[Non ero sicuro di voler inserire questo mio vecchio commento. Ma poco tempo fa mi è capitato in mano un piccolo libro: Jean-Michel Palmier, Frammenti della vita offesa, SE, Milano 2004, che raccoglie alcune riflessioni del filosofo francese durante il periodo d’infermità che lo portò alla morte. A pag. 26 c’è la voce Malattia, e questo è il testo: «L’angoscia della malattia è prima di tutto quella di un’immensa solitudine. Impossibilità pressoché completa di tradurla in frasi o in parole. Soltanto coloro che condividono la stessa sofferenza possono capirsi con uno sguardo. Senso di inutilità, fastidio o irritazione provocato dalla maggior parte dei discorsi degli altri, anche se animati dalle migliori intenzioni. Massima incomprensione: la malattia non è una semplice aggressione fisica, ma un rovesciamento completo dell’essere-nel-mondo.»
Aver letto questo brano mi ha suscitato un senso di affinità, così mi son deciso a pubblicare il commento, che ha un tema analogo.
Nel post di Clelia Mazzini, a cui rispondevo, si diceva: Forse non esiste nessuno che, come Franz Kafka, abbia reso la sua malattia uno strumento di conoscenza. Perché offre ancora oggi uno specchio in cui l'uomo occidentale può facilmente riconoscere le proprie illusioni, e forse anche la speranza in qualcosa che non può essere nominato.]
La malattia
L’esperienza della malattia non mi è estranea. E, con essa, il “percorso moderno” che ti costruisce intorno.
Suppongo che all'epoca di Kafka le malattie avessero ancora quel carattere chiaro ed esemplare, che le connotava esistenzialmente. Oggi, invece, l’esperienza della malattia innesca spesso un “edificio collaterale” di esperienze, attese, paure, sofferenze, mutilazioni anche dell’anima, che seguono e rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Per questo, forse, la contemporaneità continua a respingermi.
La sofferenza primaria della malattia, infatti, porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Un grande progresso e una grande molteplicità di sfaccettature: per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita.
Capita che le terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portandoti a non capire il mondo, a non capire il tuo esserci, e a conoscere dolori nuovi, che non sai né descrivere né spiegare a chi ti sta vicino. La vita diventa incomprensibile, e così le pulsioni suicide – debitamente indicate nel foglietto illustrativo – che il farmaco talvolta induce.
Così, quando le terapie moderne – multiple, associate, intersecantesi – s’appropriano di te per salvarti, il percorso si fa sfaccettato e quasi inconoscibile, in un modo che rende più arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. Gli sforzi, allora, si fanno anch’essi sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato” prende una forma quasi fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che esiste ed è lì.
È lì per essere raggiunto: supremo specchio di illusioni, oppure, come mi piace pensare, arrivo necessario di un’esistenza.
nell’immagine: Frank Kafka
Poiché sto lavorando ai nuovi libri (sì, sono più di uno), non posso occuparmi del blog e dei commenti.
Ma tornerò presto.
(a lato: i dattiloscritti originali di Sulla strada di Jack Kerouac, fogli uniti in rotolo - foto di Thomas Hawk/Flickr.com)
[Nell’agosto del 1980, di notte, venni fermato da un’auto civetta in una strada di campagna mentre mi sollazzavo illecitamente con alcuni amici. Al posto di polizia rilasciarono gli altri e trattennero me, perché l’auto era mia e gli oggetti del reato erano da ritenersi miei. Nella stanza degli interrogatori mi fecero calare pantaloni e mutande fino alle caviglie, per vedere se nascondevo altra roba, e senza preavviso mi riempirono di ceffoni, giusto per farmi capire chi comandava. Probabilmente volevano farmi “parlare”, ma fu un gesto inutile, visto che alla fine non raccontai niente. Stetti in carcere qualche giorno, ma al processo venni assolto perché il fatto non era poi così grave da costituire reato. In realtà, dopo la cattura ero riuscito a lanciare fuori – pur coi polsi ammanettati – alcuni cartocci che nascondevo nel risvolto dei jeans, perché quei coglioni tenevano i finestrini della 127 aperti. Quasi mi feci beccare, perché uno dei poliziotti s’era accorto dei miei movimenti, ma ormai avevo le mani vuote. Se mi avessero trovato anche quelli, forse il reato c’era. Ma alla fine mi rammaricai di averli gettati, perché per tutto il tempo nessuno pensò mai di srotolarmi i risvolti dei jeans. Ora, a distanza di tanti anni, quando in Mistero etrusco ho voluto ricostruire un ipotetico interrogatorio al mitico Aristide Fazzini, non sono riuscito a dipingere i poliziotti come persone sagaci e professionali – come probabilmente meriterebbero: qualcosa deviava la mia mano verso il grottesco, il velleitario, l’inconcludente, forse per esorcizzare il brutto imprinting ricevuto da ragazzo.]

