OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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lunedì, 31 marzo 2008
Mistero etrusco – cap. III: l’interrogatorio di Fazzini

[Nell’agosto del 1980, di notte, venni fermato da un’auto civetta in una strada di campagna mentre mi sollazzavo illecitamente con alcuni amici. Al posto di polizia rilasciarono gli altri e trattennero me, perché l’auto era mia e gli oggetti del reato erano da ritenersi miei. Nella stanza degli interrogatori mi fecero calare pantaloni e mutande fino alle caviglie, per vedere se nascondevo altra roba, e senza preavviso mi riempirono di ceffoni, giusto per farmi capire chi comandava. Probabilmente volevano farmi “parlare”, ma fu un gesto inutile, visto che alla fine non raccontai niente. Stetti in carcere qualche giorno, ma al processo venni assolto perché il fatto non era poi così grave da costituire reato. In realtà, dopo la cattura ero riuscito a lanciare fuori – pur coi polsi ammanettati – alcuni cartocci che nascondevo nel risvolto dei jeans, perché quei coglioni tenevano i finestrini della 127 aperti. Quasi mi feci beccare, perché uno dei poliziotti s’era accorto dei miei movimenti, ma ormai avevo le mani vuote. Se mi avessero trovato anche quelli, forse il reato c’era. Ma alla fine mi rammaricai di averli gettati, perché per tutto il tempo nessuno pensò mai di srotolarmi i risvolti dei jeans. Ora, a distanza di tanti anni, quando in Mistero etrusco ho voluto ricostruire un ipotetico interrogatorio al mitico Aristide Fazzini, non sono riuscito a dipingere i poliziotti come persone sagaci e professionali – come probabilmente meriterebbero: qualcosa deviava la mia mano verso il grottesco, il velleitario, l’inconcludente, forse per esorcizzare il brutto imprinting ricevuto da ragazzo.]
 

 tre etruschi 2
 
(pag. 58)

