OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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venerdì, 22 febbraio 2008
Origini della detective fiction. 23 – Appendice

van dine disegno 
S.S. Van Dine e le 20 regole
 
Come scrisse il compianto Oreste Del Buono*, Philo Vance, il grande investigatore dilettante degli anni ’30 (definito da Raymond Chandler «Forse il personaggio più pomposo e balordo dell’intera letteratura poliziesca») creato da S. S. Van Dine, è «l’erede e l’eversore dello Sherlock Holmes di Conan Doyle», nel solco del «cosiddetto romanzo d’analisi, del poliziesco all’inglese, quello della riflessione per la riflessione».
È non solo erede, ma anche eversore: infatti,
 
Van dinepur discendendo (e chiaramente) da Holmes, Vance rifiuta la specializzazione: è troppo dotato di cognizioni universali. Al dettaglio arriva di volta in volta, come degnandosi di accettare un limite provvisorio, un passatempo per la sua cultura degna di ben altro. In pratica, insomma, innovando, torna indietro, è umanista quanto Holmes è scientifico sebbene sia capace di distinguersi anche nel campo scientifico, perpetuamente dilettante, quindi disposto, teso a ricavar diletto dai più vari problemi.
In questo, Philo Vance confessa d’essere, lui così improbabile, così inconcepibile come uomo in carne ed ossa, un riflesso abbastanza conseguente della personalità del suo creatore. Che non si chiamò affatto S. S. Van Dine, secondo la menzognera indicazioned ei frontespizi. Dopo tre anni di mistero (The Benson Murder Case è del 1926) fu scoperto, appunto, che dietro un simile pseudonimo si celava William Huntington Wright (1888-1939), letterato, antropologo, cultore d’arte di consistente allora rinomanza. […]
Fu Wright a raccontare in che modo fosse stato indotto a creare Philo Vance. Aveva subito un grave collasso nervoso, il suo medico di fiducia gli aveva proibito qualsiasi fatica intellettuale durante la convalescenza, a eccezione (non la considerava evidentemente una fatica) del leggere e dello scrivere gialli. Wright aveva preferito scriverne. Del resto, la sua insaziabile voracità di sapere gli aveva fatto collezionare una agguerritissima biblioteca di criminologia e lo aveva reso esperto anche in tale ramo. Il delitto era il suo hobby, ma un hobby su cui avrebbe potuto tener lezioni. E le tenne, infatti, con gli intervistatori, con i curiosi eccitati dalla scoperta della vera identità del creatore di Philo Vance. […] Wright non si accontentò di dissertare sul delitto vero, dissertò anche sul delitto inventato, ovvero romanzo poliziesco. Ne dettò addirittura le regole.
 
[* Oreste Del Buono, Il ritorno di Philo Vance, introduzione al volume della collana Omnibus Gialli, V° edizione, Mondadori 1971.]
 
E così, le “Twenty Rules for Writing Detective Stories”, ossia le Venti Regole di S. S. Van Dine, divennero famose. Restano il segno di un’epoca, di una lunga epoca che oggi è certamente superata, ma che costituisce il terreno fondante di un genere letterario importantissimo e pervasivo.
Eccole in dettaglio.
 Van dine_Greene-Murder-Case
Venti regole per scrivere romanzi polizieschi (1928)
di S.S.Van Dine

Il romanzo poliziesco è un tipo di gioco intellettuale. Anzi, è qualcosa di più – una gara sportiva. Ed esistono leggi ben precise che governano la scrittura di romanzi polizieschi: leggi non scritte, forse, ma ugualmente vincolanti, con le quali si deve misurare ogni rispettabile inventore di misteri letterari che sia anche onesto con se stesso. Ecco di seguito, quindi, una sorta di Credo, basato in parte sull’esperienza di tutti i grandi autori di romanzi polizieschi e in parte sulle sollecitazioni della coscienza dell’autore onesto.
Vale a dire:

1. Il lettore deve avere le stesse opportunità del detective di risolvere il mistero. Tutti gli indizi devono essere presentati e descritti con chiarezza.

2. Al lettore non possono essere rifilati altri trucchi o inganni oltre a quelli coi quali il criminale tenta legittimamente di buggerare il detective.

3. Non dev’essere posta eccessiva enfasi sull’elemento amoroso. Lo scopo è quello di assicurare un criminale alla giustizia, non quello di condurre una coppia innamorata all’altare.

4. Né il detective né uno degli investigatori ufficiali possono risultare colpevoli. Questo vuol dire giocare sporco; è come offrire a qualcuno una moneta da un centesimo in cambio di cinque dollari d’oro. È frode bella e buona.

5. Al colpevole si deve arrivare attraverso deduzioni basate sulla logica, non per caso o coincidenza o confessione senza motivo. Risolvere un problema di detection in questo modo equivale a spedire deliberatamente il lettore su di una falsa pista e poi dirgli, dopo che è tornato con le pive nel sacco, che la cosa che lo avevate mandato a cercare ce l'avevate nascosta voi nella manica fin dall’inizio. Un autore di questa fatta è poco più di un buffone.

6. Nel romanzo poliziesco ci dev’essere un investigatore; e un investigatore non può dirsi tale se non indaga. La sua funzione è quella di raccogliere gli indizi che, in fondo al libro, condurranno all’identità di colui che ha commesso il crimine di cui al primo capitolo; e se l'investigatore non arriva alle sue conclusioni grazie all’analisi di questi indizi, non ha risolto il suo problema alla stessa stregua dello scolaro che copia il compito di aritmetica.

