
Un manager che si è dimenticato di esserlo ed è diventato scrittore.
Dopo Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
p.ferrucci[at]gmail.com

MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciano a incarnare dei rebus diventano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l’ispettore capo Gentilini. Cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.
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Così vengono sviluppati in maniera inedita certi procedimenti notati in Proust: ad esempio, la descrizione per approssimazioni successive, che vogliono sottolineare l’estrema soggettività di una percezione, che non arriva mai ad aderire veramente alle cose. E poi viene adottata la tecnica della descrizione di secondo grado, come quella di un quadro o della scena di un film, in cui l’école du regard va a complicare i piani referenziali, indebolendo così i confini fra realtà e finzione: con il risultato di ricondurre la prima nell’ambito della seconda.
Cercare la “testualità assoluta” finisce per far abolire la trama e la psicologia dei personaggi: così il testo si struttura su una pura successione di quadri descrittivi. Un interessantissimo romanzo di settecento pagine, come La vita istruzioni per l’uso (La Vie mode d’emploi, 1978) di Georges Perec, non è altro che la descrizione protratta di un unico edificio:
Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po’ pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s’incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell’edificio si ripercuote, lontana e regolare. Di quello che succede dietro le pesanti porte degli appartamenti, spesso se non sempre si avvertono solo quegli echi esplosi, quei brani, quei brandelli, quegli schizzi, quegli abbozzi, quegl’incidenti o accidenti che si svolgono in quelle che si chiamano le parti comuni, i piccoli rumori felpati che la passatoia di lana rossa attutisce, gli embrioni di vita comunitaria che sempre si fermano sul pianerottolo. Gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo, e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo, aprire il rubinetto, tirare la catena dello sciacquone, accendere la luce, preparare la tavola, qualche decina di esistenze simultanee che si ripetono da un piano all’altro, da un edificio all’altro, da una via all’altra. Si barricano nei loro millesimi – è così che si chiamano infatti – e vorrebbero tanto che non ne uscisse niente, ma per quanto poco ne lascino uscire, il cane al guinzaglio, il bambino che va a prendere il pane, l’espulso o il congedato, è sempre dalle scale ch’esce tutto.
Sappiamo che la poetica classica condanna l’elemento illogico e casuale della descrizione: la descrizione deve sempre essere misurata sulla realtà descritta. Il nouveau roman, invece, insiste proprio su quel carattere confuso, disorganico, assunto dai suoi segmenti descrittivi. Ad esempio, in Robbe-Grillet è frequentissimo l’uso dell’«eccetera» a troncare arbitrariamente una sequenza descrittiva. Così il romanzo, non essendo più composto di tutti gli elementi indispensabili alla coerenza dell’insieme, va ad articolarsi e svilupparsi per “capricci”, non per le necessità strutturali da sempre rispettate. Finisce anche per diventare un’opera aperta, che chiede di essere completata dal lettore; e la descrizione, ovvero la composizione, può continuare, o essere completata, quasi indefinitamente: a seconda della minuzia impiegata nella sua esecuzione, e a seconda della concatenazione delle metafore proposte. E anche in seguito all’aggiunta di altri oggetti, visibili per intero o frammentati dall’usura o dal tempo o da altri accidenti; gli oggetti, poi, possono apparire solo in parte nella cornice del quadro.