Le strade intorno alla questura sembravano pervase dallo spirito benigno che possedeva la notte. Da ore il silenzio era assoluto, solo un motorino gorgogliante s’era fatto sentire da un vicolo nascosto, primo indizio dell’alba in arrivo.
Nell’ufficio attiguo a quello del vicequestore l’aria era pregna di fumo addensato in falde ondulate. La finestra che s’affacciava sulla buia immobilità del cortile, abitata da sonnecchianti alberi d’acacia, consentiva un ricambio minimo che non aiutava a chiarire le idee. E la situazione era tutt’altro che semplice.
L’interrogatorio dell’indiziato era stato snervante e confuso, pieno di contraddizioni, ma sembrava aver fruttato elementi che potevano essere decisivi. Dopo un battibecco che pareva non voler finire più, col viceispettore Asciuti sul punto di metter mano al manganello d’ordinanza poggiato sulla cassettiera, il sospetto s’era lasciato sfuggire affermazioni a dir poco compromettenti, facendo scattare il meccanismo procedurale che lo trasformava da persona ascoltata sui fatti in vero e proprio indagato.
Quel demente avrebbero dovuto tenerlo sotto controllo da tempo, rimuginò fosco l’ispettore capo. A dire il vero, gli incartamenti che lo riguardavano erano smilzi e non contenevano nulla di raccapricciante, tranne qualche episodio di coprofilia e di violazione di domicilio, tutti conclusi con un semplice ammonimento. Ma con la grana che avevano per le mani non c’era da scherzare. Un caso d’omicidio come quello, se non si risolveva subito, avrebbe rischiato di tenerli alla catena per mesi.
Gentilini fece scrocchiare le dita tirandole una per una, i gomiti poggiati sul linoleum verde della scrivania e lo sguardo perso nel posacenere zeppo di cicche ammaccate. Rialzò gli occhi nell’istante in cui il viceispettore lanciava dalla finestra il suo mozzicone di sigaretta, seminando scintille.
«Bravo, Asciuti, così mi piaci» commentò sardonico, scoccandogli un’occhiata di rimprovero. «Appicchiamo pure il fuoco agli alberi, già che ci siamo.»
«Ispettore, ma ha piovuto pochi giorni fa…»
«Che c’entra?» Gentilini sbuffò, cercando di reprimere il malumore che l’attanagliava. Le manie dell’agente Caviglia lo stavano contagiando in maniera preoccupante, segno che le indagini si sarebbero rivelate più laboriose del previsto. Anzi, la sensazione che sarebbe finito in una strada senza uscita si fece più forte.
«Fa’ riportare qui il sospetto» bofonchiò.
L’uomo era stato spedito a riflettere in un bugigattolo che prendeva luce da un’apertura sopra la porta, in attesa di decidere il da farsi. Ma c’era poco da decidere. Con le sue affermazioni apodittiche e ingarbugliate, quel barbone puzzolente aveva finito per metterli in difficoltà. Non tanto su come aveva trascorso la serata di mercoledì, che restava un mistero, ma per l’assurda concatenazione di ragionamenti che aveva inanellato per spiegare il suo ruolo negli eventi.
Quando l’indiziato gli ricomparve davanti, l’ispettore capo lo squadrò da capo a piedi con un sospiro. Lo fece sedere sulla sedia traballante riservata ai sospetti, estrasse una sigaretta dal pacchetto schiacciato e prese a rigirarla tra le dita, senza decidersi ad accenderla.
Anche rivestito, il tanghero manteneva un aspetto poco invitante: bocca devastata dalla carie, alito peggio di un’arma chimica, faccia affondata in una foresta di saggina, testa irta di cordelle nodose. Da quella specie di cloaca c’era poco da sperare, considerata la fatica che aveva fatto a trarre qualche informazione dalla valanga di parole che gli aveva riversato addosso.
 «A questo punto, non può che scattare l’imputazione» dichiarò solenne, studiandone le reazioni. «Perciò ti serve un avvocato. Sei sicuro di non averne uno di fiducia?»
Aristide Fazzini lo guardò imbambolato, come se il breve isolamento ne avesse fiaccato la resistenza. Si girò a scrutare i muri grigiastri, affollati di avvisi e ritagli di giornale puntati su spartani pannelli di sughero.
«Hai capito la situazione?» intervenne gelido il viceispettore Asciuti. Poggiato allo stipite della finestra, lo fissava implacabile attraverso la cortina di fumo di una nuova sigaretta. «Quello che hai detto è già sufficiente per incriminarti. Adesso, quindi, parla chiaro e non farci perdere troppo tempo.»
Fazzini, coperto da una gualcita camicia a scacchi che gli arrivava fino al ginocchio, si fece rosso e prese a muovere gli occhietti vivaci a destra e a sinistra. «Ma, amico…» biascicò, «signore, concittadino… cos’ho detto di così tremendo?»
«Hai ammesso di avere ucciso, caro mio» gli rinfrescò la memoria l’ispettore capo, con una smorfia cinica. «L’hai detto prima, non ricordi? Siamo in tre ad aver sentito.»
«D’accordo ma… chi non ha ucciso almeno una volta nella vita? Non vorrete dare a me anche questa colpa…»
«Stammi bene a sentire, coglione.» L’ispettore capo s’alzò di scatto dalla sedia, puntandogli contro due dita che stringevano la sigaretta ancora spenta. «Le persone normali non ammazzano la gente, a quanto ci risulta. E se tu l’hai fatto, devi essere punito. Ne convieni?»
«Calma, signore.» Con un moto d’orgoglio, Fazzini si drizzò sulla sedia, gonfiò il petto e assunse un tono grave. «Se ho ammazzato qualcuno, l’ho fatto in senso figurato: era certamente questo che intendevo dire.» Anche lui puntò due dita contro l’interlocutore: «Tu hai certamente ucciso più cose di me. Non dirmi che non hai mai ucciso la lealtà, o il desiderio… Quante volte hai ucciso un desiderio?»
