OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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lunedì, 31 marzo 2008
Mistero etrusco – cap. III: l’interrogatorio di Fazzini

[Nell’agosto del 1980, di notte, venni fermato da un’auto civetta in una strada di campagna mentre mi sollazzavo illecitamente con alcuni amici. Al posto di polizia rilasciarono gli altri e trattennero me, perché l’auto era mia e gli oggetti del reato erano da ritenersi miei. Nella stanza degli interrogatori mi fecero calare pantaloni e mutande fino alle caviglie, per vedere se nascondevo altra roba, e senza preavviso mi riempirono di ceffoni, giusto per farmi capire chi comandava. Probabilmente volevano farmi “parlare”, ma fu un gesto inutile, visto che alla fine non raccontai niente. Stetti in carcere qualche giorno, ma al processo venni assolto perché il fatto non era poi così grave da costituire reato. In realtà, dopo la cattura ero riuscito a lanciare fuori – pur coi polsi ammanettati – alcuni cartocci che nascondevo nel risvolto dei jeans, perché quei coglioni tenevano i finestrini della 127 aperti. Quasi mi feci beccare, perché uno dei poliziotti s’era accorto dei miei movimenti, ma ormai avevo le mani vuote. Se mi avessero trovato anche quelli, forse il reato c’era. Ma alla fine mi rammaricai di averli gettati, perché per tutto il tempo nessuno pensò mai di srotolarmi i risvolti dei jeans. Ora, a distanza di tanti anni, quando in Mistero etrusco ho voluto ricostruire un ipotetico interrogatorio al mitico Aristide Fazzini, non sono riuscito a dipingere i poliziotti come persone sagaci e professionali – come probabilmente meriterebbero: qualcosa deviava la mia mano verso il grottesco, il velleitario, l’inconcludente, forse per esorcizzare il brutto imprinting ricevuto da ragazzo.]
 

 tre etruschi 2
 
(pag. 58)

