Ancora la vecchia agenda
Confesso che ho preso gusto a sfogliare la vecchia agenda in cui prendevo gli appunti per la stesura di Mistero etrusco: mi piace ripercorrere i momenti in cui cercavo di trovare le idee per impostare questo romanzo, che per ora rimane la mia esperienza più importante e formativa.
Prometto che questa sarà l’ultima postilla del genere, cioè focalizzata sugli “appunti preparatori”: lo dico per quelli che, quando vedono scritto “Postille a Mistero etrusco”, leggono: “Che palle!”.
Comunque non escludo, in futuro, di proseguire le postille parlando dei miei studi sulla divinazione nel mondo antico, che nel suo aspetto etrusco è uno dei temi portanti del romanzo.
Le pagine che seguono mi servirono a costruire l’interrogatorio in cui il magistrato inquirente, la dottoressa Marchini, mette sotto torchio il protagonista Lester Howe, il commercialista seduttore dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli.
Questa scena fu molto importante per me, anche perché vede in azione il dottor Luigi Vallecchi, l’uomo che, nella realtà, mi ha addestrato alla vita professionale e che ormai considero come un padre. Tante volte, scherzando, l’ho definito la mia guida spirituale, ma dicevo la verità: un uomo coi suoi difetti – come tutti –, ma con un’eleganza e una raffinatezza innate, un’intelligenza duttile e immediata, un’apertura d’idee esemplare, uno sguardo trasparente ed enigmatico a un tempo; un uomo che sa essere sfinge e samaritano, un amante della conoscenza e, soprattutto, che non si è ancora stancato – coi suoi settant’anni – d’interrogarsi sul significato dell’esistenza.
Io devo moltissimo al dottor Vallecchi. Uno di questi giorni lo confesserò al figlio Andrea: se c’è una cosa che gli invidio – in senso buono, si capisce – è la sua ascendenza. Se avessi avuto quel padre sarei stato molto migliore.
Appunti agli episodi VI.1 e 2 (premessa)
Nei successivi episodi, ad apertura di capitolo, la dottoressa Marchini è molto contrariata perché, appena tornata dal mare, l’ispettore capo l’ha chiamata con grande urgenza per il mandato, asserendo che Fanelli è l’indiziato n.1 per via dell’orma di pneumatico.
Lei torna in ufficio, rossa come un gambero per l’esposizione al sole, si rimette al lavoro e poi, manco un’ora dopo, la richiamano per il ritrovamento del morto. È sconvolta, sia per il cadavere, ucciso in quel modo (è la sua prima volta di fronte a tanto sangue), sia per il casino di gente che c’è.
Improvvisa un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; Howe si difende, anche se la sua innocenza è evidente; l’ispettore capo lo prende da parte, convinto che lui non c’entri nulla, e lo rassicura; più avanti gli farà lui delle domande a mente fredda, fuori dagli isterismi della magistrata.
Vallecchi reagisce con decisione ai modi della dottoressa Marchini, che è una giovincella sprovveduta e supponente, nonché grassotta e priva di linea, con due grandi tette; ha l’aspetto di una di quelle ragazze americane cresciute a hamburger e patatine fritte (vedi Lewinsky).
Cosa credono di fare, queste giovinette? Sono lontane mille miglia dalla vera grazia e dalla vera femminilità (anche la ciccia può esser portata con eleganza, vedi dott.ssa Lazzeri). Vallecchi esamina le fattezze della ragazza, deprecandone l’arrossamento solare che la fa somigliare a un maialino appena svezzato, scottato sulla fiamma.
L’avvocato Vivarelli cerca di moderare il confronto: scusa Vallecchi col magistrato e, allo stesso tempo, cerca di rabbonire Vallecchi. In ogni caso, i due devono spiegare una buona volta la loro presenza in quel luogo, proprio nel momento del delitto.
Episodio VI.2 (struttura)
La dottoressa Marchini fa gli interrogatori di Howe, Vallecchi e Vivarelli.
Imposta un interrogatorio abbastanza duro, soprattutto nei confronti di Howe, che ha trovato il cadavere; inquisisce anche Vallecchi e Vivarelli, che si trovavano vicini al luogo del delitto per motivi che non hanno ancora spiegato.
[…]
Contraddittorio e battibecco fra la Marchini e Vallecchi, Howe e Vivarelli.
Il magistrato contesta a tutti e tre il fatto che si trovavano lì al momento del delitto. Howe ripete che stava semplicemente tornando a casa.
Vallecchi e Vivarelli dicono che erano andati allo studio legale.
Perché di domenica sera? Perché vestiti così? (sembrano reduci da un’operazione di commando).
Cosa c’entra come sono vestito?, s’indigna Vallecchi, mentre Vivarelli cerca di calmare le acque (entrambi hanno delle vecchie ciabatte ai piedi, come Howe).
Lei ha lasciato le sue orme, dice il magistrato a Howe, quindi è lei che ci deve le maggiori spiegazioni. Poi lo rimprovera perché non è andato a riferire tempestivamente di aver visto Massi e Fanelli insieme.
[…]
Vallecchi si sente umiliato: con quelle orribili ciabatte ai piedi, privato delle scarpe e bistrattato da quella bamboccia tettuta…
Ma Vallecchi e Vivarelli non usciranno di lì finché non avranno spiegato in modo convincente perché erano andati, di domenica sera, allo studio. Il procuratore è disposto a stare lì tutta la notte, se è necessario.
Vallecchi non ne può più di quell’affronto, Howe vorrebbe andare a dormire perché lo stress l’ha logorato, e Vivarelli decide di vuotare il sacco: erano andato allo studio perché dovevano fare uno scherzo…
Vallecchi è al colmo: che stronzata ascoltare quel cretino di Vivarelli e le sue scemate, per una stupidata trovarsi lì, senza scarpe…
Basandomi su questi elementi, e sempre aiutandomi con le libere associazioni di idee, andai quindi a scrivere la scena del romanzo. Scelsi di cominciare con i piedi scalzi di Howe, al quale erano state sequestrate le scarpe per rilevarne le macchie di sangue.
Questa è la versione definitiva dell’interrogatorio.
Con un gesto meccanico, Howe brancolò per qualche secondo sotto la sedia, a cercare le scarpe. Sfiorò con la mano il pavimento scabro dell’ufficio del vicequestore, scrutò le immediate vicinanze e, al riaprirsi della porta, si raddrizzò di scatto. I seni della dottoressa Marchini spuntarono da sopra la maniglia, grandi e convessi, e sussultarono al suono della sua voce stridula che chiamava il viceispettore Asciuti: «Se non c’è nessuno, che venga lei. Non vorrà dirmi che non riusciamo a finire questo verbale!».
Il dottor Vallecchi e l’avvocato Vivarelli si lanciarono un’occhiata inquieta. Le ciabatte sformate e polverose che avevano ai piedi facevano schifo a guardarle, mentre Howe, che s’era nuovamente chinato per massaggiarsi i piedi, era praticamente scalzo.
Stettero in silenzio, finché il sostituto procuratore si decise a rientrare nella stanza, accostando la porta dietro di sé. La dottoressa andò a sedersi alla scrivania con un lungo respiro, prese in mano alcuni fogli d’appunti e indirizzò ai tre uno sguardo severo appesantito dal trucco.
