Questo ricordo di gioventù (analogamente a quello precedente) era diventato una scena del romanzo Omicidi particolari, scena che poi è stata eliminata nell’adattamento Morte di un alchimista. Quindi, la inserisco anche nella categoria “Postille”: l’episodio rientrava nella caratterizzazione di un personaggio, il nullafacente Bartolini (pensionato-baby), un vicino di casa di Mazza dedito allo sballo e all’organizzazione di “eventi culturali”. Personaggio che, nel romanzo a puntate, non è mai comparso.
Ecco l’episodio nella sua versione originale.
Lievemente affannato, Bartolini aprì la porta senza bussare, fermandosi sulla soglia della grande cucina.
«Porco boia, queste scale così ripide fan venire il fiatone» sbuffò, spandendo la sua fiatata alcolica. Sullo sfondo delle pareti ingrigite dallo sporco, l’Ugro-finno stava trafficando con alcuni ritagli di legno ammonticchiati su un tavolaccio scrostato.
«Non è colpa delle scale, ma delle troppe sigarette» fu la laconica risposta.
Bartolini gettò uno sguardo rapido nella stanza. «Ehilà, chi non muore si rivede!» sparò con voce sgangherata al tizio seduto al tavolo ingombro di sagome in compensato. L’uomo sollevò la testa fulva e gli lanciò un’occhiata benevola: le guance ispide facevano risaltare ancor di più i vivacissimi occhi color cesio, che rendevano simpatico quel viso irsuto.
Scrutandolo in volto, Bartolini rimase interdetto. Notò una strana asimmetria negli occhi, e sulla fronte una profonda cicatrice che l’attraversava verticalmente, andando a perdersi fra i capelli. «Italo, ma che t’è successo?»
«Ho avuto un incidente» rispose quello, mostrandogli un paio di stampelle appoggiate al tavolo.
«Ma come...» Bartolini guardò l’Ugro-finno. «E tu, Jarno, non m’hai detto niente?»
L’altro girò appena la testa. «Non ci è mai capitato di parlarne.»
«E proprio adesso che è zoppo gli fai fare le scale? E come mai lavori di sopra?»
«Di sotto il padrone deve portar via tutto, e ho dovuto sgombrare.»
«Be’, in compenso hai trovato un aiuto, anche se un po’ malandato... Ma dimmi, com’è successo?»
«Mah…» sospirò Italo, armeggiando coi pezzi di legno. «Stavo tornando da una vacanza con Enzo, uno che non conosci. Eravamo con la sua macchina, una BMW nuova di pacca.»
«Chi guidava?»
«Lui. Era notte, avevamo fumato un po’, e io me ne stavo beato ad ascoltare la musica. A un certo punto eravamo dietro a un camion. Enzo voleva sorpassare, di fronte stava arrivando un altro camion e mi ha chiesto: che dici, ci passiamo? Io ho dato un’occhiata; per me lo spazio c’era e gli ho detto: ma sì, ci stiamo, vai tranquillo. E lui è partito.»
Bartolini si mise a sedere, dopo essersi impadronito d’un bicchiere e una bottiglia di Sangiovese aperta individuata sull’acquaio. «E allora?»
«E allora... il camion da sorpassare era a rimorchio, e lui non se n’era accorto.»
«Neanche tu te n’eri accorto.»
«Cosa c’entro io, mica guidavo. Era lui che ci doveva guardare.»
«Be’ allora, avrà frenato...»
«E invece no, quel cretino ha dato ancora gas, ma il camion era troppo lungo e non ci siamo stati.»
Bartolini riversò in gola un primo bicchiere di vino. «E quindi?»
«Niente, ci siamo affettati tra i due camion. Un disastro…» rievocò Italo, scrollando mestamente la testa. «Della macchina non è rimasto niente, e noi ci siamo fracassati. A me, praticamente, m’hanno ricostruito con delle protesi di metallo. Ho delle viti qua, qui e qui» disse indicando il bacino, il ginocchio e la caviglia. «Ci ho messo dei mesi per riprendere a camminare. È da poco che riesco ad andare in giro, con le stampelle.»
«Per com’era ridotta la macchina» intervenne l’Ugro-finno, «te la sei cavata bene. Con un po’ di pazienza tornerai come prima.»
«No, purtroppo una gamba è rimasta più corta dell’altra. Poi dovrò fare altri interventi. M’hanno già detto che zoppicherò sempre un po’.»
