Ogni tanto Il’jà Ivànovič prendeva anche in mano un libro, non importava quale. Egli non vedeva certo nella lettura un bisogno essenziale, ma la considerava come un lusso, come una di quelle cose di cui si può benissimo fare a meno; proprio come si può avere un quadro appeso a un muro ma si può anche non averlo, come si può andare a passeggio, ma si può anche non andare; per questo gli era del tutto indifferente quale fosse il libro, lo guardava come una cosa destinata a distrarre dalla noia e dall’ozio.
«È un pezzo che non leggo un libro», dice, oppure, cambiando la frase: «Be’, leggerò un libro», dice, o semplicemente gli cadono gli occhi sui pochi libri lasciatigli dal fratello e ne prende uno a caso, senza scegliere. Sia esso Golikov, il Nuovissimo libro dei sogni, la Rossjada di Cheraskov o le tragedie di Sumarokov o, infine, un giornale di tre anni prima, egli legge tutto con uguale piacere commentando di quando in quando:
«Ma guarda un po’ che va a pensare! Che brigante! Che il diavolo ti porti!».
Queste esclamazioni si riferivano all’autore: professione che ai suoi occhi non meritava alcun rispetto, dato che egli condivideva quel vago disprezzo che in passato si nutriva verso gli scrittori. Come molti altri del suo tempo, considerava l’autore un perdigiorno, uno sfaccendato, un ubriacone, un buffone, qualcosa di simile a un ballerino.
Ah, quanto è attuale Oblomov! Questo brano fa proprio al caso mio.
Da qualche anno sto “vendendo” un po’ del mio tempo a un piccolo industriale calzaturiero che ha degli interessi da queste parti. Periodicamente pranzo nella sua villa con piscina, sulle colline di Civitanova: ha una bella famiglia, i figli lavorano con lui, e vengo trattato con grande familiarità. Naturalmente, in casa non ha nemmeno un libro, e ho ben pensato – sulla scorta di vecchie esperienze – di non fargli parola della mia passione e attività letteraria, e nemmeno di accennare al fatto che possiedo una biblioteca. Meglio tacere: avevo capito subito che non era aria.
Ebbene, qualche settimana fa, mentre deplorava non ricordo cosa (confesso che a volte i suoi discorsi mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro), a un tratto è scivolato sull'argomento “libri” e ha esclamato: «Per esempio, quelli che scrivono i libri, che cosa li scrivono a fare? Eh? Io non sopporto quando uno ha da dire una cosa che può spiegare in poche parole, e invece deve scriverci pagine e pagine… Ma che cazzo scrive? È questo che non sopporto. Sai che ti dico? A me, se qualcuno mi regala un libro glielo ridò subito indietro: no, grazie, gli dico, non mi serve proprio, grazie del pensiero, ma proprio non fa per me…»
A quel punto non ce l’ho fatta: son scoppiato a ridere, mentre lui mi guardava strano, e i gemelli seduti dietro (eravamo in macchina) partecipavano alla mia ilarità senza capire, e io continuavo a ridere dandogli pacche sulla spalla. Alla fine ho sbottato: «Luigi, mi dispiace, ma mo’ devo farti una bella confessione…», e ho vuotato il sacco.
Mi sono proprio divertito quel giorno, a osservare la sua espressione stordita, e quella divertita dei gemelli, mentre raccontavo senza pudore le mie malefatte. Alla fine non l’ha presa così male: in fondo è un vizio come un altro, c’è chi va a donne o si sputtana i soldi nelle bische, e tutto sommato i miei vizi sono più domestici e meno pericolosi.
A ogni modo, gli ho donato una copia di Mistero etrusco con dedica a tutta la famiglia, giusto per ricordo.
Circa un anno fa, su incitamento di Maria Strofa, Oyrad e Gabrilù, cominciai a leggere Oblomov, di Ivan Gončarov. Trovai subito questo classico così bello, così completo, così attuale che non riuscii a finirlo. Perché l’effetto che mi fanno certi libri è questo: danno e promettono un tale piacere che è peccato consumarlo subito, così finisco per tenermeli accanto e gustarli pezzo per pezzo, lentamente, anche per anni.
Così, quando ho trovato certi passi del romanzo particolarmente significativi e gustosi, li ho “fissati” per metterli in una sorta di antologia. Qui iniziamo.
Entrò un uomo di età indeterminata, dalla fisionomia indeterminata, in quel periodo in cui appunto è difficile indovinare gli anni; né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto deciso, rilevante, né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivàn Ivànovic, altri Ivàn Vasílevic, altri ancora Ivàn Michajlyc.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo diverso: alcuni dicevano che era Ivanov, altri lo chiamavano Vasil’ev o Andreev, altri ancora credevano si chiamasse Alekseev. Un estraneo che lo avesse veduto per la prima volta e ne avesse sentito il cognome, avrebbe subito dimenticato il cognome e il viso, e anche quel ch’egli avesse detto. La sua presenza non dava nulla alla società, a quel modo che la sua assenza non le toglieva nulla. Il suo spirito non aveva né acutezza né originalità né altre particolarità, così come non aveva particolarità il suo corpo.
Forse avrebbe saputo almeno raccontare quel che avesse visto e sentito, e intrattenere così gli altri, ma egli non andava in nessun posto: era nato a Pietroburgo e di lì non s’era mai mosso; per conseguenza vedeva e sentiva quel che sapevano anche gli altri.