(pag. 58)
Le strade intorno alla questura sembravano pervase dallo spirito benigno che possedeva la notte. Da ore il silenzio era assoluto, solo un motorino gorgogliante s’era fatto sentire da un vicolo nascosto, primo indizio dell’alba in arrivo.
Nell’ufficio attiguo a quello del vicequestore l’aria era pregna di fumo addensato in falde ondulate. La finestra che s’affacciava sulla buia immobilità del cortile, abitata da sonnecchianti alberi d’acacia, consentiva un ricambio minimo che non aiutava a chiarire le idee. E la situazione era tutt’altro che semplice.
L’interrogatorio dell’indiziato era stato snervante e confuso, pieno di contraddizioni, ma sembrava aver fruttato elementi che potevano essere decisivi. Dopo un battibecco che pareva non voler finire più, col viceispettore Asciuti sul punto di metter mano al manganello d’ordinanza poggiato sulla cassettiera, il sospetto s’era lasciato sfuggire affermazioni a dir poco compromettenti, facendo scattare il meccanismo procedurale che lo trasformava da persona ascoltata sui fatti in vero e proprio indagato.
Quel demente avrebbero dovuto tenerlo sotto controllo da tempo, rimuginò fosco l’ispettore capo. A dire il vero, gli incartamenti che lo riguardavano erano smilzi e non contenevano nulla di raccapricciante, tranne qualche episodio di coprofilia e di violazione di domicilio, tutti conclusi con un semplice ammonimento. Ma con la grana che avevano per le mani non c’era da scherzare. Un caso d’omicidio come quello, se non si risolveva subito, avrebbe rischiato di tenerli alla catena per mesi.
Gentilini fece scrocchiare le dita tirandole una per una, i gomiti poggiati sul linoleum verde della scrivania e lo sguardo perso nel posacenere zeppo di cicche ammaccate. Rialzò gli occhi nell’istante in cui il viceispettore lanciava dalla finestra il suo mozzicone di sigaretta, seminando scintille.
«Bravo, Asciuti, così mi piaci» commentò sardonico, scoccandogli un’occhiata di rimprovero. «Appicchiamo pure il fuoco agli alberi, già che ci siamo.»
«Ispettore, ma ha piovuto pochi giorni fa…»
«Che c’entra?» Gentilini sbuffò, cercando di reprimere il malumore che l’attanagliava. Le manie dell’agente Caviglia lo stavano contagiando in maniera preoccupante, segno che le indagini si sarebbero rivelate più laboriose del previsto. Anzi, la sensazione che sarebbe finito in una strada senza uscita si fece più forte.
«Fa’ riportare qui il sospetto» bofonchiò.
L’uomo era stato spedito a riflettere in un bugigattolo che prendeva luce da un’apertura sopra la porta, in attesa di decidere il da farsi. Ma c’era poco da decidere. Con le sue affermazioni apodittiche e ingarbugliate, quel barbone puzzolente aveva finito per metterli in difficoltà. Non tanto su come aveva trascorso la serata di mercoledì, che restava un mistero, ma per l’assurda concatenazione di ragionamenti che aveva inanellato per spiegare il suo ruolo negli eventi.
Quando l’indiziato gli ricomparve davanti, l’ispettore capo lo squadrò da capo a piedi con un sospiro. Lo fece sedere sulla sedia traballante riservata ai sospetti, estrasse una sigaretta dal pacchetto schiacciato e prese a rigirarla tra le dita, senza decidersi ad accenderla.
Anche rivestito, il tanghero manteneva un aspetto poco invitante: bocca devastata dalla carie, alito peggio di un’arma chimica, faccia affondata in una foresta di saggina, testa irta di cordelle nodose. Da quella specie di cloaca c’era poco da sperare, considerata la fatica che aveva fatto a trarre qualche informazione dalla valanga di parole che gli aveva riversato addosso.
«A questo punto, non può che scattare l’imputazione» dichiarò solenne, studiandone le reazioni. «Perciò ti serve un avvocato. Sei sicuro di non averne uno di fiducia?»
Aristide Fazzini lo guardò imbambolato, come se il breve isolamento ne avesse fiaccato la resistenza. Si girò a scrutare i muri grigiastri, affollati di avvisi e ritagli di giornale puntati su spartani pannelli di sughero.
