OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

Eccomi

Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

Copyright


Copyright Paolo Ferrucci.
Sono vietati la riproduzione e l'utilizzo, anche parziali, dei testi originali di questo weblog.

Disclaimer

Questo weblog non è un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001, in quanto non ha alcuna periodicità. Premesso che quanto viene pubblicato su Internet è di dominio pubblico, se qualcuno riconoscesse qui proprio materiale tutelato da copyright e non volesse vederlo pubblicato, ne dia avviso all'autore e i contenuti in questione saranno immediatamente rimossi. Si sottolinea che i contenuti di questo weblog hanno scopo di studio e approfondimento, e non di lucro.

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 28 febbraio 2008
Oblomoviana VI

oblomov 6 
Stolz era coetaneo di Oblomov: aveva anch’egli passati i trent’anni. Era stato pubblico funzionario, poi aveva dato le dimissioni, s’era occupato dei propri affari ed era riuscito ad avere casa e denaro. Ora faceva parte di una compagnia di esportazioni. Era in continuo movimento: se la compagnia doveva mandare un agente in Belgio o Inghilterra, mandava lui; se c’era da buttar giù un progetto o una nuova idea da mettere in atto, sceglievano lui. Oltre a questo, faceva vita di società e leggeva: come trovasse il tempo, Dio lo sa.
È tutto ossa, muscoli e nervi come un purosangue inglese. Il viso è scarno, si può dire che non abbia guance ma solo ossa e muscoli, senza traccia di rotondità adipose: il viso ha un colorito uniforme, un po’ abbronzato, senza la minima traccia di rosso; gli occhi sono un po’ verdastri ma espressivi.
Non fa mai un movimento di troppo. Se si mette seduto, siede tranquillo; se fa qualcosa, i suoi gesti si limitano al minimo indispensabile. Come nel suo organismo non c’è niente di superfluo, così nell’esercizio delle sue facoltà morali egli cerca un equilibrio fra il lato pratico e le sottili esigenze dello spirito. L’uno e le altre camminano paralleli, talvolta s’incrociano e s’intrecciano lungo il cammino, ma non formano mai nodi ingarbugliati e inestricabili.
Egli va avanti con fermezza e tenacia; vive basandosi sul bilancio che si è prefisso, cercando di spendere ogni giornata, come ogni rublo con un controllo vigile e incessante del tempo, della fatica, della forza dell’animo e del cuore. Sembra quasi che regoli anche i dolori e le gioie come fa con i movimenti delle braccia, con i passi, o come si adatta al buono o cattivo tempo. Tiene aperto l’ombrello finché piove, cioè soffre finché dura la tristezza, e soffre senza pavida rassegnazione, ma con dispetto, con orgoglio; e sopporta con pazienza solo perché attribuisce a se stesso la causa di ogni sofferenza e non l’attacca, come un pastrano, al chiodo altrui.
Anche della gioia gode come di un fiore colto lungo la strada, fino a che non gli appassisce fra le mani, senza bere mai la tazza fino a quell’ultima goccia d’amaro che è in fondo a ogni piacere.
Una visione della vita semplice, ossia retta e autentica: questo è il suo problema costante e, cercando per gradi di arrivare alla sua soluzione, ne comprende tutte le difficoltà e nel suo intimo è orgoglioso e felice ogni volta che incontra sulla sua strada un tratto tortuoso che riesce a superare con passo diritto.
«È difficile e complicato vivere in maniera semplice!», suole ripetersi, e con rapido sguardo cerca la curva, la tortuosità, il punto in cui il filo della vita comincia ad avvolgersi in nodi irregolari e confusi.      Soprattutto egli teme l’immaginazione, questa compagna dai due volti, uno amichevole e l’altro ostile; amica quando meno credi in lei, nemica se ti abbandoni fiducioso al suo dolce sussurro. Tutti i sogni gli fanno paura, e se entra nel dominio del sogno, lo fa come chi entra in una grotta su cui è scritto ma solitude, mon hermitage, mon repos, sapendo l’ora e il minuto in cui ne uscirà. Nella sua anima non c’è posto per fantasie, enigmi, misteri. Ciò che sfugge all’analisi dell’esperienza, alla verità pratica, è ai suoi occhi un’illusione ottica, una rifrazione di raggi e di colori sulla retina, oppure, infine, un fatto che attende ancora di essere sperimentato.
Non c'è in lui neppure quel tanto di dilettantismo, che ama avventurarsi nel regno del portentoso e atteggiarsi a Don Chisciotte nel campo delle congetture e delle scoperte con mille anni di anticipo; si ferma ostinatamente sulla soglia del mistero, senza manifestare né la credulità del bambino né il dubbio dello scettico da salotto, ma aspetta la legge che gli fornirà la chiave per aprire la porta.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, II - 2
 
