OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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giovedì, 20 marzo 2008
L’eptalogo di Spinazzola

Prendo le mosse dall’intervento di Giuseppe Genna su Carmilla dello scorso 1° febbraio, intitolato Il catalogo non è questo: l’invisibile violenza, in cui si torna sull’argomento editoria, ovvero sulla diffusione libraria e le sue manifestazioni sempre più mostruose, segno di quell’ineluttabile deriva “barbarica” indotta dall’applicazione più spiccia e massiccia delle logiche mercantili.
Ci sarebbe molto da dire, ma per ora credo sia sufficiente riportare alcuni passi significativi dell’articolo:
 
leviatano… vorrei appuntare l’attenzione su un fatto grave che l’industria culturale sta sottacendo, praticando uno sterminio mnemonico in nome proprio di un’errata concezione del mercato: è la distruzione dei cataloghi, è lo sfoltimento dei tascabili. Qui è in gioco una battaglia politica che coincide con quella letteraria […].
Cosa sta succedendo? Che è arrivato, rombando, il gigantismo delle tirature e la richiesta di aumentare la liquidità, cioè il saldo, nelle maggiori case editrici. Si dichiarano vendite stratosferiche false – ma ora non basta più. Bisogna fare soldi, non basta più aumentare il giro di soldi e fare budget, è necessario invece che lo sviluppo sia convertibile all’istante in tassi di guadagno. Gli editori non lo dicono, piangono sulla sorte maledetta che sembra farli operare nelle ristrettezze mercantili del giro editoriale espresso dal Botswana (nazione che tra l’altro, in termini di PIL, ci ha scavalcato nella classifica mondiale).
Si tratta di una menzogna.
[…]
Si ignora, ovviamente, ogni investimento a lungo termine: gli editori non organizzano politiche culturali o di acculturazione, eventi pedagogici o militanza educativa, e si accontentano di fiere e festival allestiti da terzi che poi, con sapido gigantismo, vanno a occupare. Occupano con libri dalla tiratura obbrobriosa. È un fenomeno degli ultimi anni, mai riscontrato prima. Il bestseller, in cui peraltro bisogna includere fior di letteratura come dimostra Stephen King, diventa una sorta di superfetazione di ciò che già era prima: il gigante si fa titano incommensurabile. Le tirature si alzano in maniera imbarazzante. Vanno taciuti i bagni di sangue che questa politica editoriale folle ha comportato – guai a parlare di cifre. Spinti dal processo che posso definire di “mckinseyizzazione” del prodotto (poiché tale per l’editoria è il libro), si cerca a ogni anno uno sviluppo rispetto all’anno precedente. Si tenta di mungere più latte, sempre più latte, mentre non si dà abbastanza foraggio al bovino (l’editoria di massa considera i lettori di massa bovinidi).
Questa smisurata crescita spinge alla disperazione gli operatori culturali stessi. Se la Rowling non fa un altro Harry Potter, sono guai. Dove trovare uno che ti fa un milione di copie come Saviano? E Moccia regge? Si assiste a una scelleratissima campagna di rialzi delle tirature, con conseguente invasione delle librerie. Le quali, au coté Feltrinelli, sono ben liete di, e organizzate per, accogliere le pile dei titoli su cui le case editrici puntano per fare liquidità. In questa prospettiva, la centralizzazione degli ordini delle Librerie Feltrinelli ha dato la stura e non è andata a confliggere con una politica del rialzo. Si tratta semplicemente di essere presenti in libreria. Se quattro gruppi editoriali eiettano contemporaneamente titoli con tirature da due o trecentomila copie, a farne le spese sono i titoli che vengono tirati in cinquemila, anche in diecimila copie.
Ovviamente, questo teratomercato ha la sua brava componente di condizionamento collettivo – fenomeni che diventano macrofenomeni, grazie all’ubiquità dei nomi e dei titoli su cui, in una tragica roulette, si punta, a dispetto della media e piccola editoria, che viene scalzata.
Che fine fanno poi quei titoli da macrotiratura? Non si depositano. Vendono poco, a distanza di dieci anni. È qui che s’inizia la battaglia annunciata: quella della costruzione di un autore, della sua backlist e in generale del catalogo.
 
