OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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giovedì, 20 marzo 2008
L’eptalogo di Spinazzola

Prendo le mosse dall’intervento di Giuseppe Genna su Carmilla dello scorso 1° febbraio, intitolato Il catalogo non è questo: l’invisibile violenza, in cui si torna sull’argomento editoria, ovvero sulla diffusione libraria e le sue manifestazioni sempre più mostruose, segno di quell’ineluttabile deriva “barbarica” indotta dall’applicazione più spiccia e massiccia delle logiche mercantili.
Ci sarebbe molto da dire, ma per ora credo sia sufficiente riportare alcuni passi significativi dell’articolo:
 
leviatano… vorrei appuntare l’attenzione su un fatto grave che l’industria culturale sta sottacendo, praticando uno sterminio mnemonico in nome proprio di un’errata concezione del mercato: è la distruzione dei cataloghi, è lo sfoltimento dei tascabili. Qui è in gioco una battaglia politica che coincide con quella letteraria […].
Cosa sta succedendo? Che è arrivato, rombando, il gigantismo delle tirature e la richiesta di aumentare la liquidità, cioè il saldo, nelle maggiori case editrici. Si dichiarano vendite stratosferiche false – ma ora non basta più. Bisogna fare soldi, non basta più aumentare il giro di soldi e fare budget, è necessario invece che lo sviluppo sia convertibile all’istante in tassi di guadagno. Gli editori non lo dicono, piangono sulla sorte maledetta che sembra farli operare nelle ristrettezze mercantili del giro editoriale espresso dal Botswana (nazione che tra l’altro, in termini di PIL, ci ha scavalcato nella classifica mondiale).
Si tratta di una menzogna.
[…]
Si ignora, ovviamente, ogni investimento a lungo termine: gli editori non organizzano politiche culturali o di acculturazione, eventi pedagogici o militanza educativa, e si accontentano di fiere e festival allestiti da terzi che poi, con sapido gigantismo, vanno a occupare. Occupano con libri dalla tiratura obbrobriosa. È un fenomeno degli ultimi anni, mai riscontrato prima. Il bestseller, in cui peraltro bisogna includere fior di letteratura come dimostra Stephen King, diventa una sorta di superfetazione di ciò che già era prima: il gigante si fa titano incommensurabile. Le tirature si alzano in maniera imbarazzante. Vanno taciuti i bagni di sangue che questa politica editoriale folle ha comportato – guai a parlare di cifre. Spinti dal processo che posso definire di “mckinseyizzazione” del prodotto (poiché tale per l’editoria è il libro), si cerca a ogni anno uno sviluppo rispetto all’anno precedente. Si tenta di mungere più latte, sempre più latte, mentre non si dà abbastanza foraggio al bovino (l’editoria di massa considera i lettori di massa bovinidi).
Questa smisurata crescita spinge alla disperazione gli operatori culturali stessi. Se la Rowling non fa un altro Harry Potter, sono guai. Dove trovare uno che ti fa un milione di copie come Saviano? E Moccia regge? Si assiste a una scelleratissima campagna di rialzi delle tirature, con conseguente invasione delle librerie. Le quali, au coté Feltrinelli, sono ben liete di, e organizzate per, accogliere le pile dei titoli su cui le case editrici puntano per fare liquidità. In questa prospettiva, la centralizzazione degli ordini delle Librerie Feltrinelli ha dato la stura e non è andata a confliggere con una politica del rialzo. Si tratta semplicemente di essere presenti in libreria. Se quattro gruppi editoriali eiettano contemporaneamente titoli con tirature da due o trecentomila copie, a farne le spese sono i titoli che vengono tirati in cinquemila, anche in diecimila copie.
Ovviamente, questo teratomercato ha la sua brava componente di condizionamento collettivo – fenomeni che diventano macrofenomeni, grazie all’ubiquità dei nomi e dei titoli su cui, in una tragica roulette, si punta, a dispetto della media e piccola editoria, che viene scalzata.
Che fine fanno poi quei titoli da macrotiratura? Non si depositano. Vendono poco, a distanza di dieci anni. È qui che s’inizia la battaglia annunciata: quella della costruzione di un autore, della sua backlist e in generale del catalogo.
 