(immagine tratta da: http://www.bulandra.ro/ro/spectacole/oblomov.htm)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (7)
classici, antologia

venerdì, 22 febbraio 2008
Origini della detective fiction. 23 – Appendice

van dine disegno 
S.S. Van Dine e le 20 regole
 
Come scrisse il compianto Oreste Del Buono*, Philo Vance, il grande investigatore dilettante degli anni ’30 (definito da Raymond Chandler «Forse il personaggio più pomposo e balordo dell’intera letteratura poliziesca») creato da S. S. Van Dine, è «l’erede e l’eversore dello Sherlock Holmes di Conan Doyle», nel solco del «cosiddetto romanzo d’analisi, del poliziesco all’inglese, quello della riflessione per la riflessione».
È non solo erede, ma anche eversore: infatti,
 
Van dinepur discendendo (e chiaramente) da Holmes, Vance rifiuta la specializzazione: è troppo dotato di cognizioni universali. Al dettaglio arriva di volta in volta, come degnandosi di accettare un limite provvisorio, un passatempo per la sua cultura degna di ben altro. In pratica, insomma, innovando, torna indietro, è umanista quanto Holmes è scientifico sebbene sia capace di distinguersi anche nel campo scientifico, perpetuamente dilettante, quindi disposto, teso a ricavar diletto dai più vari problemi.
In questo, Philo Vance confessa d’essere, lui così improbabile, così inconcepibile come uomo in carne ed ossa, un riflesso abbastanza conseguente della personalità del suo creatore. Che non si chiamò affatto S. S. Van Dine, secondo la menzognera indicazioned ei frontespizi. Dopo tre anni di mistero (The Benson Murder Case è del 1926) fu scoperto, appunto, che dietro un simile pseudonimo si celava William Huntington Wright (1888-1939), letterato, antropologo, cultore d’arte di consistente allora rinomanza. […]
Fu Wright a raccontare in che modo fosse stato indotto a creare Philo Vance. Aveva subito un grave collasso nervoso, il suo medico di fiducia gli aveva proibito qualsiasi fatica intellettuale durante la convalescenza, a eccezione (non la considerava evidentemente una fatica) del leggere e dello scrivere gialli. Wright aveva preferito scriverne. Del resto, la sua insaziabile voracità di sapere gli aveva fatto collezionare una agguerritissima biblioteca di criminologia e lo aveva reso esperto anche in tale ramo. Il delitto era il suo hobby, ma un hobby su cui avrebbe potuto tener lezioni. E le tenne, infatti, con gli intervistatori, con i curiosi eccitati dalla scoperta della vera identità del creatore di Philo Vance. […] Wright non si accontentò di dissertare sul delitto vero, dissertò anche sul delitto inventato, ovvero romanzo poliziesco. Ne dettò addirittura le regole.
 
[* Oreste Del Buono, Il ritorno di Philo Vance, introduzione al volume della collana Omnibus Gialli, V° edizione, Mondadori 1971.]
 
E così, le “Twenty Rules for Writing Detective Stories”, ossia le Venti Regole di S. S. Van Dine, divennero famose. Restano il segno di un’epoca, di una lunga epoca che oggi è certamente superata, ma che costituisce il terreno fondante di un genere letterario importantissimo e pervasivo.
Eccole in dettaglio.
 Van dine_Greene-Murder-Case
Venti regole per scrivere romanzi polizieschi (1928)
di S.S.Van Dine

Il romanzo poliziesco è un tipo di gioco intellettuale. Anzi, è qualcosa di più – una gara sportiva. Ed esistono leggi ben precise che governano la scrittura di romanzi polizieschi: leggi non scritte, forse, ma ugualmente vincolanti, con le quali si deve misurare ogni rispettabile inventore di misteri letterari che sia anche onesto con se stesso. Ecco di seguito, quindi, una sorta di Credo, basato in parte sull’esperienza di tutti i grandi autori di romanzi polizieschi e in parte sulle sollecitazioni della coscienza dell’autore onesto.
Vale a dire:

1. Il lettore deve avere le stesse opportunità del detective di risolvere il mistero. Tutti gli indizi devono essere presentati e descritti con chiarezza.