La sessione d’interrogatorio s’era protratta per più di un’ora, e altrettanto il confronto con la signora Gabriella e la signorina Medri, che nell’eccitazione avevano faticato a mettere insieme un discorso organico. Howe s’era dovuto riprendere dallo choc a furia di camomille solubili, che il viceispettore aveva avuto la gentilezza di preparargli attingendo alla sua riserva personale, nascosta in un cassetto chiuso a chiave.
La dottoressa Marchini doveva essersi truccata in fretta, constatò Howe: ora, dopo il primo scontro, aveva modo di guardarla meglio. Le linee nere che le allungavano gli occhi pendevano asimmetriche, e la curva del rossetto le sconfinava di qualche millimetro dal labbro inferiore. Con quella mandibola robusta, aggravata da un precoce sottomento, e quel collo taurino arrossato per l’imprudente esposizione al sole, sarebbe potuta somigliare a un maialino scottato sulla fiamma, se non fosse stato per…
«Allora, si decide ad arrivare?» strillò il magistrato, causando uno scarico d’adrenalina generale.
Howe sentì la tensione risalirgli in gola. Tutti e tre si trovavano là dentro senza scarpe, mentre nel corridoio la signora Gabriella sedeva impalata sulla panca di legno, con la signorina Medri che tormentava tutti con le sue domande.
«Eccomi qua, dottoressa» arrivò trafelato il viceispettore Asciuti, chiudendo la porta e finendo di pulirsi la bocca con un tovagliolino. La dottoressa Marchini lo fulminò, indicandogli il computer grigio di polvere che troneggiava sul piano dattilo, e iniziò a scartabellare tra gli incartamenti che coprivano la scrivania. Aprì la bocca per prendere fiato, mostrando gli incisivi sporgenti che la facevano somigliare a una liceale cresciuta in fretta.
«Dunque» cominciò, sforzandosi di dominare l’emozione. «Possiamo riprendere dalla terza riga, sopra al punto dove eravamo arrivati.»
«Dopo “I testi respingono…”?»
«No, prima di “I testi respingono”» sibilò il magistrato. «Lì, dove vede quel segno.»
«Ah, ecco. Grazie dottoressa.»
«Dunque, scriva: “Di fronte alla sottoscritta dott. Angela Marchini – le formule di rito le mettiamo dopo –, presenti il Vallecchi e il Vivarelli…”»
Il dottor Vallecchi si erse di scatto, spostando indietro la sedia: «Dottoressa, per sua regola io sono il dottor Vallecchi, non il Vallecchi», dichiarò con voce ferma. «Vorrei che questo fosse chiaro…»
«Gigi…» sussurrò sgomento l’avvocato.
«Sta’ zitto tu. Il fatto di ascoltare dei testi, dottoressa, non la esime dal mantenere…»
«Torni a sedersi!» gridò il magistrato incassando la testa e stringendo nel pugno la penna biro. La faccia le si fece cianotica, gli occhi s’ingrandirono. «Qui devo procedere alle domande, e non tollero deviazioni…»
«Non penserà d’intimidirmi, dottoressa» la rimbeccò il commercialista.
«Dottor Vallecchi…» cercò di calmarlo Howe.
«Non ci si metta anche lei, la prego, visto che ci ha messi in questo casino…»
«D’accordo, so d’esser stato io a coinvolgervi.» Adesso, il tono di Howe era compunto. «E mi spiace davvero. Ma mi trovavo…»
«Lei taccia, per favore» troncò stridula la Marchini. «Parli quando è interrogato. Tra l’altro, è proprio lei a doverci le maggiori spiegazioni.»
«Quali spiegazioni, mi scusi?»
«Se mi è consentito, dottoressa…» azzardò Vivarelli.
«Silenzio tutti, caspita!» gridò il magistrato.
Il viceispettore Asciuti seguiva attonito il diverbio, una mano sulla tastiera del computer e l’altra a palpare il pacchetto di sigarette nel taschino della camicia.
Vallecchi tornò a sedersi, allibito. Quella ragazza petulante e pettoruta si stava rivelando un’onta per l’intero universo femminile: ce n’era a sufficienza per far resuscitare gli antichi pregiudizi di Semonide di Amorgo*, che nei carmi Donne cento cattive una buona e Chi disse donna disse danno aveva condensato il pensiero arcaico sull’argomento, a dispetto di tutte le aperture di Platone verso l’altro sesso nella sua città ideale…
«Signori» riprese la dottoressa Marchini moderando il tono, «il problema è che vi rifiutate di collaborare. O, quanto meno, vi state mostrando reticenti.»
«Prima di tutto, dottoressa» insisté Vallecchi, incapace di tenersi a freno, «vorrei sapere quando potremo riavere le nostre scarpe.»
«Le riavrete a tempo debito, dottore. Intanto, resta il fatto che lei e l’avvocato non ci avete ancora chiarito perché vi trovavate sul luogo del delitto nel momento in cui è stato scoperto il corpo.»
Vallecchi la guardò scandalizzato, poi si girò verso Vivarelli: «E tu, leguleio, non dici niente?».
«Calmati, Gigi. Adesso chiariamo…»
«Cosa c’è da chiarire? Non eravamo affatto sul luogo del delitto, e questo è già chiarissimo.» Non si capiva se quella donna fosse dura di comprendonio o li provocasse ad arte. Inesorabili, i crudi versi di Semonide gli riaffiorarono alla mente: “Zeus creò dei mali il più pestifero / le femmine: anche quando par che giovino, / son, per chi le possiede, una disgrazia…”
«Sul luogo del delitto c’ero io, a essere precisi» intervenne Howe alzando il dito.
«Lo so benissimo che c’era lei» sibilò la Marchini.
«E allora perché dice che c’eravamo noi?»
«Eravate lì nei pressi, fino a prova contraria.»
«Ma è assodato che eravamo appena usciti dallo studio dell’avvocato Vivarelli, che è poco distante…»
«Non è affatto assodato, signori, visto che allo stato attuale non risulta alcun testimone che vi abbia visti uscire da quell’edificio.» Il magistrato gli puntò contro un dito accusatore: «E finché non mi dite perché eravate lì a quell’ora, di domenica, per giunta abbigliati così…».
«Abbigliati così?» Vallecchi spalancò gli occhi, reprimendo un impeto di collera. Come diamine si permetteva, quella donna, di sindacare sulla sua giacca da campagna? Proprio lei, col tailleurino color pastello che quasi le crepava addosso e faceva a pugni con la sua carnagione, con la gonna che le scopriva la coscia improsciuttita, e i seni madornali che avevano tutta l’aria di non esser nemmeno dotati di capezzoli appropriati al morso…
«Forse la dottoressa si riferisce al fatto che non vi ho riconosciuti» ammorbidì Howe, cercando di placare gli animi. «Era già scuro, sono corso fuori e vi ho visti in fondo alla strada…»
«Lei, signor Howe, deve ancora chiarire perché non ci ha comunicato tempestivamente d’aver visto la vittima insieme a Carlo Massi» lo aggredì la Marchini. «Se ci avesse informati, l’avremmo tenuto sotto controllo e forse ora non saremmo qui.»
«Ma l’ho chiarito: stavo riflettendo su quel fatto, che era parso strano anche a me, e intendevo comunque parlarne con Fanelli per chiedergli spiegazioni. Ad ogni modo, se Massi commerciava in antiquariato, poteva ben essere sceso in cantina…»
«Ma si dà il caso che non fosse stato autorizzato dalla signora Benedetti…» Il magistrato arricciò il naso in un sorrisetto sarcastico, per sottolineare la confutazione.