Le strade intorno alla questura sembravano pervase dallo spirito benigno che possedeva la notte. Da ore il silenzio era assoluto, solo un motorino gorgogliante s’era fatto sentire da un vicolo nascosto, primo indizio dell’alba in arrivo.
Nell’ufficio attiguo a quello del vicequestore l’aria era pregna di fumo addensato in falde ondulate. La finestra che s’affacciava sulla buia immobilità del cortile, abitata da sonnecchianti alberi d’acacia, consentiva un ricambio minimo che non aiutava a chiarire le idee. E la situazione era tutt’altro che semplice.
L’interrogatorio dell’indiziato era stato snervante e confuso, pieno di contraddizioni, ma sembrava aver fruttato elementi che potevano essere decisivi. Dopo un battibecco che pareva non voler finire più, col viceispettore Asciuti sul punto di metter mano al manganello d’ordinanza poggiato sulla cassettiera, il sospetto s’era lasciato sfuggire affermazioni a dir poco compromettenti, facendo scattare il meccanismo procedurale che lo trasformava da persona ascoltata sui fatti in vero e proprio indagato.
Quel demente avrebbero dovuto tenerlo sotto controllo da tempo, rimuginò fosco l’ispettore capo. A dire il vero, gli incartamenti che lo riguardavano erano smilzi e non contenevano nulla di raccapricciante, tranne qualche episodio di coprofilia e di violazione di domicilio, tutti conclusi con un semplice ammonimento. Ma con la grana che avevano per le mani non c’era da scherzare. Un caso d’omicidio come quello, se non si risolveva subito, avrebbe rischiato di tenerli alla catena per mesi.
Gentilini fece scrocchiare le dita tirandole una per una, i gomiti poggiati sul linoleum verde della scrivania e lo sguardo perso nel posacenere zeppo di cicche ammaccate. Rialzò gli occhi nell’istante in cui il viceispettore lanciava dalla finestra il suo mozzicone di sigaretta, seminando scintille.
«Bravo, Asciuti, così mi piaci» commentò sardonico, scoccandogli un’occhiata di rimprovero. «Appicchiamo pure il fuoco agli alberi, già che ci siamo.»
«Ispettore, ma ha piovuto pochi giorni fa…»
«Che c’entra?» Gentilini sbuffò, cercando di reprimere il malumore che l’attanagliava. Le manie dell’agente Caviglia lo stavano contagiando in maniera preoccupante, segno che le indagini si sarebbero rivelate più laboriose del previsto. Anzi, la sensazione che sarebbe finito in una strada senza uscita si fece più forte.
«Fa’ riportare qui il sospetto» bofonchiò.
L’uomo era stato spedito a riflettere in un bugigattolo che prendeva luce da un’apertura sopra la porta, in attesa di decidere il da farsi. Ma c’era poco da decidere. Con le sue affermazioni apodittiche e ingarbugliate, quel barbone puzzolente aveva finito per metterli in difficoltà. Non tanto su come aveva trascorso la serata di mercoledì, che restava un mistero, ma per l’assurda concatenazione di ragionamenti che aveva inanellato per spiegare il suo ruolo negli eventi.
Quando l’indiziato gli ricomparve davanti, l’ispettore capo lo squadrò da capo a piedi con un sospiro. Lo fece sedere sulla sedia traballante riservata ai sospetti, estrasse una sigaretta dal pacchetto schiacciato e prese a rigirarla tra le dita, senza decidersi ad accenderla.
Anche rivestito, il tanghero manteneva un aspetto poco invitante: bocca devastata dalla carie, alito peggio di un’arma chimica, faccia affondata in una foresta di saggina, testa irta di cordelle nodose. Da quella specie di cloaca c’era poco da sperare, considerata la fatica che aveva fatto a trarre qualche informazione dalla valanga di parole che gli aveva riversato addosso.
 «A questo punto, non può che scattare l’imputazione» dichiarò solenne, studiandone le reazioni. «Perciò ti serve un avvocato. Sei sicuro di non averne uno di fiducia?»
Aristide Fazzini lo guardò imbambolato, come se il breve isolamento ne avesse fiaccato la resistenza. Si girò a scrutare i muri grigiastri, affollati di avvisi e ritagli di giornale puntati su spartani pannelli di sughero.
«Hai capito la situazione?» intervenne gelido il viceispettore Asciuti. Poggiato allo stipite della finestra, lo fissava implacabile attraverso la cortina di fumo di una nuova sigaretta. «Quello che hai detto è già sufficiente per incriminarti. Adesso, quindi, parla chiaro e non farci perdere troppo tempo.»
Fazzini, coperto da una gualcita camicia a scacchi che gli arrivava fino al ginocchio, si fece rosso e prese a muovere gli occhietti vivaci a destra e a sinistra. «Ma, amico…» biascicò, «signore, concittadino… cos’ho detto di così tremendo?»
«Hai ammesso di avere ucciso, caro mio» gli rinfrescò la memoria l’ispettore capo, con una smorfia cinica. «L’hai detto prima, non ricordi? Siamo in tre ad aver sentito.»
«D’accordo ma… chi non ha ucciso almeno una volta nella vita? Non vorrete dare a me anche questa colpa…»
«Stammi bene a sentire, coglione.» L’ispettore capo s’alzò di scatto dalla sedia, puntandogli contro due dita che stringevano la sigaretta ancora spenta. «Le persone normali non ammazzano la gente, a quanto ci risulta. E se tu l’hai fatto, devi essere punito. Ne convieni?»
«Calma, signore.» Con un moto d’orgoglio, Fazzini si drizzò sulla sedia, gonfiò il petto e assunse un tono grave. «Se ho ammazzato qualcuno, l’ho fatto in senso figurato: era certamente questo che intendevo dire.» Anche lui puntò due dita contro l’interlocutore: «Tu hai certamente ucciso più cose di me. Non dirmi che non hai mai ucciso la lealtà, o il desiderio… Quante volte hai ucciso un desiderio?»
Gentilini lo fissò, pensando alle ore di sonno che aveva perduto. Quel citrullo continuava a giocare con le frasi, a girare intorno al problema, a deviare dal filo logico dei ragionamenti. Fece uno sforzo immane per mantenere la calma. «Tesoro, qui non parliamo di desideri» ringhiò, «ma del fu Massi Carlo, in arte Carletto, trafficante, restauratore e falsario. Dico “falsario” perché metà dei pezzi d’antiquariato che vendeva non erano autentici, e “trafficante” perché negli ultimi tempi s’era buttato nel commercio di reperti archeologici.» Ebbe la sensazione, nettissima, che l’altro non capisse. «Mi segui?»
Fazzini lo fissava con le sopracciglia inarcate e lo sguardo attento e sorpreso, come se stesse assistendo a una scena indecifrabile. «Ma, signore…» aprì le braccia e agitò le mani grassocce, «dei reperti archeologici abbiamo già parlato, no? Io amo l’archeologia. Questo l’ho detto, giusto? Poi di cosa abbiamo parlato? Ah, sì, della morte e di chi uccide. Mi hai chiesto se ho ucciso, e io t’ho detto di sì. Tutti uccidiamo. Io, a volte, uccido anche me stesso, e mi sento morire sul serio. Ma quello che uccidiamo più di tutto è la verità. Poi cos’abbiamo detto? Abbiamo detto che anche tu, come me, reciti una parte nel teatro della vita…»
 «Piantala con questa storia del teatro della vita!» gli urlò addosso il viceispettore Asciuti, avanzando minaccioso verso la scrivania. «È da un’ora che ci racconti che la vita è una recita, che siamo tutti attori, che qualcun altro ci ha assegnato le parti eccetera…»
«Ma è così, vi assicuro, la vita è un teatro. Ci ho anche fatto uno studio…»
«Sì, ma ora hai rotto le palle con questa solfa!»
«Calma, Asciuti.» L’ispettore capo allungò le mani per allontanarlo, poi tornò a Fazzini: «Senti, questa faccenda l’abbiamo capita, non c’è bisogno che la ripeti. Adesso, però, ricominciamo da capo.»
Il sovrintendente Tampieri bussò discreto e inserì il profilo aquilino nello spiraglio della porta, guadagnandosi un’occhiataccia di Gentilini. «Scusi ispettore, ho portato i caffè…» disse esitante.
«Era ora, caspita. Li hai dovuti tostare e macinare?»
«È la macchina, funziona un momento sì e un momento no.»
«Va bene, va bene…»
Il sovrintendente entrò, posò i bicchieri sul tavolo e accennò a uscire, ma si fermò sulla soglia: «Allora dobbiamo chiamarlo, l’avvocato d’ufficio?»
«Certo, altrimenti non possiamo procedere.»
«Chi chiamiamo, a quest’ora?»
«Guarda nella lista, no?» lo liquidò l’ispettore con un gesto seccato. «Fai qualche telefonata e vedi chi è disponibile. Questa faccenda la voglio chiudere prima che faccia giorno, cazzo.»
S’alzò indispettito, prese il suo caffè e andò a sorseggiarlo vicino alla finestra, massaggiandosi la mascella bisognosa di rasatura.
A quel punto l’interrogatorio avrebbe dovuto fermarsi in attesa dell’avvocato, ma uno sguardo d’intesa col viceispettore diede il via alla prassi ufficiosa. Asciuti andò a sedersi alla scrivania, poggiò le mani sul piano e inquadrò Fazzini con la sua espressione truce, accentuata dalla folta barba corvina.
Fazzini gli restituì uno sguardo cordiale, carezzandosi compiaciuto il cespuglio color cenere che gli allargava la faccia paffuta. «Bella la tua barba, collega, ben curata. Bisognerebbe che anch’io…»
«Non sono tuo collega, stronzo» troncò Asciuti. «Tu sei solo un barbone che fruga nella spazzatura.»
«Calma, amico, io sono un ricercatore, non un barbone. Innanzitutto, ho una casa…»
«Sì, ci siamo appena stati: un cimiciaio dove la muffa cresce come il foraggio. C’è mancato poco che finissimo avvolti in lenzuoli di ragnatele e assaliti da ragni giganti. E poi era piena di pattume.»
«No, no, dottore, non è come sembra» si animò Fazzini scuotendo la testa. «Riguardo al pattume, voi sbagliate approccio. Bisognerebbe prima capire cos’è pattume e cosa non lo è, e io veramente non l’ho ancora capito. È un problema serio: quando apro una scatoletta, se in quel momento è pulita e dopo che l’ho vuotata è sporca, cos’ho fatto per sporcarla? Basta averla vuotata per dire che è sporca?»
«Lascia stare la sporcizia, Fazzini» intervenne l’ispettore capo dalla finestra, «a quella abbiamo già pensato noi. Non dire che non abbiamo usato riguardi: t’abbiamo anche fatto fare la doccia…»
«Sì, è vero, devo ammettere…»
«Ecco, bravo, ma adesso veniamo al sodo» riprese Asciuti. «Dimmi perché hai eliminato Massi. Dovevi avere un motivo valido per volerlo morto, non puoi averlo fatto così, per sport. Giusto?»
«Giusto.»
«A quanto ci risulta, non hai mai avuto comportamenti antisociali, a parte la passione per l’immondizia.»
«No, io mi comporto sempre con correttezza» confermò Fazzini, illuminandosi in un sorriso cavo.
«Anche quando ammazzi qualcuno, no?»
«Certo, certo, è naturale. Il mio stile non mente. Mi fa piacere che te ne sei accorto, amico.»
«Però, piantare un forcone in petto a un povero disgraziato non è il massimo della correttezza, mi sembra. Forse eri arrabbiato. Eri troppo arrabbiato, così hai perso il controllo…»
«No, io non perdo mai il controllo.» Fazzini scosse la testa deciso: «Almeno da quando studio l’umanità. Per questo potrei dire d’essere un umanista, se non oso troppo: studio il mondo e gli uomini. Cerco di capire dove mi trovo, chi sono i miei simili. Ma ho paura che, finché non finisce la commedia, non riuscirò a capirlo…»
«Che fai, ricominci con la commedia?» gridò il viceispettore picchiando i palmi sulla scrivania. «Insomma, vogliamo arrivare al dunque?» Afferrò alcuni fogli dattiloscritti e ne segnò col dito i diversi punti. «Qui c’è scritto che ieri, verso sera, sei stato visto in via Vecchia Fiesolana. Avevi delle cose legate dietro quel ferrovecchio che chiami bicicletta…»
«È il manipede, il mio…»
«Zitto!» Il viceispettore posò meccanicamente una mano sulla pistola d’ordinanza.
«Ehi, concittadino, non vorrai mettere in mostra la sputapiombo, ah, ah!» Fazzini contrasse la faccia in una maschera allegra. «Lo so che l’hai lucidata tutto il giorno…»
«Senti, pezzo di cretino» avanzò minaccioso l’ispettore capo, reprimendo l’impulso di tirargli addosso il bicchiere di caffè bollente che aveva in mano. «Smettila di prenderci per il culo. Poco fa hai ammesso d’avere ucciso: non hai fatto riferimento a Carlo Massi, però gironzolavi intorno a casa sua poco prima che venisse ammazzato. Nelle borse del tuo trabiccolo c’erano oggetti che puoi benissimo aver sottratto da lì. Guarda che abbiamo trovato molte impronte digitali, e ora dobbiamo solo confrontarle con le tue, così sei incastrato. Hai anche ammesso di conoscere Massi e di avergli venduto le cose che trovavi in giro.»
Fazzini guardò allibito l’ispettore, che ora lo sovrastava con le mani piantate sul fascicolo aperto, da cui spuntavano le foto del cadavere appena sviluppate.
«Ma io ero andato al parco degli uccelli» replicò docile, «l’ho già inventato prima… cioè no, volevo dire, l’ho già spiegato prima… ah, ah! Ci siete cascati, eh?» si dimenò sulla sedia in un accesso d’allegria, riducendo gli occhi a due fessure oblique. «Volevo dire che l’ho detto, non che l’ho inventato… Sapete, io vado al parco degli uccelli ad aiutare il custode, e ieri gli ho portato un carico di pane secco…»
«Questo non basta, furbastro» lo rimbeccò il viceispettore sbuffandogli in faccia una nuvola di fumo. «I tuoi lapsus del cazzo, tra l’altro, non fanno che aggravare la tua posizione, quindi falla finita.» Un ghigno acido gli spuntò dalla barba nera. «Ora ti dico io come sono andate le cose: dopo aver portato il pane secco al parco Romanelli, sei andato da Massi a offrirgli la tua lurida mercanzia, lui t’ha mandato affanculo e tu l’hai inforcato. È stato un raptus, niente di più. Ormai lo sappiamo, perché c’è un testimone. Quindi confessa, così ti concedono la seminfermità di mente e amen.»
«Testimone?»
«Già, un testimone, proprio così» ringhiò Asciuti.
Fazzini spalancò gli occhi, lasciò cadere la mascella e sollevò le spalle, come se avesse fatto una scoperta orrenda. «Non ditemi che… è stata quell'orrore di donna a ordire tutto questo?» balbettò spiritato. «Quella… megera con la cofana in testa e il doppio strato d'avorio in bocca?»
«Ma di che stai parlando?»
«Signori, quella è una sadica, non le dovete credere!» Fazzini storse la faccia in una smorfia disperata, incassando la testa e facendo la voce chioccia. «Produce solo menzogne, e poi vive con una tribù di equini col labbro a grondaia e il nitrito facile…»
«Fermati, fermati…» Ma Fazzini era schizzato in piedi e gesticolava nervosamente con gli occhi strabuzzati: «Quella, quella… è sempre andata pazza per le manone da minatore, le ricordavano quelle del babbo, e le mie mani piccole non le piacevano, però quando si faceva male le accarezzavo la parte dolorante e stava subito meglio, avevo poteri che si manifestavano di rado perché ero preso dalle ricerche, e mi avevano anche consigliato uno psichiatra, ma poi…»
S’interruppe di colpo, fermò il gesticolare e tornò a sedersi, gli occhi stretti a formare due fessure. «No, non volevo dire questo, non posso ancora saperlo» concluse pacato. «Però avevo perso i miei poteri.»
«D’accordo, i tuoi poteri» l’assecondò Gentilini. «Adesso calmati, eh?» Ormai la faccenda sembrava a un punto morto.
«Ma torniamo alla vostra indagine, amici» riprese Fazzini, squillante. «Io sono con voi, ah, ah! Dunque…» prese un’espressione seria, «credo che i fronti per trovare il movente del delitto siano due: le cose, gli oggetti, i documenti, gli scritti, i diari e qualunque altra cosa apparteneva al morto. L’ho letto in un manuale che ho trovato nel cassonetto della carta…» Gonfiò il petto e prese a lisciarsi vigorosamente la barba. «Se poi aveva litigato con qualcuno, non ero io. Tra l’altro, non lo vedevo da almeno sei ore, e sapete quante cose possono succedere in quel lasso di tempo… ah, ah, ah!»
Improvvisamente rivolse gli occhi al soffitto e sporse le labbra in un sonoro risucchio: «Ma ora che mi sovviene, amici…» si picchiò una mano sulla fronte, «ecco cos’era quel tarlo che mi girava nella testa! Ieri sera, all’ora che dite voi, io mi trovavo al Cannibal, per dare una mano a smontare il palco e raccogliere i tubi che buttavano via…».
Impietriti, Gentilini e Asciuti si girarono verso il sovrintendente Tampieri che li chiamava dalla porta: «Dottore, ecco la deposizione dell’indagato. A proposito…» il sovrintendente arricciò il naso e abbassò la voce, «è appena arrivato il vicequestore».
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (4)
journal, romanzo, mistero etrusco

