
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore.
Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com

MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.
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Esistono, in tutti i tempi, due letterature che procedono l'una accanto all'altra quasi estranee tra loro, una letteratura vera e propria e un'altra soltanto apparente. La prima crescendo diventa la letteratura permanente. La producono persone che vivono per la scienza e per la poesia; essa procede nel suo cammino seria e quieta, ma in modo estremamente lento, in Europa essa produce una dozzina scarsa di opere in un secolo, le quali però rimangono. L'altra letteratura, praticata da persone che vivono della scienza e della poesia, va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati, e ogni anno mette sul mercato molte migliaia di opere. Dopo pochi anni, però, viene da chiedersi: dove sono queste opere? Dov'è la loro gloria così prematura e così rumorosa? Si può perciò chiamare quest'ultima letteratura che passa, l'altra letteratura che resta.
Arthur Schopenhauer (1788-1860)
Sul mestiere dello scrittore e sullo stile
(ritratto di Ludwig Sigismund Ruhl, 1815)

Il genio, suvvia, può concedersi qualunque cosa fuorché il lusso e lo sperpero puerile di inventare qualcosa che sia già stato inventato da altri innanzi a lui. Le coincidenze inventive si manifestano fra le mediocrità e non fra i geni, anche perché l’inventiva è in arte una qualità di ordine inferiore [...] Non si tratta cioè tanto d’inventare quanto di creare con elementi notorii e alla mano.
Roberto Longhi (1890-1970)
Piero e lo sviluppo della pittura veneziana
(Amerigo Bartoli, Ritratto di Roberto longhi, 1924)

Il talento da solo non può fare uno scrittore. Ci dev'essere un uomo dietro al libro.
Ralph Waldo Emerson (1803-1882)
Natura e altri saggi
Il talento non è altro che la facoltà d'imparare, cioè di attendere e di assuefarsi. Per imparare intendo anche la facoltà d'inventare, di pensare, di sentire, di giudicare ec. Nessuno impara le sue proprie invenzioni, pensieri, sentimenti o giudizi particolari ch'egli porta, ma impara a farlo e non lo può fare se non l'ha imparato, e se non ha acquistato con maggior o minore esercizio e copia di sensazioni, cioè di esperienze, queste tali facoltà, che appaiono affatto innate, e sono realmente acquisite più o meno facilmente. La nostra mente in origine non ha altro che maggiore o minore delicatezza e suscettibilità di organi, cioè facilità di essere in diversi modi affetta, capacità e adattabilità, o a tutti o a qualche determinato genere di apprensioni, di assuefazioni, concezioni, attenzioni. Questa non è propriamente facoltà, ma semplice disposizione. Nella mente nostra non esiste originariamente nessuna facoltà, neppure quella di ricordarsi. Bensì ell'è disposta in maniera che le acquista, alcune più presto, alcune più tardi, mediante l'esercizio; ed in alcuni ne acquista (gli altri dicono sviluppa) più, in altri meno facilmente, in alcuni così, in altri così modificate secondo le circostanze, che diversificano quasi i generi di una stessa facoltà.
Giacomo Leopardi (1798-1837)
Zibaldone