OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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mercoledì, 26 marzo 2008
Oblomoviana VII

[Dopo aver letto questo brano, ho pensato che Oblomov sono io. Ma poi mi è saltata agli occhi un’enorme differenza che ci oppone. Lui, poiché odia le incombenze e gli imprevisti quotidiani, li rifugge e li guarda a distanza angosciato, senza mai decidersi ad affrontarli, rimandando indefinitamente l’azione; io, invece, poiché odio le incombenze e gli imprevisti quotidiani esattamente come lui (anche la mia massima aspirazione è una vita tranquilla senza pensieri), li affronto subito, senza dar loro il tempo di ispessirsi, li stronco per eliminarli, e a volte opero addirittura preventivamente, per evitare che si ripresentino. Ma in questo modo ho sempre qualcosa da fare, dannazione.]
 
oblomov 9 
Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!... Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?»
«Il mondo e la società devono pure occuparsi di qualcosa», disse Stolz, «ognuno ha i suoi interessi. È la vita...»
«Il mondo, la società! Forse tu, Andrej, mi porti in questo mondo, in questa società proprio per farmi passare la voglia di frequentarli. La vita: bella vita! Cosa c’è da cercare lì? Interessi dello spirito o del cuore? Guarda dunque dov’è il centro intorno al quale si muove tutto questo: non c’è un centro, non c’è niente di profondo, niente che arrivi al cuore. Sono tutti quanti dei cadaveri, degli addormentati peggio di me questi membri della società e del mondo! Che cosa li guida nella vita? Certo, non se ne stanno sdraiati, tutto il giorno si affannano ad andare avanti e indietro come mosche, e a che pro? Entri in un salone e non ti stanchi mai di ammirare la simmetria con cui sono disposti gli ospiti, il tranquillo, pensoso atteggiamento con cui essi... giocano a carte. Un grande scopo della vita, non c’è che dire! Eccellente esempio per una mente che ha bisogno di esercizio! E questi non sarebbero cadaveri? Forse non dormono per tutta la vita seduti? Perché io sarei più colpevole di loro, se me ne sto sdraiato a casa mia e non mi rompo la testa con fanti, re e regine?»
«Roba vecchia, questa, di cui si è già parlato un migliaio di volte», osservò Stolz. «Hai niente di più nuovo?»
«E la nostra migliore gioventù, che cosa fa? Non dorme forse mentre balla, cammina, si fa scarrozzare per la Prospettiva Nesvkij? Un vuoto, continuo susseguirsi di giorni! E guarda con quanta superbia e degnazione, con che aria sdegnosa i giovani guardano chi non è vestito come loro, chi non porta i loro nomi e i loro titoli. E s’illudono, disgraziati, di essere al di sopra della folla. “Noi occupiamo cariche che nessuno, all’infuori di noi, può occupare; sediamo nella prima fila di poltrone; noi andiamo al ballo del principe N. dove siamo ammessi solo noi...”. Ma quando si riuniscono fra loro, si ubriacano e si azzuffano come selvaggi! E questi sarebbero gli uomini vivi, la gente che non dorme? E non è solo la gioventù: guarda gli uomini anziani. Si riuniscono, si scambiano inviti a pranzo, senza cordialità, senza bontà, senza reciproca simpatia! Si riuniscono a tavola, danno una serata, come andassero in ufficio, senza allegria, freddamente, per vantarsi del cuoco, del salone, per poi tagliare i panni addosso agli altri e farsi reciprocamente lo sgambetto. L’altro ieri a pranzo, non sapevo dove guardare e sarei andato a nascondermi sotto la tavola quando hanno cominciato a fare a brandelli la reputazione degli assenti: “Questo è uno stupido, quello è un