«E la testa?» chiese Bartolini, provando a dare una quadratura a quegli occhi sfasati.
«Hanno dovuto rifarmi una parte di calotta cranica in metallo. Ho delle placche anche nella spalla.»
Diavolo, pensò Bartolini riempiendosi il bicchiere, in caso di temporale quest’uomo è un pericolo. Con tutta la ferramenta che ha addosso… «E il tuo amico?»
«È messo peggio. Ha perso una gamba e qualche mese fa non muoveva ancora le braccia; sembrava gli dovessero togliere anche un rene. Adesso non so più niente: l’ultima volta l’ho visto tre mesi fa in ospedale, e ci siamo quasi bastonati.»
«Addirittura?»
«L’imbecille dice che è colpa mia, e m’ha chiesto il risarcimento dei danni.»
«Ma come, non guidava lui? Sarai tu a dover essere risarcito.»
«Appunto. Ma quel cretino dice che la colpa è mia perché son stato io a dirgli di sorpassare. E ha deciso di farmi causa.»
Bartolini rimase di stucco. «Accidenti... sembra una barzelletta» balbettò a labbra strette.
«Ascolta, Bartol» intervenne serio l’Ugro-finno, «perché non dai una mano anche tu? Ho chiamato lui ad aiutarmi perché ho delle consegne urgenti da fare...»
«E dove sono le donzelle?» chiese Bartolini, massaggiandosi il naso a patata.
«Adesso sono fuori. Oggi abbiamo litigato di nuovo. Quelle, o non fanno niente, o stanno tra i piedi a dar fastidio.»
«Non è che sei troppo esigente? Se le avessi io, due fighe come quelle… altro che lamentarmi…»
«Stanno tutto il giorno ad ascoltare musica e a far le loro cazzatine» rincarò l’Ugro-finno. «Mangiano, bevono e non si preoccupano neanche di far la spesa ogni tanto. Così devo fare tutto io. Ieri ci siamo tirati piatti, sedie, tutto quello che ci capitava. Come vedi, il pavimento è uno schifo, i muri e i mobili anche, piatti, bicchieri e posate sono tutti incrostati. Questa non è una casa, è un porcile.»
Lo sguardo di Bartolini si spostò dalle ragnatele scure che coprivano il soffitto all’indistinto ciarpame ammonticchiato nell’angolo cucina. «Effettivamente...»
«E io mi faccio mangiare dal nervoso. È una settimana che vado avanti a infusi, per il mal di stomaco.»
«Allora la meditazione non serve a niente...»
«Non dire stronzate, Bartol. La meditazione non è un farmaco da prendere a dosi stabilite... è la ricerca del proprio sé autentico, di un modello di vita che riporta armonia ed equilibrio nell’essere. Il problema è che prima di meditare bisogna evitare le tensioni del corpo, perché formano dei blocchi che impediscono il rilassamento e assorbono energia. L’energia porta gioia e illuminazione solo se può scorrere liberamente e tornare a se stessa.» L’Ugro-finno fece un movimento circolare con la mano: «Cioè, se ritorna alla sorgente...».
«Ho capito, ho capito… scherzavo, non mi fare il predicozzo» si lagnò Bartolini. «A ogni modo, per eliminare le tensioni e raggiungere il benessere, potremmo farci anche una buona canna…» aggiunse ammiccante, mettendosi a scolare il Sangiovese direttamente dalla bottiglia.
«L’erba non la tengo in casa. I caramba mi controllano anche la polvere sui mobili.»
«Caspita,» commentò Italo, «qui ne hanno da controllare.»
«Torno subito» disse Jarno.
Scese e uscì nell’aia, dirigendosi verso una grossa quercia che costeggiava con alcuni pioppi un campo appena mietuto. S’arrampicò sull’albero con agilità, fino al punto in cui la pianta si biforcava; s’accovacciò, armeggiò intorno alla corteccia e infilò qualcosa nel taschino della camicia. Quando tornò di sopra, si sedette al tavolo grande della cucina, tirò fuori una busta di plastica piena di foglioline secche e preparò uno spinello con gesti esperti. Lo accese a fiamma viva, sprigionando nubi di fumo spesso e aromatico.
«Hai letto i giornali, oggi?» chiese a Bartolini, dopo aver aspirato una lunga boccata.
«Sì, ma se vuoi sapere se ci sono novità sul delitto, ti dico subito che non c’è niente di nuovo.»