Gentilini lo fissò, pensando alle ore di sonno che aveva perduto. Quel citrullo continuava a giocare con le frasi, a girare intorno al problema, a deviare dal filo logico dei ragionamenti. Fece uno sforzo immane per mantenere la calma. «Tesoro, qui non parliamo di desideri» ringhiò, «ma del fu Massi Carlo, in arte Carletto, trafficante, restauratore e falsario. Dico “falsario” perché metà dei pezzi d’antiquariato che vendeva non erano autentici, e “trafficante” perché negli ultimi tempi s’era buttato nel commercio di reperti archeologici.» Ebbe la sensazione, nettissima, che l’altro non capisse. «Mi segui?»
Fazzini lo fissava con le sopracciglia inarcate e lo sguardo attento e sorpreso, come se stesse assistendo a una scena indecifrabile. «Ma, signore…» aprì le braccia e agitò le mani grassocce, «dei reperti archeologici abbiamo già parlato, no? Io amo l’archeologia. Questo l’ho detto, giusto? Poi di cosa abbiamo parlato? Ah, sì, della morte e di chi uccide. Mi hai chiesto se ho ucciso, e io t’ho detto di sì. Tutti uccidiamo. Io, a volte, uccido anche me stesso, e mi sento morire sul serio. Ma quello che uccidiamo più di tutto è la verità. Poi cos’abbiamo detto? Abbiamo detto che anche tu, come me, reciti una parte nel teatro della vita…»
 «Piantala con questa storia del teatro della vita!» gli urlò addosso il viceispettore Asciuti, avanzando minaccioso verso la scrivania. «È da un’ora che ci racconti che la vita è una recita, che siamo tutti attori, che qualcun altro ci ha assegnato le parti eccetera…»
«Ma è così, vi assicuro, la vita è un teatro. Ci ho anche fatto uno studio…»
«Sì, ma ora hai rotto le palle con questa solfa!»
«Calma, Asciuti.» L’ispettore capo allungò le mani per allontanarlo, poi tornò a Fazzini: «Senti, questa faccenda l’abbiamo capita, non c’è bisogno che la ripeti. Adesso, però, ricominciamo da capo.»
Il sovrintendente Tampieri bussò discreto e inserì il profilo aquilino nello spiraglio della porta, guadagnandosi un’occhiataccia di Gentilini. «Scusi ispettore, ho portato i caffè…» disse esitante.
«Era ora, caspita. Li hai dovuti tostare e macinare?»
«È la macchina, funziona un momento sì e un momento no.»
«Va bene, va bene…»
Il sovrintendente entrò, posò i bicchieri sul tavolo e accennò a uscire, ma si fermò sulla soglia: «Allora dobbiamo chiamarlo, l’avvocato d’ufficio?»
«Certo, altrimenti non possiamo procedere.»
«Chi chiamiamo, a quest’ora?»
«Guarda nella lista, no?» lo liquidò l’ispettore con un gesto seccato. «Fai qualche telefonata e vedi chi è disponibile. Questa faccenda la voglio chiudere prima che faccia giorno, cazzo.»
S’alzò indispettito, prese il suo caffè e andò a sorseggiarlo vicino alla finestra, massaggiandosi la mascella bisognosa di rasatura.
A quel punto l’interrogatorio avrebbe dovuto fermarsi in attesa dell’avvocato, ma uno sguardo d’intesa col viceispettore diede il via alla prassi ufficiosa. Asciuti andò a sedersi alla scrivania, poggiò le mani sul piano e inquadrò Fazzini con la sua espressione truce, accentuata dalla folta barba corvina.
Fazzini gli restituì uno sguardo cordiale, carezzandosi compiaciuto il cespuglio color cenere che gli allargava la faccia paffuta. «Bella la tua barba, collega, ben curata. Bisognerebbe che anch’io…»
«Non sono tuo collega, stronzo» troncò Asciuti. «Tu sei solo un barbone che fruga nella spazzatura.»
«Calma, amico, io sono un ricercatore, non un barbone. Innanzitutto, ho una casa…»
«Sì, ci siamo appena stati: un cimiciaio dove la muffa cresce come il foraggio. C’è mancato poco che finissimo avvolti in lenzuoli di ragnatele e assaliti da ragni giganti. E poi era piena di pattume.»
«No, no, dottore, non è come sembra» si animò Fazzini scuotendo la testa. «Riguardo al pattume, voi sbagliate approccio. Bisognerebbe prima capire cos’è pattume e cosa non lo è, e io veramente non l’ho ancora capito. È un problema serio: quando apro una scatoletta, se in quel momento è pulita e dopo che l’ho vuotata è sporca, cos’ho fatto per sporcarla? Basta averla vuotata per dire che è sporca?»
«Lascia stare la sporcizia, Fazzini» intervenne l’ispettore capo dalla finestra, «a quella abbiamo già pensato noi. Non dire che non abbiamo usato riguardi: t’abbiamo anche fatto fare la doccia…»
«Sì, è vero, devo ammettere…»
«Ecco, bravo, ma adesso veniamo al sodo» riprese Asciuti. «Dimmi perché hai eliminato Massi. Dovevi avere un motivo valido per volerlo morto, non puoi averlo fatto così, per sport. Giusto?»
«Giusto.»
«A quanto ci risulta, non hai mai avuto comportamenti antisociali, a parte la passione per l’immondizia.»
«No, io mi comporto sempre con correttezza» confermò Fazzini, illuminandosi in un sorriso cavo.
«Anche quando ammazzi qualcuno, no?»
«Certo, certo, è naturale. Il mio stile non mente. Mi fa piacere che te ne sei accorto, amico.»
«Però, piantare un forcone in petto a un povero disgraziato non è il massimo della correttezza, mi sembra. Forse eri arrabbiato. Eri troppo arrabbiato, così hai perso il controllo…»
«No, io non perdo mai il controllo.» Fazzini scosse la testa deciso: «Almeno da quando studio l’umanità. Per questo potrei dire d’essere un umanista, se non oso troppo: studio il mondo e gli uomini. Cerco di capire dove mi trovo, chi sono i miei simili. Ma ho paura che, finché non finisce la commedia, non riuscirò a capirlo…»