vigliacco, un altro è un ladro, un altro ancora è un buffone”... una vera caccia a cavallo! E mentre parlano, si scambiano occhiate significative: “se solo esci dalla porta, ce ne sarà anche per te!...” Perché si riuniscono insieme, se son così? Perché si stringono la mano con tanto vigore? Mai una risata sincera, mai un barlume di simpatia! Si affannano per avere in casa il pezzo grosso, il nome famoso. “Da me c’è stato Tizio, sono andato da Caio”, si vantano poi... Ma che razza di vita è questa? Io non voglio saperne. Che cosa mi può insegnare? Che cosa ne ricavo?»
«Sai una cosa, Il’ja?», disse Stolz. «Il tuo modo di ragionare è antiquato: quello che hai detto si trova tutto nei libri di una volta. In fin dei conti, ti fa bene: almeno ragioni, non dormi. E poi, che altro c'è? Continua.»
«Perché continuare? Facci caso: qui nessuno ha il viso fresco e sano.»
«È colpa del clima», lo interruppe Stolz. «Anche il tuo viso è sciupato, e tu non corri, te ne stai sempre sdraiato.»
«Nessuno ha lo sguardo limpido, sereno», proseguì Oblomov, «tutti si trasmettono l’un l’altro preoccupazioni, angosce, pene, tutti sono alla morbosa ricerca di qualcosa. Se almeno cercassero la verità, il bene per sé e per gli altri... no, il successo di un amico li fa impallidire. Uno ha un’altra idea fissa: domani deve passare in un ufficio pubblico, dove si trascina una pratica da cinque anni; la parte avversa continua a spuntarla, e lui per cinque anni si porta quel chiodo nella testa, con un solo desiderio: dare lo sgambetto all’altro e sulla sua caduta costruire l’edificio della propria fortuna. Fare anticamera sospirando per cinque anni: questo sarebbe il suo ideale, lo scopo della sua vita! Un altro si tormenta perché è condannato ad andare ogni giorno in ufficio e a starci fino alle cinque; ma un altro ancora sospira con tristezza perché lui non ha questa fortuna...»
«Sei un filosofo, Il’ja. Tutti si danno da fare per qualcosa, solo a te non occorre mai niente!»
«Per esempio, quel signore giallognolo con gli occhiali», continuò Oblomov, «mi si è messo alle costole per sapere se avevo letto il discorso di un certo deputato; e mi ha guardato con tanto d’occhi quando gli ho detto che non leggo i giornali. E si è messo a parlare di Luigi Filippo come se fosse suo padre. Poi mi ha attaccato un altro bottone per sapere qual era, secondo me, il motivo della partenza da Roma dell'ambasciatore francese. Com’è possibile condannarsi per tutta la vita a imbottirsi ogni giorno delle notizie dal mondo intero, e a gridare per tutta la settimana fino a perdere il fiato? Oggi Mehmet-Alì ha mandato una nave a Costantinopoli, e lui si lambicca il cervello: perché? Domani il Don Carlos fa fiasco, e lui di nuovo tutto agitato. Là scavano un canale, qua mandano un distaccamento in Oriente; santi numi, è scoppiato l’incendio! E tutto sconvolto, si mette a correre e a gridare, come se i soldati marciassero contro di lui. Ponderano, chiacchierano a vanvera, ma in fondo si annoiano, tutto ciò non li interessa; sotto quelle grida si sente un sonno eterno! Tutto ciò è loro estraneo, come se andassero in giro col cappello di un altro. Poiché non hanno niente da fare per conto proprio, si buttano di qua e di là, senza una direzione precisa. Sotto questo voler abbracciare il tutto c’è il vuoto, la mancanza di simpatia per tutto! Quanto a scegliere un modesto sentiero di lavoro, e seguirlo, scavare un solco profondo... è una cosa noiosa, insignificante; qui non serve a nulla atteggiarsi a sapientoni, e non c’è nessuno a cui buttare polvere negli occhi.»
 