7. Ci dev’essere un cadavere nel romanzo poliziesco, e più è cadavere meglio è. Nessun reato minore dell’assassinio può essere considerato sufficiente. Trecento pagine sono troppe per un reato diverso dall’assassinio. Dopo tutto, la fatica e lo sforzo del lettore devono essere ricompensati.

8. Il problema posto dal delitto dev’essere risolto con metodi rigorosamente scientifici. Metodi di scoperta della verità che si basano su lavagnette e tavolette parlanti, lettura del pensiero, sedute spiritiche, sfere di cristallo e simili, sono assolutamente vietati. Un lettore può competere con un detective raziocinante, ma se deve gareggiare col mondo degli spiriti e rincorrere la quarta dimensione della metafisica, allora è battuto in partenza.

9. Ci dev’essere un solo investigatore autorizzato a trarre le conclusioni, un solo deus ex machina. Impiegare i cervelli di tre o quattro o un’intera banda di investigatori per trovare la soluzione al problema, non solo disperde l’interesse e spezza il filo della logica, ma dà all’autore un vantaggio scorretto sul lettore. Se c’è più di un investigatore, allora il lettore non è più in grado di distinguere chi è il suo avversario. Gli tocca correre da solo contro una staffetta.

10. Il colpevole dev’essere una persona che ha avuto un ruolo più o meno significativo nella vicenda; ovvero, una persona che è divenuta familiare al lettore e per la quale egli ha provato interesse.

11. Il colpevole non dev’essere scelto tra il personale di servizio. È assolutamente una questione di principio. È una soluzione troppo semplicistica. Il colpevole deve essere una persona che ha giocato un ruolo significativo, una persona di cui non si dovrebbe sospettare.

12. Ci dev’essere un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. È ovvio che il colpevole può essersi servito di complici o aiutanti, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono cadere su una sola e unica anima nera.

13. Società segrete, camorra, mafia e così via non hanno spazio in un romanzo poliziesco. Un assassinio affascinante e ben riuscito è guastato senza remissione da una colpevolezza all’ingrosso. È certo che anche all’assassino debba essere offerta una scappatoia, ma concedergli addirittura una società segreta con cui spartire le colpe è un po’ troppo. Nessun assassino di classe e consapevole dei propri mezzi accetterebbe di giocare contro queste probabilità.

14. I metodi impiegati nell’assassinio, e i sistemi usati per scoprirlo, devono essere razionali e scientifici. Vale a dire, la pseudo-scienza e i congegni di pura e semplice immaginazione non possono esser tollerati in un romanzo poliziesco. Una volta che l’autore è partito verso il regno della fantasia, alla maniera di Jules Verne, si è posto definitivamente fuori dai confini della narrativa poliziesca e si è messo a far capriole in una zona dell’avventura che non è segnata sulle carte geografiche.

15. La rivelazione del problema dev’essere sempre evidente, ammesso che il lettore sia abbastanza sveglio da individuarla. Con questo intendo che se il lettore, appresa la spiegazione del crimine, decide di rileggersi il libro da capo, deve accorgersi che, in un certo senso, la soluzione giusta era sempre stata lì, a portata di mano, che tutti gli indizi portavano al colpevole e che, se solo fosse stato astuto come l’investigatore, anche lui avrebbe potuto risolvere il mistero prima dell’ultimo capitolo. Va da sé che il lettore intelligente risolve spesso l’enigma in questo modo.

16. Un romanzo poliziesco non dovrebbe contenere descrizioni troppo lunghe, divagazioni letterarie su argomenti secondari, studi di caratteri troppo insistiti, preoccupazioni di creare un'atmosfera: questi elementi non hanno spazio in quello che sostanzialmente è il resoconto di un crimine e di una deduzione. Tali passaggi bloccano l’azione e introducono argomenti di scarso rilievo per l’obiettivo finale, che è quello di esporre un problema, analizzarlo e condurlo a una conclusione soddisfacente. È chiaro, comunque, che ci debba essere sufficiente materia descrittiva e studio di carattere per dar verosimiglianza al romanzo.

17. Il colpevole di un romanzo poliziesco non deve mai essere un criminale di professione. Scassinatori e banditi appartengono alla pratica quotidiana dei dipartimenti di polizia, non degli autori e dei loro brillanti investigatori dilettanti. Un crimine davvero affascinante è quello commesso da un vero baciapile, o da una zitella dedita ad attività benefiche.

18. Un crimine, in un romanzo giallo, non può mai essere derubricato in incidente o suicidio. Far finire un’autentica odissea di detection in questo modo così banale significa voler infinocchiare a tutti i costi il fiducioso e gentile lettore.

19. I moventi dei crimini nei romanzi polizieschi devono essere esclusivamente personali. Complotti internazionali e azioni di guerra fanno parte di un’altra categoria di romanzi, quelli di spionaggio, ad
esempio. Ma un romanzo giallo deve mantenere un carattere intimo, per così dire. Deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, e offrire uno sfogo ai suoi desideri ed emozioni represse.