Howe sentì l’esasperazione salirgli dentro. La testa di quella donna doveva essere come la pietra: non era servito a nulla spiegarle e rispiegarle la dinamica degli eventi, lei tirava dritto per conto suo.
«Questo è un fatto che riguarda direttamente la signora Benedetti, non me» sospirò. «E poi l’ho saputo solo oggi, per caso.» La situazione era talmente assurda da rasentare il sublime: si ritrovava in quell’ufficio pulcioso, inchiodato a una sedia di formica scheggiata, senza nemmeno le ciabatte scucite che avevano gli altri due, e aveva di fronte una donna inesperta, indisponente e confusa, forse in crisi d’astinenza da cibo, che ripeteva ossessivamente le stesse domande senza ascoltare le risposte.
Sfruttando la pausa, Vivarelli s’intromise con la sua vocetta affilata: «Dottoressa, secondo me dovremmo mettere un po’ d’ordine in questa intricata vicenda…».
«Sono pienamente d’accordo, avvocato.»
«Bene. Allora cominciamo da noi due: le assicuro che io e il dottor Vallecchi c’eravamo recati nello studio che divido con altri colleghi. Lo dimostrerà il fatto che…»
*
Semonide di Amorgo: poeta giambico ed elegiaco greco, originario di Samo, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Rimangono pochi frammenti della sua poesia, in particolare due carmi interi in versi giambici; di questi il più lungo (118 versi) è la famosa satira contro le donne, ricca di elementi favolistici, in cui i loro vizi vengono paragonati alle caratteristiche di diversi animali.
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
2. Bones of life)
Mi sono ricordato che a un certo punto di Mistero etrusco, in una pagina imprecisata (in questo momento non ho il libro sotto), c’è un dialogo fra il protagonista Lester Howe e il mitico Aristide Fazzini in cui, purtroppo, dovetti tagliare un pezzo.
In questa scena i due stanno discutendo sulla situazione in cui si trovano a “collaborare”, in una specie d’indagine non autorizzata. Il brano di dialogo è il seguente:
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli,» replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. I contorni dell’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato accanto al fuoco. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ci fa dire “sì, ecco”?»
«Certo, certo, ho capito» la fece corta Howe. Ci mancava solo che quel tanghero s’interrogasse sui principi primi dell’esistenza.
«Il guaio è che quando uno parla e l’altro ascolta,» proseguì Fazzini cercando di svellere una pietra che faceva resistenza, «chi ascolta finisce per ascoltare le stesse cose che potrebbe dire, e chi parla dice le identiche cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Allora non abbiamo a che fare con le cose, ma solo con la rappresentazione delle cose che avviene nel teatro della vita…» S’interruppe, infilato con la testa e le spalle nell’apertura. «Ehi,» gracchiò soffusa la sua voce, «questo passaggio è perfetto, amico.»
«Bene, allora. Basta con le chiacchiere e andiamo.»
In realtà questo dialogo era un po’ più lungo, perché conteneva una sorta di “speculazione filosofica” che in quel momento avevo voglia di fare. In quei giorni leggevo Psiche e techné di Umberto Galimberti, un testo illuminante e ispiratore, davvero un gran libro, che mi stava un po’ suggestionando. Così, Fazzini esprimeva i suoi dubbi e i suoi interrogativi con un respiro un po’ “filosofico”; ma – come è comprensibile – l’editore ebbe da eccepire, osservando che quel passo era un po’ fuori contesto, non attinente alla situazione, e rischiava (non sia mai!) di annoiare il lettore. Così, per non annoiarvi, l’ho letteralmente “segato”.
Ma ora sono andato a recuperare il pezzo di dialogo originale, che tutto sommato non mi dispiaceva. Chissà se era così “noioso” o poco comprensibile da dover essere tagliato…
«Voglio vedere le pitture e fotografarle, e disegnarle sui fogli», replicò Howe convinto. «E poi verificare se ci sono altri ambienti collegati…»
«D’accordo, ma il principio generatore?» lo incalzò Fazzini. «Quel qualcosa che muove tutti gli spezzoni ancora da consumare, e che sta in mezzo alle cose senza essere né questo né quello? Quel criterio certo e infallibile che ti fa dire “sì, ecco”?»
«Intendi dire un paradigma, insomma…»
«Esatto, un paradigma.» Fazzini si rizzò a guardarlo soddisfatto, seduto sui talloni. «Quello che sostituisce la vita vera con la vita finta, fatta di scenografie, e sorprende tutti quando erompe negli elementi piccolissimi dei fotogrammi bruciati dall’ansia di vedere. Tutto si percepisce in fretta, naturalmente, ma con quel piacere che ti fa scoprire i particolari che ad altri sfuggono… Sì, quelli.» Fazzini assentì energico. I contorni dorati dall’aureola di luce lo facevano somigliare a un santo eremita accovacciato vicino al fuoco.
«La vita fatta di scenografie… è interessante. Ci hai fatto sopra uno studio, m’hanno detto.»
«E’ il teatro della vita», disse l’altro solenne. Riprese a scavare, la fronte aggrottata in un’espressione attenta. «Ciò che facciamo ogni giorno è una rappresentazione in cui tutti recitiamo una parte, secondo un copione prestabilito.»
«Verissimo» disse Howe. «E non c’è da stupirsi. I rituali servono a costruire la nostra identità.»
«D’accordo, amico, ma c’è un problema. Se l’identità non è durevole nel tempo ma può cambiare a seconda dei rituali, in un mondo che è diventato identico per tutti la regola diventa ferrea, e la comunicazione finisce per ripetersi all’infinito con una descrizione del mondo che è quella del teatro.» Storse la bocca, cercando di svellere una pietra che faceva resistenza. «Più gli uomini abitano l’apparire, cioè lo stare in scena, e non l’essere che realmente è, più abitano la rappresentazione del mondo e non il mondo vero.» S’interruppe, raccogliendo la terra con le mani e ammucchiandola tra i piedi nudi. «Allora, se il mondo è rappresentazione ed è l’unico che possiamo abitare, il mondo non può che essere teatro. E se le azioni non sono scelte dagli attori, ma sono gli attori ad essere assegnati a un sistema di azioni previsto da un copione…»
«Certo, certo, ho capito», la fece corta Howe. I ragionamenti erano pericolosamente logici, e la cosa lo metteva a disagio. Che esistesse un mondo rappresentato in procinto di sostituire il mondo reale era un fatto evidente, e parte dei suoi problemi venivano proprio da quello.
«Succede che quando uno parla e l’altro ascolta», proseguì Fazzini senza badargli, «chi ascolta finisce per ascoltare le stesse cose che potrebbe dire, e chi parla dice le identiche cose che potrebbe ascoltare da chiunque. Allora non abbiamo a che fare con le cose, ma solo con la rappresentazione delle cose che avviene nel teatro della vita…» S’interruppe, infilando la testa e le spalle nell’apertura. «Ehi», gracchiò soffusa la sua voce, «questo passaggio è perfetto.»
«Bene, allora. Bando alle ciance e andiamo.»
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(nell’immagine: Fausto Minestrini, Magica luna)
La vecchia agenda di appunti
Ultimamente, preso da struggente nostalgia, sono tornato a sfogliare la vecchia agenda su cui scrivevo gli appunti preparatori per la stesura di Mistero etrusco (in realtà, sono anche andato a ripescare – in un’altra agenda – alcuni pezzi di diario del 1997, gli unici sopravvissuti).
