OFFICINA di PAOLO FERRUCCI

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Blogger: PaoloFerrucci
Nome: Paolo Ferrucci
Un manager che si è dimenticato di esserlo, che ama la letteratura ed è diventato scrittore. Dopo i mistery Omicidi particolari (Piemme 2000) e Lune nere (Aliberti 2005), è del 2007 il romanzo Mistero Etrusco (Sylvestre Bonnard).
Il prossimo libro è in lavorazione.
contatti: p.ferrucci[at]gmail.com



MISTERO ETRUSCO
«Quando le persone cominciavano a incarnare dei rebus diventavano odiose, anche se morte.» Questo pensa cinicamente l'ispettore capo Gentilini: cosa può aver spinto Carletto Massi, restauratore, tra le braccia di un feroce assassino? Nella ricca e pettinata campagna alle porte di Firenze tutti sospettano, forse qualcuno ha visto, certo qualcuno sa.

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lunedì, 18 giugno 2007
I miti di H.P. Lovecraft

Prima o poi doveva accadere: Blogger: contenebbia Contenebbia ha affrontato il mito di Howard Phillips Lovecraft, dedicando questo post ieri e questo oggi – i primi di una serie – alle trasposizioni cinematografiche che i suoi racconti terrificanti hanno ispirato.
 roger corman contenebbia
Scrive il Conte:
 
L’orrore che permea i Miti di Cthulhu varca le soglie della nostra realtà, sconfina nei territori dell’incubo; adattare Lovecraft al grande schermo diviene quindi un lavoro difficilissimo: un film può, nella migliore delle ipotesi, suggerire quello stato febbrile di angoscia persistente che si trova in ogni suo racconto, ma non può pretendere di dare corpo agli “Orrori Senza Nome” che strisciano per le lande della Nuova Inghiliterra, re-inventata dal “solitario di Providence”. Così, la maggior parte dei titoli che si ispirano a Lovecraft lo evocano direttamente in maniera abbastanza blanda, senza un’effettiva coesione con l’essenza stessa delle sue tematiche e delle sue ossessioni. La American International Pictures fu la prima a realizzare un film “ispirato a Lovecraft”: The Haunted Palace (“La città dei mostri”), diretto da Sua Maestà Roger Corman nel 1963. Charles Beaumont, lo scenggiatore rubò il titolo a una poesia di Poe e colse qualche suggestione da Il caso Charles Dexter Ward. […]
 
howard-philips-lovecraftH.P. Lovecraft meriterebbe una trattazione a sé, una vera e propria “categoria” genealogica, tenendo conto che ha molto pesato nella mia formazione giovanile. Ma in questo periodo sono orientato su altri versanti, e non riuscirei a organizzarla come vorrei.

Il caso di Charles Dexter Ward
, citato da Contenebbia, è una delle sue poche opere che ha la lunghezza di un romanzo, e che non ho ancora letto. Ma questa rievocazione mi ha spinto a riprendere in mano i suoi racconti: uno di questi, del 1920 – appartenente quindi al suo primo periodo creativo –, nacque da un incubo e costrinse Lovecraft a scrivere nel cuore della notte, subito dopo essersi svegliato e senza aspettare il mattino.
S’intitola Nyarlathotep: è il nome della misteriosa entità ancestrale che compare in Egitto e arriva nella città “peccaminosa” nel narratore. Il demone Nyarlatothep avrebbe poi avuto un posto di grande importanza nella mitologia onirica di Lovecraft, come messaggero delle forze mostruose che egli sentiva muoversi sotto la superficie della coscienza.
Questa è la prima parte del racconto.
 