«Quindi non s’è scoperto ancora niente su quel vostro vicino...» commentò Italo.
«Va’ a capire che c’è sotto,» disse Bartolini. «Quello era un tipo misterioso, abitava qui da un pezzo, ma chi lo conosceva? Io non ricordo d’avergli mai parlato veramente. Sì, buongiorno e buonasera se ci s’incontrava da qualche parte...»
«Perché, dove lo incontravi?»
«Lo vedevo ogni tanto, in Comune, o al bar... ma io le cose le intuisco. Lì c’è del mistero.»
«Lì il mistero sta nel fatto che l’assassino ha ucciso senza un’arma» intervenne l’Ugro-finno, passandogli la canna.
«Ma cosa dici? Come sarebbe, non aveva un’arma? È stato ucciso con una pietra,» s’accalorò Bartolini. Guardandolo con aria di compatimento, aspirò avidamente dal cannone.
«Lo so, ma il mistero resta. Quale assassino va per uccidere e non si porta dietro un’arma? Spera di trovarla sul posto? Perché è lì che ha trovato l’oggetto che ha usato come arma. E se non l’avesse trovato?»
«Cosa vuoi dire?»
«Spiegati meglio...»
«Cioè, che tipo di assassino può essere quello che non ha un’arma sua? O è uno che conosceva perfettamente la casa, e aveva calcolato tutto... oppure è uno che ha ucciso per caso, in un momento di rabbia. Ma in entrambi i casi, doveva essere qualcuno che lo conosceva bene. Qualcuno che aveva dei conti in sospeso, come si dice.»
«Perché?»
«Cosa c’entra?»
«Ma non ragionate per niente. Non si fa entrare uno sconosciuto, per poi a mettersi a litigare. E poi con tutti quegli oggetti preziosi, non ruba praticamente nulla?»
«A volte mi sembri tonto, Jarno» ribatté Bartolini con aria di supponenza. «Se qualche balordo è entrato per chiedere aiuto, e poi tutto è degenerato e gli ha rotto la testa, cosa vai a cercare i misteri? E poi, chi ha detto che han litigato? Per me i misteri sono altrove. Quello era un tipo strano, ed è morto in modo strano. Lo trovi tanto strano?»
«Bevi, bevi, Bartol, che è meglio» tagliò corto l’Ugro-finno.
«Fa schifo questo vino, ma in mancanza d’altro...»
«Non è una medicina, non sei costretto a berlo.»
«Certo che è stato proprio sfigato,» disse Italo. «Metti che sia stato un tossico, magari scappato dalla comunità. Adesso, bene che gli vada, lo mandano in galera.»
«Secondo me, è peggio andare in galera che esser schiavi della droga» argomentò Bartolini, dopo aver esalato un denso fumacchio. «La droga, se non altro, ti lascia la libertà di oziare, padrone del tuo tempo, non ti nega il diritto alla pigrizia...»
«Ma che stai dicendo, Bartol, ti sei bevuto il cervello?» obiettò Italo, impossessandosi dello spinello ormai alla fine. «Un tossico padrone del suo tempo... Un tossico non è più padrone di niente.»
«Sarà come dici tu, ma la vera schiavitù è quella del lavoro. Tutti s’illudono di essere uomini liberi...»
«Di’, adesso ci devi fare il tuo sermone, Bartol? Non puoi risparmiarcelo?»
«Non capisci proprio un accidente,» si accanì Bartolini. «L’ozio è un valore e un diritto, bisognerebbe insegnarlo nelle scuole.»
Italo corrugò la fronte accentuandone i solchi, e il suo sguardo sembrò andare completamente fuori squadra. «Ma sei proprio giù di testa.» Spazientito, finì lo spinello con due lunghe tirate e tornò al suo lavoro. Anche l’Ugro-finno, con un breve sospiro, tornò alle sue manovre.
Bartolini, la mente annebbiata dallo sballo incipiente, guardò la bottiglia vuota e la cicca annerita nel posacenere, poi vagò con lo sguardo tra le cianfrusaglie che ingombravano i ripiani, ma non scorse nulla che contenesse qualcosa di potabile.
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(immagini: Giovanni Fattori, La libecciata; Pagliaio;
Giuseppe Abbati, Rustico a Castiglioncello)
Il tipografo srotolò il manifesto sul bancone, fermandone i bordi con alcuni pesi di piombo.
