Apprezzare una produzione artistica risolta a metà è impossibile. Nell’arte non esiste riguardo, non esiste rispetto, l’arte non è il nostro caro e buon amico che vale oro per la sua onestà. Se l’arte si limita a essere onesta è scadente. Una persona che sia soltanto onesta ha raggiunto il massimo grado concepibile cui possa assurgere la sua dignità. Al giorno d’oggi stuoli di persone si arruolano tra i cultori d’arte solo perché sentono di avere un cuore colmo di bontà e benevolenza. Uno si ritiene un artista solo perché sente di non essere un tipaccio. Come se la precisa conoscenza della bassezza umana non fosse giusto la base per un’eccellente attività artistica.
Tutti gli errori costano cari, anche quelli originati dalle fonti più simpatiche e più pure, e non vi è luogo come il palcoscenico dove gli errori, sia quelli incantevoli sia quelli degni di abominio, vengono chiaramente a galla. Forse nel corso del tempo l’arte ha raggiunto un prestigio troppo alto e solido, dedicarsi ad essa non implica eccessivi rischi, probabilmente questa è la causa per cui ogni tre o quattro «persone carine» ce n’è una che vuol diventare artista. Bisognerebbe cercare di gettar discredito su questo campo, in modo che in futuro a scorrazzarvi sopra siano solo le canaglie o gli eroi.
Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, p. 47.
[Oggi è la festa della donna, e non posso esimermi dal fare un augurio a tutte. Un augurio sincero, perché la mia devozione verso le donne è provata. Lo dicevo anche in un commento che posterò fra qualche giorno: La mia posizione personale … in merito alla questione è quella di sottostare a queste “pretese” delle donne. Cioè di sacrificarmi io per primo, salvo poi soffrire se non vedo dall’altra parte una uguale propensione al “sacrificio”, inteso come rinuncia a una piccola parte di sé.
Detto questo, oggi faccio il mio omaggio alle donne – ironico, naturalmente – riportando un brano tratto da un libro letto di recente.]
Dopo la madre, la presenza più invasiva nella vita di Arthur fu una querula cucitrice di nome Caroline Marquet. Pochi resoconti biografici di Schopenhauer evitano di menzionare il loro incontro in un mezzogiorno del 1823, che ebbe luogo su di una scala male illuminata, a Berlino, davanti all’appartamento di Arthur, quando lui aveva trentacinque anni e Caroline quarantacinque.
Quel giorno Caroline Marquet, che viveva nell’appartamento adiacente, aveva in visita tre amiche. Irritato dal rumoroso chiacchiericcio, Arthur spalancò la propria porta, accusò le donne di violare la sua intimità, visto che l’anticamera dove stavano chiacchierando faceva tecnicamente parte del suo appartamento e con durezza intimò loro di andarsene. Quando Caroline rifiutò, Arthur la costrinse fisicamente, scalciando e gridando, ad abbandonare l’anticamera e scendere giù per le scale. Quando lei, con impertinenza, risalì le scale con aria di sfida, lui la respinse di nuovo, questa volta con maggior energia.
Caroline lo citò in giudizio, affermando di esser stata spinta giù per le scale e di aver subito un danno fisico notevole che aveva avuto come conseguenze dei tremori e una parziale paralisi. Arthur aveva una gran paura di subire un processo: sapeva che era molto improbabile che riuscisse mai a cavare dei soldi dai suoi interessi di studioso e aveva sempre difeso accanitamente il capitale ereditato dal padre. Quando i suoi soldi furono in pericolo, egli divenne, secondo le parole del suo editore, «un cane alla catena».
Convinto che Caroline Marquet fosse un’opportunista poco di buono, si batté contro la citazione in giudizio con tutte le sue forze, appigliandosi a ogni possibile cavillo legale. Gli accaniti procedimenti processuali si protrassero per i sei anni successivi fino a che il tribunale non si pronunciò a suo sfavore e lo condannò a pagare a Caroline Marquet sessanta talleri l’anno per tutto il perdurare del suo danno fisico. (In quegli anni una serva o una cuoca sarebbero state pagate venti talleri l’anno più vitto e alloggio.) La previsione di Arthur che lei sarebbe stata sufficientemente scaltra da tremolare fino a quando i soldi avessero continuato a scivolarle in tasca si rivelò esatta; continuò a pagare per il suo sostentamento fino a quando la donna non morì, ventisei anni più tardi. Quando gli fu recapitata una copia dell’atto di morte, ci scarabocchiò sopra: «Obit anus, abit onus» (la vecchia muore, il fardello è sollevato).