«Hai capito la situazione?» intervenne gelido il viceispettore Asciuti. Poggiato allo stipite della finestra, lo fissava implacabile attraverso la cortina di fumo di una nuova sigaretta. «Quello che hai detto è già sufficiente per incriminarti. Adesso, quindi, parla chiaro e non farci perdere troppo tempo.»
Fazzini, coperto da una gualcita camicia a scacchi che gli arrivava fino al ginocchio, si fece rosso e prese a muovere gli occhietti vivaci a destra e a sinistra. «Ma, amico…» biascicò, «signore, concittadino… cos’ho detto di così tremendo?»
«Hai ammesso di avere ucciso, caro mio» gli rinfrescò la memoria l’ispettore capo, con una smorfia cinica. «L’hai detto prima, non ricordi? Siamo in tre ad aver sentito.»
«D’accordo ma… chi non ha ucciso almeno una volta nella vita? Non vorrete dare a me anche questa colpa…»
«Stammi bene a sentire, coglione.» L’ispettore capo s’alzò di scatto dalla sedia, puntandogli contro due dita che stringevano la sigaretta ancora spenta. «Le persone normali non ammazzano la gente, a quanto ci risulta. E se tu l’hai fatto, devi essere punito. Ne convieni?»
«Calma, signore.» Con un moto d’orgoglio, Fazzini si drizzò sulla sedia, gonfiò il petto e assunse un tono grave. «Se ho ammazzato qualcuno, l’ho fatto in senso figurato: era certamente questo che intendevo dire.» Anche lui puntò due dita contro l’interlocutore: «Tu hai certamente ucciso più cose di me. Non dirmi che non hai mai ucciso la lealtà, o il desiderio… Quante volte hai ucciso un desiderio?»
Gentilini lo fissò, pensando alle ore di sonno che aveva perduto. Quel citrullo continuava a giocare con le frasi, a girare intorno al problema, a deviare dal filo logico dei ragionamenti. Fece uno sforzo immane per mantenere la calma. «Tesoro, qui non parliamo di desideri» ringhiò, «ma del fu Massi Carlo, in arte Carletto, trafficante, restauratore e falsario. Dico “falsario” perché metà dei pezzi d’antiquariato che vendeva non erano autentici, e “trafficante” perché negli ultimi tempi s’era buttato nel commercio di reperti archeologici.» Ebbe la sensazione, nettissima, che l’altro non capisse. «Mi segui?»
Fazzini lo fissava con le sopracciglia inarcate e lo sguardo attento e sorpreso, come se stesse assistendo a una scena indecifrabile. «Ma, signore…» aprì le braccia e agitò le mani grassocce, «dei reperti archeologici abbiamo già parlato, no? Io amo l’archeologia. Questo l’ho detto, giusto? Poi di cosa abbiamo parlato? Ah, sì, della morte e di chi uccide. Mi hai chiesto se ho ucciso, e io t’ho detto di sì. Tutti uccidiamo. Io, a volte, uccido anche me stesso, e mi sento morire sul serio. Ma quello che uccidiamo più di tutto è la verità. Poi cos’abbiamo detto? Abbiamo detto che anche tu, come me, reciti una parte nel teatro della vita…»
«Piantala con questa storia del teatro della vita!» gli urlò addosso il viceispettore Asciuti, avanzando minaccioso verso la scrivania. «È da un’ora che ci racconti che la vita è una recita, che siamo tutti attori, che qualcun altro ci ha assegnato le parti eccetera…»
«Ma è così, vi assicuro, la vita è un teatro. Ci ho anche fatto uno studio…»
«Sì, ma ora hai rotto le palle con questa solfa!»
«Calma, Asciuti.» L’ispettore capo allungò le mani per allontanarlo, poi tornò a Fazzini: «Senti, questa faccenda l’abbiamo capita, non c’è bisogno che la ripeti. Adesso, però, ricominciamo da capo.»
Il sovrintendente Tampieri bussò discreto e inserì il profilo aquilino nello spiraglio della porta, guadagnandosi un’occhiataccia di Gentilini. «Scusi ispettore, ho portato i caffè…» disse esitante.
«Era ora, caspita. Li hai dovuti tostare e macinare?»
«È la macchina, funziona un momento sì e un momento no.»
«Va bene, va bene…»
Il sovrintendente entrò, posò i bicchieri sul tavolo e accennò a uscire, ma si fermò sulla soglia: «Allora dobbiamo chiamarlo, l’avvocato d’ufficio?»