«Ci sei andato giù duro, Bartol» disse compiaciuto.
«Per forza» ribatté Bartolini con aria severa, «come si fa a essere morbidi con uno che non ha scrupoli per nessuno?»
Alla tipolitografia Fratelli Cecchini, annidata in una stradetta adiacente alla piazza del Municipio, le tesi espresse nel manifesto erano ampiamente condivise. Bartolini scrutò da vicino l’inchiostratura, come per individuare eventuali imperfezioni. «Sembra venuto bene...» borbottò concentrato.
«Che vuol dire “Sembra venuto bene”? Ho mai lavorato male?» s’adombrò il tipografo.
«No, non volevo dire questo. Controllavo, così... per farti i complimenti.»
Quello era il primo manifesto della campagna promossa dal locale collettivo degli Anarchici contro la Chiesa dei Figli della Luce, nel quale si convocava un’assemblea cittadina nella sala consiliare del Comune, sponsorizzata anche dall’associazione “Amici del Viburno”. Le affissioni erano state programmate a partire dal giorno seguente; fra gli argomenti in discussione, il grande arco voltaico costruito nell’area d’insediamento della setta religiosa, per captare i raggi di energia cosmica inviati dalle comunità aliene che attendevano oltre i varchi temporali. «Tu ci sarai alla riunione, vero?»
«Certamente. A me, poi, interessa soprattutto il secondo punto in discussione.»
«Eh, anche lì se ne sentiranno delle belle.»
«Ci pensi, se ti arrivano gli alieni sotto casa, magari a chiedere qualche soldo o qualcosa da mangiare?»
«Interpelleremo il sindaco. E stavolta deve darci una risposta: basta giocare, ora servono fatti. L’ultimo avvistamento è un segnale mica piccolo di quel che stiamo rischiando.»
«Davvero, maledizione» s’infervorò il tipografo. «Bruttissima storia, quella... bisogna fare qualcosa.»
«Già, ma se non ci muoviamo noi del collettivo, voi cosa fate? Mi sembra che state sempre lì a guardare e aspettare.»
«Dici bene, Bartol, ma quando uno lavora dodici ore al giorno...»
«Va be’, va be’, dodici ore... ormai il lavoro è un alibi per tutto, anche per quelli che non scopano mai...»
Avviatosi col rotolo dei manifesti sotto braccio, Bartolini s’infilò in macchina e partì. Rifletté sulla situazione, mentre si dirigeva smarmittando verso casa.
L’Amministrazione comunale non poteva continuare a chiudere gli occhi e a starsene sotto il tallone di quei pazzi dei Figli della Luce, e se non l’aveva ancora capito gliel’avrebbero fatto capire loro. E poi, di iniziative concrete per il territorio non ne prendevano da un bel po’: bastava vedere cosa avevano fatto con la passerella che doveva collegare casa sua con la strada comunale. Lui aveva fatto il diavolo a quattro, e tutto quel che erano riusciti a realizzare era una piccola piattaforma in cemento che si rialzava di poco rispetto al livello del torrente. Così, ogni volta che diluviava veniva sommersa dall’acqua. E quella notte, Giove Pluvio aveva esagerato con la pioggia ristoratrice.
Non appena ebbe imboccato lo sterrato che portava al torrente, si trovò di fronte la maledetta passerella, a mollo sotto alcuni centimetri d’acqua. Fermò la Uno, prese le misure, inserì la prima e s’avviò per guadare. L’auto partì un po’ su di giri, immergendo le gomme nell’acqua, ma dopo alcuni metri le ruote di destra non trovarono più appoggio e slittarono fuori dallo stradello in cemento. Bartolini diede gas e sterzò bruscamente verso il centro, ma l’auto uscì dal tracciato, s’inclinò su un lato e piombò giù con tutta la fiancata. Per l’impatto col fondo sassoso, lo sportello destro s’aprì e lui vi si ritrovò aggrappato, con la schiena completamente immersa nell’acqua. Il rotolo dei manifesti, che era poggiato sul sedile anteriore, scivolò nella corrente.
Bartolini cominciò a urlare selvaggiamente, annaspando per riguadagnare il posto di guida: «Quadrumane! Quadrumaneee!», nella speranza che dall’agglomerato di casupole a una cinquantina di metri dall’argine giungesse soccorso. Il proprietario, Annibale Sperandio, viveva coltivando l’orto e portando al pascolo alcune capre che teneva in un recinto messo insieme alla meglio. Era l’unico capraio che quella zona potesse vantare.
