di cui si può benissimo fare a meno; proprio come si può avere un quadro appeso a un muro ma si può anche non averlo, come si può andare a passeggio, ma si può anche non andare; per questo gli era del tutto indifferente quale fosse il libro, lo guardava come una cosa destinata a distrarre dalla noia e dall’ozio.
«È un pezzo che non leggo un libro», dice, oppure, cambiando la frase: «Be’, leggerò un libro», dice, o semplicemente gli cadono gli occhi sui pochi libri lasciatigli dal fratello e ne prende uno a caso, senza scegliere. Sia esso Golikov, il Nuovissimo libro dei sogni, la Rossjada di Cheraskov o le tragedie di Sumarokov o, infine, un giornale di tre anni prima, egli legge tutto con uguale piacere commentando di quando in quando:
«Ma guarda un po’ che va a pensare! Che brigante! Che il diavolo ti porti!».
Queste esclamazioni si riferivano all’autore: professione che ai suoi occhi non meritava alcun rispetto, dato che egli condivideva quel vago disprezzo che in passato si nutriva verso gli scrittori. Come molti altri del suo tempo, considerava l’autore un perdigiorno, uno sfaccendato, un ubriacone, un buffone, qualcosa di simile a un ballerino.
Ah, quanto è attuale Oblomov! Questo brano fa proprio al caso mio.
Da qualche anno sto “vendendo” un po’ del mio tempo a un piccolo industriale calzaturiero che ha degli interessi da queste parti. Periodicamente pranzo nella sua villa con piscina, sulle colline di Civitanova: ha una bella famiglia, i figli lavorano con lui, e vengo trattato con grande familiarità. Naturalmente, in casa non ha nemmeno un libro, e ho ben pensato – sulla scorta di vecchie esperienze – di non fargli parola della mia passione e attività letteraria, e nemmeno di accennare al fatto che possiedo una biblioteca. Meglio tacere: avevo capito subito che non era aria.
Ebbene, qualche settimana fa, mentre deplorava non ricordo cosa (confesso che a volte i suoi discorsi mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro), a un tratto è scivolato sull'argomento “libri” e ha esclamato: «Per esempio, quelli che scrivono i libri, che cosa li scrivono a fare? Eh? Io non sopporto quando uno ha da dire una cosa che può spiegare in poche parole, e invece deve scriverci pagine e pagine… Ma che cazzo scrive? È questo che non sopporto. Sai che ti dico? A me, se qualcuno mi regala un libro glielo ridò subito indietro: no, grazie, gli dico, non mi serve proprio, grazie del pensiero, ma proprio non fa per me…»
A quel punto non ce l’ho fatta: son scoppiato a ridere, mentre lui mi guardava strano, e i gemelli seduti dietro (eravamo in macchina) partecipavano alla mia ilarità senza capire, e io continuavo a ridere dandogli pacche sulla spalla. Alla fine ho sbottato: «Luigi, mi dispiace, ma mo’ devo farti una bella confessione…», e ho vuotato il sacco.
Mi sono proprio divertito quel giorno, a osservare la sua espressione stordita, e quella divertita dei gemelli, mentre raccontavo senza pudore le mie malefatte. Alla fine non l’ha presa così male: in fondo è un vizio come un altro, c’è chi va a donne o si sputtana i soldi nelle bische, e tutto sommato i miei vizi sono più domestici e meno pericolosi.
A ogni modo, gli ho donato una copia di Mistero etrusco con dedica a tutta la famiglia, giusto per ricordo.
Identità criminali
Con questa puntata andiamo a concludere (finalmente!, dirà ancora qualcuno) la nostra panoramica sulla nascita e lo sviluppo della narrativa poliziesca. Ma non escludo un’appendice, tanto per non smentirmi.
Riepilogando, vediamo che negli ottant’anni che corrono tra il 1830 (quando uscirono i Mémoirs di Vidocq) e il 1910 la criminologia sviluppa tecniche di lettura del corpo sempre più sofisticate. Queste tecniche sono orientate in due direzioni: quella scientifico-statistica, che tende a descrivere il fenomeno che si cela dietro i singoli casi di devianza; e quella poliziesca in senso stretto, volta a elaborare tecniche di riconoscimento tali da riuscire a imprigionare il criminale nella gabbia della propria identità.