«Certo, altrimenti non possiamo procedere.»
«Chi chiamiamo, a quest’ora?»
«Guarda nella lista, no?» lo liquidò l’ispettore con un gesto seccato. «Fai qualche telefonata e vedi chi è disponibile. Questa faccenda la voglio chiudere prima che faccia giorno, cazzo.»
S’alzò indispettito, prese il suo caffè e andò a sorseggiarlo vicino alla finestra, massaggiandosi la mascella bisognosa di rasatura.
A quel punto l’interrogatorio avrebbe dovuto fermarsi in attesa dell’avvocato, ma uno sguardo d’intesa col viceispettore diede il via alla prassi ufficiosa. Asciuti andò a sedersi alla scrivania, poggiò le mani sul piano e inquadrò Fazzini con la sua espressione truce, accentuata dalla folta barba corvina.
Fazzini gli restituì uno sguardo cordiale, carezzandosi compiaciuto il cespuglio color cenere che gli allargava la faccia paffuta. «Bella la tua barba, collega, ben curata. Bisognerebbe che anch’io…»
«Non sono tuo collega, stronzo» troncò Asciuti. «Tu sei solo un barbone che fruga nella spazzatura.»
«Calma, amico, io sono un ricercatore, non un barbone. Innanzitutto, ho una casa…»
«Sì, ci siamo appena stati: un cimiciaio dove la muffa cresce come il foraggio. C’è mancato poco che finissimo avvolti in lenzuoli di ragnatele e assaliti da ragni giganti. E poi era piena di pattume.»
«No, no, dottore, non è come sembra» si animò Fazzini scuotendo la testa. «Riguardo al pattume, voi sbagliate approccio. Bisognerebbe prima capire cos’è pattume e cosa non lo è, e io veramente non l’ho ancora capito. È un problema serio: quando apro una scatoletta, se in quel momento è pulita e dopo che l’ho vuotata è sporca, cos’ho fatto per sporcarla? Basta averla vuotata per dire che è sporca?»
«Lascia stare la sporcizia, Fazzini» intervenne l’ispettore capo dalla finestra, «a quella abbiamo già pensato noi. Non dire che non abbiamo usato riguardi: t’abbiamo anche fatto fare la doccia…»
«Sì, è vero, devo ammettere…»
«Ecco, bravo, ma adesso veniamo al sodo» riprese Asciuti. «Dimmi perché hai eliminato Massi. Dovevi avere un motivo valido per volerlo morto, non puoi averlo fatto così, per sport. Giusto?»
«Giusto.»
«A quanto ci risulta, non hai mai avuto comportamenti antisociali, a parte la passione per l’immondizia.»
«No, io mi comporto sempre con correttezza» confermò Fazzini, illuminandosi in un sorriso cavo.
«Anche quando ammazzi qualcuno, no?»
«Certo, certo, è naturale. Il mio stile non mente. Mi fa piacere che te ne sei accorto, amico.»
«Però, piantare un forcone in petto a un povero disgraziato non è il massimo della correttezza, mi sembra. Forse eri arrabbiato. Eri troppo arrabbiato, così hai perso il controllo…»
«No, io non perdo mai il controllo.» Fazzini scosse la testa deciso: «Almeno da quando studio l’umanità. Per questo potrei dire d’essere un umanista, se non oso troppo: studio il mondo e gli uomini. Cerco di capire dove mi trovo, chi sono i miei simili. Ma ho paura che, finché non finisce la commedia, non riuscirò a capirlo…»
«Che fai, ricominci con la commedia?» gridò il viceispettore picchiando i palmi sulla scrivania. «Insomma, vogliamo arrivare al dunque?» Afferrò alcuni fogli dattiloscritti e ne segnò col dito i diversi punti. «Qui c’è scritto che ieri, verso sera, sei stato visto in via Vecchia Fiesolana. Avevi delle cose legate dietro quel ferrovecchio che chiami bicicletta…»
«È il manipede, il mio…»
«Zitto!» Il viceispettore posò meccanicamente una mano sulla pistola d’ordinanza.
«Ehi, concittadino, non vorrai mettere in mostra la sputapiombo, ah, ah!» Fazzini contrasse la faccia in una maschera allegra. «Lo so che l’hai lucidata tutto il giorno…»
«Senti, pezzo di cretino» avanzò minaccioso l’ispettore capo, reprimendo l’impulso di tirargli addosso il bicchiere di caffè bollente che aveva in mano. «Smettila di prenderci per il culo. Poco fa hai ammesso d’avere ucciso: non hai fatto riferimento a Carlo Massi, però gironzolavi intorno a casa sua poco prima che venisse ammazzato. Nelle borse del tuo trabiccolo c’erano oggetti che puoi benissimo aver sottratto da lì. Guarda che abbiamo trovato molte impronte digitali, e ora dobbiamo solo confrontarle con le tue, così sei incastrato. Hai anche ammesso di conoscere Massi e di avergli venduto le cose che trovavi in giro.»