«Annibale!» Il grido di Bartolini risuonò rauco, venato di disperazione. Riuscito finalmente a rizzarsi, s’aggrappò al volante e guardò stravolto il rotolo di manifesti che veniva trascinato dall’acqua. «No…» fiatò incredulo.
Da quella mezza dozzina di capanne rabberciate, sorte per aggiunte successive attorno a una minuscola casa colonica, emerse Annibale, che Bartolini amava chiamare Quadrumane per le sue braccia smisurate. Scuro e ricoperto di pelame nero, con la barba che gli arrivava agli zigomi e l’attaccatura dei capelli vicina alle sopracciglia, l’uomo s’affrettò verso la macchina riversa. La Uno, piegata a quarantacinque gradi, s’era assestata fra il bordo della passatoia e il letto di sassi. Bartolini riuscì faticosamente a uscire dallo sportello di sinistra e, rimessosi in piedi, inanellò una serie impressionante di bestemmie e maledizioni contro l’Amministrazione comunale. Augurò all’assessore Balboni di finire in un fosso, di farsi inchiappettare da un toro infuriato, di farsi venire la scrofola e di venire rapito dagli extraterrestri a scopi scientifici. Maledisse il sindaco e la giunta, l’assessore alla cultura e quello al bilancio.
«Non hanno i soldi, eh? Non hanno i soldi, i tangheri!» abbaiò inviperito. «Neanche il servizio di urbanizzazione riescono a fare!»
Il Quadrumane osservava assorto la scena, grattandosi la fronte sfuggente. Muovendo il mento prominente e le labbra in fuori, sembrava studiare una soluzione.
Come riuscì a recuperare il rotolo di manifesti, Bartolini lo chiamò a gran voce: «Anello! Anello! Ce l’hai una corda?».
Il Quadrumane girò gli occhi rotondi e ravvicinati, anch’essi scurissimi, e annuì. «Sì!» gridò con voce gutturale. Anello era il soprannome accessorio affibbiatogli da Bartolini, che alludeva alle teorie sull’evoluzione della specie umana.
«Bene!» Bartolini tornò verso l’auto coricata, facendo sgocciolare il rotolo. «Maledizione, guarda che roba... Allora, la vai a prendere la corda? Mi devi tirare fuori, no?»
Il Quadrumane corse verso una delle sue baracchette. Dopo un po’ ne uscì a bordo d’una 127 che una volta doveva essere bianca, piena di bozze di ruggine da cui s’allargavano aloni rossastri a decorare la carrozzeria. Portò il residuato fino all’argine del torrente e fece manovra per accedere alla passerella in retromarcia.
Bartolini continuava a imprecare: «La macchina me la ripagano. Mi faccio risarcire dall’Amministrazione. Sei-sette milioni li vale ancora… Stavolta pagano, altroché se pagano. Sennò gli pianto un casino, chiamo tutti i giornali e spiego chiaramente la faccenda. Qui i cittadini rischiano la loro incolumità, con un’Amministrazione completamente... ehi, ehi, ehi... che cazzo fai?».
Il tonfo dell’auto nell’acqua lo ammutolì. Nell’imboccare in retromarcia la passatoia, il Quadrumane s’era tenuto troppo sulla sinistra e la 127 era scivolata dalla parte opposta del ponticello. Il ferrovecchio, che era partito un pochino di spinta, s’era andato a infilare nel torrente con tutto il retrotreno. Agli urli infuriati di Bartolini s’unirono quelli dell’altro, che per uscire dalla macchina dovette immergersi nell’acqua fino alla vita.
Seguì un’animata discussione, in cui volarono molte recriminazioni e qualche insulto. Il Quadrumane predicò in monosillabi, agitando impazientito le lunghe braccia. Alla fine, i due concordarono che avrebbero presentato al Comune un’istanza congiunta di risarcimento, per i danni conseguenti all’inerzia e all’inadempienza dell’Amministrazione. Raggiunta questa intesa di massima, l’oggetto del dibattito si spostò su quale casa munita di trattore fosse più facilmente raggiungibile, finché Bartolini, deciso a prendere in mano la situazione, si risolse a tirare fuori dalla rimessa il motorino e partire in missione.
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La giornata d’apertura del Festival Letterario degli Italiani Veri è stupefacente.