20. E, per dare al mio Credo un numero pari di regole, ecco una serie di stratagemmi che nessuno scrittore di gialli degno di questo nome potrà più permettersi di adoperare. Sono già stati troppo sfruttati, e sono molto familiari a tutti i cultori dei crimini di carta. Avvalersene equivale a confessare la propria incapacità e mancanza di originalità.
a) Scoprire l’identità del colpevole mettendo a confronto la cicca di sigaretta trovata sulla scena del crimine con la marca fumata da un sospetto.
b) La seduta spiritica fasulla che terrorizza il colpevole e lo spinge a confessare.
c) Impronte digitali falsificate.
d) L’alibi costruito mediante un fantoccio.
e) Il cane che non abbaia e quindi rivela che l’intruso gli è familiare.
f) L’attribuzione del crimine a un gemello, a un parente troppo somigliante al presunto colpevole.
g) La siringa ipodermica e il sonnifero.
h) L’assassinio commesso in una stanza chiusa, ma dopo che la polizia vi ha fatto irruzione.
i) Il test delle associazioni di parole che indicano il colpevole.
j) Il codice cifrato la cui soluzione viene alla fine trovata dall’investigatore.

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venerdì, 18 gennaio 2008
Origini della detective fiction. 22

 
Identità criminali
 
Con questa puntata andiamo a concludere (finalmente!, dirà ancora qualcuno) la nostra panoramica sulla nascita e lo sviluppo della narrativa poliziesca. Ma non escludo un’appendice, tanto per non smentirmi.
 
Riepilogando, vediamo che negli ottant’anni che corrono tra il 1830 (quando uscirono i Mémoirs di Vidocq) e il 1910 la criminologia sviluppa tecniche di lettura del corpo sempre più sofisticate. Queste tecniche sono orientate in due direzioni: quella scientifico-statistica, che tende a descrivere il fenomeno che si cela dietro i singoli casi di devianza; e quella poliziesca in senso stretto, volta a elaborare tecniche di riconoscimento tali da riuscire a imprigionare il criminale nella gabbia della propria identità.
 
lombrosoNel primo filone d’indagine, che ricerca nei tratti fisici i segni di un’innata inclinazione a delinquere, rientrano il miraggio fisiognomico di matrice settecentesca (che chiama il volto in primo piano), la frenologia (fondata sullo studio del cranio), e la nota avventura fin de siécle di Cesare Lombroso, padre della fisiognomica e fondatore dell’antropologia criminale: secondo la sua controversa teoria, esisteva un preciso rapporto fra l’aspetto fisico delle persone e la loro inclinazione al comportamento criminale.
Ma a questo tentativo di leggere nel corpo le componenti del carattere, secondo una concezione determinista, si va ad affiancare l’esigenza di “censire” la popolazione criminale. Il marchio, lo strumento che nei secoli precedenti consentiva l’identificazione dei recidivi – quale il giglio impresso sulla spalla di Milady ne I tre moschettieri, che consente a D’Artagnan di riconoscere in lei un’avvelenatrice – viene abolito in Francia nel 1832; e proprio in quegli anni, il pioniere Vidocq crea uno schedario di tutti gli arrestati. Di lì a poco, è l’invenzione della fotografia che contribuisce a palesare l’identità criminale; ma i maggiori progressi si verificano verso la fine del secolo.
 Bertillon_The_speaking_portrait
È nel 1882 che il funzionario di polizia e antropologo Alphonse Bertillon (1853-1914) fonda il servizio di antropometria della polizia parigina, le cui schede segnaletiche si compongono di undici misure ossee (le dimensioni della testa, dell’orecchio, del dito medio, del piede sinistro, etc.), di una breve descrizione scritta dell’individuo, e di due fotografie (una frontale e una di profilo). Lo stesso Bertillon, tuttavia, riconosce che la scheda non identifica il soggetto con certezza assoluta: il metodo, dunque, consente in molti casi di escludere – ma non di provare – che a una persona corrisponda una certa identità, ed è inoltre soggetto a un largo arbitrio nelle misurazioni e nelle descrizioni scritte (il cosiddetto “ritratto parlato”) che corredano la scheda.
In Italia, su impulso dell’allora ministro dell’Interno Giovanni Giolitti, nasce nel 1902 la Scuola di Polizia Scientifica, creata dal professor Salvatore Ottolenghi, assistente di Cesare Lombroso all’università di Torino. Il primo corso ufficiale si svolse nel carcere di Regina Coeli, dove si avevano a disposizione numerosi detenuti con cui illustrare le metodologie scientifiche per l’identificazione personale. L’approccio di Ottolenghi andava a contrapporsi alla tipica immagine letteraria del “genio deduttivo” alla Sherlock Holmes: le procedure scientifiche, ricavate da un lungo lavoro di esperimenti e osservazioni sistematiche, erano controllabili e ripetibili da chiunque le avesse apprese.
finger-prints 
Ad ogni modo, nel 1903 il sistema di Bertillon viene finalmente sostituito dalla dattiloscopia: l’esame delle impronte digitali, sistema già codificato e adottato in Gran Bretagna nel 1901 dall’antropologo Francis Galton. Si arriva così alla metodologia d’identificazione moderna, fondata su nome, fotografia e impronte digitali.
 
 
Il criminale assente
 
Concepito essenzialmente come altro, il criminale del romanzo poliziesco costituisce in generale un’assenza, poiché tra le convenzioni del poliziesco vi è il “vuoto testuale” che circonda e protegge i processi mentali del colpevole – un elemento da molti assunto a spartiacque tra detective fiction e crime fiction. Nella prima, l’indagine impone che i processi mentali del criminale non vengano svelati fino allo scioglimento finale, mentre nella seconda il racconto del crimine può esplorare “in chiaro” l’intera sua dinamica.
Nella detective fiction, dunque, se non c’è la “mente”, resta il “corpo” del criminale, un enigma di cui spesso si può cogliere qualche attributo – come un capo di vestiario, un’impronta di scarpa, la statura, il colorito, una marca di tabacco – e che si presenta come una superficie da attraversare per giungere all’interiorità, che è la sede della colpa, sottratta dall’esigenza narrativa al voyeurismo del lettore.
 