giovedì, 31 gennaio 2008
Postille a “Mistero etrusco”. 8 - L’interrogatorio di Lester Howe

 
Ancora la vecchia agenda
 
Confesso che ho preso gusto a sfogliare la vecchia agenda in cui prendevo gli appunti per la stesura di Mistero etrusco: mi piace ripercorrere i momenti in cui cercavo di trovare le idee per impostare questo romanzo, che per ora rimane la mia esperienza più importante e formativa.
Prometto che questa sarà l’ultima postilla del genere, cioè focalizzata sugli “appunti preparatori”: lo dico per quelli che, quando vedono scritto “Postille a Mistero etrusco”, leggono: “Che palle!”.
Comunque non escludo, in futuro, di proseguire le postille parlando dei miei studi sulla divinazione nel mondo antico, che nel suo aspetto etrusco è uno dei temi portanti del romanzo.
 
Le pagine che seguono mi servirono a costruire l’interrogatorio in cui il magistrato inquirente, la dottoressa Marchini, mette sotto torchio il protagonista Lester Howe, il commercialista seduttore dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli.
Questa scena fu molto importante per me, anche perché vede in azione il dottor Luigi Vallecchi, l’uomo che, nella realtà, mi ha addestrato alla vita professionale e che ormai considero come un padre. Tante volte, scherzando, l’ho definito la mia guida spirituale, ma dicevo la verità: un uomo coi suoi difetti – come tutti –, ma con un’eleganza e una raffinatezza innate, un’intelligenza duttile e immediata, un’apertura d’idee esemplare, uno sguardo trasparente ed enigmatico a un tempo; un uomo che sa essere sfinge e samaritano, un amante della conoscenza e, soprattutto, che non si è ancora stancato – coi suoi settant’anni – d’interrogarsi sul significato dell’esistenza.
Io devo moltissimo al dottor Vallecchi. Uno di questi giorni lo confesserò al figlio Andrea: se c’è una cosa che gli invidio – in senso buono, si capisce – è la sua ascendenza. Se avessi avuto quel padre sarei stato molto migliore.
 