Capitato nelle pagine in cui fissavo le idee sul rapporto che il viceispettore Asciuti – della questura di Firenze – doveva scrivere su uno dei sospettati, il contadino Alvaro Cecconi, m’è venuta voglia di riproporvi quello che scrissi. Per le gesta di questo personaggio mi sono ispirato ai racconti che sentivo su un contadino romagnolo semi-deficiente, di nome (appunto) Alvaro.
Ecco gli appunti che vergai, schematici ed essenziali.
Episodio V.5:
L’ispettore capo sta studiando l’incartamento che gli hanno fatto trovare solo oggi sulla scrivania (è domenica!), riguardante Alvaro Cecconi.
Sfoglia questo dossier e ne legge alcuni estratti, da cui si evince che questo Cecconi è un potenziale criminale:
- è incline alle sparatorie col fucile da caccia;
- uccide animali indiscriminatamente e li sevizia;
- ha imparato dalla mamma, che era una fucilatrice provetta (ricordarsi del maiale);
- ha fatto morire la moglie in un incidente automobilistico;
- ha riscosso una cospicua assicurazione , che è stata dilapidata dai figli;
- ha pronunciato la frase: “andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare”
- i figli lo hanno denunciato per maltrattamenti, così gli hanno vietato di usare i fucili fuori da casa sua;
- la scarica di pallini trovata su Massi, allora, potrebbe venire da uno dei suoi fucili…
Fatte queste considerazioni, l’ispettore capo chiede se sono arrivati i risultati delle analisi sull’impronta di pneumatico appartenente a Fanelli…
[…]
L’ispettore è col vice.
Parlano della situazione sul lavandaio: il Gip non ha convalidato l’arresto? Non convaliderà?
Considerazioni sul sostituto procuratore Angela Marchini: mora, massiccia, tettuta…
S’incazzerà come una bestia se il Gip non convaliderà l’arresto; tanto più che gli esami delle macchie di sangue non tarderanno ad arrivare…
Così, Gentilini prende in mano il dossier su Cecconi e si mette a leggerlo.
… (passaggi esilaranti) …
Cecconi sembra la persona più indicata per essere l’assassino.
Poi, Gentilini decide di fare un salto al gabinetto scientifico per vedere se l’analisi sull’impronta di pneumatico ha dato i suoi frutti.
Sulla base di queste scarne annotazioni, e sfruttando le idee che liberamente (e vorticosamente) mi giravano in testa, impostai dunque la stesura della scena – o episodio – del romanzo. Il mio solito problema era come cominciare (perché, poi, le cose tendono a venir da sole): così, mi venne in mente la macchina del caffè.
Quella che segue è la versione definitiva.
L’ispettore capo Gentilini si grattò con indolenza la mascella, perplesso. Davanti a sé, tre cartelle in cartoncino azzurro vergate col pennarello a spirito lo guardavano beffarde, ciascuna col numero di protocollo scritto di traverso in alto a destra. Pieralli, Fanelli, Cecconi. Tre persone apparentemente diverse fra loro, ma, in un modo o nell’altro, collegabili al morto.
Prendiamo la figlia del lavandaio, rifletté: è brutta forte, eppure Massi se la portava a letto. Evidentemente amava la carne giovane. Ma che il padre l’avesse ammazzato per questioni d’onore era altamente improbabile, per non dire assurdo.
Il viceispettore s’affacciò alla porta dell’ufficio: «La macchina del caffè s’è inchiodata…» mormorò con espressione ferale.
«Cosa?» L’ispettore capo si alzò di scatto. «Non dire sciocchezze, Asciuti. Adesso vengo io.»
S’avviò spedito per il corridoio, come se l’avessero chiamato a un sopralluogo d’urgenza, col sottoposto che lo seguiva inarcando scettico le sopracciglia. Gentilini si piccava d’essere un grande risolutore, nei problemi importanti come in quelli piccoli, ed effettivamente in questi ultimi eccelleva. Non c’era distributore automatico che non s’arrendesse ai suoi colpi calibrati e potenti. Punta, tacco, piatto interno, piatto esterno, taglio della mano destra, pugno chiuso e, nei casi più difficili, il pugno stretto sul calcio della pistola. Ma questa volta la faccenda era grave, il viceispettore Asciuti se n’era reso conto.
«Cazzo!» finì per gridare Gentilini dopo essersi ammaccato la mano contro gli spigoli di ferro della macchina. Nemmeno i colpi di tacco avevano sortito effetti, e il rumore di ferraglia che usciva dalle lamiere non lasciava presagire nulla d’incoraggiante. Doveva essersi rotto qualcosa dentro.
«Cazzo» ripeté attonito, con gli occhi fissi a terra. «E adesso?»
Tornò nell’ufficio con le pulsazioni accelerate e un’onda di frustrazione che gli strisciava lungo il corpo. Di domenica non si poteva chiamare nessuno, così sarebbero rimasti senza caffè fino al giorno dopo. Sarebbe dovuto uscire, e non ne aveva alcuna voglia. Quando aprì la finestra per saggiare l’aria, un refolo caldo e secco gliela fece richiudere all’istante.
Sulla scrivania, le tre cartelle infami continuavano a guardarlo. Respirò, prese un sorso d’acqua da una bottiglia che teneva nell’armadietto e tornò a leggere il verbale d’interrogatorio del lavandaio.
Quell’uomo non poteva aver ucciso nessuno, più ci pensava e più se ne convinceva. Di certo non era tipo da voler lavare l’onta della figlia col sangue. Era solo un miserabile, un verme gigante a cui erano cresciute braccia e gambe, il cui concetto di decenza doveva essere parecchio flessibile, a giudicare dalla minorenne deflorata in macchina.
Il professor Fanelli, invece, aveva il fare untuoso e guardingo di chi ha la coscienza sporca. Lui sì che doveva sapere qualcosa sulle attività di Massi. I due erano stati in contatto, e la faccenda dell’assegno non era affatto irrilevante. Scartabellò nella scarna documentazione del dossier, senza trovare nulla di nuovo. I risultati del confronto sull’impronta di pneumatico ancora non c’erano, segno che quelli del gabinetto scientifico dormivano, come al solito. Aveva una mezza voglia di andare di sopra a dare un’occhiata, chissà che non ci fosse qualcuno.
Aprendo il faldone intestato ad Alvaro Cecconi, scritto a pennarello nella grafia ondivaga dell’agente Gambaro, scoprì qualcosa d’inaspettato: dieci pagine di relazione confidenziale, battute a computer nel linguaggio involuto e dialettal-burocratico del viceispettore Asciuti. Era lui ad aver ricopiato in bella gli appunti presi dagli informatori, non c’era dubbio. Lo si capiva fino dall’incipit:
Soggetto alquanto equivoco, oltreché violento, a giudicare dalle prime indicazioni attestanti una serie di comportamenti antisociali, conseguenti allo sfogo di possibili tarature familiari e/o all’ottenimento di vantaggi economici derivanti da incidenti sui quali opportune polizze assicurative sulla vita consentivano al soggetto di conseguire arricchimenti tali da permettere ai componenti della di lui famiglia di spartire il ricavato senza apparentemente versare lacrime, oltreché dall’intensificarsi dell’attività di cacciagione illecita esercitata con armi di dubbia provenienza, che, secondo segnalazioni precise, venivano spesso puntate contro i propri vicini a scopo d’intimidazione e di supremazia, a seguito non solo di possibili sconfinamenti, ma anche di semplici bravate sorte per futili motivi legati al conteggio dei punti nelle gare di tiro al piccione o di corsa del maiale che la famiglia del soggetto organizzava…
La frase continuava per un bel po’ senza punti, con un affastellarsi di notizie che non dava respiro e non aiutava a comprendere nei dettagli di cosa si stesse realmente parlando. Il solito vizio di Asciuti, voler riassumere tutto in un cappello introduttivo prima di affrontare singolarmente i diversi punti, e, naturalmente, la solita debolezza grammaticale. Le bravate erano litigi, le tarature non si riferivano ovviamente alla messa a punto di una macchina, e cacciagione significava sparare alla selvaggina.