Eliminazione fisica
Ho collaborato, qualche tempo fa, con un grande editore, che dispone di un abnorme catalogo di titoli – quasi tutto lo scibile umanistico, che da lunga data forma generazioni e generazioni. Per mesi ho assistito al taglio di titoli che vendevano solo un centinaio di copie e un centinaio di copie non erano sufficienti a garantirne la vita. In quel caso, a decidere della sopravvivenza in catalogo di un titolo o di un autore (e parlo, che so?, di Lucrezio, Lucano, Senofonte: nomi così, da poco...) era non la direzione editoriale, ma i responsabili del marketing. Un’abominevole mancanza di sensibilità quanto al mercato.
Quando Pavese pubblicò La bella estate, nel 1949, vendette circa seicento copie. Passano sessant’anni e ancora La bella estate vende: quanto ha venduto in tutto questo frattempo? Uno sproposito, rispetto alle grandi tirature dell’oggi. E i titoli dell’oggi, quanto avranno venduto nei prossimi sessant’anni? L’accelerazione, che è una delle cifre della mckinseyizzazione dell’editoria (e della mckinseyizzazione in generale, con la sua idolatria dello sviluppo indiscriminato, di cui Corrado Passera è attualmente in Italia il più brillante portabandiera), non consente minimamente di pensare all’editoria in tempi lunghi. Non è dalla struttura editoriale o dall’industria culturale in genere che possiamo attenderci una virata, nonostante l’esempio sia sotto gli occhi di tutti: Repubblica esce con libri in allegato e Faulkner è acquistato da seicentomila persone. Faulkner, non Muccino.
L’eliminazione costante e progressiva dei titoli è un segnale d'allarme per chi crea opere nel presente. [...]

 
SpinazzolaEbbene, questo “allarme” di Giuseppe Genna mi ha fatto venire in mente il Prologo di una bella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net - Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo. In questo libro si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato Leggere e saper leggere, Vittorio Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette “regole auree” per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell'industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro.
Questa “Carta dei Diritti” è così chiara e condivisibile che la riporto di seguito, evidenziando in blu le parti più significative per l’argomento da cui siamo partiti.
 
1) Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.
 
2) In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.
 
3) Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.
 
4) Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.
 
5) Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.
 
6) Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.
 
7) Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.
 
da: Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Net (Il Saggiatore), Milano 2005.

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venerdì, 14 dicembre 2007
Due segnalazioni

letteratitudine1.
Domenica 9 dicembre, sul blog Letteratitudine è apparso un post di Antonella Cilento intitolato “Mi dispiace, non sono un personaggio”. Qui l’autrice stigmatizza l’orribile deriva a cui la nostra produzione editoriale sembra essersi abbandonata; e, prendendo le mosse da questo argomento “forte”, passa a tracciare un ricordo della scrittrice Anna Banti, ingiustamente dimenticata.
Questa la prima parte, caustica e incisiva, del suo intervento:
 
Ormai per essere pubblicati bisogna passare un casting. Sei interessante? Sai parlare in pubblico? Sei un attore/attrice? Sei strano/a? Trasgredisci, porti le giarrettiere, sei sexy? Hai la faccia giusta, incuriosisci, puoi andare in tv, hai i denti a posto? Manca poco al Grande Fratello degli scrittori, in questo spaventoso vuoto pneumatico della progettualità editoriale. Da tempo non si leggono i libri ma si guardano le facce degli scrittori, li si chiama, nelle riunioni editoriali o nelle cene fra addetti, per cognome: ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Siamo figurine dei calciatori. E poiché non tutti vendiamo le cifre che agli editori fanno comodo, siamo spesso calciatori di serie B. Quello non lo voglio perché c’ha troppa storia (cioè ha segnato poco, un’intera stagione in panchina), quella la tengo come fiore all’occhiello anche se mi va sempre in fuori gioco. Ovviamente nell’editoria (italiana) non ci sono in gioco le cifre del calcio, ma hai voglia a star lì a scrivere davvero, a lavorare tutti i giorni, a non fare la velina della letteratura: hai perso. C’è una schiera di bellocci, furbastri e manovratori che ti passa avanti.
Li avrei voluti vedere i nostri tecnici dell’editoria risolvere il problema fino a qualche decennio fa, o magari cento anni fa: dove lo mandavano Giovanni Verga? Dalla De Filippi? E anche Pavese dalla Dandini non avrebbe funzionato granché. Ma oggi, in fondo, che importa? Viviamo in un paese in cui per la stragrande maggioranza delle persone la letteratura italiana del Novecento manco esiste, figuriamoci quella di altre epoche. Siamo precisi: non esiste per quasi nessuno la letteratura in generale. E non come negli anni Sessanta quando il romanzo impegnato lo leggeva una fascia elitaria ma una fascia più ampia leggeva il romanzo popolare e poi la maggioranza doveva essere ancora alfabetizzata. No, adesso il romanzo impegnato è scomparso, scrivere bene è un disvalore, il romanzo popolare lo fa la televisione e il grande romanzo, se siamo fortunati, ce lo riduce il cinema. Serve una fiction per tornare a leggere Tolstoj, magari il film di Faenza per ributtare un’occhiata al dimenticato De Roberto e nei prossimi mesi, chissà (mica è detto) il film di Martone per riparlare di Noi credevamo di Anna Banti.
 
