Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
Lungo il lato sinistro del porto canale di Rimini, le casette a due piani dell’antico Borgo San Giuliano s’allineavano ordinate in direzione del mare. le file dei pescherecci e delle barche da diporto attraccate lungo il molo ne coprivano parzialmente la vista. Lì c’era la casa che Mazza avrebbe desiderato acquistare anni prima: una villetta bianco avorio con le persiane verde scuro, circondata da uno stretto marciapiede che conduceva al cortile retrostante, da cui spuntavano le cime di alcuni alberi di acacia. Ma sua moglie non era voluta andare a vivere al porto. Aveva preferito le colline dell’entroterra, dove l’aria era dolcissima, ma dove a volte ci si sentiva terribilmente soli.
In fondo al muraglione che s’incuneava nel mare, ai piedi del piccolo faro, Mazza e Baschetti rimasero per qualche tempo in silenzio, seduti sulla massicciata di pietroni a guardare le onde, protetti dagli occhiali da sole.
«Credi proprio che il tedesco non possa essere stato testimone dell’omicidio?» disse il giornalista, scrutando l’orizzonte punteggiato di piccole imbarcazioni.
«No, lo escludo. Lui aveva visto semplicemente uscire Guiducci col bottino, quando De Bellis era già morto. Pierleoni credeva d’avere risolto tutto inscenando una rapina, invece era incorso in un equivoco fatale. L’idea d’essere scoperto deve averlo spaventato oltre misura. Deve avergli fatto oltrepassare quel limite che separa il concepibile dall’inconcepibile. Sai, credo che nel cervello ci sia una molla che, quando scatta, può far percepire come banalità anche i peggiori crimini.»
«Oggi gli faranno l’autopsia...»
«Sì, anche se non servirà a nulla.» Mazza tacque, lo sguardo perso fra le increspature dell’acqua.
«Quanto ai due ragazzi che si sono lanciati dalla finestra, il responsabile resta Guiducci. La faccenda si sta rivelando più complicata di quello che sembrava...»
«Già, come immaginavo. S’è scatenato un putiferio, soprattutto per la Procura.»
«Adesso stanno cercando l’apparecchio, e non tarderanno a trovarlo. La morte di Pasi sarà archiviata, quasi certamente.» Il giornalista contemplava lo sciacquìo delle onde sui frangiflutti. «E, comunque, il fuoristrada che ho visto nei sotterranei della comunità aveva un’ammaccatura laterale. Probabilmente è quella che ha speronato l’architetto De Maria e che ha fatto parlare del pirata della strada.»
Si alzarono e s’incamminarono lentamente verso la terraferma. Mazza sentì un leggero ronzìo nelle orecchie, a cui fino a quel momento non aveva fatto caso. A dire il vero, anche la testa gli ronzava. Chiuse gli occhi e per un po’ non disse nulla, cercando di isolare quel sussurro nella mente, ma poi si risolse a riprendere contatto con le cose. Le vecchie case del borgo, con le loro tinte antiche, i barconi adagiati mollemente nell’acqua e l’odore di salsedine che accarezzava le narici ripresero possesso dei sensi.
Il giornalista lo fissò attraverso gli occhiali da sole. «E adesso?»
«Per quel che mi riguarda, prenderò un po’ di riposo e aspetterò le notizie. Ho visto che oggi il giornale è uscito con un supplemento straordinario.»
«Già... la festa è cominciata.»
(43 – FINE)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(il dipinto è di Edvard Munch)
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
La verità
Mazza scavalcò con un balzo la bassa cancellata. Protetto dagli oleandri, raggiunse senza far rumore la finestra che fiancheggiava la rimessa. Il battente era aperto, e sul davanzale la gatta pezzata non c’era più. Infilò il braccio attraverso l’inferriata, come aveva visto fare a Cinzia, e tastò il muro all’interno finché non trovò la chiave appesa a un chiodo. Il portone basculante s’aprì con uno scatto metallico; Mazza vi sgusciò sotto, richiudendolo con cautela.
Accese la luce. La rimessa era abbastanza ampia da ospitare due auto. Scaffalature in metallo coprivano una parete fino al soffitto, mentre addossata al muro di fondo c’era una pila di vecchi scatoloni. La macchina che aveva intravisto quando Cinzia aveva aperto il portone del garage era lì, coperta da un telo, e appariva di grosse dimensioni.
Mazza afferrò il telo e lo scostò. Era una jeep Mitsubishi, con una grossa ammaccatura frontale, uguale a quella di un’auto che abbia investito qualcuno, e una lunga ammaccatura laterale simile a quella prodotta dallo strisciare violentemente contro un albero. Il parabrezza era incrinato. Si avvicinò per esaminarlo e vide che era cosparso di una serie di gocce di liquido rappreso, dal colore indefinibile. Scoprendo il resto della macchina, constatò che sul tettuccio e lungo la fiancata sinistra le gocce erano più ampie e diffuse, e avevano corroso la vernice. Si trattava certamente della sostanza chimica che Hans stava andando a buttare quando era stato investito…
Si frugò in tasca febbrilmente alla ricerca della bustina con i frammenti di fanale che aveva rinvenuto fra l’erba: questa volta li aveva portati con sé, per mostrarli a Pierleoni. Sembravano proprio di quell’auto.
Si mise a sedere per terra e cercò di ragionare. Cinzia che investe Hans... forse accidentalmente... ma non può essere, non può essere: cosa ci faceva lì quella sera? E perché non l’ha soccorso? Potrebbe averlo fatto di proposito... ma perché uccidere Hans?