Nyarlathotep, il caos strisciante… Io, che sono l’ultimo, parlerò al vuoto in ascolto…
Non ricordo quando tutto ebbe inizio, forse mesi fa. La tensione era al massimo, spaventosa: a un periodo di sconvolgimenti politici e sociali si aggiungeva la strana, indefinibile sensazione d’un orrendo pericolo fisico. Un pericolo enorme, che gravava su tutto, come lo si può concepire negli incubi più angosciosi. Ricordo che la gente andava in giro con facce pallide e preoccupate, bisbigliando avvertimenti o profezie che nessuno osava poi ripetere consapevolmente o soltanto ammettere di aver udito. La terra era oppressa da un mostruoso senso di colpa e dagli abissi fra le stelle soffiavano gelide correnti che facevano rabbrividire gli uomini nei luoghi bui e solitari. Il corso delle stagioni aveva subito un’alterazione catastrofica: il tepore dell’autunno indugiava ad andarsene e sentivamo che il mondo, forse l’universo, si era sottratto al controllo degli dèi o delle forze conosciute ed era passato sotto il dominio di entità inimmaginabili.
 Lovecraft
Fu in un simile momento che, in Egitto, fece la sua comparsa Nyarlathotep. Nessuno sapeva chi fosse, ma apparteneva all’antica stirpe e aveva i lineamenti di un faraone. I fellah si inginocchiavano al suo passaggio senza sapere perché; diceva di essere uscito dal buio di ventisette secoli e di aver udito messaggi che non venivano dal nostro pianeta. Olivastro, snello e sinistro, Nyarlathotep venne nei paesi sviluppati e si diede alla ricerca di strani oggetti di vetro e metallo, che poi combinava in strumenti fantastici. Parlava molto di scienza, di elettricità e psicologia e dava tali dimostrazioni di potenza da lasciare ammutoliti quelli che vi assistevano. La sua fama dilagava: gli uomini consigliavano gli uni agli altri di vederlo, ma poi avevano paura. Dove arrivava Nyarlathotep era la fine della tranquillità e di notte risuonavano grida da incubo. Le urla generate dai sogni non erano mai state, prima d’allora, un problema pubblico, e gli uomini che avevano a cuore la sorte delle cose avrebbero voluto che si potesse proibire alla gente di dormire dopo la mezzanotte; era quella l’ora in cui le urla della città risuonavano più orribilmente sotto la luna pallida; e la luna splendeva sulle verdi acque che scorrevano sotto i ponti e sulle antiche guglie sbrecciate, nello sfondo d’un cielo malato.
Ricordo quando Nyarlathotep arrivò nella mia città, una grande, vecchia e terribile città di crimini infiniti. Un amico mi aveva parlato di lui – del fascino sottile e irresistibile delle sue rivelazioni – e il desiderio di scoprire i suoi reconditi misteri m’ossessionava. Il mio amico sosteneva che fossero tremendi, ben al di là delle mie più fantastiche supposizioni, e aggiunse che le immagini proiettate sullo schermo, nella sala buia dove Nyarlathotep teneva le sue conferenze, corrispondevano a profezie che lui soltanto osava fare, e che nel balenare dei fotogrammi veniva rubato agli uomini ciò che mai prima era stato rubato loro: ciò che soltanto negli occhi è percepibile. Seppi che in altri paesi si mormorava che chi aveva conosciuto Nyarlathotep fosse in grado di vedere cose che agli altri erano nascoste.
Nell’autunno sempre più caldo mi spinsi nella notte tra la folla che andava a vedere Nyarlathotep; mi spinsi nella notte soffocante e salii scalinate interminabili, entrando nella sala stipata di gente. Sullo schermo vidi esseri incappucciati che si aggiravano tra cumuli di rovine, volti maligni e gialli che sbirciavano dietro monumenti caduti; vidi il mondo lottare contro la tenebra, contro il flagello della distruzione che si abbatteva dallo spazio esterno. Lo vidi girare sempre più veloce, impazzito, sfrenato, intorno al sole che s’oscurava e raffreddava; poi la luce che sfarfallava sullo schermo, e nella sala, si addensò follemente sugli spettatori e i capelli della gente si rizzarono, mentre ombre grottesche e apparse all’improvviso si acquattavano sulle nostre teste.
 
H.P. Lovecraft, Tutti i racconti 1897-1922, a cura di Giuseppe Lippi, Mondadori, Milano 1989.

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (32)
genealogie, suggestioni cinefile

mercoledì, 18 aprile 2007
Suggestioni cinefile: Augustin Villaronga

Con questo post di ieri, il magnifico Contenebbia Blogger:   ha iniziato a pubblicare un saggio a puntate dedicato al cinema del maiorchino Augustin Villaronga.
Egli sostiene che un esteta come me impazzirebbe per i suoi film, che, incredibilmente, non sono mai stati distribuiti in Italia: e la cosa m'incuriosisce molto.
Leggere il suo post, poi, mi ha toccato alcune corde sensibili. Così comincia il Contenebbia:

 

Tentare un furtivo sguardo nella wunderkammer del maiorchino Agustin Villaronga vuol dire affacciarsi su di un abisso. Immergersi nel Grande Rimosso della cultura occidentale, perdersi fra i marosi dell’Es che, da più di 200 anni - almeno da quando Lord Byron fu colto da un repentino languore dinanzi ad un ritratto della Medusa (“la sua bellezza ed il suo orrore sono divini”) - continuano a percuotere le coste della nostra coscienza.

  


Artemisia Gentileschi,

Giuditta e Oloferne

1620

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 






Sono rimasto colpito, fra le altre cose, dalla considerazione sulle esperienze della prima infanzia che vanno a condizionare tutta la parabola di un artista, con il richiamo alla vicenda di Artemisia Gentileschi:

 

L’humus d’origine di ogni artista è il punto di partenza per una giusta mappatura etica ed estetica del suo operato. Senza tema di fare psicologia da salottino catodico, ci sentiamo di poter affermare che le esperienze vissute negli anni della prima infanzia, quando quotidianamente - magari anche solo per un paio di minuti - si riesce ad attraversare lo specchio a braccetto con Lewis Carroll, sono le assi portanti dell’erigendo mausoleo della coscienza di ognuno di noi.
Si narra che la pittrice Artemisia Gentileschi, da bambina, abbia assistito alla decapitazione della povera Beatrice Cenci (1577/99) conservandone un tal raccapriccio durevole una vita intera, come ci dimostra l’allucinata, feroce, decollazione del suo Giuditta e Oloferne, dipinta solo nel 1620.


Aspettiamo, dunque, di sapere tutto ciò che si può sul cineasta maiorchino, sconosciuto in Italia, Augustin Villaronga.

 

Scritto da: PaoloFerrucci | permalink | commenti (16)
suggestioni cinefile