Fazzini guardò allibito l’ispettore, che ora lo sovrastava con le mani piantate sul fascicolo aperto, da cui spuntavano le foto del cadavere appena sviluppate.
«Ma io ero andato al parco degli uccelli» replicò docile, «l’ho già inventato prima… cioè no, volevo dire, l’ho già spiegato prima… ah, ah! Ci siete cascati, eh?» si dimenò sulla sedia in un accesso d’allegria, riducendo gli occhi a due fessure oblique. «Volevo dire che l’ho detto, non che l’ho inventato… Sapete, io vado al parco degli uccelli ad aiutare il custode, e ieri gli ho portato un carico di pane secco…»
«Questo non basta, furbastro» lo rimbeccò il viceispettore sbuffandogli in faccia una nuvola di fumo. «I tuoi lapsus del cazzo, tra l’altro, non fanno che aggravare la tua posizione, quindi falla finita.» Un ghigno acido gli spuntò dalla barba nera. «Ora ti dico io come sono andate le cose: dopo aver portato il pane secco al parco Romanelli, sei andato da Massi a offrirgli la tua lurida mercanzia, lui t’ha mandato affanculo e tu l’hai inforcato. È stato un raptus, niente di più. Ormai lo sappiamo, perché c’è un testimone. Quindi confessa, così ti concedono la seminfermità di mente e amen.»
«Testimone?»
«Già, un testimone, proprio così» ringhiò Asciuti.
Fazzini spalancò gli occhi, lasciò cadere la mascella e sollevò le spalle, come se avesse fatto una scoperta orrenda. «Non ditemi che… è stata quell'orrore di donna a ordire tutto questo?» balbettò spiritato. «Quella… megera con la cofana in testa e il doppio strato d'avorio in bocca?»
«Ma di che stai parlando?»
«Signori, quella è una sadica, non le dovete credere!» Fazzini storse la faccia in una smorfia disperata, incassando la testa e facendo la voce chioccia. «Produce solo menzogne, e poi vive con una tribù di equini col labbro a grondaia e il nitrito facile…»
«Fermati, fermati…» Ma Fazzini era schizzato in piedi e gesticolava nervosamente con gli occhi strabuzzati: «Quella, quella… è sempre andata pazza per le manone da minatore, le ricordavano quelle del babbo, e le mie mani piccole non le piacevano, però quando si faceva male le accarezzavo la parte dolorante e stava subito meglio, avevo poteri che si manifestavano di rado perché ero preso dalle ricerche, e mi avevano anche consigliato uno psichiatra, ma poi…»
S’interruppe di colpo, fermò il gesticolare e tornò a sedersi, gli occhi stretti a formare due fessure. «No, non volevo dire questo, non posso ancora saperlo» concluse pacato. «Però avevo perso i miei poteri.»
«D’accordo, i tuoi poteri» l’assecondò Gentilini. «Adesso calmati, eh?» Ormai la faccenda sembrava a un punto morto.
«Ma torniamo alla vostra indagine, amici» riprese Fazzini, squillante. «Io sono con voi, ah, ah! Dunque…» prese un’espressione seria, «credo che i fronti per trovare il movente del delitto siano due: le cose, gli oggetti, i documenti, gli scritti, i diari e qualunque altra cosa apparteneva al morto. L’ho letto in un manuale che ho trovato nel cassonetto della carta…» Gonfiò il petto e prese a lisciarsi vigorosamente la barba. «Se poi aveva litigato con qualcuno, non ero io. Tra l’altro, non lo vedevo da almeno sei ore, e sapete quante cose possono succedere in quel lasso di tempo… ah, ah, ah!»
Improvvisamente rivolse gli occhi al soffitto e sporse le labbra in un sonoro risucchio: «Ma ora che mi sovviene, amici…» si picchiò una mano sulla fronte, «ecco cos’era quel tarlo che mi girava nella testa! Ieri sera, all’ora che dite voi, io mi trovavo al Cannibal, per dare una mano a smontare il palco e raccogliere i tubi che buttavano via…».