Nel primo filone d’indagine, che ricerca nei tratti fisici i segni di un’innata inclinazione a delinquere, rientrano il miraggio fisiognomico di matrice settecentesca (che chiama il volto in primo piano), la frenologia (fondata sullo studio del cranio), e la nota avventura fin de siécle di Cesare Lombroso, padre della fisiognomica e fondatore dell’antropologia criminale: secondo la sua controversa teoria, esisteva un preciso rapporto fra l’aspetto fisico delle persone e la loro inclinazione al comportamento criminale.
Ma a questo tentativo di leggere nel corpo le componenti del carattere, secondo una concezione determinista, si va ad affiancare l’esigenza di “censire” la popolazione criminale. Il marchio, lo strumento che nei secoli precedenti consentiva l’identificazione dei recidivi – quale il giglio impresso sulla spalla di Milady ne I tre moschettieri, che consente a D’Artagnan di riconoscere in lei un’avvelenatrice – viene abolito in Francia nel 1832; e proprio in quegli anni, il pioniere Vidocq crea uno schedario di tutti gli arrestati. Di lì a poco, è l’invenzione della fotografia che contribuisce a palesare l’identità criminale; ma i maggiori progressi si verificano verso la fine del secolo.

È nel 1882 che il funzionario di polizia e antropologo Alphonse Bertillon (1853-1914) fonda il servizio di antropometria della polizia parigina, le cui schede segnaletiche si compongono di undici misure ossee (le dimensioni della testa, dell’orecchio, del dito medio, del piede sinistro, etc.), di una breve descrizione scritta dell’individuo, e di due fotografie (una frontale e una di profilo). Lo stesso Bertillon, tuttavia, riconosce che la scheda non identifica il soggetto con certezza assoluta: il metodo, dunque, consente in molti casi di escludere – ma non di provare – che a una persona corrisponda una certa identità, ed è inoltre soggetto a un largo arbitrio nelle misurazioni e nelle descrizioni scritte (il cosiddetto “ritratto parlato”) che corredano la scheda.
In Italia, su impulso dell’allora ministro dell’Interno Giovanni Giolitti, nasce nel 1902 la Scuola di Polizia Scientifica, creata dal professor Salvatore Ottolenghi, assistente di Cesare Lombroso all’università di Torino. Il primo corso ufficiale si svolse nel carcere di Regina Coeli, dove si avevano a disposizione numerosi detenuti con cui illustrare le metodologie scientifiche per l’identificazione personale. L’approccio di Ottolenghi andava a contrapporsi alla tipica immagine letteraria del “genio deduttivo” alla Sherlock Holmes: le procedure scientifiche, ricavate da un lungo lavoro di esperimenti e osservazioni sistematiche, erano controllabili e ripetibili da chiunque le avesse apprese.
Ad ogni modo, nel 1903 il sistema di Bertillon viene finalmente sostituito dalla dattiloscopia: l’esame delle impronte digitali, sistema già codificato e adottato in Gran Bretagna nel 1901 dall’antropologo Francis Galton. Si arriva così alla metodologia d’identificazione moderna, fondata su nome, fotografia e impronte digitali.
Il criminale assente
Concepito essenzialmente come altro, il criminale del romanzo poliziesco costituisce in generale un’assenza, poiché tra le convenzioni del poliziesco vi è il “vuoto testuale” che circonda e protegge i processi mentali del colpevole – un elemento da molti assunto a spartiacque tra detective fiction e crime fiction. Nella prima, l’indagine impone che i processi mentali del criminale non vengano svelati fino allo scioglimento finale, mentre nella seconda il racconto del crimine può esplorare “in chiaro” l’intera sua dinamica.