E le altre donne della vita di Arthur? Arthur non si sposò mai ma fu tutt’altro che casto: per la prima metà della sua vita fu anzi molto attivo sessualmente, forse persino ossessionato dal sesso. Quando Anthime, l’amico d’infanzia di Le Havre, lo andò a trovare ad Amburgo durante il periodo di apprendistato di Arthur, i due giovanotti trascorsero le loro serate alla ricerca di avventure amorose, sempre con donne degli strato sociali più bassi: servette, attrici, ballerine di fila. Se non avevano successo nelle loro ricerche, mettevano fine alla loro serata consolandosi tra le braccia di una «prostituta industriosa».
[…]
A trentatré anni Arthur iniziò una relazione intermittente della durata di dieci anni con una giovane ballerina di fila berlinese di nome Caroline Richter detta Medon, che spesso portava avanti contemporaneamente delle storie con uomini diversi. Arthur non aveva nulla da obiettare a questa soluzione e diceva: «Per una donna doversi limitare a un uomo nel breve tempo della propria giovinezza è una situazione innaturale. Essa è costretta a serbare per uno ciò che quell’uno non arriva a utilizzare e che molti altri desidererebbero da lei». Allo stesso modo si opponeva alla monogamia per l’uomo: «L’uomo ha dapprima troppo, e poi troppo poco […] gli uomini sono per una metà della vita puttanieri, per l’altra becchi».
Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer (trad. di Serena Prina), Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, pp. 222-223.
(Contrariamente alle apparenze, questo libro non è una biografia di Schopenhauer, ma un bel romanzo ambientato a San Francisco nei nostri giorni, che ha come protagonista uno psichiatra.)
Un talento deve essere fluido, non polveroso, liscio, non accidentato, ma non può fluire in modo troppo liscio, dev’essere profondo e di un certo peso, ma non può essere troppo profondo, e tanto meno pesante. Deve avere una certa ampiezza e una certa calma, vale a dire dev’essere caldo, deve sapersi spingere fino all’incandescenza, ma non può essere mai focoso, mai grossolano, mai goffo. Deve essere freddo, ma deve sempre lascia intuire il calore, non può mai essere puntuto e sottile, bensì raffinato, e comunque non in maniera esclusiva. Non deve avere modi preziosi, perché la preziosità è ritenuta in genere qualcosa di meramente esteriore, ma deve essere attento e accurato, e allora di per sé sarà di pregio. Non deve mai oscillare di qua e di là, a meno che non se lo imponga per fingersi ubriaco, dev’essere solido, ma evitare la durezza, dev’essere ardente. Dev’essere gioioso e zelante e modesto; nella protervia non è più se stesso, ma qualcosa di diverso e di estraneo, si sfalda, si frantuma e crolla. Se non lavora ogni momento su di sé, con piacere e con la massima fiducia, è un presuntuoso e non vale praticamente nulla.
Deve essere veloce, ma non può mai andare al galoppo, non può fare salti, altrimenti si schianta interiormente. Se però si trascina, è malato e allora a poco a poco muore. Dev’essere coraggioso; essere coraggioso equivale per lui a non essere mai pigro, ma Dio lo protegga dall’impudenza, che è cieca e fa scendere in abissi da cui non vi sono più strade per risalire alla luce. Dev’essere severo con se stesso, mai brusco verso la persona altrui, la persona altrui ha sempre meritato benevolenza ogni volta che la propria ha tenuto gli occhi aperti. Deve essere umile, e sempre lo sarà se sarà sempre consapevole di quel che è. Può anche non esser consapevole, ma questo non può volerlo, è una cosa che porta all’istupidimento; la stupidità, però, abita a due passi dalla perfidia. Dev’essere prudente e parsimonioso, perché possa aver qualcosa da dare al momento di spendere, ma si guardi bene dalla smania di possesso e dalla spilorceria, qualità che si addicono all’usuraio, mentre il talento è destinato dagli dèi ad amare, a dare, a sentirsi partecipe dei sentimenti altrui. Deve essere orgoglioso e sapere che «orgoglioso» è il contrario di altezzoso. Deve essere audace per avere in ogni momento il piacere di respingere offerte umilianti. Deve amare il pericolo, deve soffrire, non può mai rifiutarsi di soffrire, altrimenti si appiattisce e allora soffre davvero.
Robert Walser, Storie che danno da pensare (trad. di Eugenio Bernardi), Adelphi, Milano 2007, pp. 32-33.
Torno a parlare de La grande sera di Giuseppe Pontiggia – un libro che mi ha fatto leggere Flalia – perché sento l’esigenza di riportare un passo della postfazione di Daniela Marcheschi: un piccolo saggio acuto e illuminante, che mi ha risvegliato un’intensa partecipazione.