A questo intervento è seguita una serie di commenti che ha dato luogo a un vero e proprio dibattito, in cui si è levata anche qualche voce dissenziente. Soprattutto quella di Mario, “addetto ai lavori” che così esordisce:
 
Ma dove sarebbero, e chi (facciamo dei nomi, prego, ché sennò è un po’ facile) questi autori belli e sexy? Saviano? O Genna? Paola Mastrocola o Loredana Lipperini (per dire di due che ho visto ultimamente in televisione)? Intervento facile facile, con una polemica spuntata, banale e retorica…e l’affermazione sul cocopro a cui si deve insegnare la “lingua italiana”? Mah. E il paragone con il calcio? Che c’entra? Per fortuna che tu stessa scendi a più miti consigli e ti accorgi che proprio non regge. C’è un sacco di gente che lavora nell’editoria con passione e competenza, che lo fa non per soldi o per la fama (ci sono campi dove una persona intelligente potrebbe farne di più) ma perché ama quello che fa. Ma, ovviamente, è più facile dipingere tutta l’editoria italiana come un grande inciucio, sicuri di ricevere il plauso generalizzato (ché, ormai, attaccare gli editori è uno sport nazionale). E poi questo riferimento alla narrativa italiana del Novecento, dando per scontato che ci sia stato un imbarbarimento…peccato che, ai tempi, si leggesse Liala e Luca Goldoni, Castellaneta e Cronin e non Anna Banti e La Capria (andate a vedere la libreria dei vostri genitori).
 
Salvo Zappulla, invece, nel suo commento rincara la dose:
 
Le vetrine delle librerie mi attraggono irresistibilmente, mi ammaliano, mi ipnotizzano come un bambino dinanzi alle luci del Luna Park. Dalle copertine dei libri volti ammiccanti di soavi fanciulle incipriate invitano ad entrare. Ci sono tutte: la Parietti, la Guzzanti, la Littizzetto. Volti? Fanciulle? Ridestarsi dall’estasi porta a sconcertanti riflessioni. Cosa sono diventate le librerie, un’appendice del varietà? Il museo delle cere? (o del cerone). Il trionfo dell’immagine? L’apoteosi del silicone? Facce da video, politici, soubrette, fotomodelle. La grafomania impera.
[…]
Nonostante la crisi, funzionano a pieno regime gli ingranaggi dell’industria cartacea. Qualsiasi titolo che serva a fare cassetta è ben accetto: raccolta di barzellette, aforismi, memorie a luci rosse di pornodive, romanzi da spiaggia, da fiume, da lago di montagna. Tutti seguono il messaggio mediatico e corrono in libreria. Regna il caos. Qualsiasi personaggio noto si sente autorizzato a pubblicare. Quante opere mediocri sono state fatte passare per autentici capolavori letterari. Eppure si fa finta di non sapere, si ignora volutamente per non intralciare certi ingranaggi della grande industria del nord. Si attribuiscono premi e onorificenze una volta all’uno, una volta all’altro, ma sempre tra gli stessi. Guai a uscire fuori dal seminato. Si scambiano i favori, le recensioni nei giornali, le prefazioni. La gente compra i libri propinati e imposti dai grandi mezzi di comunicazione come tutti gli altri prodotti di consumo, i biscotti o i detersivi. Da qualche tempo un altro esercito avanza inesorabilmente: sono i figli del computer, hanno vent’anni, scrivono semplice, usano pochissima punteggiatura o addirittura ne fanno a meno. La grammatica è un opitional. Sono trasgressivi e spregiudicati, passano con la stessa disinvoltura dal biberon alle redazioni delle più importanti case editrici: i cannibali, l’ultima generazione di scrittori italiani. I loro romanzi sono cherosene per l’adrenalina di quanti, uscendo dalla discoteca il sabato sera, vanno a schiantarsi a duecento all’ora. Gli editori li accolgono a braccia aperte. Il pubblico anche. Fanno moda le nuove leve del momento e tanti altri ancora si apprestano a invadere il mercato librario. Hanno inventato un nuovo modo di comunicare, sono una categoria compatta e omogenea, il loro linguaggio si potrebbe definire iperrealistico o post-moderno. Si ha la sensazione di assistere a una clonazione genetica, al trionfo del conformismo linguistico. Dicono che vogliono sperimentare un nuovo stile di scrittura. Parlano di nuovi generi letterari. Come se avessero inventato chissà cosa. Voltaire diceva che tutti i generi letterari vanno bene, tranne quelli noiosi. La verità è che c’è crisi di idee, ci sono pochi narratori capaci di inventarsi belle storie. Anche i nostri grandi intellettuali mascherano l’appiattimento della loro fantasia facendo sfoggio di iperletterarietà; i loro romanzi sono pura esibizione di bella scrittura, ma di una noia mortale. Forse che Calvino o Buzzati avevano bisogno di tali artifici per avvincere i loro lettori? No. Scrivevano semplice, scrivevano per la gente.
 