Nel caso del detective, più ancora che il corpo – che a seconda dei casi può diventare una divisa iconografica (si vedano gli attributi estetici di investigatori quali Sherlock Holmes e Padre Brown) oppure un materiale posticcio (si pensi al trasformismo di Vidocq e Holmes) – è centrale la sua mente. Il racconto poliziesco, infatti, è caratterizzato da una forte componente riflessiva, che si manifesta tipicamente nelle lunghe digressioni sulla forma mentale e sul metodo dell’investigatore.
A differenza del successivo genere hardboiled – ove l’azione ha un ruolo primario –, «il “giallo classico” è dominato dall’avventura del pensiero»*, e quindi si svolge, più che su uno sfondo reale, in uno scenario mentale.
La realtà non basta a Dupin, l’eroe della trilogia di Poe, il quale nell’esaminare un caso criminale spegne la candela per meglio vedere, e in pieno giorno rifugge la luce del sole, che mostra tutto ma non rivela nulla. Né la realtà basta a Holmes, il quale, destatosi dai suoi «drug-created-dreams», è in breve «hot upon the scent of some new problem», come si addice alla «most perfect reasoning and observing machine that the world has seen».

panopticonD’altronde, allo svago di una vacanza Holmes preferisce evidentemente giacere in mezzo a cinque milioni di persone (la popolazione di Londra del tempo), col sistema nervoso attento a percepire la più piccola voce o sospetto di un crimine: un’immagine iperbolica (visibilmente influenzata dall’immaginario telegrafico di fine Ottocento) che qualifica il detective come il luogo cerebrale di un immenso sistema nervoso, esteso a toccare i cinque milioni di persone che costituiscono il corpo di Londra. Assolvendo questa sua funzione di controllore, Holmes consente così il buon funzionamento del sistema, e ai suoi occhi la capitale – fulcro della nazione e dell’impero – assume la trasparenza di un Panopticon, ove il detective – moderno semidio – veglia benevolo sul comune cittadino.
 
*G. Paolo Caprettini, “Le orme del pensiero”, in Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Sebeok, Bompiani, Milano 1983
 
Bibliografia: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna 1998.

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martedì, 20 novembre 2007
Origini della detective fiction. 21 - La saga di Sherlock Holmes

conan1 
Qui completiamo (finalmente!, dirà qualcuno) il discorso su Sherlock Holmes, con le ultime note al testo selezionate dal volume 221B Baker Street edito da Marsilio, curato dalla studiosa Alessandra Calanchi, che riunisce sei casi sherlockiani tratti da raccolte diverse. Oltre al discorso della pipa, affronteremo anche quello dell’acerrimo nemico di Holmes, il professor Moriarty.
Le note sono pubblicate per gentile concessione dell’Autrice.
 
 
Sherlock_holmes_pipe_hatLa pipa e oltre
Mentre Watson fuma il sigaro, Holmes, come abbiamo già visto, predilige la pipa, pur non disdegnando le sigarette o, come in questo caso, un buon sigaro. Anche se probabilmente non fumò mai la celebre “Calabash”, la pipa di zucca dalla forma caratteristica che comunemente gli si accosta. Ne possiede di diversi tipi. La sua preferita è però una pipa di gesso o di creta nera che lo accompagna nelle più profonde meditazioni, e che di solito riposa sulla mensola del caminetto. Il tabacco viene invece conservato in una babbuccia persiana. Fra le bizzarre abitudini di Holmes vi è quella di caricare la pipa al mattino con gli avanzi del giorno precedente. Mentre il fumo serve a Holmes per migliorare la concentrazione quando riflette sui casi, ben diversa è la cocaina, che egli si inietta per via sottocutanea (e non endovenosa) in soluzione al 7% nei momenti di inattività, ovvero nelle pause di ristagno fra un caso e l’altro. È necessario tenere presente che all’epoca la cocaina (un alcaloide isolato da Albert Niemann nel 1860) non era illegale, anzi fino al 1884 fu considerata un farmaco efficace e fu usata e prescritta dallo stesso Freud. Fu solo alla fine degli anni ’80 che giunsero i primi segnali d’allarme, e dunque è solo negli anni ’90 che Watson cerca di convincere Holmes a disintossicarsi. Un romanzo che si è ispirato all’assunzione di cocaina da parte di Holmes è La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer (1974), da cui fu tratto il film omonimo (Herbert Ross, 1976), dove Holmes, nei tre anni in cui è creduto morto, si trova in realtà a Vienna, affidato alle rivoluzionarie cure del giovane dottor Freud, allo scopo di disintossicarsi.
 