Ivan Gončarov, Oblomov, II - 4
 
(immagine tratta da: http://www.bulandra.ro/ro/spectacole/oblomov.htm)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (8)
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giovedì, 28 febbraio 2008
Oblomoviana VI

oblomov 6 
Stolz era coetaneo di Oblomov: aveva anch’egli passati i trent’anni. Era stato pubblico funzionario, poi aveva dato le dimissioni, s’era occupato dei propri affari ed era riuscito ad avere casa e denaro. Ora faceva parte di una compagnia di esportazioni. Era in continuo movimento: se la compagnia doveva mandare un agente in Belgio o Inghilterra, mandava lui; se c’era da buttar giù un progetto o una nuova idea da mettere in atto, sceglievano lui. Oltre a questo, faceva vita di società e leggeva: come trovasse il tempo, Dio lo sa.
È tutto ossa, muscoli e nervi come un purosangue inglese. Il viso è scarno, si può dire che non abbia guance ma solo ossa e muscoli, senza traccia di rotondità adipose: il viso ha un colorito uniforme, un po’ abbronzato, senza la minima traccia di rosso; gli occhi sono un po’ verdastri ma espressivi.
Non fa mai un movimento di troppo. Se si mette seduto, siede tranquillo; se fa qualcosa, i suoi gesti si limitano al minimo indispensabile. Come nel suo organismo non c’è niente di superfluo, così nell’esercizio delle sue facoltà morali egli cerca un equilibrio fra il lato pratico e le sottili esigenze dello spirito. L’uno e le altre camminano paralleli, talvolta s’incrociano e s’intrecciano lungo il cammino, ma non formano mai nodi ingarbugliati e inestricabili.
Egli va avanti con fermezza e tenacia; vive basandosi sul bilancio che si è prefisso, cercando di spendere ogni giornata, come ogni rublo con un controllo vigile e incessante del tempo, della fatica, della forza dell’animo e del cuore. Sembra quasi che regoli anche i dolori e le gioie come fa con i movimenti delle braccia, con i passi, o come si adatta al buono o cattivo tempo. Tiene aperto l’ombrello finché piove, cioè soffre finché dura la tristezza, e soffre senza pavida rassegnazione, ma con dispetto, con orgoglio; e sopporta con pazienza solo perché attribuisce a se stesso la causa di ogni sofferenza e non l’attacca, come un pastrano, al chiodo altrui.
Anche della gioia gode come di un fiore colto lungo la strada, fino a che non gli appassisce fra le mani, senza bere mai la tazza fino a quell’ultima goccia d’amaro che è in fondo a ogni piacere.
Una visione della vita semplice, ossia retta e autentica: questo è il suo problema costante e, cercando per gradi di arrivare alla sua soluzione, ne comprende tutte le difficoltà e nel suo intimo è orgoglioso e felice ogni volta che incontra sulla sua strada un tratto tortuoso che riesce a superare con passo diritto.
«È difficile e complicato vivere in maniera semplice!», suole ripetersi, e con rapido sguardo cerca la curva, la tortuosità, il punto in cui il filo della vita comincia ad avvolgersi in nodi irregolari e confusi.      Soprattutto egli teme l’immaginazione, questa compagna dai due volti, uno amichevole e l’altro ostile; amica quando meno credi in lei, nemica se ti abbandoni fiducioso al suo dolce sussurro. Tutti i sogni gli fanno paura, e se entra nel dominio del sogno, lo fa come chi entra in una grotta su cui è scritto ma solitude, mon hermitage, mon repos, sapendo l’ora e il minuto in cui ne uscirà. Nella sua anima non c’è posto per fantasie, enigmi, misteri. Ciò che sfugge all’analisi dell’esperienza, alla verità pratica, è ai suoi occhi un’illusione ottica, una rifrazione di raggi e di colori sulla retina, oppure, infine, un fatto che attende ancora di essere sperimentato.
Non c'è in lui neppure quel tanto di dilettantismo, che ama avventurarsi nel regno del portentoso e atteggiarsi a Don Chisciotte nel campo delle congetture e delle scoperte con mille anni di anticipo; si ferma ostinatamente sulla soglia del mistero, senza manifestare né la credulità del bambino né il dubbio dello scettico da salotto, ma aspetta la legge che gli fornirà la chiave per aprire la porta.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, II - 2
 
(immagine tratta da: http://www.bulandra.ro/ro/spectacole/oblomov.htm)

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mercoledì, 13 febbraio 2008
Oblomoviana V