Anatomy_of_Night_Thoughts 
Appunti agli episodi VI.1 e 2 (premessa)
 
Nei successivi episodi, ad apertura di capitolo, la dottoressa Marchini è molto contrariata perché, appena tornata dal mare, l’ispettore capo l’ha chiamata con grande urgenza per il mandato, asserendo che Fanelli è l’indiziato n.1 per via dell’orma di pneumatico.
Lei torna in ufficio, rossa come un gambero per l’esposizione al sole, si rimette al lavoro e poi, manco un’ora dopo, la richiamano per il ritrovamento del morto. È sconvolta, sia per il cadavere, ucciso in quel modo (è la sua prima volta di fronte a tanto sangue), sia per il casino di gente che c’è.
Improvvisa un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; Howe si difende, anche se la sua innocenza è evidente; l’ispettore capo lo prende da parte, convinto che lui non c’entri nulla, e lo rassicura; più avanti gli farà lui delle domande a mente fredda, fuori dagli isterismi della magistrata.
Vallecchi reagisce con decisione ai modi della dottoressa Marchini, che è una giovincella sprovveduta e supponente, nonché grassotta e priva di linea, con due grandi tette; ha l’aspetto di una di quelle ragazze americane cresciute a hamburger e patatine fritte (vedi Lewinsky).
Cosa credono di fare, queste giovinette? Sono lontane mille miglia dalla vera grazia e dalla vera femminilità (anche la ciccia può esser portata con eleganza, vedi dott.ssa Lazzeri). Vallecchi esamina le fattezze della ragazza, deprecandone l’arrossamento solare che la fa somigliare a un maialino appena svezzato, scottato sulla fiamma.
L’avvocato Vivarelli cerca di moderare il confronto: scusa Vallecchi col magistrato e, allo stesso tempo, cerca di rabbonire Vallecchi. In ogni caso, i due devono spiegare una buona volta la loro presenza in quel luogo, proprio nel momento del delitto.
 
Episodio VI.2 (struttura)
 
La dottoressa Marchini fa gli interrogatori di Howe, Vallecchi e Vivarelli.
Imposta un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; inquisisce anche Vallecchi e Vivarelli, che si trovavano vicini al luogo del delitto per motivi che non hanno ancora spiegato.
[…]
Contraddittorio e battibecco fra la Marchini e Vallecchi, Howe e Vivarelli.
Il magistrato contesta a tutti e tre il fatto che si trovavano lì al momento del delitto. Howe ripete che stava semplicemente tornando a casa.
Vallecchi e Vivarelli dicono che erano andati allo studio legale.
Perché di domenica sera? Perché vestiti così? (sembrano reduci da un’operazione di commando).
Cosa c’entra come sono vestito?, s’indigna Vallecchi, mentre Vivarelli cerca di calmare le acque (entrambi hanno delle vecchie ciabatte ai piedi, come Howe).
Lei ha lasciato le sue orme, dice il magistrato a Howe, quindi è lei che ci deve le maggiori spiegazioni. Poi lo rimprovera perché non è andato a riferire tempestivamente di aver visto Massi e Fanelli insieme.
[…]
Vallecchi si sente umiliato: con quelle orribili ciabatte ai piedi, privato delle scarpe e bistrattato da quella bamboccia tettuta…
Ma Vallecchi e Vivarelli non usciranno di lì finché non avranno spiegato in modo convincente perché erano andati, di domenica sera, allo studio. Il procuratore è disposto a stare lì tutta la notte, se è necessario.
Vallecchi non ne può più di quell’affronto, Howe vorrebbe andare a dormire perché lo stress l’ha logorato, e Vivarelli decide di vuotare il sacco: erano andato allo studio perché dovevano fare uno scherzo…
Vallecchi è al colmo: che stronzata ascoltare quel cretino di Vivarelli e le sue scemate, per una stupidata trovarsi lì, senza scarpe…
 
Basandomi su questi elementi, e sempre aiutandomi con le libere associazioni di idee, andai quindi a scrivere la scena del romanzo. Scelsi di cominciare con i piedi scalzi di Howe, al quale erano state sequestrate le scarpe per rilevarne le macchie di sangue.
Questa è la versione definitiva dell’interrogatorio.
 