Mi fermo qui, naturalmente. Confesso di sentire molto quest’argomento, e di condividerlo in gran parte. Le librerie (soprattutto quelle di una certa dimensione) sono diventate bazaar dove la merce rischia di apparire indifferenziata, dove l’iper-produzione e l’affollamento di volumi tendono a snaturare quello che la libreria ha significato per chi ama la lettura e la letteratura. A volte sembra di trovarsi in mezzo a veri e propri strumenti di amplificazione del mondo televisivo, e questo effetto è ancor più accentuato nel periodo natalizio.
 
 lindice
Etrusco Pop singolo2.
Ho scoperto che Mistero etrusco ha avuto una recensione su L’indice dei libri del mese, la più prestigiosa rivista letteraria e libraria italiana (qui il sito web della rivista).
Confesso che la cosa mi dà un certo orgoglio: ecco uno stralcio della recensione – fortunatamente positiva – firmata da Alessandra Calanchi.
 
Intanto, sullo sfondo di una Toscana un po’ romagnola*, si giocano suggestive partite di mah-jong e curiosi personaggi catturano l’interesse del lettore: fra i tanti vale la pena di ricordare Aristide Fazzini, bizzarro individuo che si aggira per le colline su una strana bicicletta dai pedali azionati a mano e fa snorkelling nei cassonetti della spazzatura alla ricerca di un’antenna così potente da catturare i raggi cosmici. In questo romanzo, che è molto erudito ma non cade mai nel danbrownismo**, l’autopsia si lega all’aruspicina, la filologia classica si mescola alle vicende contemporanee, , l’alchimia si integra con le scienze forensi. Ferrucci manovra fatti e persone con classe, ironia e autorevolezza, senza troppe concessioni al colore locale (che pure lo attrae) e senza esagerare in pedanteria scientifica. Prediligendo un montaggio alternato quasi tarantinesco***, invita il lettore ad addentrarsi nel “mistero” senza fretta, attraverso attese e diluizioni: con il risultato sorprendente che, quasi a rovesciare le aspettative tradizionali del giallo, non ci fa provare alcuna voglia di scoprire il colpevole. Al contrario, si vorrebbe che le pagine durassero il più a lungo possibile. Un romanzo brillante, insomma, dove l’azione e le parti descrittive/digressive creano una sinergia in cui ispettori di polizia, antiquari e ricercatori si contendono il piacere della detection e regalano al lettore il piacere di parteciparvi.
 
* Del resto, dico io, Toscana e Romagna sono confinanti, no?
** Argh… quando sento il nome di Dan Brown metto mano alla pistola!
*** Naturalmente, essere paragonato a Quentin Tarantino m’inorgoglisce.