Eliminazione fisica
Ho collaborato, qualche tempo fa, con un grande editore, che dispone di un abnorme catalogo di titoli – quasi tutto lo scibile umanistico, che da lunga data forma generazioni e generazioni. Per mesi ho assistito al taglio di titoli che vendevano solo un centinaio di copie e un centinaio di copie non erano sufficienti a garantirne la vita. In quel caso, a decidere della sopravvivenza in catalogo di un titolo o di un autore (e parlo, che so?, di Lucrezio, Lucano, Senofonte: nomi così, da poco...) era non la direzione editoriale, ma i responsabili del marketing. Un’abominevole mancanza di sensibilità quanto al mercato.
Quando Pavese pubblicò La bella estate, nel 1949, vendette circa seicento copie. Passano sessant’anni e ancora La bella estate vende: quanto ha venduto in tutto questo frattempo? Uno sproposito, rispetto alle grandi tirature dell’oggi. E i titoli dell’oggi, quanto avranno venduto nei prossimi sessant’anni? L’accelerazione, che è una delle cifre della mckinseyizzazione dell’editoria (e della mckinseyizzazione in generale, con la sua idolatria dello sviluppo indiscriminato, di cui Corrado Passera è attualmente in Italia il più brillante portabandiera), non consente minimamente di pensare all’editoria in tempi lunghi. Non è dalla struttura editoriale o dall’industria culturale in genere che possiamo attenderci una virata, nonostante l’esempio sia sotto gli occhi di tutti: Repubblica esce con libri in allegato e Faulkner è acquistato da seicentomila persone. Faulkner, non Muccino.
L’eliminazione costante e progressiva dei titoli è un segnale d'allarme per chi crea opere nel presente. [...]

 
SpinazzolaEbbene, questo “allarme” di Giuseppe Genna mi ha fatto venire in mente il Prologo di una bella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net - Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo. In questo libro si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato Leggere e saper leggere, Vittorio Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette “regole auree” per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell'industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro.
Questa “Carta dei Diritti” è così chiara e condivisibile che la riporto di seguito, evidenziando in blu le parti più significative per l’argomento da cui siamo partiti.
 
1) Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.
 
2) In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.
 
3) Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.
 
4) Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.
 
5) Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.
 
6) Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.
 
7) Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.
 
da: Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Net (Il Saggiatore), Milano 2005.

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venerdì, 14 dicembre 2007
Due segnalazioni

letteratitudine1.
Domenica 9 dicembre, sul blog Letteratitudine è apparso un post di Antonella Cilento intitolato “Mi dispiace, non sono un personaggio”. Qui l’autrice stigmatizza l’orribile deriva a cui la nostra produzione editoriale sembra essersi abbandonata; e, prendendo le mosse da questo argomento “forte”, passa a tracciare un ricordo della scrittrice Anna Banti, ingiustamente dimenticata.
Questa la prima parte, caustica e incisiva, del suo intervento:
 
Ormai per essere pubblicati bisogna passare un casting. Sei interessante? Sai parlare in pubblico? Sei un attore/attrice? Sei strano/a? Trasgredisci, porti le giarrettiere, sei sexy? Hai la faccia giusta, incuriosisci, puoi andare in tv, hai i denti a posto? Manca poco al Grande Fratello degli scrittori, in questo spaventoso vuoto pneumatico della progettualità editoriale. Da tempo non si leggono i libri ma si guardano le facce degli scrittori, li si chiama, nelle riunioni editoriali o nelle cene fra addetti, per cognome: ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Siamo figurine dei calciatori. E poiché non tutti vendiamo le cifre che agli editori fanno comodo, siamo spesso calciatori di serie B. Quello non lo voglio perché c’ha troppa storia (cioè ha segnato poco, un’intera stagione in panchina), quella la tengo come fiore all’occhiello anche se mi va sempre in fuori gioco. Ovviamente nell’editoria (italiana) non ci sono in gioco le cifre del calcio, ma hai voglia a star lì a scrivere davvero, a lavorare tutti i giorni, a non fare la velina della letteratura: hai perso. C’è una schiera di bellocci, furbastri e manovratori che ti passa avanti.
Li avrei voluti vedere i nostri tecnici dell’editoria risolvere il problema fino a qualche decennio fa, o magari cento anni fa: dove lo mandavano Giovanni Verga? Dalla De Filippi? E anche Pavese dalla Dandini non avrebbe funzionato granché. Ma oggi, in fondo, che importa? Viviamo in un paese in cui per la stragrande maggioranza delle persone la letteratura italiana del Novecento manco esiste, figuriamoci quella di altre epoche. Siamo precisi: non esiste per quasi nessuno la letteratura in generale. E non come negli anni Sessanta quando il romanzo impegnato lo leggeva una fascia elitaria ma una fascia più ampia leggeva il romanzo popolare e poi la maggioranza doveva essere ancora alfabetizzata. No, adesso il romanzo impegnato è scomparso, scrivere bene è un disvalore, il romanzo popolare lo fa la televisione e il grande romanzo, se siamo fortunati, ce lo riduce il cinema. Serve una fiction per tornare a leggere Tolstoj, magari il film di Faenza per ributtare un’occhiata al dimenticato De Roberto e nei prossimi mesi, chissà (mica è detto) il film di Martone per riparlare di Noi credevamo di Anna Banti.
 