Bones_of_Life 
Con un gesto meccanico, Howe brancolò per qualche secondo sotto la sedia, a cercare le scarpe. Sfiorò con la mano il pavimento scabro dell’ufficio del vicequestore, scrutò le immediate vicinanze e, al riaprirsi della porta, si raddrizzò di scatto. I seni della dottoressa Marchini spuntarono da sopra la maniglia, grandi e convessi, e sussultarono al suono della sua voce stridula che chiamava il viceispettore Asciuti: «Se non c’è nessuno, che venga lei. Non vorrà dirmi che non riusciamo a finire questo verbale!».
Il dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli si lanciarono un’occhiata inquieta. Le ciabatte sformate e polverose che avevano ai piedi facevano schifo a guardarle, mentre Howe, che s’era nuovamente chinato per massaggiarsi i piedi, era praticamente scalzo.
Stettero in silenzio, finché il sostituto procuratore si decise a rientrare nella stanza, accostando la porta dietro di sé. La dottoressa andò a sedersi alla scrivania con un lungo respiro, prese in mano alcuni fogli d’appunti e indirizzò ai tre uno sguardo severo appesantito dal trucco.
La sessione d’interrogatorio s’era protratta per più di un’ora, e altrettanto il confronto con la signora Gabriella e la signorina Medri, che nell’eccitazione avevano faticato a mettere insieme un discorso organico. Howe s’era dovuto riprendere dallo choc a furia di camomille solubili, che il viceispettore aveva avuto la gentilezza di preparargli attingendo alla sua riserva personale, nascosta in un cassetto chiuso a chiave.
La dottoressa Marchini doveva essersi truccata in fretta, constatò Howe: ora, dopo il primo scontro, aveva modo di guardarla meglio. Le linee nere che le allungavano gli occhi pendevano asimmetriche, e la curva del rossetto le sconfinava di qualche millimetro dal labbro inferiore. Con quella mandibola robusta, aggravata da un precoce sottomento, e quel collo taurino arrossato per l’imprudente esposizione al sole, sarebbe potuta somigliare a un maialino scottato sulla fiamma, se non fosse stato per…
«Allora, si decide ad arrivare?» strillò il magistrato, causando uno scarico d’adrenalina generale.
Howe sentì la tensione risalirgli in gola. Tutti e tre si trovavano là dentro senza scarpe, mentre nel corridoio la signora Gabriella sedeva impalata sulla panca di legno, con la signorina Medri che tormentava tutti con le sue domande.
«Eccomi qua, dottoressa» arrivò trafelato il viceispettore Asciuti, chiudendo la porta e finendo di pulirsi la bocca con un tovagliolino. La dottoressa Marchini lo fulminò, indicandogli il computer grigio di polvere che troneggiava sul piano dattilo, e iniziò a scartabellare tra gli incartamenti che coprivano la scrivania. Aprì la bocca per prendere fiato, mostrando gli incisivi sporgenti che la facevano somigliare a una liceale cresciuta in fretta.
«Dunque» cominciò, sforzandosi di dominare l’emozione. «Possiamo riprendere dalla terza riga, sopra al punto dove eravamo arrivati.»
«Dopo “I testi respingono…”?»
«No, prima di “I testi respingono”» sibilò il magistrato. «Lì, dove vede quel segno.»
«Ah, ecco. Grazie dottoressa.»
«Dunque, scriva: “Di fronte alla sottoscritta dott. Angela Marchini – le formule di rito le mettiamo dopo –, presenti il Vallecchi e il Vivarelli…”»
Il dottor Vallecchi si erse di scatto, spostando indietro la sedia: «Dottoressa, per sua regola io sono il dottor Vallecchi, non il Vallecchi», dichiarò con voce ferma. «Vorrei che questo fosse chiaro…»
«Gigi…» sussurrò sgomento l’avvocato.
«Sta’ zitto tu. Il fatto di ascoltare dei testi, dottoressa, non la esime dal mantenere…»
«Torni a sedersi!» gridò il magistrato incassando la testa e stringendo nel pugno la penna biro. La faccia le si fece cianotica, gli occhi s’ingrandirono. «Qui devo procedere alle domande, e non tollero deviazioni…»
«Non penserà d’intimidirmi, dottoressa» la rimbeccò il commercialista.
«Dottor Vallecchi…» cercò di calmarlo Howe.
«Non ci si metta anche lei, la prego, visto che ci ha messi in questo casino…»
«D’accordo, so d’esser stato io a coinvolgervi.» Adesso, il tono di Howe era compunto. «E mi spiace davvero. Ma mi trovavo…»
«Lei taccia, per favore» troncò stridula la Marchini. «Parli quando è interrogato. Tra l’altro, è proprio lei a doverci le maggiori spiegazioni.»
«Quali spiegazioni, mi scusi?»
«Se mi è consentito, dottoressa…» azzardò Vivarelli.
«Silenzio tutti, caspita!» gridò il magistrato.
Il viceispettore Asciuti seguiva attonito il diverbio, una mano sulla tastiera del computer e l’altra a palpare il pacchetto di sigarette nel taschino della camicia.
Vallecchi tornò a sedersi, allibito. Quella ragazza petulante e pettoruta si stava rivelando un’onta per l’intero universo femminile: ce n’era a sufficienza per far resuscitare gli antichi pregiudizi di Semonide di Amorgo*, che nei carmi Donne cento cattive una buona e Chi disse donna disse danno aveva condensato il pensiero arcaico sull’argomento, a dispetto di tutte le aperture di Platone verso l’altro sesso nella sua città ideale…
«Signori» riprese la dottoressa Marchini moderando il tono, «il problema è che vi rifiutate di collaborare. O, quanto meno, vi state mostrando reticenti.»
«Prima di tutto, dottoressa» insisté Vallecchi, incapace di tenersi a freno, «vorrei sapere quando potremo riavere le nostre scarpe.»
«Le riavrete a tempo debito, dottore. Intanto, resta il fatto che lei e l’avvocato non ci avete ancora chiarito perché vi trovavate sul luogo del delitto nel momento in cui è stato scoperto il corpo.»
Vallecchi la guardò scandalizzato, poi si girò verso Vivarelli: «E tu, leguleio, non dici niente?».
«Calmati, Gigi. Adesso chiariamo…»
«Cosa c’è da chiarire? Non eravamo affatto sul luogo del delitto, e questo è già chiarissimo.» Non si capiva se quella donna fosse dura di comprendonio o li provocasse ad arte. Inesorabili, i crudi versi di Semonide gli riaffiorarono alla mente: “Zeus creò dei mali il più pestifero / le femmine: anche quando par che giovino, / son, per chi le possiede, una disgrazia…”
«Sul luogo del delitto c’ero io, a essere precisi» intervenne Howe alzando il dito.
«Lo so benissimo che c’era lei» sibilò la Marchini.
«E allora perché dice che c’eravamo noi?»
«Eravate lì nei pressi, fino a prova contraria.»
«Ma è assodato che eravamo appena usciti dallo studio dell’avvocato Vivarelli, che è poco distante…»
«Non è affatto assodato, signori, visto che allo stato attuale non risulta alcun testimone che vi abbia visti uscire da quell’edificio.» Il magistrato gli puntò contro un dito accusatore: «E finché non mi dite perché eravate lì a quell’ora, di domenica, per giunta abbigliati così…».
«Abbigliati così?» Vallecchi spalancò gli occhi, reprimendo un impeto di collera. Come diamine si permetteva, quella donna, di sindacare sulla sua giacca da campagna? Proprio lei, col tailleurino color pastello che quasi le crepava addosso e faceva a pugni con la sua carnagione, con la gonna che le scopriva la coscia improsciuttita, e i seni madornali che avevano tutta l’aria di non esser nemmeno dotati di capezzoli appropriati al morso…
«Forse la dottoressa si riferisce al fatto che non vi ho riconosciuti» ammorbidì Howe, cercando di placare gli animi. «Era già scuro, sono corso fuori e vi ho visti in fondo alla strada…»
«Lei, signor Howe, deve ancora chiarire perché non ci ha comunicato tempestivamente d’aver visto la vittima insieme a Carlo Massi» lo aggredì la Marchini. «Se ci avesse informati, l’avremmo tenuto sotto controllo e forse ora non saremmo qui.»
«Ma l’ho chiarito: stavo riflettendo su quel fatto, che era parso strano anche a me, e intendevo comunque parlarne con Fanelli per chiedergli spiegazioni. Ad ogni modo, se Massi commerciava in antiquariato, poteva ben essere sceso in cantina…»
«Ma si dà il caso che non fosse stato autorizzato dalla signora Benedetti…» Il magistrato arricciò il naso in un sorrisetto sarcastico, per sottolineare la confutazione.
Howe sentì l’esasperazione salirgli dentro. La testa di quella donna doveva essere come la pietra: non era servito a nulla spiegarle e rispiegarle la dinamica degli eventi, lei tirava dritto per conto suo.
«Questo è un fatto che riguarda direttamente la signora Benedetti, non me» sospirò. «E poi l’ho saputo solo oggi, per caso.» La situazione era talmente assurda da rasentare il sublime: si ritrovava in quell’ufficio pulcioso, inchiodato a una sedia di formica scheggiata, senza nemmeno le ciabatte scucite che avevano gli altri due, e aveva di fronte una donna inesperta, indisponente e confusa, forse in crisi d’astinenza da cibo, che ripeteva ossessivamente le stesse domande senza ascoltare le risposte.
Sfruttando la pausa, Vivarelli s’intromise con la sua vocetta affilata: «Dottoressa, secondo me dovremmo mettere un po’ d’ordine in questa intricata vicenda…».
«Sono pienamente d’accordo, avvocato.»
«Bene. Allora cominciamo da noi due: le assicuro che io e il dottor Vallecchi c’eravamo recati nello studio che divido con altri colleghi. Lo dimostrerà il fatto che…»
 
* Semonide di Amorgo: poeta giambico ed elegiaco greco, originario di Samo, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Rimangono pochi frammenti della sua poesia, in particolare due carmi interi in versi giambici; di questi il più lungo (118 versi) è la famosa satira contro le donne, ricca di elementi favolistici, in cui i loro vizi vengono paragonati alle caratteristiche di diversi animali. 
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(nelle immagini: Anastasia Simes, 1. Anatomy of night thoughts
2. Bones of life)

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martedì, 18 dicembre 2007
Postille a “Mistero etrusco”. 7 - Fazzini filosofo

Mi sono ricordato che a un certo punto di Mistero etrusco, in una pagina imprecisata (in questo momento non ho il libro sotto), c’è un dialogo fra il protagonista Lester Howe e il mitico Aristide Fazzini in cui, purtroppo, dovetti tagliare un pezzo.
In questa scena i due stanno discutendo sulla situazione in cui si trovano a “collaborare”, in una specie d’indagine non autorizzata. Il brano di dialogo è il seguente:
 
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli,» replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. I contorni dell’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato accanto al fuoco. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ci fa dire “sì, ecco”?»
«Certo, certo, ho capito» la fece corta Howe. Ci mancava solo che quel tanghero s’interrogasse sui principi primi dell’esistenza.
«Il guaio è che quando uno parla e l’altro ascolta,» proseguì Fazzini cercando di svellere una pietra che faceva resistenza, «chi ascolta finisce per ascoltare le stesse cose che potrebbe dire, e chi parla dice le identiche cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Allora non abbiamo a che fare con le cose, ma solo con la rappresentazione delle cose che avviene nel teatro della vita…» S’interruppe, infilato con la testa e le spalle nell’apertura. «Ehi,» gracchiò soffusa la sua voce, «questo passaggio è perfetto, amico.»
«Bene, allora. Basta con le chiacchiere e andiamo.»
 