Un rumore improvviso lo riscosse. La porta della rimessa scattò e cominciò a sollevarsi con un rumore cupo, mentre Mazza, balzato in piedi, s’irrigidiva in un accesso di terrore. Sulla soglia comparve la figura di Pierleoni. Il magistrato ebbe un sussulto. Mazza si reinfilò in tasca la bustina e lo guardò, senza saper cosa dire.
«Che ci fa lei qui?» mormorò il magistrato, dopo alcuni secondi d’imbarazzato silenzio. La sua voce suonò incerta. Fece alcuni passi verso Mazza, poi si fermò, gli occhi vitrei di stupore dietro le lenti.
«Dottore, sono successe delle cose...»
«Le ho chiesto cosa ci fa lei qui.» La voce di Pierleoni si fece stridula, e i muscoli del suo volto furono colti da un lieve tremore.
«Dottore...» ripeté Mazza esitante. Pierleoni sapeva tutto, non c’erano dubbi. «Sono venuto a cercarla, ma lei non c’era. Mi ha ricevuto Cinzia...» Fece una pausa, cercando le parole.
«Le ho chiesto cosa fa lei qui» ribadì il magistrato.
«Ho saputo tutto. Cinzia ha confessato.»
«Di che diavolo sta parlando?»
«Era l’amante di De Bellis.»
Pierleoni restò immobile, rivolgendogli uno sguardo carico d’odio.
«E si trovava a casa di De Bellis la sera del delitto,» proseguì Mazza, «in compagnia di altre persone. Ha giurato che quando se n’è andata era l’una di notte, e lui era ancora vivo. Mi ha anche detto che lei non ne sa nulla... ma non è così.»
«Lei è pazzo. Dovrò...»
«Cosa? Chiamare la polizia? Con questa macchina nel suo garage? È o non è l’auto di sua moglie? Ha o non ha investito una persona, nella fattispecie Hans Grumbacher? Adesso è lei che mi deve spiegare perché.»
Pierleoni, con la fronte imperlata di sudore, si guardò indietro, come nel timore che qualcuno li sentisse.
«Ci sono stati degli sviluppi, dottore» continuò Mazza, fissandolo. «In questi giorni ho cercato di parlare con lei, ma era fuori sede. Così, nel frattempo, son venuto a conoscenza di particolari decisivi. Innanzitutto, ho scoperto che quelle strane crittografie scritte da De Bellis nascondevano messaggi molto più espliciti, e menzionavano nomi eccellenti, donne che partecipavano alle orge che teneva a casa sua.»
Gli occhi di Pierleoni furono attraversati da un lampo. Il sudore cominciò a colargli, formando chiazze sulla camicia a maniche corte. Lentamente, depositò sul pavimento la borsa di cuoio che teneva nella mano destra.
«Una di queste donne era Cinzia,» incalzò Mazza, «e pare che fosse la reginetta dei suoi divertimenti erotici. E lei lo sapeva. È per questo che non s’è gettato a capofitto a raccogliere testimonianze sui festini di De Bellis. È per questo che non ha interrogato a fondo Vannucci, e nemmeno il musicista, su quell’argomento. Loro ovviamente non ne han fatto parola, e lei s’è ben guardato dall’approfondire. Come inquirente, avrebbe dovuto seguire tutte le piste possibili, invece lei quella pista ha addirittura cercato di evitarla. Quando io son venuto a riferirle cos’era saltato fuori da quelle relazioni crittografate, lei sapeva benissimo che nelle altre poteva esserci il nome di Cinzia Fabris. La loro decifrazione rischiava d’essere molto compromettente; ecco perché mi fece concentrare sugli altri documenti: non voleva che s’arrivasse a scoprire il nome di sua moglie.»
«Dove ha quelle carte?» ringhiò Pierleoni contraendo la mascella.
«Le ho in macchina, insieme agli altri documenti» si lasciò sfuggire Mazza. «Ma non è questo il punto, dottore. Guarda caso, il secondo furto da De Bellis è avvenuto non appena lei è stato messo al corrente dell’argomento delle crittografie; e quando il materiale è stato ritrovato a casa di Grumbacher, proprio quelle carte, dov’era probabile ci fosse scritto anche il nome di sua moglie, s’erano deteriorate in un bidone d’acqua, praticamente inservibili. Solo io e lei ne conoscevamo i contenuti. Lei ha agito la sera stessa: ha preso l’auto di Cinzia, è penetrato nel luogo del delitto, ha prelevato documenti antichi e carte cifrate e le ha portate nel fienile della casa di Grumbacher, rendendo illeggibili i fogli compromettenti.»
Mazza si fermò, cercando di respingere la sensazione di panico che lo stava assalendo. «Dottore, Grumbacher è stato ucciso la sera di sabato primo luglio, proprio quando lei ha collocato nel suo fienile le prove per incastrarlo... E quella sera Cinzia era alla cena coi suoi compagni di università, avevano invitato anche me... e so che si sono trattenuti al ristorante fino a tardi.» Deglutì a fatica, con la bocca completamente asciutta. «Grumbacher l’ha ucciso lei,» proseguì, tenendogli gli occhi addosso. «Lei s’è appostato con la macchina vicino a casa sua e ha atteso un’occasione favorevole per falciarlo. Dagli interrogatori, del resto, doveva essersi fatto un’idea delle sue abitudini. Con quella messa in scena lei ha preso due piccioni: distruggere i documenti compromettenti e addossare al tedesco la colpa del furto e del delitto De Bellis. La tesi dei documenti rubati su commissione le rendeva un gran servizio, non c’è che dire, anche se in realtà non le interessava sapere da chi e perché erano stati rubati.»