Era da un po’ che aspettava quell’incartamento. Tutte informazioni raccolte presso amici e parenti, e nel piccolo bar che Cecconi frequentava. Purtroppo, quand’erano passati di lì non l’avevano trovato in casa, quindi non era riuscito a interrogarlo. Meglio così. Leggendo quella roba, forse, si sarebbe chiarito le idee.
Le fonti interpellate non avevano avuto peli sulla lingua, a quanto pareva. Fin dalle prime righe, il Cecconi veniva descritto come un uomo chiuso, scontroso, misantropo e misogino, oltreché sadico. Da ragazzo catturava piccoli animali selvatici con trappole a laccio di sua invenzione, che disseminava per la campagna e nelle proprietà boschive circostanti. Una volta catturati gli animali, aveva l’abitudine di seviziarli infilando loro dei bastoncini attraverso gli orifizi. Catturava anche le rane, per venderle abusivamente al mercato, e s’era fatto la nomea di truffatore perché spesso spacciava per rane anche i rospi.
La madre, una contadina di vecchio stampo defunta cinque anni fa, viene descritta dai testi come un uomo che vestiva da donna, ma su questo punto le versioni si fanno contrastanti. Secondo Secondo Sozzi, mezzadro del podere Pignatelli, la madre del Cecconi non era altri che lo zio del medesimo che, approfittando della grande somiglianza fisica con la madre (del Cecconi), ne aveva vestito i panni per continuare a riscuotere la sua pensione. Secondo Primo Cecconi invece, cugino per parte di padre del Cecconi Alvaro, la voce sarebbe infondata e alimentata a suo dire dal semplice fatto che la donna aveva baffi e sopracciglia molto folti e gambe pelose, con la circonferenza dei polpacci che misurava…
Secondo Secondo, secondo Primo… A volte sembrava che Asciuti si stesse bevendo il cervello, pensò l’ispettore con una punta d’irritazione.
E poi, che c’entravano i polpacci?
Interrogato in merito, Terzo Diodati afferma di non avere elementi…
Ecco il Terzo, naturalmente. Quasi ci avrebbe scommesso. Il custode della tenuta dei Romanelli, tuttavia, non aveva fornito alcun elemento utile per la risoluzione del dilemma.
Quanto alle attività violente…
Eccoci di nuovo alla questione. Una zia paterna sosteneva che era stata la madre a educare il Cecconi alla scuola della violenza: la donna sapeva tirare col fucile e riusciva a catturare la selvaggina a mani nude. Era stata lei a insegnargli a sottrarre dai nidi gli uccellini appena nati e a utilizzarli come esca per i pesci di grossa taglia. Dopo la caccia, infatti, la grande passione del Cecconi era la pesca, praticata con tutti i metodi. Nel dossier c’erano due denunce a suo carico per aver pescato di frodo con bombe artigianali che aveva fabbricato lui stesso.
Bombarolo, quindi, oltre che sparatore. Il capitolo fucili era nutrito: i confinanti erano tutti d’accordo nel riferire che il Cecconi festeggiava ogni capodanno sparando in aria con le doppiette d’ordinanza insieme all’amico del cuore, un mezzo spostato che in gioventù era stato ricoverato cinque anni per disturbi neurologici alla clinica Villa Elena. C’era chi giurava di aver sentito il Cecconi vantarsi d’aver sparato fino a settecento cartucce, e di avergliele viste portar via a mucchi con la carriola.
Seguiva un breve capitolo dedicato alla madre del Cecconi. La donna, una specie di virago in sottana a fiori, spesso faceva a gara col marito e i figli a chi colpiva più uccelli in volo, e di norma non la batteva nessuno. Organizzava anche delle gare a cui partecipavano parenti e amici, dove venivano messe in palio oche, anatre, galline, e a volte un maiale intero. Le gare si svolgevano lungo un percorso disseminato di cassette da frutta: dopo aver lasciati liberi gli animali, i partecipanti dovevano correr loro dietro e fare in modo che s’infilassero nelle cassette. Il maiale, invece, lo si lasciava a digiuno tutto il giorno, e chi indovinava quanti chili aveva perso lo vinceva.
Gentilini finì di scorrere il rapporto con impazienza. Tutte quelle notizie del cavolo non fornivano nulla di significativo, erano i fatti concreti che servivano. Possibile che non si sapesse… Ah, ecco. Finalmente un punto che poteva essere rilevante. Cecconi era vedovo, come aveva dichiarato lui stesso. La moglie era morta in un incidente automobilistico in cui lui, che era alla guida, se l’era cavata con semplici fratture. E sempre lui, in seguito a quell’incidente, aveva riscosso una forte somma grazie all’assicurazione sulla vita della donna.
Fonti attendibili sostengono che i due figli del Cecconi, ora maggiorenni e senza occupazione, spartirono col padre una parte del denaro riscosso dall’assicurazione. Quando i medesimi, all’epoca domiciliati in una comunità-appartamento, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati al padre per batter cassa, il Cecconi è stato udito distintamente dichiarare (secondo la testimonianza sottoscritta di Quinto Casalini, bracciante agricolo del podere La Zirona, che in quel frangente si trovava sul posto per raccogliere legna): ‘Andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare’.
Gentilini, concentrato come un falco che sta per lanciarsi sulla preda, corse con gli occhi alle righe successive.
I due giovani, dopo un anno dalla morte della donna, hanno denunciato il padre per violenza e maltrattamenti, quasi certamente per ritorsione contro il rifiuto di questi di concedere altro denaro: vedi copie acquisite agli atti. In seguito al procedimento avviato, al Cecconi è stata revocata la licenza di caccia ed è stato proibito l’uso delle armi da fuoco al di fuori della sua proprietà. Secondo la linea di difesa adottata nel procedimento…
Il viceispettore si alzò e uscì nel corridoio.
«Asciuti!» gridò. Era arrivato il momento di fare sul serio. Quel Cecconi andava preso e rivoltato come un guanto. Quante armi aveva? Cos’aveva fatto nell’ultimo mese? Con chi intratteneva rapporti?
Dal fondo del corridoio spuntò Caviglia, l’agente della scientifica, che si mise ad armeggiare attorno alla macchina del caffè.
«Non funziona» gli urlò Gentilini. «Ehi, da dove vieni?» aggiunse eccitato, «dal di sopra?»
«Sì» rispose Caviglia. Poi, rivolto al macchinario: «E qui, che facciamo?»
«Lascia stare lì, adesso.» Visto che il gabinetto scientifico era aperto, avrebbe approfittato per sollecitare il referto sull’impronta del pneumatico. «Accompagnami su, che devo vedere quella refertazione. Non dirmi che non è ancora pronta.»
«Non so, non me ne sono occupato io. Dovremmo cercarla…»
«E cerchiamola.»