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In realtà questo dialogo era un po’ più lungo, perché conteneva una sorta di “speculazione filosofica” che in quel momento avevo voglia di fare. In quei giorni leggevo Psiche e techné di Umberto Galimberti, un testo illuminante e ispiratore, davvero un gran libro, che mi stava un po’ suggestionando. Così, Fazzini esprimeva i suoi dubbi e i suoi interrogativi con un respiro un po’ “filosofico”; ma – come è comprensibile – l’editore ebbe da eccepire, osservando che quel passo era un po’ fuori contesto, non attinente alla situazione, e rischiava (non sia mai!) di annoiare il lettore. Così, per non annoiarvi, l’ho letteralmente “segato”.
Ma ora sono andato a recuperare il pezzo di dialogo originale, che tutto sommato non mi dispiaceva. Chissà se era così “noioso” o poco comprensibile da dover essere tagliato…
 
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli», replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ti fa dire “sì, ecco”?»
«Intendi dire un paradigma, insomma…»
«Esatto, un paradigma.» Fazzini si rizzò a guardarlo soddisfatto, seduto sui talloni. «Quello che sostituisce la vita vera con la vita finta, fatta di scenografie, e sorprende tutti quando erompe negli elementi piccolissimi dei fotogrammi bruciati dall’ansia di vedere. Tutto si percepisce in fretta, naturalmente, ma con quel piacere che ti fa scoprire i particolari che ad altri sfuggono… Sì, quelli.» Fazzini assentì energico. I contorni dorati dall’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato vicino al fuoco.
«La vita fatta di scenografie… è interessante. Ci hai fatto sopra uno studio, m’hanno detto.»
«E’ il teatro della vita», disse l’altro solenne. Riprese a scavare, la fronte aggrottata in un’espressione attenta. «Ciò che facciamo ogni giorno è una rappresentazione in cui tutti recitiamo una parte, secondo un copione prestabilito.»
«Verissimo» disse Howe. «E non c’è da stupirsi. I rituali servono a costruire la nostra identità.»
«D’accordo, amico, ma c’è un problema. Se l’identità non è durevole nel tempo ma può cambiare a seconda dei rituali, in un mondo che è diventato identico per tutti la regola diventa ferrea, e la comunicazione finisce per ripetersi all’infinito con una descrizione del mondo che è quella del teatro.» Storse la bocca, cercando di svellere una pietra che faceva resistenza. «Più gli uomini abitano l’apparire, cioè lo stare in scena, e non l’essere che realmente è, più abitano la rappresentazione del mondo e non il mondo vero.» S’interruppe, raccogliendo la terra con le mani e ammucchiandola tra i piedi nudi. «Allora, se il mondo è rappresentazione ed è l’unico che possiamo abitare, il mondo non può che essere teatro. E se le azioni non sono scelte dagli attori, ma sono gli attori ad essere assegnati a un sistema di azioni previsto da un copione…»
«Certo, certo, ho capito», la fece corta Howe. I ragionamenti erano pericolosamente logici, e la cosa lo metteva a disagio. Che esistesse un mondo rappresentato in procinto di sostituire il mondo reale era un fatto evidente, e parte dei suoi problemi venivano proprio da quello.
«Succede che quando uno parla e l’altro ascolta», proseguì Fazzini senza badargli, «chi ascolta finisce per ascoltare le stesse cose che potrebbe dire, e chi parla dice le identiche cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Allora non abbiamo a che fare con le cose, ma solo con la rappresentazione delle cose che avviene nel teatro della vita…» S’interruppe, infilando la testa e le spalle nell’apertura. «Ehi», gracchiò soffusa la sua voce, «questo passaggio è perfetto.»
«Bene, allora. Bando alle ciance e andiamo.»
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(nell’immagine: Fausto Minestrini, Magica luna)

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sabato, 24 novembre 2007
Postille a “Mistero etrusco”. 6 - Il rapporto della polizia

Etrusco Pop singoloLa vecchia agenda di appunti
 
Ultimamente, preso da struggente nostalgia, sono tornato a sfogliare la vecchia agenda su cui scrivevo gli appunti preparatori per la stesura di Mistero etrusco (in realtà, sono anche andato a ripescare – in un’altra agenda – alcuni pezzi di diario del 1997, gli unici sopravvissuti).
Capitato nelle pagine in cui fissavo le idee sul rapporto che il viceispettore Asciuti – della questura di Firenze – doveva scrivere su uno dei sospettati, il contadino Alvaro Cecconi, m’è venuta voglia di riproporvi quello che scrissi. Per le gesta di questo personaggio mi sono ispirato ai racconti che sentivo su un contadino romagnolo semi-deficiente, di nome (appunto) Alvaro.
Ecco gli appunti che vergai, schematici ed essenziali.
 
Episodio V.5:
 
L’ispettore capo sta studiando l’incartamento che gli hanno fatto trovare solo oggi sulla scrivania (è domenica!), riguardante Alvaro Cecconi.
Sfoglia questo dossier e ne legge alcuni estratti, da cui si evince che questo Cecconi è un potenziale criminale:
-   è incline alle sparatorie col fucile da caccia;
-   uccide animali indiscriminatamente e li sevizia;
-   ha imparato dalla mamma, che era una fucilatrice provetta (ricordarsi del maiale);
-   ha fatto morire la moglie in un incidente automobilistico;
-   ha riscosso una cospicua assicurazione , che è stata dilapidata dai figli;
-   ha pronunciato la frase: “andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare”
-   i figli lo hanno denunciato per maltrattamenti, così gli hanno vietato di usare i fucili fuori da casa sua;
-   la scarica di pallini trovata su Massi, allora, potrebbe venire da uno dei suoi fucili…
Fatte queste considerazioni, l’ispettore capo chiede se sono arrivati i risultati delle analisi sull’impronta di pneumatico appartenente a Fanelli…
[…]
L’ispettore è col vice.
Parlano della situazione sul lavandaio: il Gip non ha convalidato l’arresto? Non convaliderà?
Considerazioni sul sostituto procuratore Angela Marchini: mora, massiccia, tettuta…
S’incazzerà come una bestia se il Gip non convaliderà l’arresto; tanto più che gli esami delle macchie di sangue non tarderanno ad arrivare…
Così, Gentilini prende in mano il dossier su Cecconi e si mette a leggerlo.
… (passaggi esilaranti) …
Cecconi sembra la persona più indicata per essere l’assassino.
Poi, Gentilini decide di fare un salto al gabinetto scientifico per vedere se l’analisi sull’impronta di pneumatico ha dato i suoi frutti.
 