È simpatico un tale uomo? Ama, odia, soffre? A quanto pare, dovrebbe amare e non amare, e soffrire, perché nessuno ne va esente. Ma, chissà come, egli sa fare in modo di amar tutti. Ci sono degli uomini nei quali, qualunque cosa si faccia, non si riesce a suscitare nessuno spirito d’inimicizia, nessun desiderio di vendetta, ecc. Qualunque cosa si faccia loro, carezzano sempre. Del resto, bisogna essere giusti: anche il loro amore, se si divide per gradi, non arriva mai al calore. Sebbene di essi si dica che amano tutti e perciò sono buoni, in sostanza non amano nessuno e sono buoni solo perché non sono cattivi.
[…]
All’ufficio non ha nessuna speciale occupazione fissa perché né i colleghi né i superiori hanno mai potuto constatare che cosa egli faccia meglio e cosa peggio, in modo da stabilire quali sono le sue vere attitudini. Se gli si dà da fare questo o quello, fa tutto in modo che il superiore si trovi sempre in imbarazzo nel giudicare il suo lavoro; guarda, guarda, legge, legge e dice soltanto: «Lasciate, guarderò poi… sì, è quasi come deve essere».
Non sorprendi mai sul suo volto le tracce della preoccupazione, del sogno, qualche cosa che mostri che egli parla in quel momento con se stesso, e così pure non vedi mai un suo sguardo scrutatore rivolgersi a qualche oggetto esteriore, che egli voglia conoscere. […]
È difficile che qualcuno abbia notato la sua venuta al mondo, oltre la madre, pochissimi lo notano nel corso della sua vita, e nessuno certo noterà la sua scomparsa; nessuno domanderà di lui, nessuno lo rimpiangerà e nessuno si rallegrerà della sua morte. Egli non ha né nemici né amici, solo innumerevoli conoscenti. Forse soltanto i funerali attireranno l’attenzione del passante che darà per la prima volta a questa persona indefinita un segno d’onore con un profondo inchino; e forse anche un curioso correrà a domandare il nome del defunto e subito lo dimenticherà.
Ivan Gončarov, Oblomov, I - 2
(l’immagine, tratta dalla copertina Einaudi di Oblomov, è stata adattata da Oyrad.)
Qualcuno, che citerò con molta imprecisione, ha detto una volta: «Uno scrittore che sia riuscito a calare il proprio sguardo ancor più in profondità, nella propria anima o in quella degli altri, scoprendovi, grazie al suo talento, cose che nessuno aveva mai visto o osato raccontare, ha ampliato l’orizzonte della vita umana».
Ecco perché un giovane scrittore, una volta giunto al bivio di ciò che è da dire e ciò che è da tacere riguardo al sentimento, è tentato di lasciarsi guidare verso quanto è conosciuto, ammirato e comunemente accettato, poiché sente dentro di sé una voce che gli sussurra: «Nessuno sarà toccato da questa emozione, a nessuno interesserà questa azione irrilevante: sono cose mie, non hanno alcun valore universale; forse non hanno nemmeno senso». Ma se il talento dello scrittore è autentico, o se la fortuna è con lui (a seconda dei punti di vista), un’altra voce allo stesso bivio lo incita a registrare quelle cose apparentemente insolite e insignificanti; in esse, e in null’altro, risiede il suo stile, la sua personalità, insomma, tutta la sua natura di artista. Ciò che ha pensato di buttar via o, troppo spesso, ciò che ha già buttato via, era l’unica buona qualità concessagli. Gertrude Stein stava cercando di esprimere un concetto analogo quando – parlando della vita più che della letteratura – disse che lottiamo contro la maggior parte delle nostre qualità di spicco finché non arriviamo verso i quarant’anni, e allora, troppo tardi, scopriamo che esse costituivano la nostra reale personalità. Erano la parte più profonda del nostro io, che avremmo dovuto accarezzare e nutrire.
Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate forte che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: «Ah,» dice «ma non sono in triplice copia!».
A braccetto con
Maria Strofa, elettrizzante demistificatrice innamorata della cultura e dell’arte, proseguo l’omaggio a
Ennio Flaiano – inimitabile narratore, autore teatrale, critico cinematografico – con un altro pezzetto tratto dal
Taccuino 1951.
Naturalmente, anche questo attualissimo.
Una signora in visita ad un illustre critico se ne va dimenticando l’ombrello sul tavolo. «Lo recensirà» dice F. a cui il piccolo incidente viene riferito.
Era addetto a leggere articoli e racconti in un giornale letterario. Ricevette una lettera d’amore: non gli piacque ma, con qualche taglio e rifacendo la fine, poteva andare.
«Si annoia? Capisco, ma perché non fa qualcosa? Ma, tutto quello che vuole! Per esempio, perché non scrive? Ma certo, cara, lei è ricca e ha ingegno da comprare».
Proseguo la riflessione sulla “deformazione professionale”, di cui ho parlato nel post precedente, proponendo un altro pezzetto tratto dal Taccuino 1955 (raccolto nel volume Diario Notturno) di Ennio Flaiano – inimitabile narratore, autore teatrale, critico cinematografico.
Anche questo attualissimo, non trovate?