L’anoressia
Gli studiosi hanno sottolineato la tendenza anoressica di Holmes, il quale non solo è contraddistinto da un’evidente magrezza, ma generalmente non si abbandona a banchetti pantagruelici. Nel primo racconto qui preso in esame egli si nutre voracemente di pane e acqua, e nei successivi vi sono solo rapidi accenni a spuntini. Nella sala da pranzo dell’hotel si discute anziché mangiare, e qui c’è tempo solo per un boccone. Nel prossimo racconto qui raccolto Holmes, dopo un digiuno di tre giorni, si concederà un bicchiere di vino e qualche biscotto, e il ristorante Simpson’s – sebbene nominato – resterà fuori campo. Anche negli altri racconti del Canone, durante le indagini Holmes non è mai nemmeno sfiorato dal desiderio del cibo, e le immagini più frequenti dei suoi pasti restano comunque legate a un’idea di frugalità: certo per mettere in risalto il distacco tra la sfera del puro intelletto e quella delle emozioni, a cui appartiene di fatto il gusto della buona tavola. Della questione si è occupato E.F. Walbridge (The Care and Feeding of Sherlock Holmes), che sottolinea come Holmes rinunci completamente al cibo durante le indagini, e come la prima colazione (breakfast) sia il pasto principale dell’investigatore, il quale odia le verdure e ha invece un debole per le ostriche. Walbridge cita da Uno scandalo in Boemia il seguente scambio di battute, particolarmente rivelatore, fra Mrs Hudson e Holmes. Domanda: «A che ora desidera cenare, signor Holmes?» Risposta: «Alle sette e mezza, dopodomani».
 Moriarty (Eric Porter)
 
Il professor Moriarty
Moriarty: l’essere malvagio per eccellenza, l’erede più puro del vilain, il nemico numero uno di Holmes e dell’umanità intera. Se altrove le peripezie sono causate da un potere maligno situato oltre oceano, o, come vedremo oltre, da una misteriosa creatura acquatica o dalla gelosia, ne Il problema finale coinvolgono la sinistra organizzazione che si annida nel cuore di Londra e i cui fili sono retti dal professor Moriarty, lugubre fin dal cognome. Si tratta di un personaggio che, pur incontrando la morte nell’ambito di questo stesso racconto, ritroveremo successivamente (e che in romanzi e adattamenti cinematografici posteriori vestirà via via nuovi panni, compresi quelli di spia nazista, a seconda delle epoche): una mente logica e demoniaca a capo di un’organizzazione incredibilmente estesa e ramificata (o forse non così incredibile, considerando per esempio che la mafia, un’organizzazione simile, nasceva in Italia proprio nell’Ottocento, e che la massoneria era già attiva in Gran Bretagna sin dalla seconda metà del xvii secolo) e il cui ritratto, delineato con parole sempre in bilico fra sommo orrore e intensa ammirazione, non manca di comunicare – perlomeno allo smaliziato lettore del terzo millennio – un’abbondante dose di ingenuità. Ma soprattutto si delinea, a partire dall’inserimento di questa figura nel tessuto dei racconti, il celebre triangolo Holmes-Watson-Moriarty, ovvero lo schema prediletto da Watson-Doyle: un triangolo maschile, epurato da ogni interferenza sentimentale o ideologica, che vede la sua ragione d’essere nel reciproco scambio di valori di segno uguale e opposto (il rispetto, l’amicizia, la ricerca della verità; ma anche la vanità, il conflitto, l’odio) e trova fra le pareti domestiche l’arena più congeniale di incontro/scontro – la poltrona, la scrivania, la porta, la soglia, la lampada, la finestra – fissando un’iconografia simbolica che confluirà in un vero e proprio repertorio mitologico del genere poliziesco. In questo contesto, come vedremo, si possono scorgere allusioni discrete a questioni quali il desiderio omoerotico o la paura dell’impotenza sessuale (la sorpresa di Holmes nel constatare che lui e Watson sono soli, la mano sulla rivoltella, Holmes che si arrampica sulla guglia rocciosa, la scena sulla cascata ribollente, l’abbraccio finale), pur con le dovute concessioni al pittoresco (il transito in Svizzera) e al sublime (la scena presso le cascate).
 
Il fratello
Un altro personaggio con cui facciamo conoscenza ne Il problema finale – anche se qui è appena abbozzato, mentre nelle storie successive rivelerà progressivamente una propria complessa identità – è il fratello di Holmes, Mycroft, che altrove viene da lui coinvolto (segretamente) nelle indagini non solo per i suoi legami con le alte sfere dello Stato, ma in quanto possiede una mente se possibile ancor più sottile di quella dello stesso Sherlock, pur prediligendo in realtà una vita molto più tranquilla (è affiliato al Diogenes Club, il cui regolamento impone l’ozio). Qui Mycroft è presente per assolvere a due funzioni: prestare temporaneamente l’abitazione a Holmes per motivi strategici (e vediamo che realmente questi correva dei rischi a Baker Street) e guidare – naturalmente travestito – la carrozza che conduce Watson alla stazione.
 sherlock_Paget 1
Il travestimento
Il problema finale introduce una delle caratteristiche precipue di Holmes, ovvero il suo gusto per il travestimento e la recitazione di una parte. Se qui il ruolo del vetturino è ricoperto dal fratello per motivi di sicurezza, il vetusto prete italiano è interpretato da Sherlock per sviare il nemico. Si tratta solo di una rapida particina nella lunga teoria di maschere che l’investigatore indosserà nel corso della sua lunga carriera, non solo per far perdere le tracce ai suoi inseguitori, ma anche – è pur vero – per stupire Watson e divertire i lettori. Il travestimento è sì una strategia, ma assume connotazioni ludiche e non solo rituali nel contesto di queste storie. Per non parlare delle ovvie allusioni a un velato desiderio di trasgressione delle norme e delle convenzioni (del resto, anche Dorian Gray nel celebre romanzo di Oscar Wilde si serve del travestimento per recarsi nell’East Side senza essere riconosciuto, rivelando più ovvie dinamiche omoerotiche), sebbene questo tipo di travestimento non coinvolga quasi mai direttamente il genere sessuale.
 