Sulla base di queste scarne annotazioni, e sfruttando le idee che liberamente (e vorticosamente) mi giravano in testa, impostai dunque la stesura della scena – o episodio – del romanzo. Il mio solito problema era come cominciare (perché, poi, le cose tendono a venir da sole): così, mi venne in mente la macchina del caffè.
Quella che segue è la versione definitiva.
 LigraniSimmetrie
 
L’ispettore capo Gentilini si grattò con indolenza la mascella, perplesso. Davanti a sé, tre cartelle in cartoncino azzurro vergate col pennarello a spirito lo guardavano beffarde, ciascuna col numero di protocollo scritto di traverso in alto a destra. Pieralli, Fanelli, Cecconi. Tre persone apparentemente diverse fra loro, ma, in un modo o nell’altro, collegabili al morto.
Prendiamo la figlia del lavandaio, rifletté: è brutta forte, eppure Massi se la portava a letto. Evidentemente amava la carne giovane. Ma che il padre l’avesse ammazzato per questioni d’onore era altamente improbabile, per non dire assurdo.
Il viceispettore s’affacciò alla porta dell’ufficio: «La macchina del caffè s’è inchiodata…» mormorò con espressione ferale.
«Cosa?» L’ispettore capo si alzò di scatto. «Non dire sciocchezze, Asciuti. Adesso vengo io.»
S’avviò spedito per il corridoio, come se l’avessero chiamato a un sopralluogo d’urgenza, col sottoposto che lo seguiva inarcando scettico le sopracciglia. Gentilini si piccava d’essere un grande risolutore, nei problemi importanti come in quelli piccoli, ed effettivamente in questi ultimi eccelleva. Non c’era distributore automatico che non s’arrendesse ai suoi colpi calibrati e potenti. Punta, tacco, piatto interno, piatto esterno, taglio della mano destra, pugno chiuso e, nei casi più difficili, il pugno stretto sul calcio della pistola. Ma questa volta la faccenda era grave, il viceispettore Asciuti se n’era reso conto.
«Cazzo!» finì per gridare Gentilini dopo essersi ammaccato la mano contro gli spigoli di ferro della macchina. Nemmeno i colpi di tacco avevano sortito effetti, e il rumore di ferraglia che usciva dalle lamiere non lasciava presagire nulla d’incoraggiante. Doveva essersi rotto qualcosa dentro.
«Cazzo» ripeté attonito, con gli occhi fissi a terra. «E adesso?»
Tornò nell’ufficio con le pulsazioni accelerate e un’onda di frustrazione che gli strisciava lungo il corpo. Di domenica non si poteva chiamare nessuno, così sarebbero rimasti senza caffè fino al giorno dopo. Sarebbe dovuto uscire, e non ne aveva alcuna voglia. Quando aprì la finestra per saggiare l’aria, un refolo caldo e secco gliela fece richiudere all’istante.
Sulla scrivania, le tre cartelle infami continuavano a guardarlo. Respirò, prese un sorso d’acqua da una bottiglia che teneva nell’armadietto e tornò a leggere il verbale d’interrogatorio del lavandaio.
Quell’uomo non poteva aver ucciso nessuno, più ci pensava e più se ne convinceva. Di certo non era tipo da voler lavare l’onta della figlia col sangue. Era solo un miserabile, un verme gigante a cui erano cresciute braccia e gambe, il cui concetto di decenza doveva essere parecchio flessibile, a giudicare dalla minorenne deflorata in macchina.
Il professor Fanelli, invece, aveva il fare untuoso e guardingo di chi ha la coscienza sporca. Lui sì che doveva sapere qualcosa sulle attività di Massi. I due erano stati in contatto, e la faccenda dell’assegno non era affatto irrilevante. Scartabellò nella scarna documentazione del dossier, senza trovare nulla di nuovo. I risultati del confronto sull’impronta di pneumatico ancora non c’erano, segno che quelli del gabinetto scientifico dormivano, come al solito. Aveva una mezza voglia di andare di sopra a dare un’occhiata, chissà che non ci fosse qualcuno.
Aprendo il faldone intestato ad Alvaro Cecconi, scritto a pennarello nella grafia ondivaga dell’agente Gambaro, scoprì qualcosa d’inaspettato: dieci pagine di relazione confidenziale, battute a computer nel linguaggio involuto e dialettal-burocratico del viceispettore Asciuti. Era lui ad aver ricopiato in bella gli appunti presi dagli informatori, non c’era dubbio. Lo si capiva fino dall’incipit:
 
Soggetto alquanto equivoco, oltreché violento, a giudicare dalle prime indicazioni attestanti una serie di comportamenti antisociali, conseguenti allo sfogo di possibili tarature familiari e/o all’ottenimento di vantaggi economici derivanti da incidenti sui quali opportune polizze assicurative sulla vita consentivano al soggetto di conseguire arricchimenti tali da permettere ai componenti della di lui famiglia di spartire il ricavato senza apparentemente versare lacrime, oltreché dall’intensificarsi dell’attività di cacciagione illecita esercitata con armi di dubbia provenienza, che, secondo segnalazioni precise, venivano spesso puntate contro i propri vicini a scopo d’intimidazione e di supremazia, a seguito non solo di possibili sconfinamenti, ma anche di semplici bravate sorte per futili motivi legati al conteggio dei punti nelle gare di tiro al piccione o di corsa del maiale che la famiglia del soggetto organizzava…
 
La frase continuava per un bel po’ senza punti, con un affastellarsi di notizie che non dava respiro e non aiutava a comprendere nei dettagli di cosa si stesse realmente parlando. Il solito vizio di Asciuti, voler riassumere tutto in un cappello introduttivo prima di affrontare singolarmente i diversi punti, e, naturalmente, la solita debolezza grammaticale. Le bravate erano litigi, le tarature non si riferivano ovviamente alla messa a punto di una macchina, e cacciagione significava sparare alla selvaggina.
Era da un po’ che aspettava quell’incartamento. Tutte informazioni raccolte presso amici e parenti, e nel piccolo bar che Cecconi frequentava. Purtroppo, quand’erano passati di lì non l’avevano trovato in casa, quindi non era riuscito a interrogarlo. Meglio così. Leggendo quella roba, forse, si sarebbe chiarito le idee.
Le fonti interpellate non avevano avuto peli sulla lingua, a quanto pareva. Fin dalle prime righe, il Cecconi veniva descritto come un uomo chiuso, scontroso, misantropo e misogino, oltreché sadico. Da ragazzo catturava piccoli animali selvatici con trappole a laccio di sua invenzione, che disseminava per la campagna e nelle proprietà boschive circostanti. Una volta catturati gli animali, aveva l’abitudine di seviziarli infilando loro dei bastoncini attraverso gli orifizi. Catturava anche le rane, per venderle abusivamente al mercato, e s’era fatto la nomea di truffatore perché spesso spacciava per rane anche i rospi.
 
La madre, una contadina di vecchio stampo defunta cinque anni fa, viene descritta dai testi come un uomo che vestiva da donna, ma su questo punto le versioni si fanno contrastanti. Secondo Secondo Sozzi, mezzadro del podere Pignatelli, la madre del Cecconi non era altri che lo zio del medesimo che, approfittando della grande somiglianza fisica con la madre (del Cecconi), ne aveva vestito i panni per continuare a riscuotere la sua pensione. Secondo Primo Cecconi invece, cugino per parte di padre del Cecconi Alvaro, la voce sarebbe infondata e alimentata a suo dire dal semplice fatto che la donna aveva baffi e sopracciglia molto folti e gambe pelose, con la circonferenza dei polpacci che misurava…
 
Secondo Secondo, secondo Primo… A volte sembrava che Asciuti si stesse bevendo il cervello, pensò l’ispettore con una punta d’irritazione.
E poi, che c’entravano i polpacci?
 
Interrogato in merito, Terzo Diodati afferma di non avere elementi…
 
Ecco il Terzo, naturalmente. Quasi ci avrebbe scommesso. Il custode della tenuta dei Romanelli, tuttavia, non aveva fornito alcun elemento utile per la risoluzione del dilemma.
 