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lunedì, 21 maggio 2007
Stampa Alternativa e i libri a un centesimo

 gp serino
L’antefatto è questo post, pubblicato il 10 maggio nel blog Satisfiction di Gian Paolo Serino, giornalista culturale:
 
«Come si diventa un intellettuale», ironico e inedito pamphlet scritto nel 1966 del quale presento ampi stralci su “Il Giornale” di oggi , è il testo che inaugura una nuova iniziativa editoriale, anzi «antieditoriale»: la prima collana di libri in vendita a un centesimo che si chiama «Almeno un cent» e che viene presentata in anteprima alla Fiera del Libro di Torino che si apre oggi. L’idea è di Ettore Bianciardi, figlio di Luciano, e dell’editore di Stampa Alternativa Marcello Baraghini. «La nostra - spiega Baraghini che nel 1989 inventò la collana Millelire – vuole essere una provocazione per far capire quanto in basso ci abbiano spinto le logiche del marketing». «Noi – aggiunge Ettore Bianciardi – vogliamo mettere al centro il lettore, strapparlo alle grinfie della grande editoria, che in nome del profitto e del fatturato lo ha reso passivo e assoggettato al consumo acritico. Per questo siamo partiti proprio dall’ostacolo principale, il costo del libro, riducendolo alla cifra simbolica di un centesimo». Ma dove si troveranno i libri a un centesimo? «Speriamo ovunque: non solo nelle librerie, ma in tutti gli spazi pubblici e privati. Il lettore, infatti, può avere i nostri libri a un centesimo ma non solo. Se poi vuole può diventare direttamente distributore e promotore: ordinandoli sul sito http://www.riaprireilfuoco.org potrà riceverne a casa 100 copie (5 euro comprese le spese di spedizione) per poi distribuirle, venderle o regalarle. L’idea è quella di trovare nei lettori dei complici che vogliano aiutarci a diffondere la cultura». Anche per questo i primi titoli saranno dei «Bianciardini», cinque inediti di Luciano Bianciardi che saranno pubblicati da qui a fine anno. Poi, sempre a «Almeno un cent», seguiranno gli incipit di grandi romanzi dimenticati della letteratura.
 
Su questa premessa, ho deciso di riportare per intero l’intervento di Marcello Baraghini, l’editore di Stampa Alternativa, pubblicato sempre su Satisfiction nei giorni della Fiera del Libro.
Ho deciso di riportarlo perché interessante e molto chiaro e diretto.
 
Naturaleza muerta con librosLa storia è questa, precisa come se fosse sotto le lenti di un microscopio.
Quando i grossi editori vedono crollare le vendite e non gli basta proporre in libreria sconti del 30% per recuperare la caduta, allora aprono la conigliera dove sono rinchiusi gli Aldo Nove, i Tiziano Ciabatta, i Piperno, i Lucarelli, i Genna e i tanti altri della nidiata, per darli in pasto, per l’ennesima volta, al grande pubblico tramite, naturalmente, il trampolino più generoso che è il “Corriere della Sera”. Che tanto ci pensa ogni settimana la penna del critico di complemento Antonio D’Orrico sul supplemento “Magazine”… E loro beati, Nove in testa, a stare al gioco per fanatismo ed esibizionismo in primo luogo, e poi per vendere qualche copia in più. Questa noia mortale (per la letteratura) cominciò una decina di anni fa quando, appena ingaggiati da Einaudi, il gatto e la volpe di Stile Libero s’inventarono ‘Gioventù cannibale’ e giù il “Corriere” per un’intera estate a bombardare i poveri lettori. Di lì in poi noia e bombardamento mediatico si sono moltiplicati a dismisura in ragione del disinteresse dei consumatori di libri che hanno pensato bene di iniziare il loro solitario ma significativo sciopero dell’acquisto (non della lettura, chiariamoci). Il “Corriere” li chiama enfaticamente I PADRONI DELLA LETTERATURA. Ma quali padroni! In realtà sono I LADRONI DELLA LETTERATURA, inventati, manipolati e governati dagli uomini del marketing, sotto l’orchestrazione del manganello (culturale). Loro, il piccolo esercito degli uomini del marketing, hanno scelto questo profilo basso, della letteratura senza contenuti e riempita invece di stili e fiction, per uccidere quanto di significativo e buono c’era nella letteratura del ‘900, quella dei libri e, ancor più, quella delle riviste letterarie e non. Soprattutto quelle non letterarie, mi vien da dire.
È chiaro il motivo. Ogni libro, ogni articolo o intervento di Luciano Bianciardi, magari su riviste non paludate, supera da solo tutti i libri di Aldo Nove. La loro ripubblicazione farebbe andare al macero i suoi libri cannibaleschi. Parlo di lui, che è forse il meno peggio, solo perché è il più invadente dalle pagine dei giornali di regime. E allora io ed Ettore Bianciardi che facciamo? Li recuperiamo tutti, uno per uno, quei tasselli di straordinaria letteratura e – evitando come la peste i festival e i salotti che ospitano Aldo Nove – ce li andiamo a vendere sui marciapiedi, ogni tassello un libro a 1 centesimo di euro, almeno 1 centesimo. E li abbiamo chiamati “Bianciardini” in onore del nostro eroe Luciano Bianciardi: libero, anarchico, provocatore, visionario, sognatore, ma di sogni a occhi aperti, come noi.