2. Al lettore non possono essere rifilati altri trucchi o inganni oltre a quelli coi quali il criminale tenta legittimamente di buggerare il detective.

3. Non dev’essere posta eccessiva enfasi sull’elemento amoroso. Lo scopo è quello di assicurare un criminale alla giustizia, non quello di condurre una coppia innamorata all’altare.

4. Né il detective né uno degli investigatori ufficiali possono risultare colpevoli. Questo vuol dire giocare sporco; è come offrire a qualcuno una moneta da un centesimo in cambio di cinque dollari d’oro. È frode bella e buona.

5. Al colpevole si deve arrivare attraverso deduzioni basate sulla logica, non per caso o coincidenza o confessione senza motivo. Risolvere un problema di detection in questo modo equivale a spedire deliberatamente il lettore su di una falsa pista e poi dirgli, dopo che è tornato con le pive nel sacco, che la cosa che lo avevate mandato a cercare ce l'avevate nascosta voi nella manica fin dall’inizio. Un autore di questa fatta è poco più di un buffone.

6. Nel romanzo poliziesco ci dev’essere un investigatore; e un investigatore non può dirsi tale se non indaga. La sua funzione è quella di raccogliere gli indizi che, in fondo al libro, condurranno all’identità di colui che ha commesso il crimine di cui al primo capitolo; e se l'investigatore non arriva alle sue conclusioni grazie all’analisi di questi indizi, non ha risolto il suo problema alla stessa stregua dello scolaro che copia il compito di aritmetica.

7. Ci dev’essere un cadavere nel romanzo poliziesco, e più è cadavere meglio è. Nessun reato minore dell’assassinio può essere considerato sufficiente. Trecento pagine sono troppe per un reato diverso dall’assassinio. Dopo tutto, la fatica e lo sforzo del lettore devono essere ricompensati.

8. Il problema posto dal delitto dev’essere risolto con metodi rigorosamente scientifici. Metodi di scoperta della verità che si basano su lavagnette e tavolette parlanti, lettura del pensiero, sedute spiritiche, sfere di cristallo e simili, sono assolutamente vietati. Un lettore può competere con un detective raziocinante, ma se deve gareggiare col mondo degli spiriti e rincorrere la quarta dimensione della metafisica, allora è battuto in partenza.

9. Ci dev’essere un solo investigatore autorizzato a trarre le conclusioni, un solo deus ex machina. Impiegare i cervelli di tre o quattro o un’intera banda di investigatori per trovare la soluzione al problema, non solo disperde l’interesse e spezza il filo della logica, ma dà all’autore un vantaggio scorretto sul lettore. Se c’è più di un investigatore, allora il lettore non è più in grado di distinguere chi è il suo avversario. Gli tocca correre da solo contro una staffetta.

10. Il colpevole dev’essere una persona che ha avuto un ruolo più o meno significativo nella vicenda; ovvero, una persona che è divenuta familiare al lettore e per la quale egli ha provato interesse.

11. Il colpevole non dev’essere scelto tra il personale di servizio. È assolutamente una questione di principio. È una soluzione troppo semplicistica. Il colpevole deve essere una persona che ha giocato un ruolo significativo, una persona di cui non si dovrebbe sospettare.

12. Ci dev’essere un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. È ovvio che il colpevole può essersi servito di complici o aiutanti, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono cadere su una sola e unica anima nera.

13. Società segrete, camorra, mafia e così via non hanno spazio in un romanzo poliziesco. Un assassinio affascinante e ben riuscito è guastato senza remissione da una colpevolezza all’ingrosso. È certo che anche all’assassino debba essere offerta una scappatoia, ma concedergli addirittura una società segreta con cui spartire le colpe è un po’ troppo. Nessun assassino di classe e consapevole dei propri mezzi accetterebbe di giocare contro queste probabilità.

