Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che quella di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia il puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero anatomizzato e tutto e non di più. Altrimenti si cade, il giorno in cui si crede d’essere autorizzati a prendere la penna, in luoghi comuni e si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori dalla penna non c’è salvezza. Chi crede di poter fare un romanzo facendone la mezza pagina al giorno e null’altro s’inganna a partito. Ma d’altronde questa paginetta scritta sotto l’impressione di un dato momento, del colore del cielo, del suono della voce di un proprio simile, non diverrà mai altro di quello che è; la pagina più sincera d’un impressione troppo immediata e violenta. Non bisogna pensare di rappezzare con tali pagine qualcosa di maggiore. Napoleone usava annotare quanto non voleva dimenticare su un foglietto di carta che poi stracciava. Stracciate le vostre carte, o formiche letterarie! Fate in modo che il vostro pensiero riposi sul segno grafico sul quale una volta fissaste un concetto, e vi lavori intorno alterandolo a piacere in parte o tutto ma non permettete che questo primo immaturo guizzo del pensiero si fissi subito e incateni ogni suo futuro svolgimento.
La nostra vita è ordinaria e al tempo stesso mitica. Si vive e si muore, s’invecchia meravigliosamente o ci si riempie di rughe. Ci si sveglia la mattina, si compra del formaggio e si spera di avere nel borsellino abbastanza per pagarlo. E nello stesso momento il cuore, macchina perfetta, continua a battere attraverso tutti i dolori e tutti gli inverni che viviamo su questa terra. Noi siamo importanti, e le nostre vite sono importanti, anzi magnifiche, e vale la pena di registrarne i dettagli. Ecco come deve pensare chi scrive, ecco come bisogna mettersi a sedere con la penna fra le dita. Siamo qui; siamo esseri umani; ecco come abbiamo vissuto. Che tutti lo sappiano; il mondo è passato davanti a noi. I nostri dettagli sono importanti. Altrimenti, se non lo fossero, potremmo lasciar cadere una bomba, e non cambierebbe assolutamente nulla.
A Gerusalemme c’è un complesso edificato in memoria dell’Olocausto, chiamato Yad Vashem. Vi si trova una biblioteca che conserva i nomi dei sei milioni di martiri. E in quella biblioteca non ci sono soltanto i nomi, ma anche tutti i dati che è stato possibile reperire su di loro: dove sono vissuti, dove sono nati, tutto. Quella gente è esistita, e questo è ciò che importa. Yad Vashem, in effetti, significa “monumento al nome”. A essere state massacrate non sono masse senza un nome: ciascuno di loro era un essere umano.
Anche a Washington c’è un monumento ai caduti nel Vietnam. Vi sono elencati cinquantamila nomi di soldati americani morti in Vietnam. Esseri umani reali, ciascuno dei quali aveva un nome, che sono stati uccisi e non camminano più fra noi su questa terra. C’è anche il nome di Donald Miller, un mio compagno di classe della seconda elementare, che in margine ai compiti in classe di aritmetica disegnava carri armati, soldati e navi. Vedendo i nomi, ricordiamo. Il nome è ciò che ci tiriamo dietro per tutta la vita, e ad esso rispondiamo, che si tratti di un appello in classe, della cerimonia della laurea o di un sussurro nella notte.
È importante dire come ci chiamiamo, fare il nome dei luoghi in cui abbiamo vissuto, e descrivere i dettagli della nostra esistenza. […] Abbiamo vissuto; sono stati momenti importanti. Ecco cosa significa essere scrittori: essere latori di quei dettagli che fanno la storia, interessarsi ai separé arancione del caffè di Owatonna.
Registrare i dettagli della nostra vita significa prender posizione contro le bombe, contro le stragi indiscriminate, contro la velocità eccessiva, la troppa efficienza. Lo scrittore deve dire sì alla vita, a ogni aspetto della vita: all’acqua nei bicchieri, al bricchetto del latte, al ketchup sul bancone. […] Il nostro compito consiste nel dire un sacrosanto sì alle cose vere della nostra vita così come esse esistono: alla verità vera di ciò che siamo: noi con qualche chilo di troppo, la strada grigia e ventosa là fuori, le decorazioni natalizie nelle vetrine, la scrittrice ebrea seduta nel separé color arancio di fronte alla sua amica bionda dai bambini neri. Dobbiamo diventare scrittori che accettano le cose come sono, che riescono ad amare il dettaglio, e a farsi avanti con un sì sulle labbra, in modo che intorno a noi non ci siano più no, no che tolgono valore alla vita e cancellano quei dettagli dal nostro mondo.