La ricomparsa del nemico in La casa vuota
La ricomparsa del nemico è certo un elemento degno di nota. Una volta sparito il pericolo numero uno, il malefico Moriarty, e nell’impossibilità di far resuscitare anche lui (ché la faccenda sarebbe stata troppo sporca), Conan Doyle ricicla la figura nel personaggio malvagio nell’ “amico del cuore” di Moriarty. Due osservazioni. La prima: si viene a delineare una seconda coppia (seconda rispetto a quella di primo piano, Holmes-Watson) che richiede una reinterpretazione di quel “triangolo” a cui si era precedentemente accennato. Dunque anche Moriarty, come Holmes, aveva un socio, un compagno, un collaboratore, un bosom friend. Seconda osservazione: Conan Doyle è costretto a inventare un nuovo nemico (nuovo, ma non troppo, altrimenti si perderebbe la continuità della saga) perché se il pubblico reclama Holmes, questi non esiste senza un nemico contro cui battersi. Dunque Doyle deve compiere una doppia azione di ripescaggio per rendere il meccanismo verosimile, convincente e apprezzabile dalla readership. Holmes è come l’eroe virtuale di un video-game ante litteram: perché il gioco funzioni ci deve essere prima di tutto un avversario, e poi azione, ritmo e colpi di scena. Holmes, è bene ricordarlo, langue letteralmente quando è privato dell’azione: resta disteso giorni e giorni sul divano, suona note strazianti sul suo violino, e ricade regolarmente nel vizio periodico della cocaina.
 
(nell'immagine grande: Eric Porter nei panni del professor Moriarty)

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (10)
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lunedì, 05 novembre 2007
Origini della detective fiction. 20 - La saga di Sherlock Holmes

 
conan1Per proseguire il discorso su Sherlock Holmes, continuiamo la selezione dal ricco apparato di note al testo del volume 221B Baker Street edito da Marsilio, curato dalla studiosa Alessandra Calanchi, che riunisce sei casi sherlockiani tratti da raccolte diverse. L’intento è di offrire un’immagine del grande detective sottratta agli stereotipi a cui siamo stati abituati: uno Sherlock Holmes che si rivela non sempre infallibile e non sempre vincente, colto e autoironico, naïf e impacciato con le donne.
Le note sono pubblicate per gentile concessione dell’Autrice.
 
 
La Londra holmesiana
La Londra holmesiana è stata giustamente definita da Carlo Fruttero e Franco Lucentini «un’emanazione del personaggio». Come essi hanno infatti osservato, nonostante l’investigatore si sposti in più occasioni in altre zone (basti pensare agli ultimi due racconti della nostra raccolta), «il paesaggio di Londra prevale, è quello che associamo automaticamente al nome di Sherlock Holmes. Nebbie, carrozze, lampioni a gas, lunghe cancellate, vicoli oscuri […] Si può dire che la Londra di fine-secolo esista, nella geografia letteraria, per merito di S.H.» (Indagine preliminare in forma di dialogo, in A. Conan Doyle, Il cane dei Baskerville, Milano, Rizzoli 1982).
 
L’appartamento di Holmes
Gli studiosi discutono ancora sull’esatta ubicazione dell’appartamento, al fine di ricrearne una planimetria corretta. In generale si può ipotizzare che l’appartamento fosse situato al primo piano di una palazzina, che fosse composto di due confortevoli camere da letto e di un ampio salotto, a cui dobbiamo aggiungere un ripostiglio e, forse, una stanza da bagno. Sull’argomento si rimanda al capitolo The Home of Holmes in My Dear Holmes: Studies in Sherlock (Gavin Brend, 1951) e al più recente studio di E.S. Smith Jr., The Floor Plans of Baker Street (© dell’autore, ottobre 1996).
 
