La vicenda di Pepito Ruiz è finalmente giunta a una svolta.
Un nuovo blogger
che ho conosciuto, recentemente affacciatosi su questi precipizi, in uno dei suoi ultimi post ha rivelato – seppure indirettamente – di conoscere molte cose sul poeta ispano-americano e sul suo fantomatico traduttore Gianni Rigulfi.
Come si vede nella foto scattata da Decano e comparsa nel suo blog, in basso a sinistra appare uno scorcio del volumetto a stampa con i componimenti che ho pubblicato: Poesie e racconti brevi di Pepito Ruiz. Decano, dunque, è in possesso di una copia dell’opuscolo. Ma non solo: ha mostrato di conoscere molti dettagli della vita di Gianni Rigulfi, al punto da farmi sorgere il dubbio che sia un suo parente, se non addirittura il suo alter ego.
Ho quindi deciso di “abdicare” dalla mia funzione di divulgatore dello sconosciuto Pepito Ruiz, e di affidare questo compito a Decano, che esaminerà le carte in mio possesso e – se lo riterrà opportuno – ne darà pubblicità e le necessarie interpretazioni.
Ormai è chiaro che lui ne sa molto più di me, quindi preferisco che sia lui a occuparsene: gli ho appena consegnato tutti i quaderni manoscritti di Pepito Ruiz, insieme ad alcuni disegni e ad altre cianfrusaglie che erano nel baule e che, forse, appartenevano a questo misterioso poeta.
Concludo qui, dunque, la mia pubblicazione di Pepito Ruiz, con gli ultimi tre componimenti contenuti nell’opuscolo che potete vedere nella foto.
E attendo che Decano proceda a divulgare i suoi taccuini, con tutti i riferimenti testuali ed extratestuali che contengono.
Insospettabilmente, per via degli occhi senza palpebre, il pesce dormiva. Sognava la pioggia che cadeva sempre più fitta, allagando ogni cosa, sommergendo le case più alte. Nella città silenziosa, i pesci giocavano a rimpiattino fra le automobili inutili.
Fu svegliato dal ticchettio di un’unghia laccata sul vetro dell’acquario:
qualcuno lo indicava inequivocabilmente allo chef.
XX
Reperto
V’è, nella vocazione della seta, il rimpianto di farfalle mai nate. Anche questo nastro fra le lenzuola anela all’aria. Stanco di stare immoto, cela, sotto l’onda sinuosa, un serpente sfiatato, bilioso.
I nastri, vessilli sottili, se ne stanno fermi, a fiocco, solo dipinti su antiche porcellane; altrimenti fan da coda agli aquiloni, cingono veneri, s’annodano ai rami per scongiuro.
Questo ha lasciato a malincuore i tuoi capelli.
È caduto ultimo, mentre i nostri occhi s’interrogavano. Svolgo il debole nodo e ottengo una linea che separa, in una topografia immaginaria, l’estremo occidente, in cui ha un antro il sogno, e l’esperito.
XXI
Quanto tempo era passato? Intorpidito in grembo alla poltrona aveva ripensato all’ultima volta in cui aveva lottato per trattenere qualcosa. Sovrapponendo percorsi possibili e vicoli ciechi aveva creato un labirinto dal quale era alla fine uscito per ritrovarsi in un’area confusa e disincantata e quindi nella rocca di carta inespugnabile, nella stanzetta dove le cose lo avevano bene o male accolto. Si guardò attorno. Pensò per un attimo che il movimento degli occhi fosse il solo concessogli: solo guadarsi attorno, da sempre per sempre. Conosceva la metamorfosi delle ombre e il luccichio strano degli oggetti. Le cose, che si ergevano tronfie e cariche di simboli, in realtà fingevano, terrorizzate dall’usura e dall’oblio. Erano lì per amore. (Questo loro non lo sapevano, ma lui sì). Fra loro aveva fatto all’amore, in silenzio, con lo slancio sempre di un’ultima volta e provando sempre un po’ di vergogna per quel nulla animalesco e salvifico…
Si alzò stirandosi mollemente. Nella stanza si muoveva adagio, seguendo un sottinteso tempo rituale. Capì cosa l’aveva distolto dal fantasticare: al tic-tac della pendola in cucina e al contrappunto sghembo di un tarlo s’era aggiunta la voce del tuono. Aprì la porta a vetri del terrazzino. Interrogò l’alterità mostruosa dell’agave, trovando un punto d’unione nella corruttibilità di quella carne verde e la sua. Con un’energia naturale e inaspettata, come in sogno, sollevò l’enorme vaso e l’espose alla pioggia.