«Secondo lei, io avrei ucciso Grumbacher solo per addossargli la colpa dell’omicidio di De Bellis?» scattò Pierleoni, sforzandosi di controllare il tono. «Si rende conto delle baggianate...»
«Lei ha ucciso Grumbacher perché è lei l’assassino di De Bellis. E temeva che il tedesco l’avesse vista e identificata. Basta recitare, Pierleoni! Qui c’è questa macchina, e i fatti parlano chiaro. Lei era al corrente della relazione di sua moglie; la notte del delitto è andato a casa di De Bellis per vedere se Cinzia era lì; ha scoperto che c’era, e che magari stava partecipando a un’orgia, ed è rimasto sconvolto. Ha atteso che gli ospiti se n’andassero e ha affrontato De Bellis. Tra voi può essere nato un diverbio, così lei ha perso il controllo, ha afferrato quella statuetta e gli ha sfondato la testa.»
«Quel verme...» biascicò il magistrato, lanciandogli uno sguardo da folle. «Mi restituisca quelle carte, Mazza, subito.» Le mani, strette a pugno, tremavano.
Mazza riprese a martellare, spiando intorno per individuare una possibile via di fuga: «Gliele restituirò a tempo debito. Lei s’era convinto che quella notte Grumbacher l’avesse vista, non è vero? Ma forse s’è sbagliato di grosso: forse quando l’ha interrogato ha equivocato il suo comportamento. Dev’esser stata la sua reticenza a ingannarla: quell’atteggiamento così ambiguo e allusivo... chissà quali frasi sibilline ha tirato fuori. Se penso a quelle che disse a me il giorno in cui andai a trovarlo, non fatico a immaginarle. Forse ha parlato con l’aria di chi sa molte cose, e quel suo vezzo deve averlo fregato di brutto. Magari ha lasciato intendere di aver visto qualcosa d’importante... In più, nessuno ha potuto confermare che il tedesco sia davvero rimasto a casa la notte del delitto; e quando lei ha sentito la testimonianza del pittore, che l’aveva sorpreso più volte a spiare la casa di De Bellis, si è seriamente preoccupato. Deve anche aver trovato le tracce lasciate da Grumbacher lì intorno, come i filtri di spinello, non è vero? A un certo punto, il suo sospetto d’esser stato riconosciuto è diventato convinzione.» Mazza fissò quegli occhi, che sembravano voler uscire dalle orbite. «Invece di fargli confessare cosa aveva visto, ha preferito eliminarlo. E l’ha fatto passare per il sospettato numero uno: avendo in mano l’inchiesta, ha ritenuto di potersi muovere senza eccessivi pericoli...»
A quelle parole, Pierleoni scattò avanti. Mazza scartò di lato con una mossa fulminea, e in tre balzi fu in giardino. Saltò la cancellata graffiandosi un polso, e corse attraverso le auto parcheggiate. Si girò e vide Pierleoni che cercava di aprire il cancello. Si gettò lesto dietro l’A112, e vi restò acquattato qualche minuto per spiare le mosse del magistrato, che camminava nervosamente avanti e indietro osservando le macchine con la faccia sconvolta, forse cercando di individuare quella di Mazza. Lo vide tornare deciso sui suoi passi, richiudersi il cancello alle spalle ed entrare nella rimessa, lasciando aperto il portone basculante. Mazza pensò al da farsi, indeciso se telefonare dall’apparecchio dell’isolato o spostarsi in un’altra zona. Scelse la seconda soluzione; s’era appena rimesso in piedi per entrare in macchina, quando una secca detonazione risuonò nella strada, gelandogli il sangue.
(42 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
i dipinti: Edvard Munch, Il vampiro; Notte a Saint Claude)
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
La dissonanza
Improvvisamente, la dissonanza che gli vagava in testa come un pellegrino senza meta si mostrò con chiarezza. Mazza si fermò, lo sguardo perso, e si rese conto d’essersi incamminato dalla parte opposta a quella dov’era parcheggiata la macchina. Tornò indietro, mentre i pezzi di quell’assurdo rompicapo cominciavano a ricomporsi. Se lì c’erano altre persone oltre a loro, quella notte, i loro nomi potevano esser nascosti dietro le crittografie di De Bellis… Il dubbio andava risolto subito. Raggiunse un telefono, chiamò la stazione dei carabinieri di Bordiano e si fece passare il maresciallo Vinci.
«Buongiorno, maresciallo» esordì, cercando di mantenere la calma.
«Buongiorno, Mazza. Novità?»
«Mah, probabilmente sì. Ho finalmente scoperto qualcosa su quei documenti.»
«Ah, bene, perdinci. Complimenti.»
«Volevo recarmi subito dal dottor Pierleoni a riferirgliele, ma purtroppo non è ancora rientrato dalla trasferta. Nel frattempo, ho pensato che potrei completare il mio lavoro, dato che mancano solo alcuni dettagli. Così, le volevo chiedere...»
«Dica, dica.»
«Nel materiale che avete recuperato a casa di Grumbacher ci sono alcuni documenti cifrati, che fanno parte di quelli che devo interpretare; siccome non li ho visti in Procura, vorrei sapere se sono rimasti presso di voi, o se non sono stati reperiti...»
«Li abbiamo consegnati alla Procura insieme agli altri, Mazza. Solo che quelle crittografie sono irrimediabilmente deteriorate, perché le abbiamo ritrovate immerse in un bidone di acqua piovana, e non si vede un segno che sia uno. Ma, a parte quell’inconveniente, tutti i documenti sono stati recuperati.»