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(l'immagine sotto il titolo è di Oyrad; il dipinto è: Gaetano Ligrani, Simmetrie)
Confesso che il lavoro su Mistero etrusco durò a lungo: non solo per l’attività di ricerca e documentazione che si rese necessaria, ma anche perché la stesura vera e propria subì un’interruzione di parecchi mesi. Questo accadde per ragioni diverse, legate per lo più all’intensità degli impegni di lavoro e al calo di quella “tensione emotiva” che fa vivere questo tipo di esperienza come una specie di “ossessione”.
Poi, finalmente, la situazione si sbloccò, così raccolsi tutti i fili e decisi che sarei ripartito da una scena ambientata in una chiesa. Ma non avevo voglia di descrivere una chiesa fiorentina: preferii inventarmene una e collocarla arbitrariamente a Firenze, vicino a Palazzo Capponi, dove chiese non ce ne sono. Una piccola licenza narrativa, dunque: così, mi armai di un taccuino ed entrai per la prima volta nel duomo della mia città.
Parlo di questo perché i tre fogli di taccuino che scrissi quel giorno li ho appena ritrovati in mezzo all’agenda che usavo per gli appunti preparatori delle scene e dei capitoli del romanzo.
Ecco le osservazioni, molto essenziali, che vi scrissi.
Una navata centrale e due navate laterali. Il portale, all’interno, è coperto da cortine di velluto color tabacco.
Quattro vetrate in vetro giallo a mezzaluna per parte, in alto, separano e scandiscono la successione di volte a botte decorate a rosoni in rilievo. La navata centrale è delimitata da due file di colonne massicce in marmo screziato di marrone; il pavimento è in grandi mattonelle marmoree chiare e scure, in un gioco irregolare a scacchiera. Su ciascuno dei lati, partendo dalla porta, due cappelle piccole, ricche di marmi e dorature, e una cappella grande (a forma di croce). Marmi grigio-bianchi, statua della vergine illuminata da ceri, confessionali, icona della Madonna con bambino con le teste coronate (applicazione della corona sull’immagine).
Colonne e muri rivestiti da marmo di differenti colori, con giochi di tonalità che vanno dalle striature di grigio agli aloni di rosso, alle screziature bianco/ardesia, alla fine mattonellatura (ciottolatura) rosso-rosa. Colonne lucide, plinti luccicanti.
La cappella grande di sinistra ha al centro una cupola rialzata, sotto la quale vegliano le statue dei quattro evangelisti che brandiscono testi sacri; sul fondo un altare sormontato dal simbolo dell’Ave Maria; i muri e le colonne sono decorati da marmi della più varia specie; i rivestimenti sono fatti a tasselli giustapposti fra loro in maniera da formare degli incontri di venature che disegnano figure: rombi, farfalle, bocche spalancate, aurore su profili montani. A fianco di una vetrata, l’incontro dei quattro pezzi (tavolette) di marmo rosso a disegni giustapposti forma l’immagine di un volto caprino dall’espressione malvagia, un diavolo, con grandi basette sotto l’orecchio.
Marmi grigio-scuri, quasi neri, tra le colonne e i rivestimenti in marmo rosso; i capitelli delle colonne sono dorati, scolpiti a motivi vegetali.
In fondo all’abside, un dipinto murale che raffigura la passione di Cristo e prende tutto il semicerchio dietro l’altare.
Poi, prima di tradurre in forma narrativa questi appunti, aggiunsi nell’agenda alcuni elementi “di situazione” che avrebbero dovuto contribuire a creare le scene:
I mormorii origliati dal confessionale non lasciavano presagire nulla di buono. Howe ci aveva pensato per quasi tutto il tempo impiegato a mangiare la pizza seduto a uno dei tavolini che dilagavano nella piazza. Gliel’avevano servita già tagliata a spicchi su un grande tagliere, coi carciofini che appuntivano i veli di prosciutto stesi sopra a scaldarsi e a solleticare le narici col loro profumo salato. Dentro la gabbia delle penitenze, la voce del vecchio sembrava grattare come una raspa contro il legno sfibrato e di quel che diceva non s’era capito nulla. Più chiare erano state alcune obiezioni del prete, che in certi momenti aveva obiettato: “Tarfanelli, non può pensare che fare giustizia significhi...”, oppure: “Il peccato accompagna l'uomo non solo nell’agire, quindi non creda che...”
Howe si vergognò al pensiero di essersi fermato a spiare due sconosciuti come un ragazzino. Doveva esser stata la faccia di quel vecchio a turbarlo, così lunga e segnata, con lo sguardo cattivo da stregone dei cartoni animati. Ricordava ancora che una figura del genere l’aveva terrorizzato quand’era bambino, quando passava l'estate nella casa di campagna dei nonni. Era un pastore vestito di stracci che s’aggirava per i campi attorno, e quando lo vedeva brandiva il bastone come se volesse colpirlo.
Dunque, tornato a casa, mi misi al lavoro. Far diventare quei frammenti di brogliaccio una parte della stesura vera e propria non fu difficile: segno che, psicologicamente parlando, ero finalmente “rientrato in partita”. Si trattava d’integrare le immagini raccolte attraverso gli occhi con tutta quell’elaborazione immaginativa che nel frattempo mi maturava nella testa. Le sequenze che ne uscirono furono buone da subito, e quasi non ebbero bisogno d’interventi successivi, se non per minimi dettagli.
Quella che segue è la versione definitiva nel romanzo.
Percorrendo la navata centrale della chiesa adiacente a palazzo Capponi, Howe notò che i rosoni che decoravano le volte erano a rilievo, e non dipinti. La semioscurità non gli impediva di distinguere i contorni lucidi dei grandi petali arricciati color marrone chiaro, tutti identici.
La vista acuta era una delle cose che gli erano rimaste integre. Tra i capelli spuntava qualche filo bianco, e così nella barba che gli copriva le mascelle larghe. E, da quando Laura se n’era andata, le piccole rughe che gli partivano dagli occhi sembravano più evidenti.
Howe osservò le colonne di marmo rosso che separavano le navate laterali da quella principale. Erano lucide e massicce, con screziature ravvivate dai brandelli di luce che piovevano dalle vetrate a lunetta. C’era una straordinaria profusione di marmi, pensò andando a sedersi su una panca a metà navata. Ogni metro quadro di muro era di colore diverso, e formava stipiti e cornicioni, alette, piedritti e archi, con nicchie, vani e strombature che introducevano a piccoli atri e a vestiboli bui, oltre i quali s’indovinavano altre porte.
Guardò la chiesa deserta e silenziosa, con le luci spente e il tenue odore di ceri che ristagnava nell’aria. Chiuse gli occhi, cercando di non pensare. Si sentì stanco. Desiderò tornare alla casa di Penarth, per fare le sue passeggiate lungo il sentiero che correva sopra la falesia, e andare a nascondersi nel bosco fittissimo. Ripensò all’incarico all’università di Cardiff, alle colleghe che dichiaravano d’aspettarlo col cuore spezzato, ai vecchi amici di bevute. Ma non voleva affezionarsi ai luoghi, non voleva affezionarsi a nulla. Dopo l’università aveva lavorato a lungo in posti lontani, e quando tornava in Galles sentiva di non aver più un ruolo. Ma non riusciva ad affrontare l’idea di essere ormai sradicato, di sentirsi cittadino del mondo, senza provare un profondo smarrimento.