Marcello Baraghini
 
(il quadro: Fernando Botero, Naturaleza muerta con libros)

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lunedì, 07 maggio 2007
I 50 anni della Feltrinelli

 
Circa due anni fa ricorreva il cinquantenario della casa editrice Feltrinelli. In un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, in cui si intervistava Inge Feltrinelli, venivano rievocati i momenti capitali della sua storia.
 feltrinelli e james baldwin
Proprio quest’anno, Carlo Feltrinelli è stato insignito a Mosca del premio Pasternak. La giuria l’ha scelto per il suo libro Senior service, una magistrale ricostruzione (da figlio, ma anche da editore) delle vicende editoriali di Giangiacomo, legate indissolubilmente alla pubblicazione in tutto il mondo del capolavoro di Pasternak Il dottor Zivago.
[…]
dottor zivago«Quel romanzo fu un colpo di scena per l’editoria mondiale – ricorda Inge. Il libro era proibito nell’Unione Sovietica e la pubblicazione, prima in Italia, quindi in tutto il mondo portò il nostro Pasternak fino al Nobel». Lo scrittore, però vi dovette rinunciare. Zivago, in compenso, è in assoluto il primo best seller contemporaneo: due milioni di copie vendute solo in Italia.
[…]
«Immediatamente, due anni dopo la fondazione, Feltrinelli con Pasternak entrò nel novero dei grandi editori internazionali. Giangiacomo era il primo “uomo nuovo” del mestiere: viaggiava di continuo, era poliglotta, sondava mercati poco battuti, come la Scandinavia e l’Est Europa. Sprovincializzò l’editoria italiana e il suo arrivo fu salutato dai grandi editori europei come l’unica novità in tanti anni. Ma anche i nostri Mondadori, Einaudi e Rizzoli lo trattavano con rispetto. Era, fin dall’inizio, un giovane editore di forte impatto politico che sapeva di fare libri importanti. Come facevano gli editori di una volta, quando non dominavano manager e agenti. Ci si poteva permettere di pubblicare anche libri in perdita ma fondamentali per il catalogo.»
 
Guardando una foto alla parete, che ritrae Giangiacomo Feltrinelli sul set del Dottor Zivago in Finlandia, l’intervistata ricorda le straordinarie vicende legate a quel romanzo e a Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
 
il gattopardo«Il regista – rivela Inge – lo scelse proprio lui. Aveva visto Lawrence d’Arabia. E se c’era qualcuno che poteva fare Zivago, questi era proprio David Lean. Con Il Gattopardo andò diversamente. Era stato Visconti ad interessarsi al libro; ma Visconti era quel romanzo». Un altro colpo da maestro di Feltrinelli, dovuto a un suggerimento di Bassani. «Il successo arrivò inaspettato. Eravamo nel dicembre 1958. Carlo Bo ricevette per sbaglio in anticipo delle bozze del libro. Subito ne scrisse un’entusiastica recensione sul “Corriere”. Il riscontro fu immediato, i librai ci costrinsero ad accelerare i tempi di edizione. Prima di Natale ne avevamo vendute già 10mila copie. Vittoriani, che rifiutò il libro per l’Einaudi, non si perdonò mai l’errore. Anche se credo che fosse convinto che il titolo non era giusto per lo Struzzo». Ogni tanto, in questo mestiere, gli errori capitano.
 