[a causa di un errore, era stato inavvertitamente cancellato questo post; poi è stato ricuperato copincollando la pagina rimasta aperta, con tutti i suoi commenti, che perciò restano visibili in home page.]

Seguitiamo a pubblicare le Poesie e racconti brevi di Pepito Ruiz, tradotte da Gianni Rigulfi, stampate sull’opuscolo trovato in un misterioso baule in soffitta. Da qualche tempo, vari indizi si susseguono e si sovrappongono, impegnandoci in una ricerca dai risvolti contraddittori: gli ultimi in ordine di tempo sono i due messaggi ricevuti nei commenti a un mio precedente post.
Il primo di questi messaggi dice:
Gentile sig. Ferrucci,
cercando in rete sono capitato nel suo blog, che trovo interessante e ben congegnato.
Mi permetto di scriverle per una singolare coincidenza che mi ha colpito: riguarda la storia di questo fantomatico “poeta” Pepito Ruiz, a cui vedo che ha dedicato una sezione.
A parte che il tutto mi da l'idea di una specie di gioco, e piuttosto divertente, le segnalo una cosa davvero accadutami molti anni fa...
Si era sul finire degli anni ‘60 e, assieme a un amico, come me neolaureato, fondai a Venezia un piccolo laboratorio di psicoanalisi analitica. Si lavorava, in pratica quasi gratuitamente, con compagni, giovani scrittori e personaggi che oggi si definirebbero “alternativi”.
L'esperimento fu di breve durata, ma ricordo che fra i miei “pazienti” uno mi si affezionò e lo seguì, sia pure sporadicamente, per quasi un anno.
Quel giovane uomo soffriva di una depressione grave e di disturbi della personalità. Non seppi mai il suo vero nome, ma convenzionalmente - e sono certo di ricordare bene - era il signor Gianni Rigulfi.
Fra le altre cose, mi raccontava spesso di un suo amico poeta, della cui reale esistenza ho sempre dubitato. In un paio di occasioni mi fece leggere delle brevi liriche, scritte a mano su foglietti stazzonati. Una differenza rilevante rispetto a quello che leggo qui è che questo poeta, il cui nome poteva essere Ruiz, scriveva però in francese.
Come vede, sto contribuendo ad infittire il mistero (spero che il suo bel blog non si trasformi in un “Chi l'ha visto”).
Il sedicente dottor Umberto Rossi mi ha poi scritto in forma privata, e le sue indicazioni sembrano voler portare a qualcosa di concreto, su cui non mancherò d’informarvi.
Comunque, al suo commento nel blog ha subito risposto il sedicente Gianni Rigulfi:
Carissimo dott. Umberto,
questo fatto, è straordinario (stasera spolvererò il vecchio Jung dei Nessi acasuali). Come potrei averla dimenticata? Non ho dimenticato i suoi tentativi d’aiutarmi e di recare conforto, mi dicono, agli amici che il mio comportamento lasciava sgomenti.
Fortunatamente, poco dopo i nostri ultimi incontri, d’emblée, la mia catabasi ebbe fine. Un mattino, in mezzo alla folla, mi vidi riflesso, scarmigliato e barbuto, in una vetrina. Con enorme stupore mi riconobbi e giudicai, lucido, le bizzarrie inenarrabili ultime, compiute da un altro me stesso. Debole e nuovo ripresi possesso di una vita “normale”. Terminai, con fatica, gli studi, feci vari lavori, scegliendone in vero, di poco gravosi alle mente, conscio di come la porta sul buio potrebbe riaprirsi. In tutti questi anni, come voleva, ho scritto, con cadenze latissime, piccole cose, resoconti catartici; ultimamente qualche riga su un blog (è il progresso), firmandomi con un eteronimo.