Mazza trattenne un moto di stizza. «Capisco... Per ora la ringrazio, maresciallo; mi perdoni il disturbo. A risentirci.»
Dunque, era andata così: quei fogli non erano più decifrabili. Qualcuno, che ne conosceva il contenuto, aveva fatto in modo che non lo fossero. Il fatto era abbastanza inquietante da rimescolare tutte le conclusioni come un mazzo di carte. Una delle persone presenti quella notte poteva essere tornata indietro, magari in preda a un accesso di gelosia, e aver colpito De Bellis dopo una lite; oppure erano tutte d’accordo, l’avevano ucciso per qualche motivo e ora si coprivano a vicenda. Forse De Bellis le ricattava…
Decise di telefonare a Baschetti. Troppe cose erano state date per scontate o come chiare, mentre in realtà erano rimaste in una totale indeterminatezza. A quel punto, restava solo un tassello per completare la figura.
Per fortuna, il giornalista era in redazione. Alla domanda di Mazza sull’ora precisa in cui Guiducci aveva tenuto la seduta spiritica la notte del delitto, rispose quasi seccato.
«Ma a che ora vuoi che sia stata? A mezzanotte, no?»
«Come fai a saperlo con certezza?»
«Me l’ha detto Antonelli, lo sai. Ricordo le sue parole: seguendo il solito rituale, quella sera hanno fatto la seduta.»
«E tu sai qual è il solito rituale?»
«Per quanto ne so, iniziano a mezzanotte.»
«Non per quanto ne sai: dobbiamo sapere esattamente a che ora hanno iniziato quella notte, è importantissimo. Devi rintracciare Antonelli e chiedergli l’ora di inizio e fine della seduta di quella notte. Poi ti spiego.»
«È per la storia che Guiducci potrebbe essersi trattenuto da De Bellis troppo tempo? Ma ormai l’abbiamo già verificato. Il tempo gli serviva, ha dovuto cercare, leggere i fascicoli che gli interessavano; mica poteva portare via tutta la biblioteca, e poi avrà dovuto smontare…»
«Ascolta, Baschetti, non mi far incazzare. Credimi, è necessario conoscere l’ora. So perfettamente cosa ti sto chiedendo. Ho scoperto nuove cose, poi ti dirò. Ti richiamo fra dieci minuti, e sulla base di quello che mi riferirai ti dirò dove incontrarci.»
Trascorse un quarto d’ora, in cui Mazza ripassò mentalmente tutte le sequenze che s’erano andate affastellando in quel casino di eventi. Quando ritelefonò, ebbe la conferma di ciò che sospettava: quella notte gli adepti s’erano ritrovati dopo l’una, in ritardo rispetto all’ora consueta, e s’erano tutti trattenuti fin oltre le due.
«Allora Guiducci non può aver ucciso De Bellis, ti rendi conto?» disse in preda all’eccitazione.
All’altro capo del filo, Baschetti taceva.
«Bisogna indagare sulle persone che erano dal professore quella sera» riprese, «sono certo che c’erano le due signore che sappiamo, e poi...» Tacque.
«E poi?» lo sollecitò il giornalista. «Come sai che erano lì quella sera?»
«Poi ti spiego...»
Mazza continuava a ragionare a pieno ritmo. C’era anche Cinzia quella notte, e la sua auto era fuori uso. Cosa poteva significare? Un’ipotesi cominciò a prendere corpo, assurda e agghiacciante.
«Senti» disse Baschetti, «in ogni caso dobbiamo fiondarci da Pierleoni. Qui bisogna sviscerare tutta la faccenda, sennò non ne veniamo a capo. Dove ci troviamo?»
«Ti richiamo al massimo tra un’ora.» Mazza chiuse la comunicazione, interrompendo le imprecazioni del giornalista.
Ripensò a una chiave, a una finestra... e il rompicapo si ricompose, dando vita a un’immagine inaspettata. Doveva assolutamente controllare. Il sospetto era troppo forte.
(41 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(immagini: Edvard Munch - Notte bianca
- Sera sulla via Karl Johan)
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
Il segreto
Quando si svegliò, Mazza stette per alcuni secondi in un limbo mentale, senza ricordare quasi nulla di quello che era successo. Intorpidito, s’alzò e andò ad aprire la finestra; si rese conto d’aver dormito solo poche ore.
Fece uno sforzo per ripercorrere nella mente le tappe dei giorni precedenti: tutto gli appariva irreale. La camera orgonica ottagonale, la sostanza cosmica materializzata e l’irraggiatore orgonico, gli esperimenti di Guiducci e la coda del pavone... sembravano sogni che, di fronte ai pendii collinari che si estendevano in lontananza nella luce del primo mattino, si dissolvevano per lasciar posto alla realtà.
Eppure, quei documenti esistevano. O, meglio, erano esistiti. Colto da una frenesia improvvisa, andò a prendere il fascicolo che era riuscito a salvare, lo riunì al PR-1 e agli altri pezzetti bruciacchiati, andò alla sua scrivania e si rimise a esaminarlo.
Ma la faccenda era troppo complicata. Chiuse gli occhi, incrociò le braccia sulla scrivania e vi poggiò il capo. Quella strana sostanza, che formava il “ringorgo arrotante”, era forse come un cristallo liquido. Correndo con quell’ampolla sotto il braccio, doveva avere scatenato una quantità di turbolenze, facendo aumentare la pressione interna fino all’esplosione.