E poi, è il momento dei ricordi sugli scrittori che da Feltrinelli vennero lanciati in Italia. Ricordi non sempre piacevoli:
 
garcia-marquez«Con Garcia Marquez ho scoperto come il successo possa cambiare il carattere. La prima volta che venne a Milano non voleva incontrare i giornalisti. Stava in albergo, era timido e molto insicuro del suo lavoro. Dopo il trionfo di Cent’anni e il Nobel, lo rividi a Cuba. Gabo viveva ormai come un re, usava dei completi bianchi, come i telefoni sulla scrivania e le lampade nella sala, dava del tu a tutti i presidenti del Sudamerica. “Gabo, gli dissi, adesso sei un uomo di Hollywood”. Che differenza rispetto a Doris Lessing. L’ultima volta che l’ho incontrata, a Londra, la città era blindata per la visita di Bush. Lei arrivò al ristorante dove avevamo appuntamento in metropolitana, serena e allegra. Io la stavo aspettando da qualche minuto. Appena dissi che era lei la persona che attendevo, il cameriere si illuminò con un sorriso di grande rispetto e ammirazione».
 
(elaborato da un articolo di Stefano Salis su Il Sole 24 Ore Domenica, 17 aprile 2005)
Sotto il titolo: Giangiacomo Feltrinelli con James Baldwin.

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (19)
fenomeni

martedì, 20 marzo 2007
Il malanno di Madama Letteratura III

 
eco 5Continuando a ragionare sulla malattia di Madama Letteratura – di cui ho parlato nei precedenti post del 4 marzo e dell’11 marzo – torniamo a leggere un altro passo della prefazione del Grosso Esponente della cultura italiana – il più noto a livello mondiale – al graffiante opuscolo I 21 modi di non pubblicare un libro di Fabio Mauri, edito nel 1990 da Il mulino.
In questo passo della prefazione, nella quale il quadro patologico viene tracciato con criteri scientifici, si considera da dove generalmente provengono i libri pubblicati dagli editori.
 
Da dove vengono allora i libri che gli editori pubblicano? Da autori noti, anche se sono alla loro opera prima. Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già. Anche se ti raccomanda l’Autore Eccelso, gli dà ascolto solo se ti conosce già.
La letteratura, e l’attività culturale in genere, è una attività sociale. Non esiste l’autore solitario e ignoto (esiste l’autore postumo, come Tomasi di Lampedusa, ma quando era in vita frequentava scrittori e tutti sapevano che era un letterato finissimo). Uno scrittore capisce che cosa fa se si misura con chi ha già fatto e ne ascolta i giudizi. Se qualcuno aveva qualcosa da dire si sarà messo alla prova su una rivista minore, avrà partecipato a qualche convegno, discussione, conferenza, riunione cenacolare, avrà degli amici con cui avrà discusso, polemizzato, fatto baruffa. E piano piano il suo nome avrà iniziato a circolare, e il redattore editoriale avrà iniziato a conoscerlo. A tal punto che (questa è la mia storia, ma non voglio offrirla come modello universale, semplicemente è la mia storia) l’autore destinato al successo non ha mai mandato – neppure da giovane – manoscritti alla casa editrice. Attende che un redattore gli telefoni e gli dica: «Ma sai che quelle cosine che hai scritto su quella rivistina sono interessanti? Perché non provi a farne un libro?».
Questo richiede tempo, umiltà e pazienza. Cosa che il manoscritto d’assalto non ha. Non accetta l’idea che Kant abbia pubblicato la Critica della Ragion Pura quando si approssimava alla sessantina. Perché non sa quanto Kant avesse scritto prima, dapprima in sordina, poi per circoli di lettori specializzati sempre più ampi, umilmente, senza pretendere subito di essere l’autore della rivoluzione copernicana della filosofia moderna.
 