Impietriti, Gentilini e Asciuti si girarono verso il sovrintendente Tampieri che li chiamava dalla porta: «Dottore, ecco la deposizione dell’indagato. A proposito…» il sovrintendente arricciò il naso e abbassò la voce, «è appena arrivato il vicequestore».
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
Tacchinamenti
Gaja, il tuo nome è angelo, la tua casa il cielo con le nuvole, la terra dove posi i piedini è fiore.
L’amore di fuoco che mi assalì venne sublimato in pura adorazione, nonostante la tua lunga permanenza in quell’equivoca locanda “Senza qualità”, dove perfino un sorcio mi fecero mangiare, per tenermi lontano da te!
Stefania de Babel: sono umano sì, altroché. E non sono di legno, questo ormai s’è visto.
Sai, vorrei confidarti una cosa, visto che siamo io e te, e so che tu i segreti li sai tenere.
Il mio cuore, e non solo quello, batte ancora per la casalinga, la fantastica, la merveilleuse, la super-casalinga col grembiulino dalla pettorina-francobollo.
Dio, quando le si sollevava: sotto non aveva niente! Altro che la Jane Batton: quella era solo il frutto di un’allucinazione per i cucchiaini malefici della Maga Metallica.
La casalinga – quella precaria intendo, non confondiamo – ha una carne vera, ammorbidita dalla dolce routine domestica e profumata dalle pratiche culinarie. E poi un viso, due occhioni azzurri che ti guardano come stupiti... Ah, che languore! Non immagini, Stefania, quanto mi batte ancora il cuore.
L’ho intravista là, al commento 17 (uh, che numero, ma non poteva sceglierne un altro? Ma chi se ne importa, l’amore non teme nulla...). La vedi come mi stuzzica? Non ha pietà, gioca coi miei sentimenti...
Maga Sabrina Metallicafisica, il tuo sguardo è metallico e magnetico. Ti scruta dentro e attira irresistibilmente... E scopro che, oltre che metallica, sei pure fisica. E stai vincendo le mie resistenze...
Ho scoperto che la tua fisicità merita attenzione. Tu nascondi portenti, come quelli che studiavano gli antichi etruschi. Essi davano interpretazione ai fenomeni straordinari che si manifestavano sulla terra: per loro tutto nascondeva presagi.
E io vedo presagi nei portenti che si celano nella tua fisicità.
Bella la farfalla, dolce Metallica. Dunque me la doni? Vuoi proprio rimanermi scolpita nella mente, mia Vanessa vagheggiata. Il tuo dono mi dà un’emozione che mi scuote sopra ogni altra, lo sai. È qualcosa di non codificabile, pur con tutta la razionalità che uno voglia metterci.
Non c'è verso: tu sei misteriosamente magica, vieni da una tradizione troppo antica per esser dominata con l’armamentario comune.
Dora, giammai! Io le donne le amo – come già ho avuto modo di dire – soprattutto spiritualmente.
Ma secondo la mia visione filosofica lo spirito è tutt’uno con la carne, non lo si può disgiungere. È un puro accidente della natura, che vuoi farci? E ti assicuro che fra le mie braccia (ehm, pardon, volevo dire nelle mie mani...) saresti più che al sicuro!
Per carità: io sono un uomo molto dabbene. “Tutto a modino”, dicono le donne quando parlano di me.
Ilarietta, sai che quando penso a te vedo un angelo con le alucce?
Tu sovrintendi ai miei sonni e ai miei sogni, fughi i miei timori e addolcisci i miei momenti difficili.
Ilarietta argentata, sposo il tuo motto: “in qualsiasi epoca abbiamo ali d'argento”.
Ancora mi domando da quale fine sensibilità può essere uscita quella frase. Una sensibilità così trasparente da apparire semplice, quasi elementare, ma che in realtà contiene in sé le cose più belle che uno spirito non corrotto possa cercare.
Spesso mi chiedo quale patrimonio si nasconda in te. Quale tesoro riposi nella dolcezza del tuo manifestarti, così chiaro e inerme e inoffensivo. Un tesoro fatto di ori e gemme, magari custoditi da un drago? O un tesoro fatto di un’anima nobile e grande, come quelle che si cantavano nell'Età di Mezzo? E che, magari, si può trovare nella Terra di Mezzo?
Apepam, ragazza misteriosa: grazie per l’orsetto che dorme.
Già ti confessai che il tuo sguardo in quelle slides d'apertura mi ferma il respiro, seppure per un istante. Sapevi bene quel che facevi, quando le mettesti: galeotti quegli occhi blu, in cui si perderebbe anche lo spirito più corazzato.