Ora, per riferire tutte quelle cose a Pierleoni, non avrebbe saputo da dove cominciare. “Dottore, Domenico Guiducci è responsabile della morte di quattro persone, forse cinque”, gli avrebbe detto. Già immaginava la faccia del magistrato. Andare a scavare in quel santuario era un’impresa non facile, nella quale si poteva mettere a rischio la carriera. Legioni di madri coraggio, magnati dell’industria, firme del giornalismo e deputati non avrebbero esitato a lanciare la loro offensiva.
Fu Albachiara, con la sua telefonata inaspettata, a richiamarlo alla realtà. Non si sentivano dal giorno in cui avevano osservato le stelle. Il giorno precedente l’aveva cercato, disse lei, e aveva anche lasciato un messaggio in segreteria. La segreteria? Perbacco, si scusò Mazza, non aveva ascoltato i messaggi, non ne aveva avuto modo. Gli eventi erano, per così dire, precipitati. Nulla di sensazionale, la rassicurò, se non che aveva risolto il caso De Bellis.
Albachiara rimase di stucco, e lui le spiegò. Emilio, voglio sapere tutto, furono le ultime parole di lei, ci vediamo stasera.
Il morale gli si risollevò in un baleno. La consolazione di poterla rivedere era l’unica certezza che provasse in quel momento. Tutto il resto sembrava assurdo. Quel cumulo di considerazioni, circostanze, dubbi, ipotesi s’era addensato troppo in fretta, e gli roteava disordinatamente in testa. In più, c’era quella strana dissonanza. Era come una sfilacciatura che lasciava intravedere un elemento dimenticato, senza tuttavia svelarlo. Eppure, tutto sembrava tornare: movente, persone, azioni...
Bisognava senza meno, per prima cosa, andare da Pierleoni a riferire tutto. O meglio, quasi tutto: non spettava certo a lui riferire le circostanze descritte dal pittore. Decise di partire per Rimini. Prima di andare a prendere i documenti, s’avviò verso il telefono per chiamare la Procura, ma fu preceduto da uno squillo che lo fece trasalire.
* * *
Mentre suonava il campanello, Mazza pensò alla formula che avrebbe usato per giustificare quell’intrusione. “Deve scusarmi, Pierleoni”, avrebbe detto, “ma ho delle questioni urgenti da sottoporle, e in Procura mi hanno detto...” Anzi, forse avrebbe fatto meglio a dire: “Buongiorno, Pierleoni. Deve scusarmi, ma sono stato a cercarla in Procura e mi hanno detto che sarebbe stato in ufficio fra non meno di un’ora. Siccome quel che ho da dirle è estremamente importante...”
La porta s’aprì, e Cinzia Fabris comparve sulla soglia.
«Emilio...»
Cinzia, la compagna di studi, sua vecchia fiamma, aveva mantenuto intatti i suoi colori e il suo fascino. Alta, con la carnagione chiara e i capelli scuri a caschetto che incorniciavano il bel viso ovale, sembrava ancora la ragazza che l’aveva fatto sognare ai tempi dell’università. Ed era molto bella. Per alcuni istanti gli sembrò di rivivere, nitidissime, le notti d’amore trascorse con lei, nell’appartamento che divideva a Bologna con un’amica.
«Ciao, Cinzia... come stai?»
«Bene. Vieni, accomodati.»
Mazza entrò nell’ingresso, un po’ impacciato. «Sto cercando tuo marito... per la questione del delitto De Bellis.»
«Sì.» Il volto di Cinzia si rabbuiò impercettibilmente, tornando subito alla limpidezza naturale. «Ma Antonio è fuori per alcune faccende. Più tardi dovresti trovarlo in Procura.»
«Capisco. Be’...»
«Ci siamo divertiti alla cena di sabato, sai?» ruppe il ghiaccio lei. «Ce ne siamo andati che erano passate le due.»
«Mi fa piacere. Peccato che non abbia potuto...»
«Posso offrirti qualcosa? Senza complimenti,» lo interruppe.
«No, ti ringrazio molto, ma è meglio che vada, così potrò parlare con tuo marito.»
Fece per avviarsi, ma si fermò con la mano sulla maniglia e si girò a guardarla, con una strana luce negli occhi. In un baleno seppe ciò che fino a quel momento aveva voluto negare a se stesso. Quel neo in cima al bellissimo sedere, e quella cicatrice, ricordo di un colpo di pistola durante i disordini di piazza… Era lei la favorita di De Bellis, la donna misteriosa e seducente che s’accoppiava con lui e, almeno, aveva mantenuto il pudore di non fornicare sotto gli occhi del gruppo. Si sentì stupido, ripensando al ritegno e ai pudori che avevano condizionato il loro rapporto di giovani amanti. E Pierleoni? Era ignaro o era consenziente? Poteva, quell’uomo freddo e formale, aver compreso la sensualità della moglie?
Si meravigliò nell’udire la propria voce uscire incontrollata, mentre pronunciava una frase che non aveva avuto il tempo di premeditare: «A proposito… tuo marito sa della relazione che avevi col professor De Bellis? Lo sa che siete… che eravate amanti?».
Cinzia avvampò, poi cominciò a impallidire. Allargò gli occhi color nocciola in un’espressione sgomenta, chiaramente impreparata a una bugia: «No, lui non sa...». Con un filo di voce, quasi lo supplicò: «Ti prego, Emilio, non dirglielo... Non servirebbe a nulla…».
Mazza sentì che doveva attaccarla senza riguardo, se voleva la verità. Un’altra frase gli salì alle labbra: «Allora, non sa neppure che eri lì la sera del delitto».