Strani scherzi ordisce il destino.
Addio, indimenticabile amico.... Chissà!
Ferrucci, perdoni l'intromissione. Grazie.
Gianni Rigulfi

Con questi nuovi elementi, posso dire che la vicenda Pepito Ruiz sembra voler trovare, se non una soluzione, almeno un compimento. Da parte mia sto svolgendo tutti i riscontri che posso, tenendo sempre come riferimento i quaderni autografi che erano nel baule insieme all’opuscolo stampato.
C’è una cosa che ho notato, in qualche frase contenuta in quei quaderni, che mi fa sorgere un sospetto, forse mal fondato. E cioè che Pepito Ruiz potrebbe essere parente di Pablo Picasso. Perché il cognome del padre di Picasso, ho scoperto, è Ruiz: il sommo artista, infatti, assunse il cognome della madre.
Ma ora veniamo ai prossimi tre componimenti, tutti in prosa. Sugli ulteriori sviluppi della vicenda torneremo poi.
XVI
Trama
Reso eccentrico da movimenti secondari pur tuttavia determinanti, asserve solo saltuariamente il meccanismo in cui è inserito (funzione subordinata a quella di un meccanismo eccentrico di tutt’altra natura).
Pensando di aver scoperto o sospettando ciò, gli piacerebbe assecondare la macchina per poi frantumarla, pur sapendo che il sabotaggio non porterebbe alcun danno reale, solo il rimpianto labile di una propaggine inutile ma funzionante. Succube dei suoi meccanismi minori si ostinerà lo stesso nell’assolvere il suo compito, ora virtualmente cinico. Questo si protrarrà finché la macchina, per motivi immanenti o sospettando qualcosa, non si riconoscerà più in ciò che lui amerebbe fingersi.
XVII
Da un carteggio immaginario
Per quanti ne tirasse fuori dalle innumerevoli tasche, il prestigiatore non riusciva a offrire un fazzoletto alla giovane che piangeva. Prima di cambiar di mano i quadrati di stoffa colorata si trasformavano in fiori, bastoni, colombe… La ragazza tirò su col naso e improvvisamente iniziò a sorridere. Sorrise anche il prestigiatore, mortificato.
C’è qualcosa che non riesco a fraintendere, o a snaturare; un campo di grano, per esempio, con le spighe prima verdi, poi d’oro, cadute per non restare sole, o il mare, che ultimamente ha cambiato colore. Neppure il linguaggio del tuo corpo, poiché non ha bisogno di spiegazioni. Dei tuoi begli occhi e delle loro stagioni non voglio parlare.
Attorno a noi, in questi mesi, devono essere successe un sacco di cose. Dov’ero? M’avessi svegliato… Non mi sono accorto di niente. Ciò che ho guardato di più, ogni giorno, è stato il tuo viso. Stai maturando come un frutto. La tua è un’età in cui ogni giorno ha diritto a una parte di gioia.
… Sorridi mentre mi sforzo di farti invecchiare, porgendoti storie che subito mutano. Sorridi mentre, con dita di rugiada, cerchi di cancellare le rughe dalla mia fronte…
Fai in modo che il tempo lavori per noi, ora che siamo lontani. Questo tuo viaggio improvviso, col mio cuore nella valigia, è la vita.
XVIII
Le cose, quando sognano, sono particolarmente vulnerabili. Senza spiegare le ali da mantide o lo scarlatto interno della clamide, basta avvicinarle con indifferenza e scandire con voce sicura il loro nome.
Come un sonnambulo risvegliato, riportate bruscamente alla loro condizione, le cose collassano, le molecole impazziscono.
Possono sparire con un piccolo schiocco…
Disilludere le cose è simile a un gioco infantile, forse un sognarsi Demiurgo.
Resta da chiedersi, per chi ha un solo nome, se sia conveniente socchiudere gli occhi.
Immagini: Pablo Picasso, Mandolino e chitarra, 1924; Le bagnanti, 1918; Vecchio chitarrista, 1903.
Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz, tradotti da Gianni Rigulfi, è una specie di mistero che sto seguendo da qualche tempo. Tutto cominciò quando trovai un opuscolo in un vecchio baule di costumi che riposa in soffitta, insieme a un pacco di quaderni autografi.
Nell’opuscolo a stampa ci sono 14 poesie, che ho già pubblicato in precedenti post, più alcuni brevissimi racconti, di cui oggi propongo il primo.
Le notizie sullo scrittore ispano-americano sono ancora scarsissime e incerte; ma, come ho raccontato nella 6° parte di questo ciclo, ebbi un segnale da una persona che si qualificò come il traduttore Gianni Rigulfi. Da tempo cercavo questo Rigulfi, per cercare di ottenere informazioni sull’identità e sullo status (vivente? defunto?) di Pepito Ruiz. Nel messaggio che mi mandò in mail mi contestava l’inserimento di un apocrifo, ossia il componimento XV (Athanor), che avevo proditoriamente e maldestramente inserito come mia puerile fantasia.
Dopo questo episodio, passò qualche tempo senza segnali, finché un giorno ho trovato nella buchetta della posta un messaggio manoscritto su un biglietto di carta vergata azzurrina, di quelle di tipo dattilografico che oggi non si trovano più. Il messaggio dice:
Deve sapere che un giorno, otto anni fa, mi trovavo a Venezia, in una stazione del vaporetto. Avevo con me una cartellina con una buona quantità di fogli dattiloscritti, alcuni di poche righe, altri riempiti quasi fino ai margini. Non ricordo bene… So che erano opere di Pepito Ruiz, di cui stavo curando la traduzione per proporla alla Facoltà di Lingue e letterature straniere di quella città.
A un certo punto accadde un fatto strano. Girandomi, mi scontrai con una donna alta ed elegante che indossava un impermeabile grigio e un foulard color terra, e la cartella si aprì, e i fogli, non numerati, si sparpagliarono per terra. Imprecai. Ero sconvolto, capisce? Addio ordine cronologico…
La signora si scusò balbettando, e iniziò a recuperare i fogli agitati dalla brezza, muovendosi sinuosa fra i turisti. Io la seguii, raccogliendo i fogli che mi capitavano a tiro. Man mano che la donna li raccoglieva, li osservava, e il suo volto sembrava farsi più scuro: quando la raggiunsi, mi guardò atterrita – mai dimenticherò quello sguardo – e mi chiese: «Dov’è Pepito?», e me lo chiese in spagnolo.
A quel punto, un uomo robusto con un trench nero, che sembrava comparire dal nulla, l’ha afferrata e portata via quasi di peso. Gli occhi scuri della donna – scuri come i capelli, lunghi e scompigliati dalla brezza – hanno cercato i miei a lungo, mentre l’uomo la trascinava, finchè non è scomparsa…
firmato: Gianni Rigulfi.
Allora, Gianni Rigulfi esiste. E sa dove abito.
Questo mi fa pensare che un giorno lo incontrerò: devo incontrarlo, per capire qualcosa di Pepito Ruiz. E per sapere se ha un’idea di chi poteva essere quella donna, e se quella donna può avere una relazione con María Luisa Bombal, la scrittrice cilena vissuta tra Parigi, Buenos Aires e New York fra il 1910 e il 1980, il cui nome ho trovato nei taccuini manoscritti di Pepito Ruiz, vergato in una calligrafia diversa.
Sappiamo che l’intera produzione letteraria di María Luisa Bombal consiste in sette pezzi narrativi: due romanzi brevi e cinque racconti. Fra le tante cose da appurare, c’è l’appartenenza della mano che ha scritto quelle annotazioni.
L’indagine si complica, ma non avrò altra scelta che proseguire, con pazienza e senza perdermi d’animo.
Dopo questo antefatto, sul quale dovremo tornare, propongo dunque il componimento XV di Pepito Ruiz, tratto dall’opuscolo a stampa (quello riportato con lo stesso numero nella puntata precedente era apocrifo, e quindi va espunto).
XV
Camminatore nottambulo
Il cuore dell'estate ha un’anima ancora più femminile, vibrante, soave: è la brezza notturna che s’arrovella per farsi perdonare la luce accecante, i frutti afati, l’asfalto riarso del giorno. Alla brezza ammiccano le città vuote e metafisiche, il convolvolo e le vele nel buio.