14. I metodi impiegati nell’assassinio, e i sistemi usati per scoprirlo, devono essere razionali e scientifici. Vale a dire, la pseudo-scienza e i congegni di pura e semplice immaginazione non possono esser tollerati in un romanzo poliziesco. Una volta che l’autore è partito verso il regno della fantasia, alla maniera di Jules Verne, si è posto definitivamente fuori dai confini della narrativa poliziesca e si è messo a far capriole in una zona dell’avventura che non è segnata sulle carte geografiche.

15. La rivelazione del problema dev’essere sempre evidente, ammesso che il lettore sia abbastanza sveglio da individuarla. Con questo intendo che se il lettore, appresa la spiegazione del crimine, decide di rileggersi il libro da capo, deve accorgersi che, in un certo senso, la soluzione giusta era sempre stata lì, a portata di mano, che tutti gli indizi portavano al colpevole e che, se solo fosse stato astuto come l’investigatore, anche lui avrebbe potuto risolvere il mistero prima dell’ultimo capitolo. Va da sé che il lettore intelligente risolve spesso l’enigma in questo modo.

16. Un romanzo poliziesco non dovrebbe contenere descrizioni troppo lunghe, divagazioni letterarie su argomenti secondari, studi di caratteri troppo insistiti, preoccupazioni di creare un'atmosfera: questi elementi non hanno spazio in quello che sostanzialmente è il resoconto di un crimine e di una deduzione. Tali passaggi bloccano l’azione e introducono argomenti di scarso rilievo per l’obiettivo finale, che è quello di esporre un problema, analizzarlo e condurlo a una conclusione soddisfacente. È chiaro, comunque, che ci debba essere sufficiente materia descrittiva e studio di carattere per dar verosimiglianza al romanzo.

17. Il colpevole di un romanzo poliziesco non deve mai essere un criminale di professione. Scassinatori e banditi appartengono alla pratica quotidiana dei dipartimenti di polizia, non degli autori e dei loro brillanti investigatori dilettanti. Un crimine davvero affascinante è quello commesso da un vero baciapile, o da una zitella dedita ad attività benefiche.

18. Un crimine, in un romanzo giallo, non può mai essere derubricato in incidente o suicidio. Far finire un’autentica odissea di detection in questo modo così banale significa voler infinocchiare a tutti i costi il fiducioso e gentile lettore.

19. I moventi dei crimini nei romanzi polizieschi devono essere esclusivamente personali. Complotti internazionali e azioni di guerra fanno parte di un’altra categoria di romanzi, quelli di spionaggio, ad
esempio. Ma un romanzo giallo deve mantenere un carattere intimo, per così dire. Deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, e offrire uno sfogo ai suoi desideri ed emozioni represse.

20. E, per dare al mio Credo un numero pari di regole, ecco una serie di stratagemmi che nessuno scrittore di gialli degno di questo nome potrà più permettersi di adoperare. Sono già stati troppo sfruttati, e sono molto familiari a tutti i cultori dei crimini di carta. Avvalersene equivale a confessare la propria incapacità e mancanza di originalità.
a) Scoprire l’identità del colpevole mettendo a confronto la cicca di sigaretta trovata sulla scena del crimine con la marca fumata da un sospetto.
b) La seduta spiritica fasulla che terrorizza il colpevole e lo spinge a confessare.
c) Impronte digitali falsificate.
d) L’alibi costruito mediante un fantoccio.
e) Il cane che non abbaia e quindi rivela che l’intruso gli è familiare.
f) L’attribuzione del crimine a un gemello, a un parente troppo somigliante al presunto colpevole.
g) La siringa ipodermica e il sonnifero.
h) L’assassinio commesso in una stanza chiusa, ma dopo che la polizia vi ha fatto irruzione.
i) Il test delle associazioni di parole che indicano il colpevole.
j) Il codice cifrato la cui soluzione viene alla fine trovata dall’investigatore.