Sentì riaffiorare il senso d’oppressione che l’aveva accompagnato prima di partire, così si alzò e s’incamminò verso l’abside. Sentì sotto le suole la superficie diseguale del pavimento, una scacchiera di mattonelle in marmo bianco e nero scavate dal tempo, che si estendeva fino all’altare, sul cui sfondo campeggiava l’affresco d’una drammatica crocifissione.
Dall’ombra di una cappella emerse la figura di un prete, con la testa piccola reclinata di lato e la tonaca che sfiorava il pavimento, e Howe si diresse d’istinto verso la parte opposta. S’infilò nell’ultima cappella del lato destro, grande e a forma di croce, illuminata da gruppi di ceri disposti davanti a una statua della vergine col bambino. Anche lì la ricchezza di marmi e dorature era notevole. I rivestimenti creavano giochi di tonalità che andavano dalle striature grigie alle macchie di rosso, alle screziature bianco e ardesia, alla fine piastrellatura rosso-rosa. Altre grandi colonne incombevano coi plinti luccicanti e i capitelli dorati, sovrastate da vetrate gialle semicircolari. Addossati alla parete più ampia c’erano due massicci confessionali in noce, ciascuno con due porticine, contrassegnate confessore e penitente.
Scomparso il prete, Howe si spostò nella cappella di sinistra e guardò in alto. Sotto l’alta cupola, illuminata da piccole vetrate a lunetta, vegliavano le statue dei quattro evangelisti che brandivano i testi sacri con gesti assoluti. In basso, i muri erano rivestiti da grandi tasselli marmorei di uguale venatura, giustapposti fra loro in modo da formare figure bizzarre: rombi, grandi farfalle, enormi bocche spalancate, aurore su profili montani. Di fianco a una vetrata, l’incontro di quattro tavole di marmo rosso formava l’immagine d’un volto vagamente caprino, con grandi basette sotto le orecchie, distorto in un’espressione malvagia. Stranamente, quella figura gli fece venire in mente Fanelli, con le sue basette fuori moda e i capelli che sembravano unti di brillantina.
Howe andò a sedersi su una panca. Più pensava a Fanelli, più restava perplesso: se il vicino aveva accompagnato in cantina l’uomo assassinato, non poteva averlo fatto per mostrargli dei banali vecchiumi. La signora Gabriella non aveva neppure dato la sua autorizzazione. Perché diavolo ce l’aveva portato, allora? E perché c’era tornato subito dopo che l’altro era stato ucciso?
Un fruscio lo fece voltare. Il lembo di uno spolverino scuro sparì rapido dietro un angolo, come se qualcuno ci si fosse nascosto. Howe si guardò intorno, incerto, e nella semioscurità della cappella adiacente scorse la figura del prete aggirarsi furtiva, come scivolando sul pavimento.
Si alzò e s’allontanò con discrezione, fingendo di voler osservare da vicino un portale riccamente incorniciato di marmi. Girò intorno a una colonna, per scoprire chi s’era dileguato alle sue spalle, ma non vide nessuno. Tornò ad attraversare la navata: lungo le file di colonne non s’intravedeva anima viva, eppure qualcuno doveva esserci. Quel lembo di stoffa non se l’era sognato, e neppure il suo lieve frusciare. Poteva essere una donna come un uomo, e si trovava alle sue spalle prima che lui girasse la testa.
Howe andò a fermarsi davanti a un’immagine sacra dipinta su tela, aguzzando la vista e l’udito. Quando si voltò, lo vide: un uomo vecchio e smunto, col viso lungo e gli occhi acquosi piegati all’ingiù lo stava guardando. Howe trasalì leggermente e si scostò lungo la panca. Quando tornò a guardarlo, vide che il vegliardo non gli aveva tolto gli occhi di dosso. A un certo punto il vecchio si voltò e fece un cenno impercettibile verso la figura tonacata, che si arrestò di colpo, raddrizzando la testa. Dopo un momento d’esitazione, si diresse verso di loro.
«Dottor Tarfanelli…» disse in un soffio il prete all’uomo, che lo zittì con un gesto e tornò a guardare Howe. Il vecchio, lungo e ingobbito, era vestito di grigio e portava una sciarpetta di seta, benché fosse iniziata l’estate. La sua faccia non rassicurava, con quel nasone a gobba, le guance cascanti e l’espressione arcigna della bocca.
I due s’avviarono verso i confessionali, discutendo sottovoce. I gesti del vecchio erano recisi, e sembravano voler rintuzzare le rimostranze del sacerdote. Howe s’avvicinò rasentando le colonne, quanto bastava per sentire il prete che diceva: «Tarfanelli, le ripeto che non è ora…»
La voce del vecchio era più bassa e profonda, e Howe non riuscì a capirne le parole. Il prete continuava a nicchiare sussurrando, finché sospirò e aprì una porticina di legno. Due cigolii inequivocabili segnalarono che erano entrati in un confessionale, e Howe si sporse incuriosito: i due si stavano sistemando all’interno di quello più vicino, la cui targhetta portava scritto Don Guido Sandri. Era evidente che il vecchio voleva essere confessato a tutti i costi, fuori dall’orario consueto, quindi lontano da sguardi indiscreti.
[...]
Al pensiero d’essersi fermato a spiare due sconosciuti in chiesa, durante il rito della confessione, Howe si vergognò come un ladro. Vi rimuginò quasi tutto il tempo impiegato a mangiare un piatto di tagliolini al pomodoro, seduto nel cortile di un ristorante in Borgo Pinti, sotto una giovane querciache già mostrava la progressione della sua imponenza. Il muretto di cinta, coperto di rampicanti, offriva il suo riparo nascondendo la strada.
Da quel confessionale, comunque, era trapelato poco. La voce del vecchio sembrava scaturire da una cripta, e grattava come una raspa lontana contro il legno sfibrato. Era la sua faccia lunga e solcata ad averlo turbato, con lo sguardo stralunato da stregone dei cartoni animati. Somigliava a un tale che l’aveva terrorizzato da bambino, quando passava l’estate dai nonni: era un bovaro che s’aggirava per i campi vicini e che, quando lo vedeva, brandiva il bastone come se volesse picchiarlo.
Howe era riuscito a capire alcune obiezioni del prete, che a un certo momento era sbottato: “Tarfanelli, non può pensare che fare giustizia significhi…”. E quando il vecchio, a giudicare dal tono, gli aveva rinfacciato qualcosa di sgradevole, aveva ribattuto: “Ognuno ha le sue pecche, lei compreso; non crederà che il mio operato possa essere messo in discussione…”. E poi: “Il peccato accompagna l’uomo non solo nell’agire, quindi non creda che…”
Appena s’era reso conto dell’assurdità del suo origliare, Howe aveva guadagnato l’uscita in punta di piedi. La luce calda e radente della sera l’aveva riportato alla realtà, e la cena che aveva improvvisato al ristorante casalingo stava rimettendo ordine nei suoi pensieri.
© 2005 Paolo Ferrucci / Grandi e Associati Srl – Milano
(sotto il titolo: foto di Niznoz/Flickr.com - 6 nov. 2005)
La Farsaglia, o Bellum Civile, è il più grande poema epico latino dopo l'Eneide.
L’autore, Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.), era un poeta e scrittore fecondo e precocissimo, che dapprima venne favorito dall’imperatore Nerone, ma in seguito, caduto in disgrazia perché s’era unito alla fallimentare congiura di Pisone, fu costretto dallo stesso Nerone a suicidarsi. E’ impressionante pensare che aveva solo 26 anni.