(sotto il titolo: Pier Augusto Breccia, Affinità elettive)
Noi siamo dominati dalle nostre coazioni. O forse succede solo a me. Ma mi sembra che le ossessioni possiedano una grande energia. Quell’energia può essere imbrigliata. So che la maggior parte dei miei amici scrittori sono ossessionati dallo scrivere. Funziona esattamente come per la cioccolata. Si pensa in continuazione che si dovrebbe scrivere, anche se si sta facendo qualcos’altro. Non è molto divertente. Quella dell’artista non è una vita facile. Non è mai libero, a meno che non si stia dedicando alla propria arte. Ma credo che produrre arte sia sempre meglio che bere smodatamente o ingozzarsi di cioccolata. Mi chiedo spesso se tutti gli scrittori dediti all’alcol bevano tanto perché non stanno scrivendo, o perché hanno difficoltà a scrivere. Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo.
Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi. Significa adempiere la propria funzione. Una volta pensavo che la libertà consistesse nel fare tutto quello che uno voleva. Ma la libertà consiste nel capire chi siamo, capire cosa dovremmo fare su questa terra, e infine, semplicemente, farlo. Non consiste nel lasciarsi sviare, nel pensare che una non dovrebbe più scrivere della propria famiglia ebrea, se il suo ruolo nella vita è proprio questo: registrare la sua storia, raccontare chi erano questi Goldberg, immigrati della prima generazione, a Brooklyn, a Long Island, a Miami, prima che tutto questo passi e sia cancellato dal tempo.
«Poveri artisti», dice Katagiri Roshi. «Quanto soffrono. Finiscono un capolavoro, e non sono soddisfatti. Vogliono subito mettersi a scriverne un altro». Sì, ma se si prova questo bisogno impellente, è meglio mettersi a scriverne un altro piuttosto che cominciare a bere e finire alcolizzati, oppure mangiare chili di cioccolatini e diventare dei bidoni.
Dunque non tutte le ossessioni, forse, sono un male. Avere l’ossessione della pace è un bene. Ma allora bisogna praticarla, la pace, non pensarci e basta. Avere l’ossessione di scrivere è un bene. Ma allora scriviamo. Non lasciamo che quell’ossessione venga distorta e diventi alcolismo.
(sotto il titolo: Pier Augusto Breccia, Natura e linguaggio)

Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene dopo che si sono amorevolmente colte le solari inezie del libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo. Non c’è niente di più noioso e di più ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio, Madame Bovary, con l'idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia. Non dimentichiamo che l’opera d'arte è sempre la creazione di un mondo nuovo; per prima cosa, dovremmo quindi studiare questo mondo nuovo il più meticolosamente possibile, come se fosse qualcosa che avviciniamo per la prima volta e che non ha alcun rapporto immediato con i mondi che già conosciamo. Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora soltanto possiamo analizzarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza.
È lecito aspettarsi, da un romanzo, informazioni su determinati luoghi e epoche? Si può essere così ingenui da credere di imparare qualcosa sul passato da quei voluminosi best-sellers che i vari club del libro spacciano per romanzi storici? E che dire poi dei capolavori? Possiamo fidarci dell’Inghilterra dei proprietari terrieri raffigurata da Jane Austen con i suoi baronetti e le sue architetture di giardini, quando la sola cosa che lei conosceva era il salottino di un ecclesiastico? E Casa desolata, questa storia fantastica in una Londra fantastica, possiamo definirla uno studio della Londra di cento anni fa? No di certo. E lo stesso vale per gli altri romanzi di cui ci occuperemo. La verità è che i grandi romanzi sono grandi fiabe – e i romanzi di questo corso fiabe eccelse.