A questo intervento è seguita una serie di commenti che ha dato luogo a un vero e proprio dibattito, in cui si è levata anche qualche voce dissenziente. Soprattutto quella di Mario, “addetto ai lavori” che così esordisce:
 
Ma dove sarebbero, e chi (facciamo dei nomi, prego, ché sennò è un po’ facile) questi autori belli e sexy? Saviano? O Genna? Paola Mastrocola o Loredana Lipperini (per dire di due che ho visto ultimamente in televisione)? Intervento facile facile, con una polemica spuntata, banale e retorica…e l’affermazione sul cocopro a cui si deve insegnare la “lingua italiana”? Mah. E il paragone con il calcio? Che c’entra? Per fortuna che tu stessa scendi a più miti consigli e ti accorgi che proprio non regge. C’è un sacco di gente che lavora nell’editoria con passione e competenza, che lo fa non per soldi o per la fama (ci sono campi dove una persona intelligente potrebbe farne di più) ma perché ama quello che fa. Ma, ovviamente, è più facile dipingere tutta l’editoria italiana come un grande inciucio, sicuri di ricevere il plauso generalizzato (ché, ormai, attaccare gli editori è uno sport nazionale). E poi questo riferimento alla narrativa italiana del Novecento, dando per scontato che ci sia stato un imbarbarimento…peccato che, ai tempi, si leggesse Liala e Luca Goldoni, Castellaneta e Cronin e non Anna Banti e La Capria (andate a vedere la libreria dei vostri genitori).
 
Salvo Zappulla, invece, nel suo commento rincara la dose:
 
Le vetrine delle librerie mi attraggono irresistibilmente, mi ammaliano, mi ipnotizzano come un bambino dinanzi alle luci del Luna Park. Dalle copertine dei libri volti ammiccanti di soavi fanciulle incipriate invitano ad entrare. Ci sono tutte: la Parietti, la Guzzanti, la Littizzetto. Volti? Fanciulle? Ridestarsi dall’estasi porta a sconcertanti riflessioni. Cosa sono diventate le librerie, un’appendice del varietà? Il museo delle cere? (o del cerone). Il trionfo dell’immagine? L’apoteosi del silicone? Facce da video, politici, soubrette, fotomodelle. La grafomania impera.
[…]
Nonostante la crisi, funzionano a pieno regime gli ingranaggi dell’industria cartacea. Qualsiasi titolo che serva a fare cassetta è ben accetto: raccolta di barzellette, aforismi, memorie a luci rosse di pornodive, romanzi da spiaggia, da fiume, da lago di montagna. Tutti seguono il messaggio mediatico e corrono in libreria. Regna il caos. Qualsiasi personaggio noto si sente autorizzato a pubblicare. Quante opere mediocri sono state fatte passare per autentici capolavori letterari. Eppure si fa finta di non sapere, si ignora volutamente per non intralciare certi ingranaggi della grande industria del nord. Si attribuiscono premi e onorificenze una volta all’uno, una volta all’altro, ma sempre tra gli stessi. Guai a uscire fuori dal seminato. Si scambiano i favori, le recensioni nei giornali, le prefazioni. La gente compra i libri propinati e imposti dai grandi mezzi di comunicazione come tutti gli altri prodotti di consumo, i biscotti o i detersivi. Da qualche tempo un altro esercito avanza inesorabilmente: sono i figli del computer, hanno vent’anni, scrivono semplice, usano pochissima punteggiatura o addirittura ne fanno a meno. La grammatica è un opitional. Sono trasgressivi e spregiudicati, passano con la stessa disinvoltura dal biberon alle redazioni delle più importanti case editrici: i cannibali, l’ultima generazione di scrittori italiani. I loro romanzi sono cherosene per l’adrenalina di quanti, uscendo dalla discoteca il sabato sera, vanno a schiantarsi a duecento all’ora. Gli editori li accolgono a braccia aperte. Il pubblico anche. Fanno moda le nuove leve del momento e tanti altri ancora si apprestano a invadere il mercato librario. Hanno inventato un nuovo modo di comunicare, sono una categoria compatta e omogenea, il loro linguaggio si potrebbe definire iperrealistico o post-moderno. Si ha la sensazione di assistere a una clonazione genetica, al trionfo del conformismo linguistico. Dicono che vogliono sperimentare un nuovo stile di scrittura. Parlano di nuovi generi letterari. Come se avessero inventato chissà cosa. Voltaire diceva che tutti i generi letterari vanno bene, tranne quelli noiosi. La verità è che c’è crisi di idee, ci sono pochi narratori capaci di inventarsi belle storie. Anche i nostri grandi intellettuali mascherano l’appiattimento della loro fantasia facendo sfoggio di iperletterarietà; i loro romanzi sono pura esibizione di bella scrittura, ma di una noia mortale. Forse che Calvino o Buzzati avevano bisogno di tali artifici per avvincere i loro lettori? No. Scrivevano semplice, scrivevano per la gente.
 