Quanto alle attività violente…
 
Eccoci di nuovo alla questione. Una zia paterna sosteneva che era stata la madre a educare il Cecconi alla scuola della violenza: la donna sapeva tirare col fucile e riusciva a catturare la selvaggina a mani nude. Era stata lei a insegnargli a sottrarre dai nidi gli uccellini appena nati e a utilizzarli come esca per i pesci di grossa taglia. Dopo la caccia, infatti, la grande passione del Cecconi era la pesca, praticata con tutti i metodi. Nel dossier c’erano due denunce a suo carico per aver pescato di frodo con bombe artigianali che aveva fabbricato lui stesso.
Bombarolo, quindi, oltre che sparatore. Il capitolo fucili era nutrito: i confinanti erano tutti d’accordo nel riferire che il Cecconi festeggiava ogni capodanno sparando in aria con le doppiette d’ordinanza insieme all’amico del cuore, un mezzo spostato che in gioventù era stato ricoverato cinque anni per disturbi neurologici alla clinica Villa Elena. C’era chi giurava di aver sentito il Cecconi vantarsi d’aver sparato fino a settecento cartucce, e di avergliele viste portar via a mucchi con la carriola.
Seguiva un breve capitolo dedicato alla madre del Cecconi. La donna, una specie di virago in sottana a fiori, spesso faceva a gara col marito e i figli a chi colpiva più uccelli in volo, e di norma non la batteva nessuno. Organizzava anche delle gare a cui partecipavano parenti e amici, dove venivano messe in palio oche, anatre, galline, e a volte un maiale intero. Le gare si svolgevano lungo un percorso disseminato di cassette da frutta: dopo aver lasciati liberi gli animali, i partecipanti dovevano correr loro dietro e fare in modo che s’infilassero nelle cassette. Il maiale, invece, lo si lasciava a digiuno tutto il giorno, e chi indovinava quanti chili aveva perso lo vinceva.
Gentilini finì di scorrere il rapporto con impazienza. Tutte quelle notizie del cavolo non fornivano nulla di significativo, erano i fatti concreti che servivano. Possibile che non si sapesse… Ah, ecco. Finalmente un punto che poteva essere rilevante. Cecconi era vedovo, come aveva dichiarato lui stesso. La moglie era morta in un incidente automobilistico in cui lui, che era alla guida, se l’era cavata con semplici fratture. E sempre lui, in seguito a quell’incidente, aveva riscosso una forte somma grazie all’assicurazione sulla vita della donna.
 
Fonti attendibili sostengono che i due figli del Cecconi, ora maggiorenni e senza occupazione, spartirono col padre una parte del denaro riscosso dall’assicurazione. Quando i medesimi, all’epoca domiciliati in una comunità-appartamento, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati al padre per batter cassa, il Cecconi è stato udito distintamente dichiarare (secondo la testimonianza sottoscritta di Quinto Casalini, bracciante agricolo del podere La Zirona, che in quel frangente si trovava sul posto per raccogliere legna): ‘Andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare’.
 
Gentilini, concentrato come un falco che sta per lanciarsi sulla preda, corse con gli occhi alle righe successive.
 
I due giovani, dopo un anno dalla morte della donna, hanno denunciato il padre per violenza e maltrattamenti, quasi certamente per ritorsione contro il rifiuto di questi di concedere altro denaro: vedi copie acquisite agli atti. In seguito al procedimento avviato, al Cecconi è stata revocata la licenza di caccia ed è stato proibito l’uso delle armi da fuoco al di fuori della sua proprietà. Secondo la linea di difesa adottata nel procedimento…
 
Il viceispettore si alzò e uscì nel corridoio.
«Asciuti!» gridò. Era arrivato il momento di fare sul serio. Quel Cecconi andava preso e rivoltato come un guanto. Quante armi aveva? Cos’aveva fatto nell’ultimo mese? Con chi intratteneva rapporti?
Dal fondo del corridoio spuntò Caviglia, l’agente della scientifica, che si mise ad armeggiare attorno alla macchina del caffè.
«Non funziona» gli urlò Gentilini. «Ehi, da dove vieni?» aggiunse eccitato, «dal di sopra?»
«Sì» rispose Caviglia. Poi, rivolto al macchinario: «E qui, che facciamo?»
«Lascia stare lì, adesso.» Visto che il gabinetto scientifico era aperto, avrebbe approfittato per sollecitare il referto sull’impronta del pneumatico. «Accompagnami su, che devo vedere quella refertazione. Non dirmi che non è ancora pronta.»
«Non so, non me ne sono occupato io. Dovremmo cercarla…»
«E cerchiamola.»
 
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(l'immagine sotto il titolo è di Oyrad; il dipinto è: Gaetano Ligrani, Simmetrie)

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sabato, 20 ottobre 2007
Postille a “Mistero etrusco”. 5 – La chiesa

 
niznozConfesso che il lavoro su Mistero etrusco durò a lungo: non solo per lattività di ricerca e documentazione che si rese necessaria, ma anche perché la stesura vera e propria subì uninterruzione di parecchi mesi. Questo accadde per ragioni diverse, legate per lo più allintensità degli impegni di lavoro e al calo di quella tensione emotiva che fa vivere questo tipo di esperienza come una specie di ossessione.
Poi, finalmente, la situazione si sbloccò, così raccolsi tutti i fili e decisi che sarei ripartito da una scena ambientata in una chiesa. Ma non avevo voglia di descrivere una chiesa fiorentina: preferii inventarmene una e collocarla arbitrariamente a Firenze, vicino a Palazzo Capponi, dove chiese non ce ne sono. Una piccola licenza narrativa, dunque: così, mi armai di un taccuino ed entrai per la prima volta nel duomo della mia città.
Parlo di questo perché i tre fogli di taccuino che scrissi quel giorno li ho appena ritrovati in mezzo allagenda che usavo per gli appunti preparatori delle scene e dei capitoli del romanzo.
Ecco le osservazioni, molto essenziali, che vi scrissi.
 
Una navata centrale e due navate laterali. Il portale, all’interno, è coperto da cortine di velluto color tabacco.
Quattro vetrate in vetro giallo a mezzaluna per parte, in alto, separano e scandiscono la successione di volte a botte decorate a rosoni in rilievo. La navata centrale è delimitata da due file di colonne massicce in marmo screziato di marrone; il pavimento è in grandi mattonelle marmoree chiare e scure, in un gioco irregolare a scacchiera. Su ciascuno dei lati, partendo dalla porta, due cappelle piccole, ricche di marmi e dorature, e una cappella grande (a forma di croce). Marmi grigio-bianchi, statua della vergine illuminata da ceri, confessionali, icona della Madonna con bambino con le teste coronate (applicazione della corona sull’immagine).
Colonne e muri rivestiti da marmo di differenti colori, con giochi di tonalità che vanno dalle striature di grigio agli aloni di rosso, alle screziature bianco/ardesia, alla fine mattonellatura (ciottolatura) rosso-rosa. Colonne lucide, plinti luccicanti.
La cappella grande di sinistra ha al centro una cupola rialzata, sotto la quale vegliano le statue dei quattro evangelisti che brandiscono testi sacri; sul fondo un altare sormontato dal simbolo dell’Ave Maria; i muri e le colonne sono decorati da marmi della più varia specie; i rivestimenti sono fatti a tasselli giustapposti fra loro in maniera da formare degli incontri di venature che disegnano figure: rombi, farfalle, bocche spalancate, aurore su profili montani. A fianco di una vetrata, l’incontro dei quattro pezzi (tavolette) di marmo rosso a disegni giustapposti forma l’immagine di un volto caprino dall’espressione malvagia, un diavolo, con grandi basette sotto l’orecchio.
Marmi grigio-scuri, quasi neri, tra le colonne e i rivestimenti in marmo rosso; i capitelli delle colonne sono dorati, scolpiti a motivi vegetali.
In fondo all’abside, un dipinto murale che raffigura la passione di Cristo e prende tutto il semicerchio dietro l’altare.
 
Poi, prima di tradurre in forma narrativa questi appunti, aggiunsi nell