(Ah, non sono più i tempi in cui si mandavano i figli per il mondo...)
 Oblomov 10
Il padre di Andrjuša era agronomo, tecnologo, insegnante. Dal padre, fattore, aveva preso lezioni pratiche di agronomia; nelle fabbriche sassoni aveva imparato la tecnologia e nella vicina università, dove c’erano circa quaranta professori, gli era venuta la vocazione d’insegnare ciò che alla meglio i quaranta saggi avevano potuto fargli apprendere. Più in là non era andato e, cocciutamente, se n’era tornato indietro dopo aver deciso che doveva far qualcosa, e si era rivolto al padre. Questi gli aveva dato cento talleri, una sacca nuova e l’aveva lasciato andare per il mondo. Da allora, Ivàn Bogdànovič non aveva più rivisto né la patria né il padre. Sei anni aveva vagabondato per la Svizzera e l’Austria; da vent’anni viveva in Russia e benediceva la sua sorte.
Siccome era stato all’università, aveva deciso che anche suo figlio dovesse andarci: pazienza se non si trattava di un’università tedesca e se l'università russa avrebbe prodotto nella vita del figlio un rivolgimento allontanandolo da quel solco che mentalmente aveva tracciato nella sua vita. Egli aveva fatto tutto ciò molto semplicemente: s’era messo nel solco segnato dal nonno, l’aveva prolungato come per mezzo di un regolo fino al suo futuro nipote, ed era tranquillo, non sospettando che le variazioni di Herz, le fantasticherie e i racconti della madre, la galleria e il boudoir del castello principesco avrebbero trasformato lo stretto solco tedesco in una strada così larga quale suo nonno, suo padre e lui stesso non avrebbero mai sognato. Del resto, in questo caso egli non fu pedante e non stette a insistere nella sua idea: solo non avrebbe saputo immaginare per il figlio una via diversa.
Non se ne preoccupò troppo. Quando il figlio tornò dall’università e passò tre mesi a casa, il padre gli disse che a Verchlëvo non aveva più nulla da fare, che anche gli Oblomov avevano mandato il figlio a Pietroburgo e che, di conseguenza, ora toccava a lui. Ma perché egli dovesse andare a Pietroburgo, perché non potesse restare a Verchlëvo ad aiutarlo nell’amministrazione dell’azienda... questo il vecchio non se lo domandò neppure: ricordava solo che, quando lui aveva finito gli studi, il padre lo aveva mandato per il mondo. E fece lo stesso col figlio: così si usava in Germania. La madre era già morta, e quindi non c’era nessuno che potesse opporsi.
Il giorno della partenza, Ivan Bogdanovič gli diede cento rubli di carta. «Andrai a cavallo fino al capoluogo del governatorato», disse. «Là Kalinnikov ti darà trecentocinquanta rubli e tu gli lascerai il cavallo. Se lui non ci fosse, vendi il cavallo: fra poco ci sarà la fiera, e potrai ricavarne quattrocento rubli, anche se l’acquirente non è un amatore. Il viaggio fino a Mosca ti costerà una quarantina di rubli: di là a Pietroburgo, settantacinque; ti rimane abbastanza. Poi fa’ come vuoi. Ti sei occupato di qualche affare con me, e quindi sai che ho un certo capitale, ma non ci contare prima della mia morte; e io, probabilmente, camperò ancora una ventina d’anni, se non mi casca una pietra in testa. La lampada arde bene e dentro c’è molto olio. Hai avuto una buona istruzione: tutte le carriere ti sono aperte; puoi prendere un impiego, darti al commercio o fare il letterato, che so... quello che vuoi, quello a cui ti senti più portato...»
«Vedrò se non mi riesce di fare tutto insieme», disse Andrej.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, II - 1

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mercoledì, 23 gennaio 2008
Oblomoviana IV

 
Ogni tanto Il’jà Ivànovič prendeva anche in mano un libro, non importava quale. Egli non vedeva certo nella lettura un bisogno essenziale, ma la considerava come un lusso, come una di quelle cose di cui si può benissimo fare a meno; proprio come si può avere un quadro appeso a un muro ma si può anche non averlo, come si può andare a passeggio, ma si può anche non andare; per questo gli era del tutto indifferente quale fosse il libro, lo guardava come una cosa destinata a distrarre dalla noia e dall’ozio.
«È un pezzo che non leggo un libro», dice, oppure, cambiando la frase: «Be’, leggerò un libro», dice, o semplicemente gli cadono gli occhi sui pochi libri lasciatigli dal fratello e ne prende uno a caso, senza scegliere. Sia esso Golikov, il Nuovissimo libro dei sogni, la Rossjada di Cheraskov o le tragedie di Sumarokov o, infine, un giornale di tre anni prima, egli legge tutto con uguale piacere commentando di quando in quando:
«Ma guarda un po’ che va a pensare! Che brigante! Che il diavolo ti porti!».
Queste esclamazioni si riferivano all’autore: professione che ai suoi occhi non meritava alcun rispetto, dato che egli condivideva quel vago disprezzo che in passato si nutriva verso gli scrittori. Come molti altri del suo tempo, considerava l’autore un perdigiorno, uno sfaccendato, un ubriacone, un buffone, qualcosa di simile a un ballerino.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, I - 9
 