sherlock room 
Holmes e Watson
Il rapporto fra Holmes e Watson non è mai né di sudditanza, né di soci d’affari, ma è improntato fin dall’inizio sul rispetto reciproco e su una progressiva amicizia. Questa male friendship, la tipica amicizia maschile britannica che è al centro ditanta letteratura dell’Ottocento, affonda le sue radici nel concetto vittoriano di “mascolinità”, un concetto oggi dibattuto e oggetto di reinterpretazione soprattutto a opera dei gender studies. Come ha scritto G.P. Caprettini, Watson rappresenta per Holmes lo «spazio trasparente e fidato di una complementarietà» laddove la donna è un fattore di turbamento e squilibrio (Le orme del pensiero, ne Il segno dei tre, cit., pp. 159-81). Siamo in un contesto fortemente maschile, sia dentro il testo sia fuori dal testo (anche la readership dei racconti è prevalentemente maschile), e senza arrivare ad accuse di misoginia e ad allusioni di omosessualità è innegabile che il tipo di rapporto che lega i due personaggi è proprio quella particolarissima British male relationship vittoriana che, pur escludendo ogni interferenza di tipo sessuale, si coniuga facilmente con un sentimento omoerotico latente. […] Fra le molteplici interpretazioni dell’amicizia fra Holmes e Watson, una delle più originali è indubbiamente quella dello scrittore e saggista inglese George Orwell, il quale, come ricordano Fruttero e Lucentini, sostiene che «Il rapporto Holmes-Watson […] è lo stesso rapporto di Don Chisciotte con Sancio Panza. L’anima e il corpo. L’ideale e la realtà. L’ingenua generosità e il buon senso materialista». Ma, attenzione, avvertono i due: Orwell vede non Sherlock Holmes «come paladino, come continuatore della cavalleria», bensì Watson, poiché «Conan Doyle, con l’aiuto delle illustrazioni di Paget, ha invertito le carte, dando a Holmes i tratti affilati, nobili, del cavaliere della Mancia, e a Watson un aspetto borghese e terra terra. In realtà, è sempre il buon dottore a trasfigurare catinelle e mulini a vento, a immaginare il mondo più vario, ricco, stupefacente, fantastico di quanto non sia. Mentre Holmes ha il compito, ogni volta, di disilluderlo, di sgonfiargli le bolle di sapone, di smontare anche il mistero più affascinante, riducendolo alle solite tre o quattro prosaiche componenti, vendetta, odio, amore, cupidigia, un cugino arrivato dall’estero con barba finta…» (Indagine preliminare in forma di dialogo, cit., pp. 9,10). Fruttero e Lucentini alludono qui a un saggio del 1941, L’arte di Donald McGill, in cui Orwell parla della coppia Don Chisciotte-Sancio Panza come di una forma dell’antico dualismo fra anima e corpo, e sottolinea appunto come le caratteristiche fisiche dei due personaggi siano invertite. Orwell, del resto, nomina molto di frequente Sherlock Holmes nei suoi saggi critici.
 
sherlock_Paget 
Le armi
Holmes maneggia solo eccezionalmente delle armi, prediligendo l’uso delle nude mani per difendersi dai suoi aggressori. Watson, invece, possiede una vecchia pistola d’ordinanza che si rivela molto utile in casi come questo. Il fucile ad aria compressa citato in questo capitolo e anticipato nel racconto precedente, infine, non è certo un giocattolo da fiera ma un’arma micidiale, silenziosa e precisa, con cui Holmes si imbatte più volte nel Canone.
 
Il violino
Sherlock Holmes si concede struggenti assoli di violino nelle pause che gli concede la sua attività,a puro scopo ricreativo, oppure dopo aver risolto un caso, o ancora nei momenti in cui è alla ricerca di un certo grado di concentrazione. Stando ai vari racconti in cui è menzionato questo strumento, che riposa in un angolo del salotto, Holmes sembra prediligere orari antelucani e suonarlo in modo eccentrico. Si tratterebbe nientemeno che di unno stradivario, acquistato con un colpo di fortuna da un robivecchi per soli 55 scellini (La scatola di cartone, 1893).
 
La biblioteca
Holmes possiede molti volumi di consultazione , indici e archivi in cui conserva non solo i resoconti dei casi da lui affrontati, ma anche notizie riguardanti personalità illustri e famosi criminali. Possiede inoltre un album dove incolla ritagli di giornale inerenti annunci personali, persone scomparse, casi non suoi e così via, e infine un’Enciclopedia Araldica, pile di giornali vecchi, un dizionario geografico, almanacchi, orari ferroviari, volumi di botanica e l’Enciclopedia Americana. Holmes legge numerosi giornali, che gli vengono recapitati a casa e sono ben visibili la mattina, come abbiamo visto, sul tavolo della colazione (il “Times”, il “Daily Chronicle”, lo “Standard”, l’ “Echo”, il il “Daily Telegraph” e il “Daily News”).
 
Arthur Conan Doyle, 221B Baker streetSei ritratti di Sherlock Holmes, a cura di Alessandra Calanchi (con testo originale a fronte), Marsilio Editori, Venezia 2001

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sabato, 27 ottobre 2007
Origini della detective fiction. 19 - La saga di Sherlock Holmes

 
conan1La studiosa Alessandra Calanchi ha riunito sei casi sherlockiani, tratti da raccolte diverse, nel volume 221B Baker Street edito da Marsilio: il suo intento è di offrire al lettore una certa varietà di contenuti e di stili che possa decostruire il personaggio di Sherlock Holmes, spogliandolo dalle stratificazioni svianti che ha subito nel corso del tempo, restituendogli un volto più composito, più simpatico e più accattivante. Ne risulta un’immagine del grande detective sottratta a quegli stereotipi della “britannicità” con cui ha pagato l’enorme successo popolare decretatogli dai mass media: uno Sherlock Holmes che si rivela non sempre infallibile e non sempre vincente, colto e autoironico, naïf e impacciato con le donne.
Per proseguire il discorso su Sherlock Holmes, dunque, riporto un passo dell’Introduzione al volume (per gentile concessione dell’Autrice).
 