È da un po’ che i miei nodi irrisolti cominciano a prendere forma, e leggere buona letteratura può aiutare a focalizzare e a comprendere. «Cogliere e abitare davvero la vita», questo è ciò che ho sempre vagheggiato di poter fare, costantemente frustrato dagli ostacoli sordi ed elastici del vivere quotidiano; i miei sforzi «di intimo slancio, di volontà gioiosa», la mia «sollecitudine degli affetti» erano annullati dal vuoto creato da quell'ingannevole «apparenza dell’operosità e del movimento incessante», che ci condiziona, ci snatura, ci acceca, rendendoci asserviti all’Apparato che ci macina.
Prendere coscienza che, nonostante tutto, una possibilità di salvezza esiste mi ha come risvegliato, mi ha spinto a guardare «quel deserto esistenziale» e a tentare di riempirlo «con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto».

Ecco così che una specie tutta italiana di “anime morte” gogoliane, smascherate tramite una galleria di biografie interiori (dove non a caso, a farne risaltare l’esemplarità, compare spesso il modo infinito dei verbi), sono i personaggi che affollano una società industriale e urbana per lo più inerte, sotto l’apparenza dell’operosità e del movimento incessante: dunque frivola, frustrata e impotente sul piano spirituale, incapace com’è di cogliere e abitare davvero la vita, la sua realtà autentica di pena, di sconfitta e di perdita, ma anche di intimo slancio, di volontà gioiosa. Oppure, quando anche sia lucidamente senza illusioni – come il finanziere Terragni o l’investigatore Borghi, per esempio –, troppo cinica e inaridita per alimentare la sollecitudine degli affetti, intesi nel senso più lato del termine, quel filo sempre esile che lega ciascuno di noi al vivere comune. […]
Quello della Grande sera è un mondo di falliti (ma non solo) che confondono l’adesione al nocciolo più profondo dell’esistenza con la passività, con la stanca rassegnazione alla morte della mente e dello spirito – quella di Mario, fratello dello scomparso –, o con forme di vitalismo estetizzante e falso, adeguate al nostro tempo grazie ai meccanismi pubblicitari: come invece, per esempio, fa il manager, e mentitore per vocazione, Campisi. Davanti al lettore, in breve, si susseguono esseri spenti che non sopportano o non comprendono come vivere sia spesso veder fallire molte delle proprie attese. Eppure, fra essi ci sono alcuni personaggi femminili (la moglie e le amanti dell’uomo sparito) e il giovane Andrea (suo nipote) che si dimostrano autenticamente vivi e umani, pur fra sbandamenti e incertezze: perché capaci, come già abbiamo accennato, di affermare la propria dignità, sia accettando il dolore e la deprivazione fisica ed emotiva, sia guardando quel deserto esistenziale e riempiendolo con una rinnovata e libera coscienza di sé e con uno slancio affettivo ancora più saldo e compiuto. Come dire: se la meta è comunque una sconfitta, che l’essere umano non inizi almeno il suo viaggio già battuto. È questo un motivo caro da sempre a Pontiggia, nei cui romanzi – dall’Arte della fuga in poi – la donna, pur nell’universale soccombere al destino, ha talvolta la forza di radicarsi nella vita con maggior coraggio e minore ipocrisia dell’uomo: non una piaggeria alla moda, ma la capacità di percepire un dato sociale e culturale che contrassegna il mondo di oggi.
Dalla postfazione a: Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, Milano, edizione riveduta 1995.
(sopra: René Magritte, Amanti)
Il post precedente, in particolare il commento che feci a Casalinga precaria a proposito delle “nerd-avvocatesse”, mi ha invogliato a proporvi questo passo del romanzo La grande sera di Giuseppe Pontiggia (vincitore del Premio Strega 1989): una «satira lucida e amara di una società fatta di pieni illusori e di vuoti reali», che sto leggendo con piacere e (ahimé) dolorose prese di coscienza.
Uno dei corsi che Terragni, attraverso la sua società di formazione, proponeva alle aziende di cui era consulente, concerneva l’uso razionale del tempo. Lo teneva una psicologa che aveva avvicinato anni prima a un congresso di operatori economici, dopo averne ascoltato l’intervento, debitamente conciso, su “Tempo e organizzazione”.
Era una giovane di una bellezza innegabile, ma scostante, anche perché si intuiva che la prima a considerarla tale era lei. Ansiosa di imporre le proprie capacità professionali, temeva fossero posposte alla avvenenza, da lei stessa sopravvalutata. Non sono rare le donne che, anziché esercitare il proprio fascino, lo subiscono, fino a esserne imbarazzate; e si sentono circondate da un desiderio che talvolta sono solo loro a provare. Con gli anni il peggioramento fatale dell’aspetto fisico coincide con il miglioramento dei rapporti umani, quasi si fossero liberate da quello che, invece di un privilegio, consideravano un peso. Anche se proprio allora lo scoprono come un privilegio e cercano con ansia tardiva, e ormai inutile, di riacquistarlo.
Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, Milano, edizione riveduta 1995.