Il poema, che prende il nome dalla pianura della città greca di Farsalo e racconta la sanguinosa guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare, consiste in dieci libri di esametri che si interrompono bruscamente, con Cesare che sta portando avanti la guerra in Egitto. È un’opera ricca di digressioni, molto improntata alla retorica, ma soprattutto al grottesco e al paradossale: il racconto si svolge con grande vigore ed è costellato da innumerevoli scene drammatiche, truculente e orrifiche, con personaggi pieni di pathos. In certi punti mi ha fatto pensare a un genere horror ante litteram: Lucano quasi come precursore di Stephen King.
Mi aveva tanto appassionato questo poema, che lo inserii nel romanzo Mistero etrusco dandogli un posto di preminenza: non solo per le citazioni che il protagonista Lester Howe trovava affini a certe misteriose iscrizioni in greco, ma soprattutto perché ne avevo inseriti diversi estratti – intervenendo personalmente nelle traduzioni di cui mi avvalevo – per fare omaggio a questo autore giovanissimo e straordinario.
Ma, si sa: le piccole passioni dell’autore, soprattutto se così antiquate, difficilmente piacciono ai lettori, e l’editore che sa fare il suo mestiere non può non tenerne conto. Quindi, gli estratti che avevo amorevolmente inseriti nel romanzo sono stati, molto semplicemente, eliminati.
Così ora li pubblico qui, per fare il mio omaggio a Marco Anneo Lucano, come avrei voluto.
E siccome so che questo post piacerà moltissimo alla mia cara amica
Flalia, glielo dedico con tutto il cuore.
[Il primo brano che segue, qui in forma originale, figura in Mistero etrusco: vi si introduce il poema spiegando perché Howe lo recupera e lo esamina.]
Howe andò a cercare il volume negli scaffali del corridoio che raccoglievano i classici greci e latini. La Farsaglia, o Bellum Civile, il racconto della guerra fra Cesare e Pompeo del 49 avanti Cristo, era una delle letture macabre che avevano movimentato la sua adolescenza di studente curioso e impressionabile. Lucano, il grande poeta epico romano del primo secolo, era formidabile nel costellare la narrazione con spettacoli di morte, di orrore e di tenebra. I suoi versi avevano una potenza espressiva che dava i brividi: i fenomeni soprannaturali erano violenti e irreversibili, i personaggi demoniaci spaventosi e crudeli, e le battaglie erano descritte come omicidi di massa, con le morti cruente raccontate in modo variegato e paradossale.
Howe rintracciò il volume nella terza sezione, rilegato in similpelle verde, con impressioni un po’ sghimbesce sul dorso. Le pagine erano state sottolineate a matita da una mano poco rispettosa, che non aveva risparmiato i margini con annotazioni e parafrasi. Gli fu sufficiente scorrere il sommario per trovare, verso la fine del primo libro, l’episodio del sacrificio propiziatorio in cui gli dèi si mostrano ostili.
Quando stava per scoppiare la guerra civile tra Cesare e Pompeo, destinata a inondare di sangue il mondo romano, i presagi più funesti si moltiplicavano. Il cielo veniva tagliato da meteore fiammeggianti e da una cometa foriera di sconvolgimenti politici, fulmini e fuochi divampavano nell’aria, l’Etna esplodeva e la terra abbassava il suo asse, scrollando le nevi dai picchi alpini. A Roma le donne partorivano mostri, gli animali si mettevano a parlare e le offerte cadevano dai templi.
Per leggere il significato di quei segni e tentare di scongiurarli, il senato aveva deciso di convocare gli aruspici etruschi. Il più anziano e il più saggio, Arunte, ordinò una serie di riti e sacrifici e iniziò a interrogare gli dèi facendo sventrare una vittima sacrificale.
Così recitava il testo:
Arunte raccoglie i fuochi dispersi dal fulmine e li sotterra con lugubri mormorii, evocando sui luoghi la protezione del dio, poi conduce ai sacri altari la nuca superba d’un maschio. Aveva già cominciato a versare il vino e a spargere le farine con la lama del coltello; e la vittima, a lungo recalcitrante al temuto sacrificio, mentre i ministri dalle corte vesti le abbassavano le corna ribelli, piegate le ginocchia, offriva il collo vinto.
Eccole, le parole. Iam fundere Bacchum coeperat: cominciò a versare il vino; obliquoque molas inducere cultro: e a spargere la farina col coltello. E infine, deposito victum praebebat poplite collum: poggiate le ginocchia, porgeva il collo vinto.
[…]
Dalla vittima sventrata, invece del rosso del sangue era sprizzato un liquido insano e funesto. Arunte, pallido di spavento di fronte a presagi tanto foschi, afferrò le viscere per leggervi altri segni della collera degli dèi:
Già il loro colore atterrì l’aruspice: le pallide interiora erano chiazzate di macchie tetre, un sangue gelido le impregnava e placche sanguinolente ne screziavano il livore. Scrutò il fegato stillante marciume e scorse le venature minacciose dalla parte ostile. La fibra del polmone ansimante era invisibile, e un piccolo solco attraversa le parti vitali. Il cuore è inerte, le viscere lasciano trasudare umore infetto dagli squarci aperti, gli intestini mostrano le pieghe nascoste.
A un tratto, l’aruspice vide crescere sulla testa del fegato la massa di un’altra testa, chiara prefigurazione dell’imminente guerra civile: Ecce videt capiti fibrarum increscere molem alterius capitis…
Cercando nelle iscrizioni greche, Howe trovò un'altra corrispondenza: epi tas to epatos koryphas meion korypha epaeiretai, cioè “sulla testa del fegato cresce altra testa più piccola”. Sorprendente davvero. I caratteri etruschi allineati in alto recitavano: maznei peqarni tercne nac alpqai mazna...
Nel racconto di Lucano, mentre una parte del fegato pendeva marcia e avvizzita, l’altra pulsava con guizzi violenti. L’aruspice, riconosciuti i presagi del conflitto civile, gridò la portata dei mali che si preannunciavano:
O dèi del cielo, a stento posso svelare agli uomini quel che muovete; non a te infatti, o grande Giove, ho sacrificato; furono gli dèi infernali a penetrare nelle viscere del toro sgozzato. Ciò che temiamo è indicibile, ma gli eventi saranno più orrendi di ogni timore.
Gli dèi infernali... Howe era sicuro d’aver visto anche queste parole. Non tardò a ritrovarle, in una pagina contrassegnata da due cerchietti concentrici: ton kato daimonon hekati, cioè “per volere degli dèi infernali”.
* * *
[Ora invece inserisco la parte che, in un certo punto del romanzo, racconta estesamente alcuni passi del poema, e che è stata totalmente eliminata perché considerata noiosa e non funzionale allo svolgersi dell’intreccio.]
Andò al libro terzo del poema, nel punto in cui Giulio Cesare, dopo aver occupato Roma e aver portato l’esercito oltre le Alpi per andare a combattere le armate pompeiane in Spagna, s’imbatteva nel rifiuto dei greci di Marsiglia di seguirlo. I marsigliesi, a dispetto della loro indole greca [generalmente falsa e infida, N.d.R.], avevano deciso di rimanere fedeli agli impegni presi con Pompeo e col Senato romano. Ma la fretta di Cesare, in cui confidavano i greci per farla franca, risultò illusoria: per quanto gli premesse raggiungere l’estremo occidente del mondo, non gli sarebbe mancato il tempo di distruggere Marsiglia. Nulla servì a mitigare il suo furore: la decisione di deviare dal percorso e marciare contro la città fu immediata.