E io sono corazzato forte, sai. Ma ogni volta l’incastellatura trema, e io devo riprendere fiato...
Gattarandagia
Ma lo sai che in quell’avatar hai un’aria triste e dolcissima insieme?
Non ti ho seguita (“tacchinata”: che parola volgare!) nella maniera canonica, ma sei sempre stata nei miei pensieri.
Ti sei mai chiesta da dove venivano quei deliziosi manicaretti da gourmet, saporiti e profumati, che trovavi ogni sera nella ciotola, dopo il misero pasto di avanzi? Hai pensato a una gattara raffinata oppure a un ammiratore misterioso? Ebbene, ero io, Gattarandagia, che non avevo il coraggio di rivelarmi!
Hidra
Misteriosissima, i commenti che ti mando, sparuti e telegrafici, in realtà sono gonfi d’interrogativi celati.
Da sempre mi domando cosa si nasconda dietro quell’avatar sontuoso e quella capigliatura color fiamma. Ma quando mi trovo al tuo cospetto cado in soggezione, così escono solo piccole e inermi sollecitazioni. Di cui tu manco ti accorgi!
Dianalove
Dianissima, io tengo il tuo simulacro in una nicchia dinanzi a cui m’inchino ogni giorno.
Tu parli soprattutto per immagini, e io devo ancora trovare le immagini che possano sorprenderti. Perché solo con lo stupore posso sperare di conquistarti, e non ne sono ancora all'altezza!
(commenti lasciati a Maria Strofa, durante le mie sessioni di "tacchinamento")
[Dopo aver letto questo brano, ho pensato che Oblomov sono io. Ma poi mi è saltata agli occhi un’enorme differenza che ci oppone. Lui, poiché odia le incombenze e gli imprevisti quotidiani, li rifugge e li guarda a distanza angosciato, senza mai decidersi ad affrontarli, rimandando indefinitamente l’azione; io, invece, poiché odio le incombenze e gli imprevisti quotidiani esattamente come lui (anche la mia massima aspirazione è una vita tranquilla senza pensieri), li affronto subito, senza dar loro il tempo di ispessirsi, li stronco per eliminarli, e a volte opero addirittura preventivamente, per evitare che si ripresentino. Ma in questo modo ho sempre qualcosa da fare, dannazione.]
Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!... Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?»
«Il mondo e la società devono pure occuparsi di qualcosa», disse Stolz, «ognuno ha i suoi interessi. È la vita...»
«Il mondo, la società! Forse tu, Andrej, mi porti in questo mondo, in questa società proprio per farmi passare la voglia di frequentarli. La vita: bella vita! Cosa c’è da cercare lì? Interessi dello spirito o del cuore? Guarda dunque dov’è il centro intorno al quale si muove tutto questo: non c’è un centro, non c’è niente di profondo, niente che arrivi al cuore. Sono tutti quanti dei cadaveri, degli addormentati peggio di me questi membri della società e del mondo! Che cosa li guida nella vita? Certo, non se ne stanno sdraiati, tutto il giorno si affannano ad andare avanti e indietro come mosche, e a che pro? Entri in un salone e non ti stanchi mai di ammirare la simmetria con cui sono disposti gli ospiti, il tranquillo, pensoso atteggiamento con cui essi... giocano a carte. Un grande scopo della vita, non c’è che dire! Eccellente esempio per una mente che ha bisogno di esercizio! E questi non sarebbero cadaveri? Forse non dormono per tutta la vita seduti? Perché io sarei più colpevole di loro, se me ne sto sdraiato a casa mia e non mi rompo la testa con fanti, re e regine?»
«Roba vecchia, questa, di cui si è già parlato un migliaio di volte», osservò Stolz. «Hai niente di più nuovo?»