Queste considerazioni del Grosso Esponente sono condivisibili, ma secondo me non rispecchiano completamente lo stato delle cose. Anzi.
 
tavola_rotondaPrima di tutto, viene giustamente precisato: «questa è la mia storia, ma non voglio offrirla come modello universale, semplicemente è la mia storia». Infatti: perché dubito fortemente che un aspirante scrittore – o scrittore che aspiri alla pubblicazione – possa limitarsi ad andare per circoli e dibattiti letterari, e a pubblicare piccole cose su riviste, senza proporsi direttamente agli editori. Mettersi in mostra e basta, e magari fare baruffe, sperando di essere notati dal redattore che poi ti telefona, mi sembra abbastanza velleitario. Non solo: se tutti seguissero questa strategia, i dibattiti, le conventicole e i blog diverrebbero canee infernali piene di gente che si agita per mettersi in mostra ed essere notata.
In secondo luogo, la mia esperienza di pubblicazione è stata completamente diversa, direi proprio l’opposto. Infatti, dovete sapere che per molti anni ho condotto vita claustrale, solo casa e lavoro, per ragioni che affondano in un groviglio di vicende personali e familiari. Non ho mai visto gente, mai frequentato convegni o cenacoli, mai discusso di letteratura con nessuno. Ero completamente isolato.
 
Quando finalmente decisi di scrivere – dopo un decennio di preparazione psicologica e “tensione desiderante” –, anziché fare tentativi ed esperimenti, mi applicai subito a un progetto vasto e complesso, un vero romanzo – complicatissimo, fra l’altro. Non mi sognai nemmeno di scrivere racconti da mandare a riviste o a concorsi letterari, per farmi conoscere od ottenere qualche menzione. Nessuno mi ha mai conosciuto. E, non frequentando nessuno, non ho mai partecipato a dibattiti o baruffe in cui qualcuno avrebbe potuto notarmi.
Ho semplicemente lavorato: impiegando oltre un anno per progettare la storia, cercare e raccogliere il materiale che mi serviva e studiarlo; più un altro anno per scrivere il romanzo. Con un impegno e un’ossessione costanti, che non mi davano tregua.
Poi, a lavoro finito, ho cercato canali precisi, senza buttarmi allo sbaraglio nel mare ignoto: ho fatto tentativi mirati, insomma. E quando il libro veniva letto, la domanda era sempre: «Ma davvero non ha mai scritto niente prima?»
 
libri 6Come vedete, la mia storia è stata completamente diversa. E, non avendo frequentato gruppi o conventicole o dibattiti, gli effetti pratici di questo isolamento si fecero subito sentire: basta citare un episodio emblematico.
Dopo che il primo libro uscì, andai in una libreria Feltrinelli e ne parlai con un responsabile, che si mostrò entusiasta al punto da offrirmi subito una presentazione da tenersi qualche tempo dopo. Venne addirittura fissata sull’agenda la data disponibile, nel mese di novembre.
Io, che non me l’aspettavo, fui contento: trovai un amico docente universitario che mi avrebbe “presentato” e, qualche tempo dopo, tornai alla libreria. Stavolta, però, mi dissero imbarazzati che la mia presentazione era stata cancellata perché a novembre si era troppo prossimi al periodo natalizio, e per ragioni logistiche le presentazioni di libri non venivano fatte.
Presi questa spiegazione per buona. Tuttavia, dovetti ricredermi una settimana dopo, quando vidi affisso sulle vetrine della libreria il programma di presentazioni letterarie di novembre/dicembre, in cui si sarebbero avvicendati diversi scrittori, per lo più appartenenti a un gruppo organizzato.
 
Fare gruppo e organizzarsi, dunque, serve: non per nulla esistono i sindacati. In questo caso serve a occupare e a gestire gli spazi di visibilità, che sono pochi e preziosi, spesso vitali per gli scrittori che vogliano farsi conoscere: spazi che non possono essere concessi così, a casaccio.
 
Dopo questa esperienza, ho cominciato a capire come funzionano le cose. Ma non mi è venuta nessuna voglia di frequentare presentazioni, convegni, cenacoli, e nemmeno di fare baruffe. Ho semplicemente continuato a sgobbare, isolato, senza vedere nessuno, se non un caro amico scrittore – specializzato nella misura breve – che voleva cimentarsi in un romanzo insieme a me, ma che per il momento ha dovuto desistere per via dei tre figli piccoli: l’ultima nata qualche mese fa.
 
libroE ora, dopo Mistero etrusco, sto lavorando a un romanzo nuovo. Ma stavolta non sono solo: grazie al suggerimento di Maria Strofa, adesso ho un sacco di amici.
Qualcuno li chiama blog-amici, ma sempre amici sono.
 
(sotto il titolo: Umberto Eco)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (79)
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