È in queste notti magiche che i camminatori nottambuli incappano nell’enigma degli uomini alla finestra. Fermandosi a respirare il vento, con gli occhi socchiusi, il corpo inarcato e le dita tese, ci si accorge a un tratto di non essere soli: a una finestra, poggiato al davanzale in penombra, un uomo fuma. Di incontri così, nella notte, se ne possono fare a decine. Questi uomini paiono tutti uguali: grassi, in canottiera, con lo sguardo perso nel vuoto e il lumicino della sigaretta fra le dita. Si ha il sospetto che uno stesso individuo corra, più svelto di noi, lungo passaggi segreti sotterranei, per affacciarsi, anticipandoci, a una nuova finestra. Dietro quel volto impassibile si cela forse l’affanno della corsa. Probabilmente appena gli giriamo le spalle, quello ci burla, con la soddisfazione di un vecchio cane che si finge morto per azzannare.
Si dice che gli uomini alla finestra aspettassero qualcosa. Certamente non un messaggio dell’Imperatore, ma qualcosa. Col tempo hanno dimenticato e sono rimasti lì, semplicemente. A volte il vento porta loro un profumo e a stento reprimono le lacrime. Loro stessi sono i primi a stupirsi di tale reazione.
Una scrittura indecifrabile può dare speranza. Non so se essi sperino. Forse la sanno più lunga di noi: sanno che dando una risposta a questo affacciarsi sul vuoto il nostro modo di vivere non avrebbe più senso.
[a causa di certi malfunzionamenti di splinder, non sono riuscito a radunare gli avatar delle amiche bloggeuses, come mi ero ripromesso. Purtroppo, l’abbraccio collettivo dovrà essere rinviato…]
Nel post numero 5 della serie dedicata al mistero delle Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz – con traduzione di Gianni Rigulfi – si proponevano i componimenti XIII, XIV e XV:
XIII
Le pietruzze dei giorni, bianche e nere
formeranno un mosaico imprevedibile.
Ora Rosa (che ha vent’anni e mi chiede: - cosa sono io per te?) è un sospiro
giustapposto agli arabeschi neri.
XIV
Per te qualche rigo finale, senz’ali, di piombo, quale mia cifra.
Ora che ho una risposta alla vecchia domanda sulla purezza,
vorrei portare con orgoglio la mia tristezza
come un albero vivo il segno del fulmine.
Per avermi aperto e chiuso gli occhi, per avermi sopportato,
per ciò che mi hai insegnato,
per l’illusione che le nostre vite si siano brevemente confuse
Infinitamente grazie.
XV
athanor
Tartrato della materia,
infinito potassio
sono acido ridotto in polvere
trasecolato, composto
chiuso dalla gruma che lasciano i vini nelle botti.
Sono estratto di sostanza inumidita
sapientemente raccolta, con cura
di pestello e sofisma.
Un fuoco segreto
sigillato con la rugiada
nell’uovo filosofico,
fucina del mondo.
Eccolo Pepito, quasi me lo perdevo.
Sempre incantata, resto, da questa fluidità contemplativa. E basita, resto, dalla percezione che ho di esaustività. Come dire: non avere parole perché tutto è già dentro il verso. Credo questo corrisponda al senso di universalità che – spesso – la poesia, si dice, debba avere.
E anche questi, caro Paolo, non sono indizi utili perché dettati dalla mia personale fruizione di questa mano meravigliosa (cosa non darei per vedere quei libercoli!)
E però, devo dire, che dicendo il tutto che ho detto, questo tutto non si sposa (me lo dicono le mie spire) con l'ultimo scritto, per più di una ragione:
- La compostezza formale dei versi: quel quinto verso (ma anche il sesto) scappa un po' troppo fuori dal margine immaginario che caratterizza – normalmente – le strofe equilibratissime di Ruiz (non c'ero abituata) e mi perplime. Credo che Pepito, da rigoroso qual era, da ciò che ho letto precedentemente, non avrebbe avuto una svista formale come quella.