Lei arretrò di due passi e, più che sedersi, cadde su una sedia imbottita dell’ingresso. «No, non lo sa… Emilio,» farfugliò implorante, «ti scongiuro, per l’amicizia che ci lega… non dire niente. Lui non sa niente…»
«Non sa niente per ora, ma come l’ho scoperto io, lo scoprirà anche lui. O forse no, se il caso viene chiuso subito. Ma tu... come hai...»
«È una storia lunga, Emilio, ti prego...» Gli occhi le si riempirono di lacrime.
«Devi sperare che il caso si risolva in fretta,» disse lui, freddo. La sensazione di dover scavare in quella direzione si fece più forte. «Chi di voi l’ha ucciso?»
«Nessuno di noi l’ha ucciso, non penserai davvero una cosa del genere!» Cinzia si rialzò di scatto. “All’una eravamo già andati via tutti, e De Bellis era vivo, ne sono sicura, perché io sono salita in macchina per ultima. Credimi, non è su di noi che si deve indagare.»
Mazza la guardò in silenzio.
«Ascoltami, a questo punto saprai benissimo che non c’eravamo solo noi tre quella sera» eruppe lei, indispettita. «Noi ce ne siamo andate con la stessa macchina, come sempre.»
«Già, tu con la altre signore, le tue degne compagne di bagordi...» sibilò velenoso, «e scommetto che non sai chi erano gli altri.»
«Proprio così, non lo so.»
«Già…» Mazza avvertì un piccolo capogiro. Si figurò De Bellis nudo, in mezzo a un grappolo di donne mascherate che non disdegnavano i rapporti omosessuali, e le vide partire assieme, dopo essersi soddisfatte. Ma se anche erano andate via tutte, la gelosia poteva avere indotto una di loro a tornare indietro subito dopo, con la propria macchina...
Mentre quelle immagini gli scorrevano davanti agli occhi, Cinzia recuperò il controllo. «Purtroppo, stavo uscendo» disse calma.
«Certo, naturale.» Mazza si riprese dal momentaneo sbandamento e si sentì riassalire dal disagio. «Allora, andrò da tuo marito... e, per quel che mi riguarda… non parlerò.»
Uscirono in giardino. La villetta a due piani era tinteggiata in ocra, con la rimessa e gli altri locali di servizio sul davanti. Il vialetto d’ingresso, una fila di lastre incassate nel terreno erboso, portava diritto al cancello, mentre sulla destra una fila di cipressi nascondeva la casa alla vista.
«Scusa se non ti accompagno al cancello,» lo congedò Cinzia, «ma rischio di fare tardi. Ho la macchina fuori uso, e sono costretta a muovermi in bicicletta.» Senza aggiungere altro, si diresse a capo chino verso la rimessa, costeggiando una fila di oleandri e piccole palme.
Mazza rimase a guardarla mentre apriva il portone basculante. Poi si avviò lentamente verso il cancello, mentre una gatta pezzata miagolava al suo indirizzo, occhieggiando dal davanzale di una finestrella semiaperta.
(40 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano
(immagini: Tamara de Lempicka - La bella Rafaela
- Printemps
Adattamento di Omicidi Particolari, Edizioni Piemme 2000:
Il segreto del manoscritto
Nel buio del giardino, i rapidi fruscii dei piccoli animali notturni che scorrazzavano tra i cespugli s’univano al gracidìo lontano delle rane uscite dai fossi. Mazza aveva sbarrato il cancello, le porte e le finestre di casa, e aveva ammucchiato sulla tavola della sala da pranzo i libri e i suoi blocchi di appunti.
«Eccola qui, la coda del pavone» disse rivolto a Baschetti, intento a contemplare le carte bruciacchiate poggiate sul tavolo. «Queste sono le ultime pagine del manoscritto, in cui l’alchimista aveva cercato di riavviare la cottura del composto. Se le avessi lette, forse avremmo evitato quel guaio.»
Gli porse gli ultimi fogli, sfascicolati e mangiati ai bordi, in cui la scrittura era cosparsa di macchie d’inchiostro:
...infreddandosi il vaso, s’agita in esso la sostanza come un mare in burrasca rinchiuso in cucurbita, si muove attorno le pareti, come animata da volontà sua propria, con lingue biforcute e triforcute che si animano a guisa di drago, di delfino, di camaleonte, se non che parea voler uscir fuori di volontà propria...
...mi determinai a praticare un pertugio sopra il sigillo, per dare campo al manifestarsi del raggio attivo. Infilai accorto nel pertugio una cannetta per specillare la grossezza della materia, ma al primo affondare della cannetta, la sostanza si ritrae come animata da raziocinio suo, formando un ringorgo arrotante. Nel travaglio del voler cavare presto la cannetta che s’era incastrata nel pertugio... la mossi avanti e addietro, ma non con intenzione, e a pena la dimenai di questo modo, anche la sostanza parve animarsi di volontà sua, accendendosi come mille zolfanelli, in lunghe striscie di colore che lampeggiano, e mandano fiamma e lapilli come fosse un vulcano in eruzione... Dentro la cucurbita i raggi della coda del pavone sprizzano come linguacce di fuoco variopinto, e il vetro del vaso si surriscalda oltre ogni prevedimento...
«Quella sostanza non va agitata quando ha raggiunto una certa temperatura,» concluse Mazza, passandosi le mani sul viso e tirandosi gli occhi stanchi. «All’alchimista era capitato lo stesso incidente. Forse, quando ho tenuto quell’ampolla sotto il braccio, il calore del corpo combinato col movimento è stato sufficiente a farla scopppiare, e a bruciare tutto.»