Mi fermo qui, naturalmente. Confesso di sentire molto quest’argomento, e di condividerlo in gran parte. Le librerie (soprattutto quelle di una certa dimensione) sono diventate bazaar dove la merce rischia di apparire indifferenziata, dove l’iper-produzione e l’affollamento di volumi tendono a snaturare quello che la libreria ha significato per chi ama la lettura e la letteratura. A volte sembra di trovarsi in mezzo a veri e propri strumenti di amplificazione del mondo televisivo, e questo effetto è ancor più accentuato nel periodo natalizio.
 
 lindice
Etrusco Pop singolo2.
Ho scoperto che Mistero etrusco ha avuto una recensione su L’indice dei libri del mese, la più prestigiosa rivista letteraria e libraria italiana (qui il sito web della rivista).
Confesso che la cosa mi dà un certo orgoglio: ecco uno stralcio della recensione – fortunatamente positiva – firmata da Alessandra Calanchi.
 
Intanto, sullo sfondo di una Toscana un po’ romagnola*, si giocano suggestive partite di mah-jong e curiosi personaggi catturano l’interesse del lettore: fra i tanti vale la pena di ricordare Aristide Fazzini, bizzarro individuo che si aggira per le colline su una strana bicicletta dai pedali azionati a mano e fa snorkelling nei cassonetti della spazzatura alla ricerca di un’antenna così potente da catturare i raggi cosmici. In questo romanzo, che è molto erudito ma non cade mai nel danbrownismo**, l’autopsia si lega all’aruspicina, la filologia classica si mescola alle vicende contemporanee, , l’alchimia si integra con le scienze forensi. Ferrucci manovra fatti e persone con classe, ironia e autorevolezza, senza troppe concessioni al colore locale (che pure lo attrae) e senza esagerare in pedanteria scientifica. Prediligendo un montaggio alternato quasi tarantinesco***, invita il lettore ad addentrarsi nel “mistero” senza fretta, attraverso attese e diluizioni: con il risultato sorprendente che, quasi a rovesciare le aspettative tradizionali del giallo, non ci fa provare alcuna voglia di scoprire il colpevole. Al contrario, si vorrebbe che le pagine durassero il più a lungo possibile. Un romanzo brillante, insomma, dove l’azione e le parti descrittive/digressive creano una sinergia in cui ispettori di polizia, antiquari e ricercatori si contendono il piacere della detection e regalano al lettore il piacere di parteciparvi.
 
* Del resto, dico io, Toscana e Romagna sono confinanti, no?
** Argh… quando sento il nome di Dan Brown metto mano alla pistola!
*** Naturalmente, essere paragonato a Quentin Tarantino m’inorgoglisce.

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segnalazioni, fenomeni

martedì, 12 giugno 2007
I mille e uno Sherlock Holmes

Segnalo che il sabato 16 giugno si terrà a Pesaro, organizzato dalla facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Urbino, la terza edizione dell'appuntamento annuale dedicato a Sherlock Holmes e ai fenomeni - letterari e non - ad esso correlati.



Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo"
Facoltà di Lingue e Letterature Straniere
 pipa sherlock

I mille e uno Sherlock Holmes
The Thousand and One Sherlock Holmes
 
Terza Giornata di Studi
Pesaro, 16 giugno 2007
 
 
Mattina - Pesaro Studi
viale Trieste, 296 – dalle ore 9.00
Chair: Alessandra Calanchi
 
Pomeriggio - Biblioteca San Giovanni
via Passeri, 102 – dalle ore 18.00
Chairs: Ivo Klaver e Anna Maria Ricci
  
 
SHERLOCK_HOLMESCome Sherazade, nelle Mille e una notte, affida la sua vita alla sapiente arte del racconto, così Sherlock Holmes affida al racconto l’eterno perpetuarsi della propria vita fittizia: dalla penna del dottor Watson alla lunga schiera di scrittori e registi che si sono misurati nel corso del tempo con questo personaggio, sono in molti ad aver mantenuto vivo Sherlock Holmes grazie alle strategie sempre rinnovate del narrare. Da Londra all’Europa, e da qui all’America e all’Oriente, il personaggio di Sherlock Holmes è sopravvissuto alla Storia riproponendosi di volta in volta come un eroe sempre moderno e attuale, ora difensore di valori tradizionali e conservatori, ora portatore di istanze di cambiamento e rinnovamento.
Le riscritture, i pastiches, i cosiddetti apocrifi, perfino le parodie hanno contribuito a creare un fenomeno culturale attraversato da tematiche di estrema attualità come l'incontro fra metodo d'indagine e pura intuizione, filosofia orientale e pensiero occidentale, maschilità vittoriana e transgender postmoderno.



Comitato scientifico
 
Il Segno dei Quattro
Alessandra Calanchi
Sergio Guerra
Ivo Klaver
Anna Maria Ricci
 
Antonella Agnoli
Gianmaria Moino
Giulia Ovarelli
Emanuela Petrosillo
Roberto Vecchiarelli
Silvia Veroli
 
Info:
221bbakerstreet@uniurb.it
 
http://www.unostudioinholmes.org


Mattina - Pesaro Studi
Chair: Alessandra Calanchi
 
Ore 09.00 – Apertura dei lavori
 
Mario Casari
Serendippo andata e ritorno: percorsi indiziarî
 
Sergio Guerra
Tre dei mille e uno:
Basil Rathbone, Peter Cushing, Jeremy Brett
 
Gabriella Morisco
Lo smascheramento dell'inchiesta nella parodia di A. M. Kline
 
Roberta Mullini
Quando Conan Doyle indaga: il caso Edalji
  
Coffee-Break
 
 
Ore 11.00
 
Giulia Ovarelli
Sherlock Holmes tra letteratura e scienza:
i racconti di Colin Bruce
 
Luca Renzi
Congetture su Jakob. Un romanzo "giallo" tedesco
 
Enrico Solito
Sherlock e Sherazade
 
Valerio Viviani
"Ci sono più cose in cielo e in terra, Holmes..."
 
Ursula Vogt
Da Sherlock Holmes al commissario Wallander.
La figura del detective e il suo metodo d’indagine nei romanzi di Henning Mankell
 
Ore 13.30
Lunch

p.ferrucci
Pomeriggio - Biblioteca San Giovanni
Chairs: Ivo Klaver e Anna Maria Ricci
 
Ore 18.00

Presentazione del numero speciale della rivista «Linguae &»
Sherlock Holmes e il giallo inglese, a cura di Ivo Klaver
 
Conversazione con Takeshi Shimizu (giornalista BBC World e membro della Sherlock Holmes Society of London e della Sherlock Holmes Society of Japan)
 
Incontro con un misterioso scrittore-blogger su
"Lo Zen e l’arte della serializzazione al tempo del web"
 
Presentazione in anteprima del progetto
Lombroso a Pesaro
videoproiezione a cura di Roberto Vecchiarelli


Sera - Biblioteca San Giovanni
 
Ore 20.30

Spuntino etnico presso i locali della Biblioteca
 
Ore 21.30

Readings a cura di Giorgio Donini
Sviolinata sherlockiana a cura di Michele Bartolucci
Mostra multimediale a cura di Gabriele Mazzoni
Sherlock Holmes nei messaggi pubblicitari
 
––––––––––––––––––––––––––––––––––
Eventi collaterali della manifestazione
 
Elementare, Sherlock !
Mostra di disegni e scritti creativi dei bambini della scuola elementare D. Raggi di Rimini, organizzata da Emanuela Petrosillo nei locali della Biblioteca San Giovanni
 
 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (10)
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