Il tempo e lo spazio, i colori delle stagioni, il movimento dei muscoli e delle menti, sono per gli scrittori di genio (per quanto possiamo intuire, e io confido che la nostra intuizione sia giusta) non concetti tradizionali che si possono prendere a prestito dalla biblioteca circolante delle verità correnti, bensì un susseguirsi di sorprese uniche che i massimi artisti hanno imparato a esprimere nella loro unica maniera. Il compito di adornare il luogo comune è lasciato agli autori minori: essi non si preoccupano di reinventare il mondo; si limitano a tirar fuori il meglio da un determinato ordine delle cose, secondo i modelli tradizionali della narrativa. Le varie combinazioni che questi autori minori riescono a creare entro questi limiti prestabiliti possono avere una loro effimera attrattiva, perché i lettori «minori» amano riconoscere le proprie idee gradevolmente camuffate. Ma lo scrittore vero, quello che fa ruotare i pianeti e plasma un uomo dormiente e armeggia impaziente con la sua costola, lo scrittore di questo tipo non ha valori prestabiliti a disposizione: deve crearli lui. L’arte dello scrivere è un’attività assai futile se non comporta innanzitutto l’arte di vedere il mondo come potenzialità narrativa. La sostanza di questo mondo può essere abbastanza reale, ma non esiste affatto nella sua totalità: è caos, e a questo caos l’autore dice: «Via!» permettendo al mondo di guizzare e di fondersi. Viene allora ricombinato nei suoi stessi atomi, e non solo nelle sue parti visibili e superficiali. Lo scrittore è il primo che ne traccia la mappa e che dà un nome agli oggetti naturali che esso contiene. […] Su un ripido sentiero impervio s’arrampica il grande artista; e in cima, sulla cresta ventosa, chi credete che incontri? L’ansante e felice lettore, e lì i due spontaneamente s’abbracciano e restano uniti per sempre se il libro dura per sempre.

da: Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura, trad. di Ettore Capriolo, Garzanti, Milano – 1982, 1992
(dedico questo post a
Maria Strofa, perché mentre lo trascrivevo pensavo a lei).
Lo scrittore vive due volte. Conduce la propria vita di tutti i giorni, e qui corre come tutti andando a far la spesa, attraversando la strada, vestendosi la mattina per andare a lavorare. Ma lo scrittore ha addestrato anche un’altra parte di se stesso. Quella che rivive tutto questo per la seconda volta. Quella che si mette seduta e ripercorre mentalmente tutto ciò che è accaduto, soffermandosi ad osservarne la consistenza e i dettagli.
Quando scoppia un temporale, tutti corrono qua e là per le strade con ombrelli, impermeabili, giornali sulla testa. Lo scrittore torna fuori sotto la pioggia con il taccuino in mano e la penna fra le dita. Lo scrittore guarda le pozzanghere, le vede riempirsi, vede le gocce di pioggia punteggiarne la superficie. Si potrebbe dire che lo scrittore si esercita ad essere stupido. Solo uno stupido se ne starebbe sotto la pioggia a guardare una pozzanghera. Se uno è furbo, cerca di non starsene sotto la pioggia per evitare i raffreddori, e in caso di malattia si è comunque preventivamente assicurato. Se uno è sciocco, si interessa di più alle pozzanghere che alla propria salute, alle polizze d’assicurazione o alla puntualità sul lavoro.

In ultimo, uno è più interessato a rivivere la propria esistenza scrivendo che a far quattrini. Beh, intendiamoci: anche agli scrittori piace far quattrini; anche agli artisti, contrariamente a quanto di solito si ritiene, piace mangiare. È solo che i soldi non sono per loro la motivazione determinante. Personalmente, se ho tempo per scrivere mi sento ricchissima, mentre mi sento poverissima se ho uno stipendio regolare ma non ho tempo per il mio vero lavoro. Pensateci. Il datore di lavoro ci dà uno stipendio in cambio del nostro tempo. Il tempo è la merce di maggior valore che un essere umano abbia da offrire. Noi scambiamo il tempo della nostra vita con del denaro. Lo scrittore si ferma al primo passo – il proprio tempo – e gli attribuisce un valore prima ancora di ricevere in cambio del denaro. Lo scrittore tiene moltissimo al proprio tempo, e non ha tanta premura di venderlo. È come ereditare un terreno di famiglia. Quel terreno è sempre appartenuto alla famiglia, da tempo immemorabile. Viene qualcuno, e si offre di comprarlo. Lo scrittore, se è furbo, non ne venderà troppo. Sa bene che una volta venduto il terreno potrà anche comprarsi una seconda macchina, ma non avrà più un posto dove rifugiarsi, non avrà più un posto dove sognare.
Dunque non è un male essere un po’ sciocchi, se si vuole scrivere. Dentro di noi esiste una persona a cui non si può mettere fretta, una persona che ha bisogno di tempo e ci impedisce di darlo via tutto. Quella persona ha bisogno di un posto dove andare, e ci costringerà a fissare le pozzanghere sotto la pioggia, di solito senza cappello, e a sentire le gocce sulla testa.
(sotto il titolo: Jack Vettriano, The singing butler;
nella foto: J.D. Salinger)