«Ma non brucia come il fuoco, a quanto sembra» replicò Baschetti, «non c’era la puzza di bruciato che si sente di solito.»
«No, infatti.» Mazza ripose le carte ingiallite e prese la documentazione sopravvissuta all’inferno della cripta. «Era un odore indefinibile, metallico...» Sfogliò l’unico fascicolo, siglato PR-2, ciò che restava delle cartelle azzurrine, e i brandelli di fogli che era riuscito a salvare.
«Vediamo…» disse, cercando di concentrarsi. «De Bellis, insospettabile alchimista, aveva scoperto il manoscritto, l’aveva studiato e ne aveva riprodotti gli esperimenti, utilizzando attrezzature moderne, e i metodi imparati nei circoli d’alchimia che frequentava. Aveva intuito che i raggi emessi da quella sostanza potevano essere trattati da un irraggiatore orgonico, per avere degli effetti sulla sfera biopsichica dell’uomo. Così, aveva ideato e costruito l’apparecchio…»
«In quel fascicolo, De Bellis parla anche di cromoterapia. Servirebbe a quello, allora, la coda del pavone…»
«Non lo so; forse. Bisognerebbe vedere l’apparecchio in funzione per capirlo. O almeno poter leggere gli altri documenti. Forse la coda del pavone è il risultato della degenerazione di quella sostanza; oppure, il raggio può diventare multicolore se trattato in una certa maniera. A ogni modo, l’autore del manoscritto non raggiunse nessun risultato, riuscì solo a far scoppiare il pallone di vetro nel laboratorio, distruggendo tutto.»
«De Bellis, invece, aveva capito che quel raggio luminoso è energia scaturita dalla materia raffreddata.»
«Sì, ed è incredibile... secondo lui quest’energia pura, emessa come raggio luminoso, sarebbe analoga all’energia primordiale che dopo il big bang diede origine alle prime galassie, e avrebbe proprietà straordinarie. In pratica, le ampolle con la sostanza vengono collocate nel loro contenitore, e da lì ne viene regolata la temperatura. Raggiunte le condizioni critiche, uscirebbero i fasci energetici che vengono incanalati nelle serpentine fino alla base dell’apparecchio, per poi passare attraverso il puntatore e irraggiare il soggetto.»
«E Guiducci, appropriatosi dell’irraggiatore, l’ha subito sperimentato su alcuni ragazzi. Per questo trafficava nei sotterranei e non si faceva più vedere per la comunità.»
«Già. A quanto dicono, Loverso e D’Alessandro si sono suicidati in preda alla follia...» Mazza scorse i fogli che li riguardavano. «Là sopra ho letto che l’esposizione all’irraggiamento può dare scompensi: l’eccessiva stimolazione dei flussi d’energia può causare rotture, con effetti simili a quelli d’un allucinogeno. Portando l’esposizione oltre certi limiti si può far impazzire una persona: ecco perché quei ragazzi manifestavano segni di squilibrio.»
«Guiducci, quindi, li avrebbe sottoposti a irraggiamenti eccessivi…»
«Sì, o forse l’apparecchio non era ben tarato. Se quei due hanno subìto un bombardamento orgonico, i collegamenti delle loro strutture cerebrali si possono essere squassati, causando danni al cervello.»
«Ma Loverso, quello volato dalla finestra per primo, non era impazzito, secondo me: come t’ho detto, ha fatto una confidenza al ragazzo scappato una settimana fa. Non è escluso che lo “abbiano suicidato”. Bisognerebbe sapere cos’ha riferito quello che è andato a fare la denuncia alla polizia.»
«Perbacco...» Mazza si picchiò il pugno sul palmo. «Prima che la polizia lo venisse a prendere, quel tizio ha riferito al meccanico di un arnese per l’elettrochoc: ecco cos’era. Era di quell’apparecchio che gli aveva parlato Loverso.»
Baschetti studiò un foglio mezzo bruciacchiato che ne riportava un disegno tecnico. «Sembra simile a certi irraggiatori orgonici in miniatura che si vendono in Germania. Quelli, però, sono oggetti da tavolo utilizzati per curare certi disturbi, e non servono certo a canalizzare raggi d’energia di quel genere. Ora, comunque, si spiega perché Guiducci conosceva l’esistenza di quell’aggeggio...»
«È evidente. Guiducci dev’essersi fatto sedurre dall’idea di sfruttarlo per curare la tossicodipendenza. T’immagini il potere che un apparecchio del genere potrebbe dargli, se funzionasse davvero? Condizionare il cervello dei tossici, liberandoli dalla scimmia mentale; per lui sarebbe una vittoria definitiva, con tutti i benefici in termini di prestigio che ne seguirebbero...»
«Immagino sì. E forse De Bellis, una volta ottenuto l’aiuto per la fabbricazione dei pezzi, non era più intenzionato a concedergli in uso l’irraggiatore; magari voleva brevettarlo per conto suo, mentre Guiducci accampava diritti per averlo aiutato a costruirlo... a maggior ragione, se De Bellis era stato sul suo libro paga. Non si spiegherebbe diversamente la telefonata sentita da Antonelli prima del delitto.»
Mazza annuì pensoso. «Già... Se tutti i tentativi di convincere De Bellis a concedergli l’apparecchio sono naufragati, Guiducci è arrivato a ucciderlo. Gli è piombato a casa alle sei del mattino, per discutere o per farsi consegnare l’irraggiatore, e di fronte al suo rifiuto, accecato dall’ira, l’ha stecchito con una botta in testa. Alle sette aveva già caricato tutto, era rientrato in comunità, come t’ha riferito Antonelli, e s’era infilato nei sotterranei. Chissà se...»