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (7)
genealogie

martedì, 19 febbraio 2008
Commenti lasciati nei blog come frammenti di diario. 19

Copia di IMG_1144 
Le lettere
 
Coltivavo la pratica di scrivere lettere fin da ragazzino. Mi piacevano da matti le carte, magari colorate, le buste, l'attesa del postino.
Ebbi molti "amici di penna", pen-friends con cui si corrispondeva in inglese. Indirizzi complicati, da scrivere sulle buste: i codici di avviamento collocati diversamente rispetto alla località, e poi i francobolli alieni che suggerivano la diversa cultura, e poi i ritratti in foto che talvolta si allegavano alla lettera. Le calligrafie disegnate diversamente, i corsivi esotici. Spesso erano bionde, le mie pen-friends, nordiche o d’impronta irrimediabilmente anglosassone o germanica o finnica.
Tutte cose perdute che ancora rimpiango. So che può suonare inutilmente sdolcinato, ma la mancanza la sento davvero. Credo che mi manchi l'oggetto-lettera, da custodire in senso fisico, “che ci porta le impronte autentiche, le vere connotazioni dell’amico assente”. Mi manca la “traccia della sua mano impressa nella scrittura”, un connotato che continuo a sentire quasi come “sacro”.
E chissà se sarà mai recuperabile.
 
(commenti lasciati a Clelia Mazzini)
 
 
Quegli anni
 
Sto in silenzio anch'io.
Quando penso a quegli anni, a quel che credevo, a quel che è successo poi, a quello che sono adesso.
Poi guardo le mie foto bambino: com'ero dolce, avevo perfino le guance paffute.
Ovunque andassi, le donne gridavano quant'ero bello: avevo due occhi splendenti. e poi...
 
(Commento lasciato a Yukshee)
 
 
Ancora gatti
 
Io ne ho sei, di gatti.
Sono un gattofilo indotto, che si è appassionato sulla scia dell'amore atavico di mia moglie.
Tre dei miei gatti stanno in casa (i più vecchi) e tre fuori, alloggiati in un capannone dove hanno le loro cucce e dal quale partono per la caccia quotidiana.
In casa devo sopportare una siamese decrepita, malandata e insopportabile che miagola a squarciagola perché è sorda: ogni giorno devo somministrarle una pillola per allentare la pressione del cuore. Poi c'è Harry, vecchio come lei ma più in forma: vivono a lungo perché alimentati bene e colmati di affetto e attenzioni. L'altro casalingo, Ugo, è un incrocio con un persiano, quindi dà un effetto peluche che sembra finto: aristocratico ed educato, ubbidisce e mangia lentamente, col rischio di farsi sottrarre il cibo dagli altri due.
I tre che vivono fuori sono famelici e spietati: ammazzano tutto quel che si muove, e se lo trovano commestibile lo mangiano. Topi, toporagni, talpe, ghiri. E uccelli, di cui troviamo solo le penne.
Fra loro, l’ultimo acquisto è una trovatella bianca (con la coda color tartaruga) dal pelo così lungo, ma così lungo da non credersi. Ogni giorno dovrei pettinarla per districare i nodi che fatalmente le si formano intorno al collo. È la mia piccolina, la mia stellina: così bianca che quando è colpita dal sole risplende. Ha un’abilità particolare nell’arrampicarsi sugli alberi: sale come un fulmine, avendo cominciato da piccolina, quando stavo con lei a coccolarla in giardino.
 
(Commento lasciato a Placida Signora)
 
(nell'immagine: Clara Ragni, Il piccolo a otto anni)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (2)
journal

sabato, 16 febbraio 2008
Scribacchiare giornalmente

italo_svevo 
Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che quella di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia il puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero anatomizzato e tutto e non di più. Altrimenti si cade, il giorno in cui si crede d’essere autorizzati a prendere la penna, in luoghi comuni e si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori dalla penna non c’è salvezza. Chi crede di poter fare un romanzo facendone la mezza pagina al giorno e null’altro s’inganna a partito. Ma d’altronde questa paginetta scritta sotto l’impressione di un dato momento, del colore del cielo, del suono della voce di un proprio simile, non diverrà mai altro di quello che è; la pagina più sincera d’un impressione troppo immediata e violenta. Non bisogna pensare di rappezzare con tali pagine qualcosa di maggiore. Napoleone usava annotare quanto non voleva dimenticare su un foglietto di carta che poi stracciava. Stracciate le vostre carte, o formiche letterarie! Fate in modo che il vostro pensiero riposi sul segno grafico sul quale una volta fissaste un concetto, e vi lavori intorno alterandolo a piacere in parte o tutto ma non permettete che questo primo immaturo guizzo del pensiero si fissi subito e incateni ogni suo futuro svolgimento.
 