«E la nostra migliore gioventù, che cosa fa? Non dorme forse mentre balla, cammina, si fa scarrozzare per la Prospettiva Nesvkij? Un vuoto, continuo susseguirsi di giorni! E guarda con quanta superbia e degnazione, con che aria sdegnosa i giovani guardano chi non è vestito come loro, chi non porta i loro nomi e i loro titoli. E s’illudono, disgraziati, di essere al di sopra della folla. “Noi occupiamo cariche che nessuno, all’infuori di noi, può occupare; sediamo nella prima fila di poltrone; noi andiamo al ballo del principe N. dove siamo ammessi solo noi...”. Ma quando si riuniscono fra loro, si ubriacano e si azzuffano come selvaggi! E questi sarebbero gli uomini vivi, la gente che non dorme? E non è solo la gioventù: guarda gli uomini anziani. Si riuniscono, si scambiano inviti a pranzo, senza cordialità, senza bontà, senza reciproca simpatia! Si riuniscono a tavola, danno una serata, come andassero in ufficio, senza allegria, freddamente, per vantarsi del cuoco, del salone, per poi tagliare i panni addosso agli altri e farsi reciprocamente lo sgambetto. L’altro ieri a pranzo, non sapevo dove guardare e sarei andato a nascondermi sotto la tavola quando hanno cominciato a fare a brandelli la reputazione degli assenti: “Questo è uno stupido, quello è un vigliacco, un altro è un ladro, un altro ancora è un buffone”... una vera caccia a cavallo! E mentre parlano, si scambiano occhiate significative: “se solo esci dalla porta, ce ne sarà anche per te!...” Perché si riuniscono insieme, se son così? Perché si stringono la mano con tanto vigore? Mai una risata sincera, mai un barlume di simpatia! Si affannano per avere in casa il pezzo grosso, il nome famoso. “Da me c’è stato Tizio, sono andato da Caio”, si vantano poi... Ma che razza di vita è questa? Io non voglio saperne. Che cosa mi può insegnare? Che cosa ne ricavo?»
«Sai una cosa, Il’ja?», disse Stolz. «Il tuo modo di ragionare è antiquato: quello che hai detto si trova tutto nei libri di una volta. In fin dei conti, ti fa bene: almeno ragioni, non dormi. E poi, che altro c'è? Continua.»
«Perché continuare? Facci caso: qui nessuno ha il viso fresco e sano.»
«È colpa del clima», lo interruppe Stolz. «Anche il tuo viso è sciupato, e tu non corri, te ne stai sempre sdraiato.»
«Nessuno ha lo sguardo limpido, sereno», proseguì Oblomov, «tutti si trasmettono l’un l’altro preoccupazioni, angosce, pene, tutti sono alla morbosa ricerca di qualcosa. Se almeno cercassero la verità, il bene per sé e per gli altri... no, il successo di un amico li fa impallidire. Uno ha un’altra idea fissa: domani deve passare in un ufficio pubblico, dove si trascina una pratica da cinque anni; la parte avversa continua a spuntarla, e lui per cinque anni si porta quel chiodo nella testa, con un solo desiderio: dare lo sgambetto all’altro e sulla sua caduta costruire l’edificio della propria fortuna. Fare anticamera sospirando per cinque anni: questo sarebbe il suo ideale, lo scopo della sua vita! Un altro si tormenta perché è condannato ad andare ogni giorno in ufficio e a starci fino alle cinque; ma un altro ancora sospira con tristezza perché lui non ha questa fortuna...»
«Sei un filosofo, Il’ja. Tutti si danno da fare per qualcosa, solo a te non occorre mai niente!»
«Per esempio, quel signore giallognolo con gli occhiali», continuò Oblomov, «mi si è messo alle costole per sapere se avevo letto il discorso di un certo deputato; e mi ha guardato con tanto d’occhi quando gli ho detto che non leggo i giornali. E si è messo a parlare di Luigi Filippo come se fosse suo padre. Poi mi ha attaccato un altro bottone per sapere qual era, secondo me, il motivo della partenza da Roma dell'ambasciatore francese. Com’è possibile condannarsi per tutta la vita a imbottirsi ogni giorno delle notizie dal mondo intero, e a gridare per tutta la settimana fino a perdere il fiato? Oggi Mehmet-Alì ha mandato una nave a Costantinopoli, e lui si lambicca il cervello: perché? Domani il Don Carlos fa fiasco, e lui di nuovo tutto agitato. Là scavano un canale, qua mandano un distaccamento in Oriente; santi numi, è scoppiato l’incendio! E tutto sconvolto, si mette a correre e a gridare, come se i soldati marciassero contro di lui. Ponderano, chiacchierano a vanvera, ma in fondo si annoiano, tutto ciò non li interessa; sotto quelle grida si sente un sonno eterno! Tutto ciò è loro estraneo, come se andassero in giro col cappello di un altro. Poiché non hanno niente da fare per conto proprio, si buttano di qua e di là, senza una direzione precisa. Sotto questo voler abbracciare il tutto c’è il vuoto, la mancanza di simpatia per tutto! Quanto a scegliere un modesto sentiero di lavoro, e seguirlo, scavare un solco profondo... è una cosa noiosa, insignificante; qui non serve a nulla atteggiarsi a sapientoni, e non c’è nessuno a cui buttare polvere negli occhi.»