«Aspetta, aspetta» l’interruppe Baschetti, «non può essere così. Il delitto non è avvenuto alle sei, perché De Bellis è morto tra l’una e le due di notte.»
Mazza lo fissò, sorpreso.
«Quando il medico legale ha esaminato il cadavere erano già otto ore che stava lì,» spiegò il giornalista. «Infatti la donna delle pulizie ha dato l’allarme alle nove, e i rilievi sul corpo son stati fatti poco prima delle dieci.»
«È vero. Anche il dottor Bisi m’ha parlato del referto: la morte risaliva a otto ore prima. Dovevamo tenerne conto, maledizione!»
«Non fare quella faccia, ragioniamo. I conti tornano lo stesso. Quella notte, a quanto ha detto Antonelli, in comunità s’è svolta la seduta spiritica di cui t’ho parlato, che però è andata a monte...»
«Ho capito, vuoi dire che dopo, fra l’una e le due, Guiducci è andato da De Bellis, ma perché con tanta urgenza, e proprio a quell’ora?»
«Calma. Antonelli mi ha detto di essere caduto in trance durante la seduta, e di aver parlato fra l’altro di orgone, d’energia, e di morte. Sembra che nessuno ne abbia compreso il significato; ma Guiducci deve avere colto in quelle frasi un messaggio che l’ha allarmato, così s’è precipitato da De Bellis. E possiamo immaginare com’è finita.»
Mazza scrollò la testa, perplesso. «D’accordo su cosa può essere successo a casa di De Bellis. Ma se Guiducci è andato lì alle due ed è stato visto anche tra le sei e le sette, c’è qualcosa che non quadra. Dopo aver ucciso dovrebbe essere tornato in comunità, essersi reso conto che non aveva alternativa ed essere ritornato sul luogo del delitto a prendersi ciò che voleva. A quel punto, è stato visto prima da Hans e poi da Antonelli.»
«Può essere andata così; ma un andirivieni di quel genere non mi persuade. È più probabile che sia rimasto sul posto, abbia valutato il da farsi e abbia deciso di mettersi all’opera per recuperare l’apparecchio. Secondo me ha perso tempo a frugare in giro, e quando l’ha trovato ha cercato i fascicoli necessari per farlo funzionare. Forse era solo, così è andato a chiamare il suo sgherro, oppure ha aspettato che lo raggiungesse; poi hanno smontato tutto, l’hanno caricato nella jeep e se ne sono andati. E lì devono essersi accorti di Hans.»
«Sì, ma non possono aver trafficato delle ore per smontare quell’affare; in più, con il cadavere in casa...»
«Invece possono aver perso tempo, soprattutto per cercare i fascicoli,» rimarcò Baschetti, prendendo un foglio e iniziando a tracciarvi uno schema. «Avranno anche cercato d’eliminare le impronte. E successivamente hanno fatto fuori il tedesco, perché li aveva visti uscire dalla casa. Come t’ho detto, esplorando i sotterranei ho visto una jeep cassonata, forse proprio quella che hanno usato per andare da De Bellis. Ha una bella ammaccatura sul fianco, recente, perché le scaglie di vernice si vedono ancora e non c’è traccia di ruggine. La botta prende tutta la portiera destra, e richiama proprio la sbucciatura sull’albero davanti casa di Grumbacher. Se avessimo avuto i tuoi frammenti di fanale, maledizione, avrei potuto confrontarli...»
«Già, è vero, non ci avevo pensato… Sono ancora qui.» Prese dal cassetto una bustina di plastica con i pezzetti di catarifrangente e la posò sul tavolo.
«Facendo fuori il tedesco, Guiducci ha eliminato il testimone e depistato le indagini, addossandogli tutte le responsabilità» proseguì il giornalista. «Poi, mi sto convincendo che ha anche ordinato l’eliminazione di Pasi, perché aveva scoperto l’irraggiatore e gli esperimenti che faceva nei sotterranei. Ridendo e scherzando, ha commesso tre omicidi.»
Mazza stette a pensare, tenendosi la testa fra le mani. «Cribbio, Pierleoni ha preso una bella cantonata... Bisogna andare a parlargli subito. La storia del tedesco come esecutore materiale non regge...»
«A questo punto, oltre a informare il magistrato bisogna consegnargli il materiale che abbiamo trovato.»
«Quello superstite, vorrai dire. E dobbiamo anche dimostrare che l’abbiamo trovato nei sotterranei della comunità.»
«Ascolta, innanzi tutto abbiamo le foto, poi abbiamo lasciato segni dappertutto, e ci sono le nostre testimonianze. E c’è l’apparecchio, anche se probabilmente lo faranno sparire prima. È necessaria una perquisizione immediata, sia dentro che fuori della comunità; anzi, bisognerebbe chiamare il magistrato ora.»
«In questi giorni è stato in trasferta: dovrebbe tornare oggi in mattinata. Ma adesso non ce la faccio più, devo dormire. Appena fa giorno, lo chiamo.» Mazza s’accorse di essere stanchissimo. Sistemò le carte e accompagnò Baschetti alla macchina. Concordarono di verificare la situazione al cimitero con la luce del giorno, e il giornalista avrebbe anche fatto sviluppare subito le fotografie, per portarle in procura.
Con le palpebre pesanti, Mazza rientrò in casa e riuscì a malapena a lavarsi i denti, prima di buttarsi sul letto e precipitare in un sonno di piombo.
(39 – continua)
© 2000 Paolo Ferrucci / Grandi & Associati Srl – Milano