 
Decostruire gli stereotipi
di Alessandra Calanchi
 
Primo fra gli stereotipi che intendiamo mettere in discussione, la “odiosa” infallibilità di Holmes. Come vedremo, ne I cinque semi d’arancia, posto in apertura di questa antologia, il grande detective risolve il caso senza però riuscire a salvare la vita al suo cliente, né a mettere le mani sui criminali; simmetricamente, l’ultimo racconto qui presentato si concluderà con la piena ammissione, da parte di Holmes, di essersi sbagliato troppo a lungo, di essere stato lento nel comprendere la verità. Per molto tempo ha prevalso, nell’immaginario popolare, l’idea che Sherlock Holmes rappresentasse il prototipo dell’investigatore arrogante, antipatico, che ha sempre ragione e che lo dimostra maltrattando Watson, la polizia e perfino i lettori. Anche questo è falso: Conan Doyle ci presenta con puntigliosa coerenza un personaggio fin troppo umano (al punto da cedere al vizio del fumo e della droga), generoso e disponibile, semmai abile nei mascheramenti, ma sempre animato da nobili scopi.
Altro esempio di stereotipo: l’imprescindibile convivenza Holmes-Watson. Nei racconti che abbiamo scelto, la celebre “spalla” di Holmes – che tradizionalmente condivide con lui l’altrettanto celebre appartamento – in realtà è già sposato e si trova a Baker street solo per qualche giorno. Il che non toglie assolutamente nulla all’intimità che esiste indubbiamente fra i due, un’intimità le cui sfumature omoerotiche non hanno mancato di rappresentare un fecondo terreno di studio, ma che è sempre rigorosamente sottomessa al rispetto reciproco e alla professionalità di entrambi i personaggi. Ognuno nel suo settore – l’uno come detective, l’altro come medico – essi svolgono infatti le loro mansioni senza che mai l’amicizia che li lega degeneri o si incrini; e quelle comiche o patetiche prese in giro di Watson da parte di Holmes a cui certo cinema ci ha abituati sono del tutto assenti. Anche quando si permette di fare della lieve ironia, secondo il costume anglosassone, Holmes è pieno di rispetto nei confronti del compagno, e le sue battute di spirito – sempre affettuose – rientrano in quel tipico humour che non desidera offendere ma semplicemente far sorridere con stile.
Per non parlare, infine dei veri e propri “falsi”: la frase «Elementare, Watson!» che non uscì mai dalla penna di Conan Doyle; la mantellina e soprattutto il cappellino da caccia – il cosiddetto deerstalker – che furono creati dall’illustratore (Sidney Paget, assunto per errore dall’editore al posto del più famoso fratello Walter) e non dall’autore; o, ancora, la pipa calabash che non esisteva ai tempi in cui le storie venivano scritte.
 pipa sherlock
 
Molto interessante è anche l’apparato di note della Calanchi ai diversi racconti: comincio col riportarne alcune, che puntualizzano la figura sherlockiana e ne integrano gli aspetti forse meno noti.
La pubblicazione di questa scelta di note al testo proseguirà nelle prossime puntate.

 
Il metodo Sherlockiano
Il metodo di Sherlock Holmes si basa su un processo logico che può essere superficialmente frainteso come abilità intuitiva, capacità di indovinare, o mera deduzione (lo stesso Doyle intitolò il secondo capitolo di Uno studio in rosso “La scienza della deduzione”). In realtà, come è stato spiegato da illustri studiosi e matematici, si tratta piuttosto di “abduzione”, consistente nell’inferire da un’accurata osservazione un’ipotesi (laddove “dedurre” significa inferire una tesi e “indurre” inferire una sintesi). Si rimanda in proposito a Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce, a cura di U. Eco e T.A. Seboek (Milano, Bompiani 1983), che fra le altre cose, propone un confronto di tipo metodologico fra il celebre detective e il filosofo americano C.S. Peirce, fondatore del pragmatismo e della semiotica.
 
Holmes e la polizia
I rapporti che Holmes ha con la polizia sono di un tipo assolutamente originale. Holmes si fregia di essere l’unico consulting detective, e la sua competenza è tanto straordinaria che perfino la polizia, che inizialmente è insofferente ai suoi metodi e alla sua presenza sul luogo del delitto, giunge a volte a consultarlo. I vari ispettori che troviamo nei racconti (almeno una decina, su cui campeggia Lestrade) si recano da Holmes quando non sanno più che pesci pigliare, e allora Holmes, compiaciuto ma un po’ sulle sue, accetta generalmente di occuparsi del caso e alla fine, con magnanimità estrema, dopo averlo risolto ne lascia il merito e gli onori alla polizia. È dunque un rapporto di collaborazione impari, basato sul rispetto pur nella totale mancanza di stima professionale da parte di Holmes. All’epoca le forze di polizia erano ben nutrite, e a Londra c’era il corpo più preparato, la Metropolitan Police, detta scotland Yard dalla sede che occupava a Westminster (il luogo in cui anticamente esisteva un palazzo dove i re scozzesi soggiornavano a Londra) prima dell’attentato irlandese del 1884 (la nuova sede sorse in Victoria Embarkment).
 
Holmes e gli Irregulars
Sherlock Holmes, in questo e nei successivi racconti qui raccolti, agisce da solo. In altri romanzi e racconti del Canone, invece, i migliori alleati di Holmes sono una banda di monelli da strada, reclutati dall’investigatore per aiutarlo nelle indagini: sono i celebri Irregulars, gli Irregolari di Baker Street (che fra l’altro hanno dato il nome a una delle più prestigiose associazioni holmesiane del mondo). Poverissimi, e costantemente a rischio di venire risucchiati nel giro della criminalità, essi vengono ricompensati da Holmes con uno scellino al giorno, più le spese, più un premio speciale di una ghinea per chi trova l’obiettivo della ricerca. Li incontriamo, per fare un paio di esempi, in Uno studio in rosso e ne Il segno dei quattro.
 
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Arthur Conan Doyle, 221B Baker streetSei ritratti di Sherlock Holmes, a cura di Alessandra Calanchi (con testo originale a fronte), Marsilio Editori, Venezia 2001.

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