oblomov
 
Ah, quanto è attuale Oblomov! Questo brano fa proprio al caso mio.
Da qualche anno sto “vendendo” un po’ del mio tempo a un piccolo industriale calzaturiero che ha degli interessi da queste parti. Periodicamente pranzo nella sua villa con piscina, sulle colline di Civitanova: ha una bella famiglia, i figli lavorano con lui, e vengo trattato con grande familiarità. Naturalmente, in casa non ha nemmeno un libro, e ho ben pensato – sulla scorta di vecchie esperienze – di non fargli parola della mia passione e attività letteraria, e nemmeno di accennare al fatto che possiedo una biblioteca. Meglio tacere: avevo capito subito che non era aria.
Ebbene, qualche settimana fa, mentre deplorava non ricordo cosa (confesso che a volte i suoi discorsi mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro), a un tratto è scivolato sull'argomento “libri” e ha esclamato: «Per esempio, quelli che scrivono i libri, che cosa li scrivono a fare? Eh? Io non sopporto quando uno ha da dire una cosa che può spiegare in poche parole, e invece deve scriverci pagine e pagine… Ma che cazzo scrive? È questo che non sopporto. Sai che ti dico? A me, se qualcuno mi regala un libro glielo ridò subito indietro: no, grazie, gli dico, non mi serve proprio, grazie del pensiero, ma proprio non fa per me…»
A quel punto non ce l’ho fatta: son scoppiato a ridere, mentre lui mi guardava strano, e i gemelli seduti dietro (eravamo in macchina) partecipavano alla mia ilarità senza capire, e io continuavo a ridere dandogli pacche sulla spalla. Alla fine ho sbottato: «Luigi, mi dispiace, ma mo’ devo farti una bella confessione…», e ho vuotato il sacco.
Mi sono proprio divertito quel giorno, a osservare la sua espressione stordita, e quella divertita dei gemelli, mentre raccontavo senza pudore le mie malefatte. Alla fine non l’ha presa così male: in fondo è un vizio come un altro, c’è chi va a donne o si sputtana i soldi nelle bische, e tutto sommato i miei vizi sono più domestici e meno pericolosi.
A ogni modo, gli ho donato una copia di Mistero etrusco con dedica a tutta la famiglia, giusto per ricordo.

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sabato, 29 dicembre 2007
Oblomoviana III

Zachàr, il servitore di Oblomov, credo abbia i requisiti per essere un’icona. Granitico nella sua infingardaggine, col culo incollato alla stufa per tutto il tempo che può – considerato il clima della grande Russia – non può non ricordarci qualche persona conosciuta, o di cui si è sentito parlare.
Come abbiamo detto, anche secondo quanto scrisse l’autore a un Tolstoj più giovane di lui di sedici anni, a suo avviso la prima parte dell’Oblomov era «scadente». Ma il romanzo, uscito in quattro fascicoli fra gennaio e aprile 1859, ebbe un bel successo. Lo stesso Tolstoj scrisse al critico Aleksandr Družinin: «un successo non fortuito, chiassoso, ma sano», destinato a durare ben oltre «il pubblico dei nostri giorni»; Tolstoj lo considerava un’opera «come non se n’erano viste da molto, molto tempo».
 
oblomov 7 
Zachàr aveva passato i cinquant’anni. Non era più il diretto discendente di quei Caleb* russi, servi, cavalieri senza macchia e senza paura, che spingevano la loro devozione ai signori fino al sacrificio di se stessi, che si distinguevano per avere tutte le virtù e nessun vizio. Egli era un cavaliere con macchia e con paura. Apparteneva a due epoche, e tutte e due avevano impresso il loro marchio su di lui. Dall’una era passata a lui, in eredità, la sconfinata devozione alla casa Oblomov, e dall’altra, la più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi.
Appassionatamente devoto al suo signore, eran tuttavia rari i giorni in cui non lo ingannasse. Il servo dei tempi passati tratteneva il padrone dallo sciupio e dalla intemperanza, Zachàr invece amava egli stesso bere con gli amici a spese del padrone; il servo d’un tempo era casto come un eunuco, e quest’altro invece correva sempre da una certa comare di specie molto sospetta. Quello era più duro d’una cassaforte nel custodire il denaro del padrone, e Zachàr, sempre all’erta per guadagnare qualche copeco su qualunque spesa del padrone, immancabilmente s’impadroniva di ogni moneta che trovasse sulla tavola. E così, se Il’ja Il’ič si dimenticava di chiedere il resto a Zachàr, quello non gli tornava più di sicuro.
Somme maggiori egli non rubava, forse perché misurava i suoi bisogni a copeche, o perché temeva d’essere scoperto, in ogni modo non per eccesso di onestà. L’antico Caleb sarebbe piuttosto morto, come un bene avvezzo cane da caccia, accanto alle provvigioni affidate alla sua sorveglianza, anziché toccarle; questo invece era sempre pronto a mangiare e bere anche quello che non gli era affidato; quello si preoccupava solo che il padrone mangiasse di più ed era triste se il padrone non aveva appetito; questo invece era triste se il padrone mangiava tutto quello che c’era nel piatto.
Oltre a tutto, Zachàr era un pettegolo. In cucina, in bottega, negli incontri sulla soglia di casa, ogni giorno si lamentava che la sua non era una vita, che un padrone peggiore del suo non esisteva: capriccioso, avaro, furioso, ch’era impossibile contentarlo, insomma ch’era meglio morire che stare in casa sua.
 
* Caleb era un personaggio di Walter Scott, che diventò il tipo del servo fedele.
 
Ivan Gončarov, Oblomov, I - 7
 
(immagine tratta da: http://www.bulandra.ro/ro/spectacole/oblomov.htm )

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