Italo Svevo (1861-1928), Diario

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (4)
scrittura, massime

mercoledì, 13 febbraio 2008
Oblomoviana V

(Ah, non sono più i tempi in cui si mandavano i figli per il mondo...)
 Oblomov 10
Il padre di Andrjuša era agronomo, tecnologo, insegnante. Dal padre, fattore, aveva preso lezioni pratiche di agronomia; nelle fabbriche sassoni aveva imparato la tecnologia e nella vicina università, dove c’erano circa quaranta professori, gli era venuta la vocazione d’insegnare ciò che alla meglio i quaranta saggi avevano potuto fargli apprendere. Più in là non era andato e, cocciutamente, se n’era tornato indietro dopo aver deciso che doveva far qualcosa, e si era rivolto al padre. Questi gli aveva dato cento talleri, una sacca nuova e l’aveva lasciato andare per il mondo. Da allora, Ivàn Bogdànovič non aveva più rivisto né la patria né il padre. Sei anni aveva vagabondato per la Svizzera e l’Austria; da vent’anni viveva in Russia e benediceva la sua sorte.
Siccome era stato all’università, aveva deciso che anche suo figlio dovesse andarci: pazienza se non si trattava di un’università tedesca e se l'università russa avrebbe prodotto nella vita del figlio un rivolgimento allontanandolo da quel solco che mentalmente aveva tracciato nella sua vita. Egli aveva fatto tutto ciò molto semplicemente: s’era messo nel solco segnato dal nonno, l’aveva prolungato come per mezzo di un regolo fino al suo futuro nipote, ed era tranquillo, non sospettando che le variazioni di Herz, le fantasticherie e i racconti della madre, la galleria e il boudoir del castello principesco avrebbero trasformato lo stretto solco tedesco in una strada così larga quale suo nonno, suo padre e lui stesso non avrebbero mai sognato. Del resto, in questo caso egli non fu pedante e non stette a insistere nella sua idea: solo non avrebbe saputo immaginare per il figlio una via diversa.
Non se ne preoccupò troppo. Quando il figlio tornò dall’università e passò tre mesi a casa, il padre gli disse che a Verchlëvo non aveva più nulla da fare, che anche gli Oblomov avevano mandato il figlio a Pietroburgo e che, di conseguenza, ora toccava a lui. Ma perché egli dovesse andare a Pietroburgo, perché non potesse restare a Verchlëvo ad aiutarlo nell’amministrazione dell’azienda... questo il vecchio non se lo domandò neppure: ricordava solo che, quando lui aveva finito gli studi, il padre lo aveva mandato per il mondo. E fece lo stesso col figlio: così si usava in Germania. La madre era già morta, e quindi non c’era nessuno che potesse opporsi.
Il giorno della partenza, Ivan Bogdanovič gli diede cento rubli di carta. «Andrai a cavallo fino al capoluogo del governatorato», disse. «Là Kalinnikov ti darà trecentocinquanta rubli e tu gli lascerai il cavallo. Se lui non ci fosse, vendi il cavallo: fra poco ci sarà la fiera, e potrai ricavarne quattrocento rubli, anche se l’acquirente non è un amatore. Il viaggio fino a Mosca ti costerà una quarantina di rubli: di là a Pietroburgo, settantacinque; ti rimane abbastanza. Poi fa’ come vuoi. Ti sei occupato di qualche affare con me, e quindi sai che ho un certo capitale, ma non ci contare prima della mia morte; e io, probabilmente, camperò ancora una ventina d’anni, se non mi casca una pietra in testa. La lampada arde bene e dentro c’è molto olio. Hai avuto una buona istruzione: tutte le carriere ti sono aperte; puoi prendere un impiego, darti al commercio o fare il letterato, che so... quello che vuoi, quello a cui ti senti più portato...»
«Vedrò se non mi riesce di fare tutto insieme», disse Andrej.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, II - 1

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (7)
classici, antologia