«Che fai, ricominci con la commedia?» gridò il viceispettore picchiando i palmi sulla scrivania. «Insomma, vogliamo arrivare al dunque?» Afferrò alcuni fogli dattiloscritti e ne segnò col dito i diversi punti. «Qui c’è scritto che ieri, verso sera, sei stato visto in via Vecchia Fiesolana. Avevi delle cose legate dietro quel ferrovecchio che chiami bicicletta…»
«È il manipede, il mio…»
«Zitto!» Il viceispettore posò meccanicamente una mano sulla pistola d’ordinanza.
«Ehi, concittadino, non vorrai mettere in mostra la sputapiombo, ah, ah!» Fazzini contrasse la faccia in una maschera allegra. «Lo so che l’hai lucidata tutto il giorno…»
«Senti, pezzo di cretino» avanzò minaccioso l’ispettore capo, reprimendo l’impulso di tirargli addosso il bicchiere di caffè bollente che aveva in mano. «Smettila di prenderci per il culo. Poco fa hai ammesso d’avere ucciso: non hai fatto riferimento a Carlo Massi, però gironzolavi intorno a casa sua poco prima che venisse ammazzato. Nelle borse del tuo trabiccolo c’erano oggetti che puoi benissimo aver sottratto da lì. Guarda che abbiamo trovato molte impronte digitali, e ora dobbiamo solo confrontarle con le tue, così sei incastrato. Hai anche ammesso di conoscere Massi e di avergli venduto le cose che trovavi in giro.»
Fazzini guardò allibito l’ispettore, che ora lo sovrastava con le mani piantate sul fascicolo aperto, da cui spuntavano le foto del cadavere appena sviluppate.
«Ma io ero andato al parco degli uccelli» replicò docile, «l’ho già inventato prima… cioè no, volevo dire, l’ho già spiegato prima… ah, ah! Ci siete cascati, eh?» si dimenò sulla sedia in un accesso d’allegria, riducendo gli occhi a due fessure oblique. «Volevo dire che l’ho detto, non che l’ho inventato… Sapete, io vado al parco degli uccelli ad aiutare il custode, e ieri gli ho portato un carico di pane secco…»
«Questo non basta, furbastro» lo rimbeccò il viceispettore sbuffandogli in faccia una nuvola di fumo. «I tuoi lapsus del cazzo, tra l’altro, non fanno che aggravare la tua posizione, quindi falla finita.» Un ghigno acido gli spuntò dalla barba nera. «Ora ti dico io come sono andate le cose: dopo aver portato il pane secco al parco Romanelli, sei andato da Massi a offrirgli la tua lurida mercanzia, lui t’ha mandato affanculo e tu l’hai inforcato. È stato un raptus, niente di più. Ormai lo sappiamo, perché c’è un testimone. Quindi confessa, così ti concedono la seminfermità di mente e amen.»
«Testimone?»
«Già, un testimone, proprio così» ringhiò Asciuti.
Fazzini spalancò gli occhi, lasciò cadere la mascella e sollevò le spalle, come se avesse fatto una scoperta orrenda. «Non ditemi che… è stata quell'orrore di donna a ordire tutto questo?» balbettò spiritato. «Quella… megera con la cofana in testa e il doppio strato d'avorio in bocca?»
«Ma di che stai parlando?»
«Signori, quella è una sadica, non le dovete credere!» Fazzini storse la faccia in una smorfia disperata, incassando la testa e facendo la voce chioccia. «Produce solo menzogne, e poi vive con una tribù di equini col labbro a grondaia e il nitrito facile…»
«Fermati, fermati…» Ma Fazzini era schizzato in piedi e gesticolava nervosamente con gli occhi strabuzzati: «Quella, quella… è sempre andata pazza per le manone da minatore, le ricordavano quelle del babbo, e le mie mani piccole non le piacevano, però quando si faceva male le accarezzavo la parte dolorante e stava subito meglio, avevo poteri che si manifestavano di rado perché ero preso dalle ricerche, e mi avevano anche consigliato uno psichiatra, ma poi…»
S’interruppe di colpo, fermò il gesticolare e tornò a sedersi, gli occhi stretti a formare due fessure. «No, non volevo dire questo, non posso ancora saperlo» concluse pacato. «Però avevo perso i miei poteri.»
«D’accordo, i tuoi poteri» l’assecondò Gentilini. «Adesso calmati, eh?» Ormai la faccenda sembrava a un punto morto.
«Ma torniamo alla vostra indagine, amici» riprese Fazzini, squillante. «Io sono con voi, ah, ah! Dunque…» prese un’espressione seria, «credo che i fronti per trovare il movente del delitto siano due: le cose, gli oggetti, i documenti, gli scritti, i diari e qualunque altra cosa apparteneva al morto. L’ho letto in un manuale che ho trovato nel cassonetto della carta…» Gonfiò il petto e prese a lisciarsi vigorosamente la barba. «Se poi aveva litigato con qualcuno, non ero io. Tra l’altro, non lo vedevo da almeno sei ore, e sapete quante cose possono succedere in quel lasso di tempo… ah, ah, ah!»
Improvvisamente rivolse gli occhi al soffitto e sporse le labbra in un sonoro risucchio: «Ma ora che mi sovviene, amici…» si picchiò una mano sulla fronte, «ecco cos’era quel tarlo che mi girava nella testa! Ieri sera, all’ora che dite voi, io mi trovavo al Cannibal, per dare una mano a smontare il palco e raccogliere i tubi che buttavano via…».
Impietriti, Gentilini e Asciuti si girarono verso il sovrintendente Tampieri che li chiamava dalla porta: «Dottore, ecco la deposizione dell’indagato. A proposito…» il sovrintendente arricciò il naso e abbassò la voce, «è appena arrivato il vicequestore».
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (4)
journal, romanzo, mistero etrusco