Nella detective fiction, dunque, se non c’è la “mente”, resta il “corpo” del criminale, un enigma di cui spesso si può cogliere qualche attributo – come un capo di vestiario, un’impronta di scarpa, la statura, il colorito, una marca di tabacco – e che si presenta come una superficie da attraversare per giungere all’interiorità, che è la sede della colpa, sottratta dall’esigenza narrativa al voyeurismo del lettore.
Nel caso del detective, più ancora che il corpo – che a seconda dei casi può diventare una divisa iconografica (si vedano gli attributi estetici di investigatori quali Sherlock Holmes e Padre Brown) oppure un materiale posticcio (si pensi al trasformismo di Vidocq e Holmes) – è centrale la sua mente. Il racconto poliziesco, infatti, è caratterizzato da una forte componente riflessiva, che si manifesta tipicamente nelle lunghe digressioni sulla forma mentale e sul metodo dell’investigatore.
A differenza del successivo genere hardboiled – ove l’azione ha un ruolo primario –, «il “giallo classico” è dominato dall’avventura del pensiero»*, e quindi si svolge, più che su uno sfondo reale, in uno scenario mentale.
La realtà non basta a Dupin, l’eroe della trilogia di Poe, il quale nell’esaminare un caso criminale spegne la candela per meglio vedere, e in pieno giorno rifugge la luce del sole, che mostra tutto ma non rivela nulla. Né la realtà basta a Holmes, il quale, destatosi dai suoi «drug-created-dreams», è in breve «hot upon the scent of some new problem», come si addice alla «most perfect reasoning and observing machine that the world has seen».
D’altronde, allo svago di una vacanza Holmes preferisce evidentemente giacere in mezzo a cinque milioni di persone (la popolazione di Londra del tempo), col sistema nervoso attento a percepire la più piccola voce o sospetto di un crimine: un’immagine iperbolica (visibilmente influenzata dall’immaginario telegrafico di fine Ottocento) che qualifica il detective come il luogo cerebrale di un immenso sistema nervoso, esteso a toccare i cinque milioni di persone che costituiscono il corpo di Londra. Assolvendo questa sua funzione di controllore, Holmes consente così il buon funzionamento del sistema, e ai suoi occhi la capitale – fulcro della nazione e dell’impero – assume la trasparenza di un Panopticon, ove il detective – moderno semidio – veglia benevolo sul comune cittadino.
*G. Paolo Caprettini, “Le orme del pensiero”, in Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano 1983
Bibliografia: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna 1998.
La diffidenza per il diverso
Non riesco a interpretare, a dare un nome alla naturale diffidenza per il diverso. Dico “naturale”, perché mentre il raziocinio indica l’insensatezza della discriminazione, del non volersi “mescolare”, del non gradire la “comunione” (se non – nei casi estremi – il contatto), tuttavia il “corpo”, inteso come strumento fisico-empatico-emotivo-sensoriale (non so come definirlo, mi arrangio empiricamente), dà troppo spesso una sterzata dalla parte opposta, cioè verso l’allontanamento, verso la presa di distanza. La prudente osservazione da lontano, o da non troppo vicino, insomma.
Sembra la percezione istintiva di un rischio, quasi della violazione di un precetto ancestrale inscritto in noi. Ho la sensazione che pochi ne siano immuni. E mi chiedo perché (come mi chiedo il perché di tante, troppe cose).
Il grumo interiore
A me succede, in momenti che appaiono così, a tradimento, di sentir l’urgenza di “vomitare” il mio dolore e i fantasmi che mi tormentano.
È un bisogno anche fisico, forse, per alleggerire la densità del grumo interiore che preme.
Se lo facessi, forse dovrei chiedere a chi legge o ascolta di limitarsi ad ascoltare, per non condizionare l’attivarsi di meccanismi partecipativi. Perché questo sfogo rimane un bisogno soggettivo che prescinde dal tipo di uditorio (amico che t’ascolta in silenzio o piccola platea virtuale).
E la platea, in quanto eterogenea, difficilmente reagisce seguendo lo spirito di questa urgenza ad aprirsi.
(commento lasciato a Calma)