- altra cosa: quei primi versi sono aria combusta e parole forzose che contaminano, quasi inquinandola, quella fluidità contemplativa di cui sopra. Una strana e artificiosa alchimia, mi pare.
Quell'ultima stanza è tra quelle che riportano una grafia diversa? Eppure non sembrerebbe di mano femminile addebitabile alla Bombal.
Rrr

Quando ho letto questo commento ho pensato due cose:
1. Rita Bonomo è una vera poetessa: ha riconosciuto immediatamente e senza esitazione l’apocrifo.
2. Per la miseria, mi hanno beccato.
Mi hanno beccato anche qui nei commenti del blog, intendevo.
Perché questa mia marachella (il falso componimento numero XV) me l’aveva già rimproverata un anonimo che mi ha inviato una mail inquietante, questa:
Trovo la sua poesia esoterico-alchemica interessante, ma marchianamente e paradossalmente disanimata.
La diffido dal ripetere simili operazioni cannibalesche.
Per Giove, ho esclamato quando l’ho letta. E mi è venuto un brivido lungo la schiena: perché chi l’ha scritta dev’essere qualcuno che conosce bene quei componimenti, e ha scoperto che li sto pubblicando.
Dubito che sia l’autore, perché Pepito Ruiz dovrebbe già essere passato a miglior vita. Che sia il suo traduttore, allora? Il fantomatico Gianni Rigulfi, la cui dimora non ho ancora scoperto?
A quella mail ho risposto d’istinto, così:
Lo credo bene che è disanimata: non sono mai stato un poeta, io.
Poi, più nulla: tutto tace.
Proverò a riscrivere a questo fantasma, per chiedergli di manifestarsi più chiaramente. Mi sta osservando? Perché resta in silenzio? E che penserà di me?
(sotto il titolo: foto di Oliver Hammond/Flickr.com – 1 nov. 2005)
Poesie e Racconti Brevi di Pepito Ruiz, tradotti da Gianni Rigulfi: è questo il mistero che sto seguendo da qualche tempo. La fonte è sempre l’opuscolo rivenuto – insieme a un pacco di quaderni autografi – in un vecchio baule di costumi che riposa in soffitta, fra gli oggetti con cui si giocava da piccoli e altre masserizie di poca importanza, graffiate dall’oblio.
Nascosto fra le scarsissime notizie sullo scrittore ispano-americano (scartabellando fra i quaderni pieni di riferimenti paratestuali come annotazioni a margine, disegni a china e acquerellati), s’è però trovato un indizio che porta a un nome di donna: Marìa Luisa Bombal.
María Luisa Bombal era una scrittrice cilena vissuta fra il 1910 e il 1980, e tutta la sua produzione letteraria consiste in sette pezzi narrativi: due romanzi brevi e cinque racconti. La prima cosa da fare è appurare se le annotazioni trovate sui quaderni, in calligrafia diversa da quella di Pepito Ruiz, possono essere di suo pugno.
L’indagine continua.
XIII
Le pietruzze dei giorni, bianche e nere
formeranno un mosaico imprevedibile.
Ora Rosa (che ha vent’anni e mi chiede: - cosa sono io per te?) è un sospiro
giustapposto agli arabeschi neri.
XIV
Per te qualche rigo finale, senz’ali, di piombo, quale mia cifra.
Ora che ho una risposta alla vecchia domanda sulla purezza,
vorrei portare con orgoglio la mia tristezza
come un albero vivo il segno del fulmine.
Per avermi aperto e chiuso gli occhi, per avermi sopportato,
per ciò che mi hai insegnato,
per l’illusione che le nostre vite si siano brevemente confuse
Infinitamente grazie.
XV
athanor
Tartrato della materia,
infinito potassio
sono acido ridotto in polvere
trasecolato, composto
chiuso dalla gruma che lasciano i vini nelle botti.
Sono estratto di sostanza inumidita
sapientemente raccolta, con cura
di pestello e sofisma.
Un fuoco segreto
sigillato con la rugiada
nell’uovo filosofico,
fucina del mondo.
(Foto di Pier-Hugues Pellerin/Flickr.com – 12 giu. 2005)