Commenti
#1   02 Aprile 2008 - 12:15
 
in fondo siamo portatori del vento che ci ha scompigliato i capelli, in fondo siamo la saliva degli uomini che abbiamo baciato, in fondo siamo il risultato del sudore del percorso affrontato, in fondo siamo il cibo che abbiamo condiviso...
un saluto,
Betazed
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#2   03 Aprile 2008 - 15:57
 
Un saluto, Betazed: benvenuta.
In fondo siamo tutte queste cose, è proprio vero. E tante altre.
A presto.
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#3   04 Aprile 2008 - 10:34
 
e per me che ho sempre pensato di essere un condominio di esserini eterogenei...
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#4   04 Aprile 2008 - 20:01
 
Io mi sto ancora analizzando, betazed. E poi non ho ancora capito che razza di blogger sono. Ma poi: sono veramente un blogger? Forse no.
Proprio in questo periodo c'è chi parla di una "stanchezza" dei blog, del profilarsi di un loro declino:
"... forse, l’illusione che attraverso la rete dei blog si potesse creare una sorta di contro-cultura o di contro-letteratura. [...] Forse, questa diffusa stanchezza che promana dalla rete è il segno di qualche illusione disvelata, di qualche piccolo sogno infranto. Forse è la sgradita coscienza che tutto questo scintillante 'ambaradan' era, in fondo, soltanto un gioco."

Quanto a me, nella breve esperienza di questo blog ho ritenuto le persone incontrate altrettanto significative degli argomenti letterari e affini che vi ho voluto condividere: mi è piaciuto pensare di avere amici con cui condividere le passioni e le curiosità letterarie o paraletterarie, e anche - perché no? - le sciocche associazioni mentali che a volte potevano scaturirne.
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