Pochi metri quadri d' erba e mattonelle, con una fila di tavolini, qualche microfono e una cinquantina di sedie, un ometto piccolo e tondo dai capelli candidi che presenta soddisfatto.
Le persone si raggruppano in capannelli e parlottano, guardandosi intorno per controllare la situazione. Il sospetto è che siano tutti scrittori, a giudicare dalle magliette e camicie gualcite, dai pantaloni stazzonati, dalle barbe non rasate, da scarpe e sandali portati con negligenza. Pure le donne sembrano tenere il passo: capelli tenuti sommariamente con l'elastico, camicie a scacchi, jeans scoloriti, espadrilles, espressione scontenta e diffidente. Quando incrociano lo sguardo di qualche spettatore si fermano a studiarlo, come per sincerarsi che non sia un concorrente venuto a sottrarre spazio. E si capisce: con le librerie sommerse dagli anglosassoni e dai francesi, e ora pure da tedeschi e scandinavi, per gli scrittori italiani c’è sempre meno posto. La continua fioritura di esordienti, poi, è un flagello a cui non s’è ancora trovato rimedio.
Gli unici a tradire un certo decoro sembrano i componenti del pubblico, tre o quattro persone diligentemente sedute: forse sono gli unici ad ascoltare l'allegro bambolotto canuto che lancia battute spiritose dal microfono. Il buffet offre frutta zuccherata e bevande tropicali.
Sul palco dell’auditorium le cose migliorano un po’. Finalmente si entra nel vivo e si parla di letteratura: scrittori provenienti da varie regioni spiegano perché le loro storie si svolgono in questa o quella città, perché i paesaggi toscani o umbri sono così belli, perché tra Firenze e Prato c'è rivalità, e perché quelli di Perugia non possono vedere quelli di Foligno o di qualche altra città vicina. Quando si parla di Torino l’atmosfera diventa tenebrosa, e quando ci si tuffa dentro Milano le voci si fanno rauche e dure. Quelli che aspettano di salire a parlare fremono, perché quelli sul palco continuano a rievocare storie di gioventù o a citare autori sconosciuti, e non vogliono saperne di chiudere. Visto che i moderatori non riescono a regolare i tempi, polemiche borbottate e occhiate malevole s'incrociano tra le file, e nemmeno i commenti stentorei dei soliti ubriachi in platea riescono ad alleggerire l'atmosfera.
Il pubblico sembra fatto di giornalisti e scrittori, i lettori paiono contarsi sulle dita di una mano. Osservando gli spostamenti, le manovre, gli sguardi che saettano fra le poltrone si cominciano a delineare le cricche, coi rispettivi capi: quelli più giovani e quelli più anziani. Gli sguardi torbidi di oscuri aspiranti appostati ai margini della sala ne concupiscono le figure pingui, cercando di cogliere i contorni dell'aura che li avvolge. Ogni capo sta col suo gruppo, parlando ora con uno, ora con l'altro, guardingo. Ogni tanto, qualcuno approfitta di una sua pausa per avvicinarsi a sussurrargli qualcosa con sguardo trepidante e sottomesso: lui ascolta cortese, fa qualche cenno d’assenso e si allontana.
Intanto, un gruppo di giovinastri attempati con tatuaggi, bottiglia e sigaro d'ordinanza seguita a rumoreggiare facendo dichiarazioni: guardandoli, vien da chiedersi cosa facciano per guadagnarsi da vivere. Qualcuno, tanto ingenuo da domandarlo, viene bersagliato da sguardi scandalizzati e infastiditi.
Eppure, da qualche parte il pubblico dev’essere. Fuori, nell’area delle presentazioni letterarie non si vede un’anima. Ma se ci si sposta in una piazza poco distante, tutta aiuole e fontanelle, si scoprono alcuni banchetti di libri circondati da capannelli di gente che esamina i volumi, li soppesa, li compra. Quelle sono le persone che leggono, e che in definitiva determinano la fortuna degli scrittori. E perché stanno così lontani?, ci si domanda. La spiegazione è semplice: gli organizzatori dell’evento temevano che la presenza dei librai ambulanti nuocesse all’estetica dell’insieme, e quindi hanno deciso di tenerli fuori dagli spazi del Festival. E hanno imposto banchetti piccoli, allineati a ridosso delle panchine lungo un lato della piazza, perché non si notassero.
Ecco dove sono i lettori, perbacco.
© 2006 Paolo Ferrucci.